Piccola ipotesi indirettamente proporzionale all’eventualità.
Il mare intorno
di Lorenzo Merlo
(ekarrrt – 25 ottobre 2025)
Atto 0 – Premessa
L’emozione statunitense detta Destino manifesto impone ai suoi coinvolti una psicologia da crociata. L’intento di diffondere nel mondo il proprio modello socio-economico considerato il migliore in assoluto per l’individuo, per la società e per l’economia, può essere riconosciuto come matrice della politica interna ed estera prima e della geopolitica poi. Il sanguinante confronto ottocentesco con i “selvaggi” nativi e il successivo loro confinamento in enclavi rappresentano forse il primo esempio di civilizzazione manifesta per la quale i responsabili non pagheranno mai il conto.
In quel destino c’era intento fondamentalisticamente puritano all’origine che, nel tempo, è evoluto in volontà di egemonia, perdendo con la muta lo spirito morale per acquisire quello cinico. In sostanza, God bless America, in voga ancora oggi, non è che una patina adatta a nascondere le pretese di potentati plutocratici finanziari, tecnologici, industriali, sempre taciuti e per molti occulti, con i quali, chi più, chi meno, i presidenti degli Stati Uniti devono fare i conti per restare in sella. Non rispettarne il potere è mancare al primo comandamento della religione egemonica, uno sgarbo grave che può costare loro la vita.
Atto I – Lungimiranza
Verso l’epilogo della Seconda guerra mondiale, gli argonauti di Jalta (1945) scomposero e ricomposero il mondo a proprio gusto, diritto ed equilibrio.
Quell’evento aveva offerto agli statisti statunitensi l’opportunità per implementare la forza del proprio potere militare, economico e di comunicazione. Infatti, due anni più tardi, la lungimiranza del Piano Marshall (1947) avrebbe permesso loro di estendere virtualmente il proprio territorio all’Europa occidentale intera.
Gli aiuti economici per la ricostruzione legavano economicamente e sentimentalmente buona parte del Vecchio continente agli Stati Uniti. Un amore, ancora oggi, irrinunciabile per molti nostalgici e un giogo condivisibile per presunto interesse da parte di progressisti e conservatori d’Italia, tanto per impiegare termini obsoleti che andrebbero sostituiti e unificati con filoamericani, abiuranti di sovranità, ripudianti d’indipendenza. Un declino che questi considerano intelligente nonostante i tamburi di guerra che echeggiano da tempo e sempre più vicini.
Atto II – Preda
Ma gli aiuti agli alleati europei del Blocco Atlantico erano un cavallo di Troia per scongiurare l’eventualità, seppur lontana, ma pur sempre da considerare, di restare soli in mezzo al mare, in possibili balie di tempeste d’oltre oceano. Un timore vivido, a causa della neo-potenza sovietica e della nascita del Patto di Varsavia (1955), contraltare della creazione della Nato (1951).
Non era opportuno sottovalutare l’eventualità di soccombere militarmente al nuovo blocco orientale, con il quale, dopo la riunione in Crimea, si sarebbe dovuto fare i conti. La competizione per la conquista dello spazio, la corsa agli armamenti, gli scudi satellitari, l’implementazione delle armi nucleari prima e tecnologico-digitali poi, il filone hackeraggio, intelligenza artificiale inclusa.
Se il destino manifesto aveva animato la politica statunitense nei confronti di un mondo impreparato a quella modalità pragmatico-mercantile di rapportarsi, dal termine della Seconda guerra il campo mondiale non era più indifeso e in discesa. L’imperialismo dell’Unione Sovietica e i paesi che controllava avrebbero potuto prendere il sopravvento e ridurre gli Stati Uniti e l’America settentrionale terra di conquista o costretta all’autarchia.
La Guerra di Corea e quella del Vietnam, insieme a numerose altre azioni e politiche, solitamente e giustamente considerate quali interventi di accerchiamento dell’Urss, contenimento dei paesi filosovietici e filo comunisti, estensione del controllo politico e installazione di basi militari – Giappone e non solo incluso – non sono solitamente concepiti anche nella prospettiva di esorcizzazione del rischio di autarchia nord-americana.
Atto III – Sorpresa
Il collasso dell’Unione Sovietica (1991), con la conseguente indipendenza e diritto all’autodeterminazione dei paesi che la costituivano, aveva resuscitato il pensiero di un definitivo dominio mondiale per gli Usa.
Nonostante la strada spianata, nonostante le primavere arabe e quelle colorate e il sostegno agli islamisti, tutto a regia statunitense, per allungare definitivamente i propri tentacoli intorno al globo, la storia rilasciava la sua nuova sorpresa. Putin riusciva prima a tenere insieme la Confederazione, nonostante El’cin e la relativa svendita dei beni statali e la conseguente creazione di potenti oligarchi spiritualmente antirussi e filoamericani, e poi realizzava una ripresa economica sufficiente a non sottostare ai diktat d’oltre oceano.
Di diversa natura ma di pari eccezionalità, una grande educazione popolare e un costo del lavoro considerevolmente inferiore a quello occidentale permettevano l’avvento della Cina sul teatro geoeconomico e geopolitico.
