Alpinismo controcorrente

Alpinismo controcorrente
(sul Contrafforte Nord del Monte Nona)
di Alberto Benassi
(scritto nel luglio 2023)

In verità localmente l’hanno da sempre chiamato Monte Melo. Si racconta, che un tempo, più o meno lontano, sulla cima ci fosse una pianta di melo, che poi pare non fosse proprio un melo, ma un melaccio… Questo mel,o o melaccio che fosse, adesso non c’è più. Vabbè, i soliti misteri dei monti apuani, fatti di streghi, dispettosi linchetti e buffardelli, miti e leggende che si raccontavano a veglia nelle fredde sere d’inverno al sacro fuoco del camino, storie che riscaldavano anima e corpo. Fole oramai perse nelle notti di un tempo che fu, che a noi non dispiace affatto ricordare perché non vengano dimenticate. Lieve tocco di ingenuo e nostalgico romanticismo, che sicuramente farà sorridere i più, ma lo gridiamo ugualmente, nella speranza (vana) di far fronte al freddo tecnicismo imperante che sempre più pervade il mondo della montagna di oggi. Per fortuna, alcuni dinosauri ancora sopravvivono, remando faticosamente e testardamente controcorrente, resistono alla globalizzazione imperante che sta trasformando la montagna, nel grande parco avventura del consumismo verticale, che sempre più ci vede tutti in fila in una corsa assurda sullo stesso itinerario alla moda pubblicizzato sui social. Comunque, anche se dinosauri, in fondo siamo dei bravi ragazzi che non vogliono, più di tanto, complicare la vita a nessuno e per chiarezza e praticità geografica, ma soprattutto come si addice ad una seria, oggettiva e moderna… relazione tecnica, che non deve assolutamente creare dubbi nei ripetitori, lo chiamiamo Contrafforte Nord del Monte Nona. Ma in fondo, il dubbio, la scoperta, l’imprevisto non dovrebbero essere gli ingredienti dell’alpinismo…?

Lo spigolo est del Monte Nona, sopra la Foce delle Porchette. Il tracciato rosso delinea la via aperta il 21 agosto 2021: Edoardo Mutti, Silvia Tamagno e Alberto Benassi.

Dopo aver portato a termine nel corso degli anni la ripetizione degli itinerari esistenti, fatto un tentavo di via nuova rimasto da concludere, l’apertura di due nuove vie e di una bella variante, il Contrafforte Nord del Monte Nona mi è diventato un luogo familiare. Un luogo che mi piace, perché nonostante la vicinanza alle chiassose ed inflazionate pareti del Procinto, ed alla trafficata foce delle Porchette, antica via di comunicazione tra Stazzema in Alta Versilia e Palagnana sul versante garfagnino, è appartato, quasi timido, consapevole di essere una Cenerentola che ben difficilmente salirà agli onori, alla gloria sull’altare della moda arrampicatoria. Così, tra un giro di perlustrazione e l’altro, scruta e riscruta, anche con l’aiuto di un binocolo per cercare di carpirne i segreti, le difficoltà, scoprirne le soluzioni, ho adocchiato la possibilità di aprire un nuovo e logico itinerario in centro parete.

Alla fine la soluzione l’avevo davanti agli occhi: l’evidente costola, all’inizio coricata ed erbosa, poi con risalti sempre più verticali, che apre la strada alla stretta cengia alberata sotto al magnifico e verticale muro terminale. Dopo un solitario sopralluogo in cui, con un po’ di immaginazione, cerco di tracciare la linea di salita e con un bell’ometto di pietre e rami secchi incastrati tra i fusti di alcune piante, segno il punto dove salire comodamente alla base della costola, propongo la nuova avventura a Lorenzo Salvatori, un giovane amico di Seravezza, anche lui, come me, istruttore della Monteforato. E’ da tempo che si parla di aprire una via nuova insieme, e questa potrebbe essere la buona occasione per un verticale incontro generazionale. Ma raccontiamo un po’ di storia alpinistica di queste pareti che, nonostante le ampie possibilità di aprire nuovi itinerari, non hanno mai visto una grande presenza di arrampicatori. Sarà forse la roccia non proprio perfetta? Oppure il confronto con la più celebrata parete sud-ovest ed ancora la vicinanza del più comodo Procinto? Ci sta. Ma a noi un ciuffo di paleo in più non ci scoraggia. Siamo qui per arrampicare, ma più che in cerca del gesto, siamo qui per l’avventura, per la scoperta, e tutto questo non fa altro che renderla più intrigante. Ma giusto per inquadrare un po’ il luogo, facciamo un po’ di storia alpinistica della parete:

1964: Agostino Bresciani ed Elio Genovesi superano il verticale e imponente spigolo nord. Struttura ben visibile anche dal fondovalle, addirittura da Seravezza, lo spigolo, che poi in realtà non è proprio uno spigolo, non poteva passare inosservato agli occhi dei due versiliesi.

23 agosto 1981 Stefano Funck e Giovanni Vennai tracciano la via dei Viareggini lungo un diedro-camino a sinistra della via Bresciani-Genovesi. Linea logica ed evidente che non passa inosservata agli occhi curiosi dei due viareggini.

Primi anni ’80: Claudio Ratti e Fabio Businelli aprono un misterioso itinerario sulla destra della via Bresciani di cui non sono riuscito a sapere maggiori dettagli. Ratti, da grande esploratore apuano quale era, mette lo zampino anche sul Nona.

1 settembre 2002: Alberto Benassi, Enrico Puccetti e Luciano Sigali ripetono (la dimenticata) via dei Viareggini. Nella parte terminale, sopra la cengia mediana, si spostano a destra della via originale, realizzando una bella variante che regala una libera impegnativa che chiamano Variante dell’Improvvisazione. Usano e lasciano un solo chiodo oltre a protezioni veloci e clessidre.

A destra della via Bresciani-Genovesi, Alberto Benassi, Luciano Sigali e Giuseppe Tessandori riprendono l’attacco delle via Ratti-Businelli, proseguono sulla destra e aprono Cercatori di Emozioni. Gli insidiosi tratti erbosi e la chiodatura non proprio ascellare, fanno di questo itinerario un percorso piuttosto impegnativo, con brevi e non scontati tratti in artificiale e una libera non banale, dove, in alcuni punti, è meglio non cadere. Il 13 dicembre 2003, risalita la corda fissa lasciata nel precedente tentativo, graziati da una temperatura gradevole nonostante la stagione avanzata, concludono l’itinerario dal sapore decisamente alpinistico.

Il versante nord-ovest del Monte Nona. Lo spigolo a sinistra è quello nord dove (più o meno) sale la via Bresciani -Genovesi. Mentre la linea rossa a destra dello spigolo è Cercatori di Emozioni. Foto: Alberto Benassi.

21 agosto 2021: Edoardo Mutti, Silvia Tamagno e Alberto Benassi riprendono un tentativo fatto parecchi anni prima dallo stesso Benassi con Gian Luca Benedetti sul breve spigolo est sopra la Foce delle Porchette. Nel tentativo fu salito solo il primo tiro caratterizzato da una evidente fessura, usando chiodi normali e pochi spit messi a mano, ma a causa del freddo e del vento scesero con l’intenzione di ritornare, ma avrebbero dovuto passare ancora molti anni. Linea evidente dalla “logica bestiale”, possibile che nessuno ci abbia mai pensato? Forse la sua brevità, rispetto alla camminata per arrivare all’attacco, non ha fatto scattare l’interesse. Nell’agosto 2021, su proposta di Edoardo e ricorrendo al trapano, concludono l’itinerario, breve ma intenso, soprattutto nella scorbutica fessura del primo tiro, dove Edoardo sostituisce i vecchi chiodi che il Benassi aveva messo parecchi anni fa con fiammanti fix. A differenza degli altri itinerari questo è completamente attrezzato, lo stile sportivo adottato non è proprio nelle corde del Benassi, che brontola un po’ ma alla fine si lascia convincere e, imbracciato il trapano, anche se non proprio a suo agio, chioda il verticale spigolo del secondo e ultimo tiro. Lo so, qualcuno giustamente mi farà notare: “Benassi, non sei coerente, hai ceduto alle lusinghe del trapano”. Posso solo dargli ragione e recitare il mea culpa, mea maxima culpa.

