La riforma dei Piolet d’Or del 2008

La riforma dei Piolet d’Or del 2008
(nequaquam vacuum)
di Yuri V. Koshelenko
Traduzione © Luca Calvi

Il 26 gennaio 2007 Marco Prezelj salì sul palco e scatenò un vero e proprio putiferio. Rifiutò il Piolet d’Or (vinto assieme a Boris Lorenčič per la loro via nuova sul pilastro nord-ovest del Chomolhari 7326 m) e definì quanto stava accadendo uno “spettacolo da gladiatori”, una fiera della vanità. Ciò che allora disse in un inglese stentato, era più o meno questo: “Non si possono paragonare ascensioni diverse, così come non si possono paragonare mele e arance. La competizione spinge i giovani a correre rischi ingiustificati per trenta secondi di gloria sulla stampa”.

Il suo pathos era impeccabilmente puro dal punto di vista del purismo romantico, visto che le montagne sono uno spazio intimo, un dialogo dell’uomo con l’ignoto e non appena compaiono il cronometro, la giuria e i riflettori dei media, l’alpinismo muore, trasformandosi in uno sport agonistico o in spettacolo.

Marko Prezelj e Boris Lorenčič (che ha in mano la piccozza appena loro consegnata) poco prima della contestazione.

Prezelj si ribellò contro lo «spettacolo», nello spirito di Guy Debord. L’ironia qui è quasi alla Pierre Bourdieu: per avere il diritto di criticare l’istituzione che distribuisce il capitale simbolico, bisogna prima acquisirne l’interno. Il fatto stesso della legittimità conferita dal premio è diventato una risorsa per il suo stesso smantellamento.

A me sembra che quella sua critica sia stata «mal bilanciata», perché Prezelj aveva preso di mira l’istituzione che difendeva i suoi stessi valori, senza vedere cosa altro ne avrebbe preso il posto. Nel 2007 Prezelj combatteva contro i «vecchi demoni», ovvero il clamore mediatico e il prestigio nazionale (il tradizionale sciovinismo sportivo europeo). Pensava che, distruggendo il Piolet d’Or, l’alpinismo sarebbe tornato nelle mani di artisti liberi, capaci di leggere le pareti come libri e alla ricerca di un’avventura autentica.

Eh, proprio così non è andata…
Un luogo sacro non rimane mai vuoto. Distruggendo l’autorità di un’istituzione specialistica, non si lascia l’uomo solo con la natura. No, si concede campo libero al mercato. Si profilò così il boom di un surrogato neoliberista. Letteralmente pochi anni dopo la mossa di Prezelj, l’industria delle scalate commerciali («escursioni») sugli Ottomila esplose. Montagne piene di corde fisse a mo’ di corrimano dal campo base alla vetta, ossigeno a partire dai 6500 m, sherpa che trasportano l’attrezzatura e preparano il caffè e clienti che acquistano la «conquista» per decine e centinaia di migliaia di dollari, per poi autoproclamarsi «grandi alpinisti» su Instagram.

Ad essere intaccato, eroso, è il criterio di verità. Se non esiste un’istituzione in grado di dire: «Questo è alpinismo (stile alpino, autonomia, incognita, accettazione del rischio), mentre quello è un’attrazione costosa con elementi di lavoro fisico», allora a vincere sarà chi avrà il pacchetto turistico più costoso e il marketing più chiassoso.

Prezelj aveva attaccato i Piolet d’Or per la sua «insufficiente purezza» senza rendersi conto che quel concorso imperfetto, di compromesso e dipendente dagli sponsor, era una delle poche barricate istituzionali al mondo a frapporsi tra la cultura dell’alpinismo classico come arte e il supermercato neoliberista delle scalate.

