82 x Quattromila

82 x Quattromila
(tutte le vette più alte delle Alpi in una sola stagione invernale)
di Miha Valič
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2008)

Situate al centro della civiltà occidentale, le Alpi sono attraversate da strade, tunnel, impianti di risalita, piste da sci e passi. Nonostante tutto ciò, queste montagne rimangono uno dei rari luoghi in Europa in cui possiamo ancora fuggire dalla nostra frenetica vita quotidiana, apprezzare il sorgere del sole e goderci il silenzio e la solitudine, tutte cose che ci mancano molto nella giungla urbana.

Tomaž Jakofčič sullo Schreckhorn (Oberland Bernese). Valič e Jakofčič in quell’occasione hanno concatenato Lauteraarhorn e Schreckhorn, una delle giornate più difficili. Foto: Miha Valič .

Oltre ad essere il rifugio dell’uomo moderno, le Alpi sono anche le montagne più scalate del mondo, dando così il nome anche all’attività stessa: Alpinismo. Buoni collegamenti stradali, rifugi di montagna e ottimi servizi di soccorso consentono agli scalatori di concentrarsi esclusivamente su ciò che amano di più: la scalata. Tutte le questioni logistiche che dobbiamo affrontare negli altri continenti qui non esistono. Nelle Alpi, la scalata è sempre a portata di mano.

Questo livello di popolarità implica anche che è difficile trovare nuove sfide. Ovviamente ci sono ancora salite vergini impegnative e ripetizioni di quelle difficili, e ultimamente c’è stato un boom di concatenamenti di più giorni. Altre avventure includono l’attraversamento delle Alpi con gli sci, l’arrampicata su tutte le principali pareti in una stagione e record di velocità su percorsi individuali. Un’altra idea del genere è quella di scalare tutte le vette alpine oltre i 4000 metri in un periodo di tempo limitato.

Blaž Grapar sulla cresta del Täschhorn. Foto: Miha Valič.

Nell’estate del 1993, gli alpinisti inglesi Martin Moran e Simon Jenkins hanno scalato 75 vette di 4000 metri a loro scelta in 52 giorni. Un anno dopo l’organizzazione alpinistica internazionale UIAA ha stilato un elenco “ufficiale” delle maggiori vette che superano i 4000 metri. Comprende 82 vette e si basa sull’importanza, l’individualità, la differenza di altitudine dalle vette vicine e, fino a un certo punto, la popolarità della singola vetta. Undici anni dopo, nel 2004, due alpinisti francesi, Patrick Berhault e Philippe Magnin, decisero di provare a scalare tutte le 82 cime in 82 giorni. Hanno iniziato il loro progetto in primavera, ma la tragica morte di Patrick Berhault ha interrotto la loro impresa dopo aver scalato con successo 65 vette. Nella primavera del 2006 tentarono la fortuna gli alpinisti italiani Franz Nicolini e Michele Compagnoni, che però dopo 25 vette dovettero rinunciare alla loro maratona, a causa del cattivo tempo.

Miha Valič in vetta al Breithorn. Foto: Miha Valič.

Era da un po’ che pensavo a una sfida di arrampicata simile. Dopo aver studiato diverse possibilità, ho deciso di tentare la fortuna in inverno, un passo avanti rispetto agli altri tentativi e al successo di Moran e Jenkins in estate. Cercavo di rendere il mio progetto il più semplice possibile, senza alcun team di supporto. Mentre pensavo a tutto questo, una spedizione autunnale cui avevo programmato di unirmi nell’Himalaya indiano fu cancellata e all’improvviso fui libero di portare avanti il ​​mio progetto quell’inverno.

Dovevo considerare diverse cose prima di potermi ingaggiare. Il più importante era il programma e l’itinerario: quali cime collegare tra loro, quali erano le vie di scalata più veloci, quali vette si potevano scalare anche in caso di maltempo, rischio valanghe o subito dopo la nevicata: queste erano solo alcune delle domande che mi sono posto e cui dovevo rispondere. Non conoscevo la maggior parte delle vette, quindi le guide di arrampicata sono diventate le mie migliori amiche.