Atto IV – Nel frattempo
Altroché i nostrani anni Ottanta, la Milano da bere e i relativi berlusconiani scorazzi sulle lande degli ultimi. Gli anni Novanta offrirono agli Stati Uniti e alla Nato una festa sperata, ma in buona misura inattesa e provvidenziale. Infatti, come se non bastasse, travestita da cameriere, la storia aveva portato al tavolo del sistema panoptico statunitense la guerra civile e secessionista della Federazione Jugoslava. Una pietanza succulenta che fece sbrodolare di acquolina i pensieri e le strategie atlantiche. Quale occasione migliore per attestarsi in quella parte di Europa che era quasi un braccio intorno al collo della Russia?
Sostenere la parte cristiano-croata e musulmano-bosniaca avrebbe permesso di gambizzare gli ortodossi serbi di Bosnia e di Serbia, da sempre sorellina comunista di grande mamma Russia.
A spappolamento jugoslavo avvenuto (1995) sulla tavola degli alleati fu posata una torta (1999). Al centro c’era la ciliegina detta Kosovo i Metohija. L’assalto delle fauci mai sazie dei civilizzatori nato-statunitensi fu immediato.
Appoggiare la guerriglia dei musulmani-kosovari, bombardare i civili serbi, alimentare gli eventi bellico-politici fino alla realizzazione della unilaterale dichiarazione di indipendenza del Kosovo-Metohija dalla Serbia da parte dei musulmani filo-albanesi, non era per proteggere i poveri musulmani sfruttati e vessati dalla minoranza serba residente nella più sacra tra le regioni degli ortodossi balcanici. Era invece per installarsi ancora più a est, ancora più vicino alla Russia. Era per realizzare la base Bondsteel, nel Kosovo i Metohija sud-orientale, la più grande nei Balcani. Cioè per avvicinarsi, armi in saccoccia, al nemico di sempre seppur in quegli anni, già reso moribondo dal crollo dell’Urss. Quindi, per l’epoca, prossima facile terra di conquista manifesta.
Atto V – Mastice scaduto
E siamo alla guerra Ucraina e a quella Israeliana, ancora una volta necessarie a ridurre il rischio di trovarsi soli in mezzo al mare, per non dire schiavi. L’Ucraina quale ultimo tentativo di scalzare Putin e smembrare la Confederazione russa, lo sterminio palestinese per attestare un proprio pari in un’area altrimenti nemica, nonché presenza mediterranea e quindi italiana, terra a stivale quale vedetta di controllo, garitta di protezione e rampa di lancio per ogni futura necessità.
Un rischio autarchia che, per essere sventato, tra tutto richiede proprio la guerra e la sua industria che, solo se produttiva, permette agli Stati Uniti buona parte del galleggiamento internazionale, nonostante la navigazione nelle acque abissali del suo debito pubblico. Ma anche nazionale, visto il crescente ribollire bellico-civile, per il quale il mastice del God bless America e dell’America first potrebbero non bastare più.
Atto VI – Poli, non polli
E siamo ai Brics, ultimo colpo di teatro della vicenda geopolitica, creazione per ora su un’idea precisa e pochi fatti, a parole fondata sulla collaborazione internazionale e sul rispetto reciproco, al fine di una pace commerciale capace di emanciparsi dalla necessità delle armi.
Si tratta di una filosofia potenzialmente traumatica per l’identità e la psicologia statunitense, abituata ad identificarsi con la forza del messaggero celeste prima e con la necessità della guerra poi. Dunque tutto un rampicante da seguire nelle volute che il futuro ci mostrerà.
Tuttavia, nonostante l’incertezza degli sviluppi geopolitici, le pretese dello stato profondo e i conigli sempre saltellanti nel cilindro della storia, l’epoca trumpiana, più che mai direi quasi confucianamente pragmatica e animata dall’America first, potrebbe essere la giusta ricetta galenica per tenere a bada un mal di testa americano altrimenti esplosivo.
Atto ipotetico – Il mare intorno
L’abbandono da parte statunitense e, giocoforza della Nato a propria – diretta o indiretta – guida, dell’Unione Europea meticciata UK in merito alla guerra ucraina potrebbe essere un segnale a favore di questa ipotesi di disponibilità di spartizione del mondo di matrice Brics.
O di paura? Perché non chiederselo? Cina e Russia affiancati da Pakistan, India, Brasile e altri paesi a questi sodali avrebbero molte ragioni di vendetta per lasciare solo il Nord America con il mare intorno.
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Il vagheggiamento di un mondo migliore indugia sempre tra la malinconia di ciò che avrebbe potuto essere se…. (il fantastico mondo idilliaco dei nativi di ovunque) e la nostalgia di ciò che non sarà mai, perché pio desiderio di chi, avendo tutto, non sa più che desiderare.
L’occidentale satollo si nutre di fantasie a danno altrui.
Curiosità. I «potentati plutocratici finanziari» di Lorenzo Merlo sono lo stesso «sistema oligarchico-plutocratico» di Massimo Cacciari (pubblicato da ariannaeditrice.it il 29.9.25 si legge poi in gognablog del 22.12.25 Gli occidentali vivono nell’età del vuoto) e di Luciano Canfora: «Nella plutocrazia vince chi fa i soldi» (sulla Stampa del 13.12.25). In questo modo la polemica degli antifascisti contro il capitalismo riprende senza saperlo le stesse parole dei fascisti.