Scherzo del destino, alla fine la storia ha rimesso ogni cosa al suo posto con un’ironia dal gusto amaro: gli organizzatori dei Piolet d’Or hanno ascoltato le critiche di Prezelj, di House e di altri puristi. Hanno eliminato il format del «vincitore unico», hanno introdotto le nomination per lo stile di una vita intera (premio Walter Bonatti alla carriera) e hanno iniziato a assegnare i Piolet d’Or non per il «primo posto», ma per la dimostrazione di un’etica eccezionale (stile alpino, light & fast, rispetto per la montagna).

In seguito, lo stesso Marco Prezelj ha ricevuto il Piolet d’Or altre due volte (per l’Hagshu 6515 m nel 2015 e per il Cerro Kishtwar 6173 m nel 2016), diventando il detentore del record della quantità di premi ricevuti (4, superato solo dai 5 premi di Paul Ramsden). Premi peraltro accettati. Perché? Forse perché ha capito che o si partecipa alla definizione dei criteri di autenticità, oppure questi criteri saranno formulati definitivamente da una guida commerciale con un milione di follower sui social.

Il pilastro nord-ovest del Chomolhari 7326 m

La ribellione di Prezelj del 2007 fu quella di un uomo interiormente libero, di vecchia scuola, educato ai valori assoluti dell’autenticità, contro la pressione della sfera mediatica. Da romantico qual era, però, non aveva previsto abbastanza bene quanto sarebbe stato più spaventoso e totalizzante il passo successivo della macchina capitalista: la trasformazione della scalata stessa in un simulacro confezionato.

E così oggi i Piolet d’Or, anche se con qualche scricchiolio, striscioni pubblicitari e l’inevitabile tocco bohémien, rimangono proprio quel faro sull’isola dell’autenticità, un luogo dove chi ha scalato in coppia una parete su una montagna relativamente bassa viene applaudito in piedi, mentre chi è stato trascinato per mano su un ottomila aggrappandosi alla ringhiera semplicemente non viene ammesso alla soglia dello spazio del senso.

Credo proprio di poter affermare che su ciò che è accaduto nel 2007 ho un certo qual diritto di esprimere un’opinione, dato che ero presidente di quella giuria, al cui interno erano presenti anche Steve House con il suo compagno della scalata del Nanga Parbat, Christian Trommsdorf, nuovo presidente del Groupe de Haute Montagne, giornalisti di Montagnes Magazine e un giornalista sudcoreano che, a mio avviso, non si orientava bene nell’alpinismo e tifava per Prezelj semplicemente sulla base del fatto che lo trovava parecchio simbolico. Del resto, il primo Prix Léopold nel 1992 fu assegnato proprio a Prezelj insieme ad Andrej Štremfelj.

Le critiche a Prezelj, comunque, devono essere inserite nel contesto storico. Egli infatti si opponeva innanzitutto alla gerarchia sportivo-mediatica, accusando principalmente la redazione di Montagnes Magazine di essersi appropriata del titolo di «Migliore». House e Prezelj erano contrari alla trasformazione di esperienze alpinistiche non comparabili in una competizione con vincitori e vinti, e in questo avevano in gran parte ragione. Qualsiasi premio può incoraggiare la vanità, l’assunzione di rischi per ottenere riconoscimento e la dipendenza dal giudizio esterno.

La mia critica al nuovo formato
Cosa è successo? Il giudizio diretto e immediato degli esperti sulla qualità della scalata, forse discutibile e di parte, ma comunque esplicito e contestabile, è stato successivamente eliminato dopo il 2008, grazie agli sforzi dei redattori del formato. Il giudizio non è scomparso, ma è stato sostituito (il vuoto non esiste) dalla sua rappresentazione (e chi sono i giudici?), uno spettacolo, una forma mediatica in cui il contenuto viene sostituito dall’immagine dello stesso. Quando la giuria esplicita e aperta è stata rimossa dalla scena, è scomparso il dibattito pubblico. Prima era possibile criticare i giudici, discutere con loro faccia a faccia e la loro parzialità era evidente e onesta nella loro umanità.