Oltre a questi itinerari, sul lato ovest e nord-ovest, a sinistra e a destra dei grandi tetti, nel corsi degli anni sono stati fatti alcuni tentativi. Fino ad alcuni anni fa una misteriosa corda fissa, che era ancorata ad alcuni faggi sul pianoro sommitale, scendeva giù fin oltre la metà della parete. Adesso è rotta e penzola giù per la parete. Chi ce l’avrà messa…? Un dubbio ce l’ho ma oramai, purtroppo, non si può più chiarire. Questo lungo settore di parete, caratterizzato da muri compatti, forti strapiombi, grossi tetti e difeso da uno scorbutico zoccolo, è in attesa che qualche volenteroso si faccia avanti. Magari quel volenteroso, sarò io…? Una certa voglia c’è. Ci sarebbe anche da proseguire il tentativo, di appena due tiri, che feci con Luciano Sigali a destra di Cercatori di Emozioni, mirando al grosso diedro in alto, dove scendeva la misteriosa corda fissa.

Sabato 27 agosto 2022: belli carichi di chiodi, martelli, moschettoni, corde e cordini, friend, quattro spit dell’otto e perforatore a mano (da usare solamente se non ci saranno altre possibilità) e qualche altra cianfrusaglia, oltre al cordino di servizio per tirare su più comodamente materiale e zaini, diamo inizio ad una nuova avventura che, come tante altre volte, sarà sicuramente ricca di ambizioni ed emozioni. Fino a diventare appagante come un cibo prelibato, che prima ti fa venire l’acquolina in bocca, poi ti sazia fame e spirito. Ma attenzione, è solo un’illusione, un appagamento temporaneo, fino a quando ne verrà in mente un’altra e un’altra ancora. Allora la fame riprenderà più di prima, come se non avessimo mangiato abbastanza, in una sorta di bulimia di prime.

Mi porto anche due staffe ed un cliff, Lorenzo invece si promette di salire sempre in libera. Lui è giovane e sportivo, mentre io sono anziano e, come dice lui, un classico che non si tira certo indietro per un po’ di arrampicata artificiale, anche se oggi non è più di moda. Sportivo e classico, giovane e anziano, una bella combinazione che possiamo chiamare “incontro generazionale” dove la differenza di età e di mentalità, invece di creare divisione, porta ad un buon risultato perché si uniscono le forze, le rispettive qualità, l’esperienza del vecchiotto e l’esuberanza del giovanotto. Risalita senza difficoltà la prima parte della costola, arriviamo sotto ad una paretina strapiombante che la interrompe, incisa da una fessura. Lì per lì, ci viene la voglia di iniziare qui, ma rispetto alle strutture sarebbe una forzatura affrontarla direttamente. Visto che non siamo qui per fare una via sportiva, decidiamo di aggirarla a sinistra per una stretta cengia erbosa, entrando in un ombroso canale, dove prima di una strozzatura, sulla sinistra, attrezziamo la sosta di partenza con un chiodo, in cui infiliamo un cordino che lasceremo come segnavia.