Un’altra considerazione importante era il denaro. Tre mesi di vita in Francia, Svizzera e Italia significavano un grosso onere finanziario. Per ridurre i costi ho comprato un furgone di seconda mano e l’ho usato come casa. Solo occasionalmente mi concedevo il lusso di una stanza d’albergo per asciugarmi e godermi il lusso di un bagno. Con alcune notevoli eccezioni non sono riuscito a ottenere grandi sponsor per il mio progetto. Sono rimasto sorpreso dalla totale indifferenza della maggior parte delle aziende slovene che producono e vendono attrezzatura da alpinismo. Alla fine, il progetto poté essere realizzato solo con un grande aiuto da parte di conoscenti, il mio club alpino locale, sponsor individuali e un grande investimento personale.

Blaž Stres (a sinistra) e Miha Valič sulla cima del Monte Bianco a metà marzo, 81° giorno dell’impresa. Quel giorno, la cordata ha fatto cinque vette di 4000 metri seguendo la Cresta di Brouillard. Foto: Miha Valič.

Trovare un solo compagno di cordata con sufficiente esperienza e capacità di arrampicata, per non parlare di tre mesi e un sacco di soldi da spendere, è stata una causa persa fin dall’inizio. Ho deciso di portare avanti il ​​progetto da solo, nonostante avere un compagno avrebbe reso molte cose più semplici. Ma non avrei scalato sempre da solo: infatti diversi amici mi hanno offerto la loro compagnia e insieme abbiamo stabilito un programma. Senza il loro supporto in tempo e denaro, questo progetto sarebbe stato condannato fin dall’inizio.

Con tutte le piccole cose da sistemare a volte riuscivo a malapena a trovare il tempo per allenarmi. Ma un progetto di tale portata ovviamente richiede una vasta esperienza alpinistica, che avevo accumulato fin dall’infanzia. Le mie prime guide nel mondo alpino sono stati i miei genitori e il mio gruppo scout; in seguito ho iniziato a conoscere l’arrampicata tramite la scuola d’alpinismo, cui sono seguiti 11 anni di attività qualificata, e ultimamente, il brevetto di guida alpina abilitata a livello internazionale.

Subito dopo Natale le previsioni del tempo sembravano promettenti e le condizioni favorevoli, così Rok Blagus ed io ci siamo diretti verso Courmayeur. L’autostrada per la Valle d’Aosta era lunga e noiosa, sembrava non finire mai su quelle tre corsie con un furgone di 20 anni che non superava i 100 km orari: e dovevamo prendere l’ultima funivia per la Punta Helbronner.

Con l’esigenza di spendere il meno possibile per più di tre mesi, Valič e i suoi compagni dormivano in un pullmino acquistato di seconda mano. Foto: Miha Valič.

Come prima meta ho scelto quella che sembrava essere la salita tecnicamente più impegnativa, la traversata delle Aiguilles du Diable fino alla vetta del Mont Blanc du Tacul. Così, il 27 dicembre ero in cima alla prima vetta della mia lista, il Corne du Diable. Con scarponi in poliuretano ai piedi e pesante attrezzatura da bivacco sulla schiena, procedevamo lentamente. Anche la salita non è stata facile (quinto grado) e le discese abbastanza esposte. Il sole tramonta dietro il Monte Bianco prima delle quattro del pomeriggio, e siamo stati costretti a bivaccare su una cengia di neve appena sotto la vetta della Pointe Médiane (la nostra terza vetta oltre i 4000 metri quel giorno) fino alle otto del mattino successivo. È stato difficile riemergere dal saccopiuma e tornare in attività dopo una notte così lunga. Dopo altre due Aiguilles e una traversata di cresta innevata eravamo in cima al Mont Blanc du Tacul.

Con la nostra prima scalata, il progetto era in corso ed è iniziata così una routine che è andata avanti per i tre mesi successivi. Dopo ogni salita e discesa, mi sedevo per scrivere una breve descrizione per il mio sito web, ho controllavo e pulivo la mia attrezzatura, controllavo le previsioni del tempo che ricevevo giornalmente da Gregor Sluga e decidevo il piano per i due giorni dopo. Cercavo di mangiare e dormire il più possibile per avere abbastanza forza per le faticose giornate in montagna. Nonostante fosse l’inverno più caldo degli ultimi anni, a volte arrivava anche il grande freddo. Le temperature hanno toccato i minimi storici alla fine di gennaio, quando anche il paese di Chamonix tremava a -14°. Quel giorno nel mio furgone non riscaldato si gelò tutto: acqua, latte, lattine, sugo per la pasta e persino il detersivo per piatti.