Dopo il 2008 questo processo è diventato ermetico e si svolge dietro le quinte. Una giuria tecnica emette il verdetto a porte chiuse diversi mesi prima del festival. Al pubblico e alla comunità viene presentato un prodotto già pronto, una bella shortlist e profili patinati dei vincitori. Il contenuto (sudore, sangue, paura e compromessi etici reali sulla parete) viene confezionato in una narrazione mediatica perfetta. La scalata viene valutata non tanto in base al fatto in sé, quanto al modo in cui gli alpinisti sono riusciti a documentarla, fotografarla e presentarla.

Si è eliminata la competitività in nome dello spirito dell’alpinismo: lo stile leggero, l’arte delle scalate, l’essere se stessi. Il risultato, però, non è stato un ritorno a quello spirito, bensì la sostituzione di una forma di riconoscimento (la classifica sportiva) con un’altra, più sfuggente (la visibilità mediatica). Con il vecchio sistema per ottenere riconoscimento bisognava compiere un’impresa sportiva riconosciuta dagli esperti, anche se tutti poi li odiavano per lo stile impegnativo. Con il nuovo sistema, per finire nel mirino del comitato organizzativo (in quella stessa Big List), l’alpinista deve essere visibile nello spazio mediatico. Una scalata compiuta da una coppia geniale, ma solitaria e taciturna, nello stile di Charlie Porter, che non gestisca i social media, ora ha molte meno possibilità di essere notata rispetto al progetto di alpinisti attivi sui media, con sponsor, action cam e droni.

La classifica sportiva era rigida, a volte crudele, ma aveva coordinate chiare (anche se contestabili, come nel caso dello Jannu e della squadra «Russkiy Put – Steny Mira»).

La nuova forma mediatica di dominio è molto più pericolosa, perché si maschera da nobiltà. Proclama: «Siamo al di fuori della politica, al di fuori della competizione, celebriamo l’arte», mentre in realtà crea una casta di alpinisti “giusti”, la cui immagine corrisponde perfettamente agli standard occidentali di sostenibilità, leggerezza e correttezza politica.

Conclusione
La riforma di Steve House e Christian Trommsdorf, nel tentativo di strappare il premio dalle grinfie della rivista commerciale Montagnes Magazine e dalla frenesia sportiva (una sorta di Scilla), forse inconsapevolmente, l’ha ceduto in affitto alla Cariddi dei significati e delle immagini. Si è verificata la sostituzione del criterio «Cosa e come è stato fatto» con il criterio «Come appare e come trasmette i nostri valori». Da competizione tra atleti, il premio si è in gran parte trasformato in una mostra di arte concettuale, dove una giuria tecnica valuta la conformità degli autori del percorso a un manifesto alla moda.

I Piolet d’Or non sono l’isola dell’autenticità in sé, ma il faro che la sovrasta, la cui luce a volte manca il bersaglio. L’isola è la pratica: una coppia, un terzetto, una squadra su una parete sconosciuta, settimane di lavoro per una linea di cui verranno a conoscenza cinquecento persone. Il premio è utile esattamente nella misura in cui ricorda pubblicamente che tale pratica esiste ed è un metro di valutazione. Ma non appena i Piolet diventano un fine, si trasformano essi stessi in un simulacro, una valutazione allettante per le élite dell’alpinismo. La salute di questa istituzione si basa, in sostanza, sul fatto che i migliori tra i premiati la trattano con ironia, come Mick Fowler, ad esempio. E, probabilmente, questa è l’unica condizione possibile per qualsiasi «isola di autenticità» all’interno dell’economia dell’attenzione: essa vive finché i suoi abitanti non attribuiscono troppo valore a tale riconoscimento.

La riforma dei Piolet d’Or del 2008 ultima modifica: 2026-10-16T05:39:00+02:00 da GognaBlog

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