In arrampicata su Incontro generazionale, parete nord-est del Monte Nona

Lorenzo parte per il primo tiro e uscendo a destra dal canale supera un muretto, riguadagnando la costola che risale fino a sostare su ottima pianta sotto il primo risalto verticale. L’arrampicata è facile ma resa delicata dalla roccia non proprio sicura, a tratti erbosa ed umida. Più che un tiro è una specie di zoccolo, dove alcune pianticelle, alcuni friends e un paio di chiodi che lasciamo, permettono di assicurarsi. Non è un bel tratto ma non vediamo altra soluzione. Ora tocca a me. La costola finalmente si fa più rocciosa, si verticalizza e mi presenta subito un bel muretto compatto non facile da interpretare. Piazzo un friend in un buco, è basso e non protegge bene, ma giusto per non ruzzolare giù fino alla sosta dovrebbe fare il suo dovere, con un deciso spostamento a destra afferro lo spigolo, mi alzo mettendo piede su un piccolo terrazzo. Superati alcuni passaggi impegnativi ma protetti da buoni chiodi, con piacevole sorpresa m’imbatto in un’ottima e robusta clessidra che rinvio. Ancora un passo difficile sulla sinistra, che proteggo con un ottimo chiodo, quindi per roccia più facile ma delicata arrivo su un comodo terrazzo, dove attrezzo la sosta su due chiodi, sotto una parete verticale che difende l’accesso alla cengia mediana. Bel tiro su buona roccia. Ora tocca a Lorenzo. Qui la roccia si fa più verticale e promette maggiori difficoltà, in compenso sembra di buona qualità. Salito sul gradino sopra la sosta e messo un primo chiodo e un friend, con delicato spostamento a destra, guadagna una provvidenziale clessidra che gli regala una buona protezione. Una buona fessura con altra piccola clessidra, gli permette di arrivare sotto una pancia piuttosto liscia, ultimo ostacolo (almeno credevamo) prima di arrivare alla vegetazione che scende dalla cengia mediana. Oggi ci fermiamo qui, bisogna rientrare, piazzato un buon chiodo calo Lorenzo e con una paio di doppie siamo giù.

Sabato 17 settembre 2022 le previsioni non danno nulla di buono. Il LaMMA mette nuvole, pioggia e saette almeno fino alle 11, poi dovrebbe andare a bello. Questo previsto miglioramento, unito a una certa dose di entusiasmo, ci dà fiducia. Lorenzo telefona ad un suo amico cavatore che lavora alle Cervaiole, che gli conferma che su non piove ed è tutto asciutto. Io non sono molto convinto, il Lamma di solito ci prende, ma visto che son previsioni e non certezze, speriamo nella bontà della dea bendata e andiamo su. E’ bello nuvoloso, ma in effetti non ha piovuto e sembra migliorare prima del previsto. Alla mia incertezza si somma anche un po’ di stanchezza. Forse il troppo relax settimana di vacanza che ho appena fatto, dove tanti sono stati i chilometri percorsi in macchina, ma zero con le gambe, mi hanno infiacchito. Lo zaino, bello peso, non mi aiuta e fatico a stare dietro al giovanotto. Beata gioventù. Alla fine siamo all’attacco e, come la volta precedente, riparte Lorenzo. La roccia è bella umida e nonostante sia facile bisogna salire con maggiore attenzione. Quando alle 9,30 arriva sul filo della costola, ecco due bei boati. Non ci non ci sono dubbi, sono due tuoni. Mi giro a guardare verso valle e verso Mosceta c’è bello nero, là ci piove e di brutto. Passano pochi minuti e la pioggia, accompagnata da belle raffiche di vento, è su di noi. Che si fa? Che non si fa?

