Alla scoperta del calcare francese

Alla scoperta del calcare francese (RE 032)
di Ugo Manera
(pubblicato in Pan e Pera, 2003)

Il 1972 fu l’anno della scoperta del Caperal nella Valle dell’Orco, atto d’inizio del capitolo “Nuovo Mattino”. Ormai il dialogo con Gian Piero sull’etica dell’alpinismo e sulla formulazione di nuovi progetti di scalate era incessante; dopo il ritrovo settimanale al CAI, quando ci cacciavano fuori per chiudere la sede, andavamo a discutere in strada, sui marciapiedi di via Pietro Micca, fin oltre la mezzanotte, poi andavamo a dormire, ma nei giorni seguenti riprendevamo il discorso con interminabili telefonate.

Nella primavera, dopo la bella esperienza delle Tenailles de Montbrison, decidemmo di proseguire nell’esplorazione delle pareti calcaree delle Prealpi francesi.

Quando ancora era stagione dello sci alpinismo, con Ennio Cristiano avevo ripreso la serie di nuove vie nel Gruppo Castello Provenzale in Valle Maira, aprendo la via di Pasqua alla Punta Figari, ma già il 30 di aprile ero partito con i miei compagni alla scoperta del Vercors. Avevamo letto su La Montagne et Alpinisme un articolo di una scalatrice francese, Mirelle Marcks, che con toni drammatici raccontava di una scalata su di una parete liscia e verticale dal nome significativo, La Pelle (la pala), dove, per superare una placca a grattons (bugnette), era dovuta ricorrere a esercizi di respirazione yoga. La parete era alta trecento metri e la voie des Parisiens descritta era stata aperta in due giorni da nomi celebri dell’alpinismo francese: Lucien Bérardini, Robert Paragot, Christophe Gicquel ed Émile Troksiar, il famoso Zatopek. Tanto bastò per metterci la voglia di andare a confrontarci con l’intrigante problema.

La Pelle

Eravamo in quattro: Ennio Cristiano, Gian Piero Motti, Alberto Re ed io, una bella e variegata compagnia, all’interno della quale non mancavano gli argomenti per discussioni a tutto campo sui temi più vari, discussioni che assumevano a volte toni animati, soprattutto dopo la prima bottiglia di vino nei simpatici ristorantini francesi, ma che alla seconda bottiglia scendevano di livello fino a decadere nel più conformista degli embrasson-nous. Quel viaggio fu una bellissima scoperta per noi; più di tutto ci colpì il paesaggio, selvaggio e dolce allo stesso tempo: poche abitazioni, grandi foreste alternate a zone più aride ove crescevano a stento arbusti spinosi bruciati dal sole. Le pareti, verticali e affascinanti per l’idea di difficoltà che infondevano, si innalzavano partendo dal bosco e terminavano sul lungo altopiano, coronate in cima da rade pinete. La nostra cultura classica di alpinisti ci aveva abituati a ritenere “montagna degna” solo quella che si erge al di sopra delle grandi forme di vita; dove troneggiavano gli alberi di alto fusto, al massimo prendevamo in considerazione delle palestre di arrampicata. Vedere quelle formidabili pareti, chiaramente estreme, sormontate da alberi, sconvolgeva un po’ i nostri schemi di valutazione tradizionali. Scalammo La Pelle e ne uscimmo entusiasti, non dovemmo ricorrere a pratiche yoga per superare le placche a grattons e ritornammo con la convinzione di poter affrontare tutte le pareti che ci avevano fatto sognare, anche le più difficili.

Durante i nostri viaggi, scendendo la valle della Durance alla scoperta del “terreno di gioco” dei francesi, passavamo sempre sotto la grande parete della Tête d’Aval, e tutte le volte ci fermavamo a osservarla. Oggi questa montagna è conosciuta da tutti gli scalatori per le formidabili vie moderne (attrezzate a spit-fix) della sua parete sud; allora era totalmente ignorata, solo Gian Piero ed io, accaniti lettori di cose francesi, sapevamo dell’esistenza di due vie molto difficili, una aperta da René Desmaison, l’altra tracciata da un forte alpinista di Marsiglia: Jacques Kelle. Il successo su La Pelle ci convinse che eravamo pronti anche per la Tête d’Aval: optammo per la via dei Marsigliesi e, due settimane dopo la visita in Vercors, eravamo lì, a risalire il suggestivo Bois de Parapin camminando con la testa rivolta verso l’alto, nel tentativo di scoprire i misteri della grande e sconosciuta parete che incombeva su di noi.