I giorni in montagna sembravano incredibilmente simili. Alzarsi la mattina presto, sciogliere la neve per colazione e bere acqua, una passeggiata al buio, l’alba, poi escursioni o arrampicate per un’intera giornata, seguite da una routine serale di scioglimento della neve, e ancora cucinare la cena, bere molti liquidi, dormire. Giorno dopo giorno. Più importanti della difficoltà delle vie erano le condizioni, poiché anche la più facile delle salite diventava improvvisamente molto impegnativa dopo abbondanti nevicate, o in caso di nebbia o vento. In estate le vie normali verso le cime più frequentate oltre i 4000 metri sono piene di gente, ma in inverno è tutto diverso. Tutti i rifugi sono incustoditi, i percorsi sono più difficili a causa della neve, la giornata è corta. Con i venti forti e freddi, e in assenza di presenza umana, a volte sembra di essere su montagne molto più grandi, in altri continenti.

In tutto, ho fatto circa 55-60 giorni di salite. Nei giorni in cui non mi muovevo, quando il tempo o le condizioni erano pessime, mi limitavo ad aspettare, controllando le previsioni del tempo ogni 10 minuti e guardando le vetrine. Sono stati giorni molto lunghi.

Nessuna delle singole salite che ho fatto potrebbe essere inserita tra le grandi imprese alpinistiche, anche se alcune delle traversate in cresta erano decisamente impegnative per via dell’inverno. Tra questi in particolare la traversata delle Aiguilles du Diable, la traversata della cresta Rochefort-Grandes Jorasses, la traversata della catena dei Mischabel, la traversata della cresta Schreckhorn-Lauteraarhorn e la cresta del Brouillard al Monte Bianco. Ma forse la più impegnativa, seppur nulla di eccezionale in senso tecnico, è stata la salita della cresta orientale del Weisshorn. Nonostante le previsioni favorevoli, il tempo è improvvisamente peggiorato, con la neve caduta tutto il giorno. La neve cedeva sotto i miei piedi e le rocce erano ricoperte di neve fresca. Ho dovuto percorrere 3100 metri di dislivello dal mio punto di partenza. Durante la discesa a valle ero completamente ubriaco.

Blaž Grapar quasi in cima all’Aiguille du Jardin, un satellite dell’Aiguille Verte. Foto: Miha Valič.

Alla fine, la parte più impegnativa del progetto è stata il perseverare fino alla fine, completando tutte le 82 cime, coprendo 60 km di dislivello e resistendo per 102 giorni. Questo è stato difficile in diversi modi: logistico, motivazionale, fisico e, soprattutto, mentale.

Il tempo era buono all’inizio dell’inverno, con ottime condizioni, e ho potuto seguire il mio piano con precisione. Sono riuscito a scalare 46 vette nei primi 41 giorni, ma poi sono iniziate lunghe ondate di maltempo. Nonostante facessi del mio meglio per approfittare di qualsiasi giornata con condizioni meteorologiche almeno accettabili, a volte anche spingendomi ostinatamente su per la montagna in condizioni meteorologiche che di solito mi avrebbero tenuto al sicuro a casa, tra metà febbraio e metà marzo sono riuscito ad arrivare in cima a solo sette montagne. Per fortuna il tempo è migliorato alla fine dell’inverno e ho scalato 20 vette in nove giorni, recuperando almeno in parte il ritardo. Entro il 18 marzo, la scadenza prevista del mio progetto, avevo segnato 74 vette alpine in 82 giorni. Ho capito che non ce l’avrei mai fatta entro il calendario invernale, ma ho deciso che sarei andato avanti lo stesso. Ho salito le ultime otto cime, terminando il 7 aprile, nel totale di 102 giorni.