In arrampicata su Incontro generazionale, parete nord-est del Monte Nona

Intanto tiriamo fuori dallo zaino la giacca perché non ci vogliamo inzuppare e poi aspetteremo per vedere se smette. Invece non smette, le corde son già belle inzuppate e presto lo saremo anche noi. Così, a malincuore, calo Lorenzo giù alla sosta e con una doppia scendiamo bagnati e, soprattutto, beffati! La dea bendata non ci è stata amica. 8 ottobre 2022 meteo ottimo e temperatura gradevole, da approfittarne, sicuramente oggi finiremo la via. Senza fare il giro da Aglieta, ma sempre seguendo la scorciatoia che porta più velocemente a Fonte Moscoso, di buon passo arriviamo all’attacco prima del previsto. Solito rituale di vestizione e preparazione e come da copione Lorenzo riparte per il facile, ma delicato, primo tiro. Poi io (ri)faccio il secondo e quindi Lorenzo riparte per finire il terzo, così da arrivare alla stretta cengia alberata sotto la pala finale. Non vedo l’ora di essere sulla cengia, da lì con tre tiri, sicuramente impegnativi, dovremmo riuscire e finire la via. Raggiunta l’ultima protezione che avevamo lasciato in una fessura, Lorenzo la rinforza con un friend, quindi con decisione supera la difficile pancia. Un bel passaggio, bravo! Sopra la roccia è sempre verticale, ma le preoccupazioni e i dubbi che avevamo sulla qualità della roccia di questo tratto, si fanno purtroppo realtà: muschio, erba, terra e roccia rotta. L’assicurazione è precaria e non ci sono altre possibilità per aggirare questo tratto pericoloso. Tra una imprecazione e l’altra Lorenzo si fa coraggio e prosegue, la speranza è che le radici e le frasche che ha intorno gli siano d’aiuto. Una continua pioggerella di sassi e terra passa sopra la mia testa. Ma la sosta è abbastanza riparata. Quando tutto sembra andare per il meglio, ecco improvvisamente un urlo, prima arriva un bel sasso, poi terra e muschio e alla fine Lorenzo, che cadendo va a sbattere il fondo schiena. Gli è franato il terreno sotto i piedi e s’è appena fatto un bel volo di diversi metri. Nonostante le dubbie protezioni, tutto regge, permettendo al sottoscritto di trattenerlo senza problemi. Alcune persone, che dalla vicina foce delle Porchette, ci stavano osservando da tempo, assistono in diretta al volo di Lorenzo e preoccupate ci chiedono se tutto è a posto e abbiamo bisogno di aiuto.

– Come va Lorenzo? Tutto a posto?
– Mi son preso una bella culata, mi fa male, ma non credo ci sia nulla di rotto.
– Intanto ti calo fino in sosta! Poi decidiamo il da farsi.

Calato Lorenzo in sosta e assicurato che è tutto integro, tranquillizzati gli spettatori, decidiamo di continuare ma vado su io. Lasciata la corda passata nei rinvii, ci scambiamo i capi, mi farò recuperare fino al punto dove è volato e proverò a proseguire, nella speranza di essere più fortunato. Con la corda che arriva dall’alto faccio presto ad arrivare al punto critico. Effettivamente è un brutto tratto, non c’è verso di evitarlo. Peccato, perché nella prima metà del tiro l’arrampicata è bella e su buona roccia. Con calma e delicatezza, scavando nella terra, alla ricerca di qualche buona radice a cui aggrapparmi, ce la faccio ad arrivare incolume alla fine del tratto terroso. Spostandomi a destra, oltre un albero, attrezzo una buona sosta piantando due ottimi chiodi che, come direbbe l’Imbecaro (Luciano Sigali), tiene una vacca.

– Lorenzo, molla tutto! Stai meglio? Te la senti di proseguire?
– Non lo so, sono un po’ tutto dolorante. Non vorrei avere sopra dei problemi.
– Ok, ok, scendiamo! Torneremo.

Prima ripetizione di Incontro generazionale (quarta lunghezza), parete nord-est del Monte Nona

Prima di scendere, mi faccio mandare su gli spezzoni. Uniti insieme faranno da rudimentale corda fissa che, lasciata in questo brutto tratto, ci agevolerà non poco la prossima volta che torneremo. Mentre mi faccio calare, recupero il materiale lungo il tiro, e in breve sono alla sosta con Lorenzo. Da qui con tre doppie siamo giù. Purtroppo è andata male. L’importante che Lorenzo non s’è fatto male seriamente. In un silenzio carico di delusione rifacciamo il materiale e con calma scendiamo. Ritorneremo! Nei giorni a venire nell’attesa che Lorenzo si rimetta, armato di un binocolo prestato da mia suocera, vado più volte alla foce delle Porchette per scrutare la parte alta in modo da capire dove poter proseguire. Un sabato rimango ad aspettare nei pressi della foce più di un’ora immerso nella nebbia, con la speranza che si diradi e mi faccia vedere la parete. Nulla da fare! Ci ritorno il primo di novembre e sempre con il binocolo di mia suocera mi metto a scrutare la parte alta.