Tête d’Aval, Briançonnais

Eravamo in cinque, a Gian Piero e a me si erano aggiunti Fulvio Berrino, Roberto Bianco e Guido Morello; pernottammo in un alberghetto a Valloise, poi in macchina salimmo per una tortuosa sterrata che ci portò nel cuore del bosco. Il posto ci piacque, la foresta era formata da pini silvestri con le fronde verdissime e il tronco rossiccio, il terreno sotto gli alberi era secco e aspro, privo di sottobosco; sempre presente, incorniciata dalle verdi chiome dei pini, la grande parete della Tête d’Aval. Un buon sentiero tagliava il bosco con strette serpentine, lo seguimmo fino a una fontana scavata nei tronchi di pino dall’acqua freddissima: la Source de Marcelin. Da lì una ripida traccia ci portò sotto i primi contrafforti, poi, piegando a destra su terreno instabile, raggiungemmo un canalino ripido e franoso che scendemmo in direzione di una sorgente che sgorgava dalle rocce alla base della parete; più oltre trovammo il diedro di attacco della via Kelle.

Visto da sotto, l’obiettivo prometteva forti difficoltà ed esaltava la nostra voglia di affrontare i tratti verticali e gli strapiombi giallastri. Con le precedenti salite avevamo preso confidenza con il calcare delle Prealpi francesi ed eravamo ormai in grado di capirne i segreti. Questa roccia, meno lavorata della dolomia alla quale eravamo abituati, presenta splendidi muri grigi con pietra magnificamente scolpita dall’azione erosiva dell’acqua; quei risalti però sono compatti e con i mezzi di allora non erano percorribili a causa della totale assenza di fessure dove piantare i chiodi per assicurarsi. Anni dopo, con l’avvento delle protezioni fisse (spit-fix) conficcate in fori praticati nella roccia, le monolitiche lastronate grigie vennero ricercate per tracciare degli itinerari d’arrampicata libera straordinariamente belli; negli anni Settanta invece bisognava evitarli e dirigersi in zone più rotte, soggette alla presenza di pietre instabili.

Tête d’Aval

Divisi in due cordate incominciammo ad arrampicare lungo il diedro, incuranti delle nuvole che stavano velando il cielo. Gian Piero e Guido partirono in testa alternandosi al comando; seguivo io con legati dietro Fulvio e Roberto; i miei due secondi salivano contemporaneamente per mantenere quasi la stessa velocità di una cordata da due. Il primo tratto non presentò difficoltà elevate e al culmine del lungo diedro un pino contorto fornì l’ancoraggio per la sosta. Quando vi giunsi, Gian Piero stava già piantando chiodi in un muro di roccia gialla e friabile; comparvero le staffe e, rannicchiato sopra di esse, Gian Piero si fermò e fece salire il suo compagno. Guido proseguì in testa, faticò a lungo nel cercare di piantare un chiodo che non entrava, poi, persa la pazienza, si accontentò di una lametta tutta storta e mezza sporgente, vi agganciò un moschettone, passò una delle due corde e proseguì. Quando il muro giallo fu libero mi avviai, evitai la sosta sulle staffe e, quando arrivai al chiodo che aveva fatto penare Morello, valutai che non avrebbe tenuto un’eventuale caduta; allora pazientemente ne piazzai uno migliore, superai il mal passo e uscii su un’ampia cengia detritica. Un bel diedro alto quaranta metri ci portò su un’altra grande e comoda cengia. Al di sopra la parete incombeva oltre la verticale e appariva oltremodo compatta, l’unica possibilità di salita era rappresentata da una serie di fessure che si insinuavano, oblique da destra a sinistra, tra grandi strapiombi. Tutta la nostra attenzione era concentrata nell’arrampicata e non ci accorgemmo che il cielo si era completamente coperto. Gian Piero volteggiò a lungo sulle staffe e aggiunse numerosi chiodi a quelli che già esistevano; si fermò sospeso sotto un soffitto molto sporgente, Guido lo raggiunse poi toccò a me esibirmi in numeri da funambolo. Quando arrivai all’aerea sosta trovai i due amici fermi. Gian Piero sorridendo mi disse: «Guarda un po’ alle tue spalle».