Questo progetto non sarebbe mai stato possibile senza il grande aiuto di 15 amici che mi hanno accompagnato (in ordine di partecipazione): Rok Blagus, Alenka Klemenčič (tre volte), Blaž Grapar (due volte; lui era anche il mio webmaster), Luka Kronegger, Boris Lorenčič , Gašper Rak, Tina DiBatista, Miha Lampreht, Matevž Kramer, Tadej Debevec, Vesna Nikšić, Miha Maček, Blaž Stres, Klemen Gricar e Tomaž Jakofčič.
Ho provato a scalare tutte le 82 vette in 82 giorni e non ci sono riuscito: in più ho raggiunto le ultime vette ormai in primavera. Fare questa traversata tutta d’inverno, a rifugi chiusi, sarebbe ovviamente un passo avanti. Ma ci sono molte altre catene montuose nel mondo ancora in attesa di traversate, dove si può sperimentare una completa assenza di colonizzazione umana. Mi stanno aspettando!

Valič sulla vetta di Les Droites (l’ultima vetta delle 82), 7 aprile 2007. Foto: Blaž Grapar.

Sommario
Area: Alpi
Ascensioni: Miha Valič ha scalato tutti gli 82 dei Quattromila “ufficiali” delle Alpi, da solo o con vari compagni, in 102 giorni, dal 27 dicembre 2006 al 7 aprile 2007.

Una nota sull’autore
Nato il 4 novembre 1978, Miha Valič viveva a Lubiana, in Slovenia, e lavorava per l’unità sportiva della polizia slovena, e talvolta come guida alpina UIAGM. Partecipò a 10 spedizioni, in Yosemite, Bolivia, Patagonia e Himalaya e Karakorum. Con Matjaž Jeran nel 2003 aveva salito in libera la via Freerider al Capitan. L’anno dopo la prima salita in stile alpino di Eternal Flame sulla Torre di Trango con Tomaž Jakofčič e Klemen Mali. Valič praticava anche l’arrampicata sportiva, fino all’8b+. Quando non lavorava o non scalava, Valič dedicava molto del suo tempo all’addestramento del suo golden retriever, Uka, come cane da ricerca e soccorso. E’ morto il 5 ottobre 2008, durante la discesa dalla vetta del Cho Oyu.

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82 x Quattromila ultima modifica: 2021-12-05T05:59:00+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “82 x Quattromila”

  1. 6
    Antoniomereu says:

    Povertà di mezzi.
    Ricchezza di intenti.

  2. 5
    Andrea Parmeggiani says:

    Fabio, come è già emerso in seguito alla morte (in montagna) di fortissimi alpinisti, la questione è aperta. 
    La scelta è personale, i rischi sono tanti e quasi sempre sono accettati da chi compie simili imprese. Vedi anche la morte di Daniele Nardi. Ma anche se in questi casi la morte è un danno principalmente per sé stessi, coinvolge in modo stretto le famiglie colpite da questi lutti. Ma è comunque una scelta che viene fatta responsabilmente da questi alpinisti. 

  3. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Riflessione spicciola sull’andar per monti e sull’esistenza umana: quando terminò i suoi quattromila, a Miha Valič restavano solo diciotto mesi di vita. Morí a neppure trent’anni.
    Ne valeva a pena? A ciascuno di noi l’ardua sentenza.
    … … …
    È bene però che la sentenza si limiti alla propria vita, non a quella degli altri (salvo casi specifici con errori madornali, imprudenze imperdonabili, negligenze criminali). Nel caos di questo mondo ognuno ha il diritto di giocare le sue carte; a volte si perde, purtroppo.

  4. 3
    atanasio kostis says:

    Bravo!bravo!e ancora bravo,quello che hai fatto è non solo un impresa che pochi farebbero ma la realizzazione di un sogno con pochi mezzi tanto entusiasmo e tenacia,ti ammiro e anche un po’ di invidia perché ormai ho quasi sessanta anni e non ho più il fisico come mi sarebbe piaciuto esserci ciao
     

  5. 2
    Marco Tatto says:

    L’articolo integra molto bene l’intervista a Miha Valič comparsa sul numero di ALP Speciale Grandi montagne di luglio-agosto 2008 dedicato ai 4000 delle Alpi (dove compaiono, tra l’altro, anche diverse belle immagini inerenti il concatenamento invernale in questione). Grazie Alessandro.

  6. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    Anche se non è riuscito a portare a termine l’impresa nei tempi desiderati, credo che si tratti comunque di una grande impresa!

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