Gian Piero Motti sulla via Kelle alla Tête d’Aval. Foto: Ugo Manera

Voltai la testa e vidi… una fitta cortina di neve che stava cadendo. Arrampicando non me n’ero accorto perché protetto dal grande soffitto che ci sovrastava. Il nostro tentativo terminò lì e ci toccò tornare indietro; uno solo dei miei due compagni salì fino a me per recuperare i chiodi, l’altro rimase ad attendere sulla cengia. Durante l’operazione Motti e Morello avevano piazzato le corde ed erano scesi; io calai, appeso alle corde, il compagno che mi aveva raggiunto, poi a mia volta mi lasciai andare in doppia roteando nel vuoto con lo sguardo perso tra la cortina di neve che cadeva e le nebbie che avevano invaso la valle. Continuammo la discesa con altre calate mentre la nevicata aumentava di intensità, la neve si fermava sul casco e bagnava i nostri vestiti. Guardandoci l’un l’altro in quelle condizioni, cominciammo a ridere e a scherzare, il disappunto per il forzato ritorno svanì e prevalse il buon umore. Alla base della parete tutto era ormai imbiancato e nel bosco trovammo il sentiero coperto da una spanna di neve; noi, in preda ormai a un’allegria fanciullesca, non provavamo più fastidio per nulla e ci imbiancavamo a vicenda scuotendo gli alberi coperti di neve. Il primo tentativo alla Tête d’Aval era andato male, ma mentre scendevamo sotto la neve formulavamo già i piani per un prossimo ritorno; l’occasione si presentò presto, nei primi giorni del mese di giugno.

Ugo Manera nel primo tentativo alla via Kelle della Tête d’Aval, maggio 1972. In testa sono Gian Piero Motti e Guido Morello. Foto: Roberto Bianco.

L’opportunità di concatenare tre giorni di libertà dal lavoro grazie a una festività infrasettimanale, ci indusse a fare una puntata veloce nelle Dolomiti per salire la via Ghedina-Lacedelli alla Cima Scotoni; quando giungemmo però al Passo Pordoi imperversava il maltempo: nebbia, nevischio e vento gelido. Senza esitare girammo l’auto e ripercorremmo verso ovest tutta la Val Padana sotto la pioggia. Una volta ormai vicini a casa, smise di piovere e qualche squarcio tra le nubi riaccese in noi l’ottimismo.

«Domani si va alla Tête d’Aval» sentenziammo all’unisono Gian Piero ed io, e così facemmo. Di buon mattino ci ritrovammo e riprendemmo il viaggio, questa volta in direzione di Briançon: avevamo intenzione di superare in giornata la prima parte della parete, bivaccare e terminare la scalata nell’ultimo giorno di festività. Eravamo nuovamente in cinque, ma dei reduci del primo tentativo eravamo rimasti solo più io e Gian Piero; gli altri erano Ennio Cristiano, Alberto Re e Daniele Arlaud.

Ripercorremmo in auto la tortuosa sterrata, poi a piedi il suggestivo Bois de Parapin con l’incombente parete che appariva e scompariva tra i coni verdi dei

pini; non era più misteriosa per noi due veterani. Presi da foga logorroica, ne illustravamo le caratteristiche, forse in modo prolisso, ai tre amici che per la prima volta la vedevano. Allora non immaginavo quante volte avrei percorso in futuro il sentiero che porta a quella grande muraglia.

Guido Santunione nella prima invernale della via Kelle alla Tête d’Aval. Foto: Ugo Manera.

Il tempo era splendido, noi allegri e animati da grande ottimismo; alla sorgente ci fermammo e, senza fretta, consumammo un’abbondante colazione. Non mi sentivo spinto dalla frenesia che solitamente mi prende quando mi accingo a iniziare una scalata impegnativa, non mi importava di perdere un po’ di tempo per guardarmi attorno, forse era l’effetto di quell’ambiente insolito, severo ma anche pieno di colori e in qualche modo riposante. Un volo di uccelli mi fece sollevare lo sguardo: sotto i tetti c’erano tanti nidi con i piccoli affamati che sporgevano il capo reclamando rumorosamente del cibo mentre gli adulti facevano la spola per alimentare la vorace prole.

Divisi in due cordate iniziammo la scalata che era mezzogiorno passato; davanti c’eravamo Gian Piero, Ennio ed io, dietro seguiva Alberto con Daniele. Gian Piero ed io avevamo già percorso la prima parte, perciò cedemmo a Ennio l’onere di condurre, noi avremmo poi fatto il nostro dovere di capocordata sul terreno ignoto. Superammo le fessure strapiombanti e il tetto sotto il quale aveva avuto termine il primo tentativo, continuammo su parete aperta molto difficile ma altrettanto bella, poi un lungo canale lisciato dall’acqua ci condusse alla grande cengia mediana. Era ormai sera e approntammo il bivacco, che mai fu tanto confortevole: grotta con fondo piatto, coperto di soffice erba, acqua corrente poco lontana, temperatura mite. Dopo aver ammirato il tramonto ci addormentammo profondamente.

Alessandro Gogna, Ugo Manera e Marco Furlani in cammino verso la Tête d’Aval, 7 agosto 2012. Foto: Valentina Villa.

Al mattino affrontammo la seconda parte della parete; incontrammo forti difficoltà ma tutto si svolse nel migliore dei modi. La Tête d’Aval ci aveva offerto due giorni di arrampicata intensa ed entusiasmante. La discesa fu lunga e verso sera ci ritrovammo nel Bois de Parapin con la testa rivolta all’indietro per guardare ancora la parete, commentando all’infinito ogni singolo passaggio superato.

L’entusiasmo per i successi primaverili sul calcare di Francia portò Gian Piero e me a formulare grandi progetti per l’estate. Allora sulla rivista del Club Alpino Francese, La Montagne et Alpinisme, veniva pubblicata una “Cronaca alpinistica” molto precisa, curata da Lucien Devies, il compagno di Gervasutti nelle sue tre grandi imprese nel Massif des Écrins. In questa cronaca venivano spesso riportate le impressioni dei ripetitori delle vie più recenti nel Massiccio del Monte Bianco; attraverso i commenti veniva delineata una classifica delle ascensioni più difficili, molte di queste figuravano nei nostri progetti e in primo luogo: la Bron-Contamine sulla parete ovest delle Petites Jorasses e lo Sperone Cordier ai Grands Charmoz.

In attesa delle condizioni propizie continuavamo a setacciare zone a quota più bassa. Nel Massif des Cerces, posto anch’esso nel circondario di Briançon, vi era allora un’unica via quotata di sesto grado: il Diedro Bertrand alla Crête du Rasin: ci venne voglia di andare a vedere com’era quel “sesto”. La salita non risultò granché, ma all’attacco incontrammo Gian Carlo Grassi, e questa fu una bella sorpresa.

Eravamo tutti preoccupati per il nostro amico: qualche mese prima un controllo medico di prevenzione del lavoro, aveva evidenziato l’inizio di una malattia polmonare e Gian Carlo era stato ricoverato in sanatorio. Vi era rimasto per più di due mesi e noi temevamo per il suo futuro di scalatore, ben sapendo quale fondamentale importanza rivestisse per lui la pratica dell’alpinismo. Fu con grande piacere che lo ritrovammo nuovamente in montagna, all’attacco di una parete, dopo essere stato dimesso dall’ospedale. Scalammo insieme il Diedro Bertrand formulando innumerevoli progetti per il futuro: i nostri timori per la salute del nostro amico vennero cancellati di botto.

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Alla scoperta del calcare francese ultima modifica: 2020-09-17T05:21:48+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Alla scoperta del calcare francese”

  1. 2
    Paolo Gallese says:

    Concordo! 

  2. 1

    Azione, poesia, sogni, umanità, incertezza e certezza… sono i racconti più belli, quelli che ti fanno venire voglia di partire. Partire, già, la cosa più difficile di tutte. Una volta partiti, l’effetto volano della meraviglia fa tutto il resto. E’ la gioia di vivere, altro che balle!
     

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