Dall’ultima sosta che avevamo fatto sulla cengia, sembra di doversi spostarsi a destra per superare l’iniziale zona strapiombante, e prendere quello che sembra (forse) un diedro. Poi dritto in direzione di una placca biancastra, che pare piuttosto lavorata. Di certo però non c’è nulla. Vedremo. Nonostante si vada verso l’inverno, con giornate corte e fredde, sono comunque ottimista, magari riusciremo a finire la via prima che finisca l’anno, come la vicina Cercatori di Emozioni che finimmo il 13 dicembre. Ma la fortuna non sempre sorride all’ottimismo, tra brutto tempo ed impegni vari, siamo ormai a fine dicembre e non c’è verso di ritornare alla nostra parete. Gennaio 2023, il brutto non dà tregua, piove, la parete è bella inzuppata. Infine verso la metà di gennaio arriva la tanto attesa neve. Rassegnarci a questo punto è d’obbligo, a meno che non si voglia aprire la via d’inverno, idea originale che darebbe una maggiore impronta alpinistica alla via, ma non è questa la nostra intenzione. Passa l’inverno, la primavera e infine arriva l’estate, sabato 8 luglio 2023 ci riproviamo intenzionati a finire la via. Lorenzo risale il primo tiro, io faccio il secondo e mentre faccio anche il terzo, inizia a piovere. Ma non doveva essere bello?!? Effettivamente ha rannuvolato, il meteo che dà buono, vuoi vedere che ci beffa? Non ci facciamo intimorire, se piove ci bagneremo, senza tanti problemi arriviamo in cengia alla sosta attrezzata nei precedenti tentativi.

Ora bisogna trovare la chiave per superare questa prima parte strapiombante che difende l’accesso alla parete terminale. Trovare la chiave verso l’altro, è l’obbiettivo di ogni apritore, ma non tutti la cercano e la trovano nello stesso modo. Prima mi sposto a destra ma la roccia oltre che strapiombante è troppo compatta. A sinistra invece c’è un bel diedro, ha l’aria di essere difficile, ma sembra l’unico punto debole. L’idea è di salire il diedro fino al tettino che lo chiude, quindi traversare a destra per raggiungere quello che mi pare di intuire essere un terrazzino. Sono diverse le motivazioni che ci spingono ad aprire una nuova via, piuttosto che fare solo ripetizioni, magari su una parete dimenticata, meglio ancora se vergine, sicuramente non inflazionata, motivazioni che cambiano da persona a persona. L’incertezza di quello che abbiamo davanti è una di queste: intuire, tentare, sperare, risolvere, altre volte perdere e rinunciare. In una parola sola: avventura. Un’altra è poter toccare roccia che nessuno ha mai toccato, sensazione del tutto particolare. Un’altra ancora è essere il primo a fare quella via; da guinness dei primati, intenzione forse meno nobile, ma molto umana e sempre esistita in alpinismo, la cui storia è costellata di sfide e corse per la conquiste delle prime. Lorenzo dalla sosta mi dice che secondo lui il diedro è troppo duro. Sicuramente lo è, ma ci sono le fessure e questo mi basta per tentare. Metto un friend, poi un chiodo e mi alzo in artificiale con una staffa di cordino. C’è una piccola clessidra che riesco ad infilare con un kevlar sciolto che lasceremo. Piazzo un altro ottimo friend nella fessura di fondo e sempre in artificiale raggiungo la fine del diedro dove una bella clessidra fa mostra di sé. La fortuna sorride agli audaci…Infilata la clessidra con una fettuccia, traverso a destra, ancora due chiodi ed esco sul comodo terrazzino dove attrezzo la sosta con due chiodi. Intuito premiato! Tiro breve ma bello e impegnativo, bella anche la roccia. Lorenzo da secondo sentenzia che in libera non è meno di 7a. Sarà sicuramente così, per me, alpinista classico quale sono, è un difficile VI e A1.

Parete nord-est del Monte Nona, via Incontro generazionale

Come preventivato siamo sotto la pala finale, sulla destra della sosta la debolezza della roccia indica la linea logica di minor resistenza in obliquo verso destra per il prossimo tiro. I primi metri non sono difficili, dopo un primo friend in un buco, con piacevole sorpresa, proseguo infilando una serie di buone clessidre che, alternandole a qualche friends, permettono una buona assicurazione senza dover chiodare. Le difficoltà sono sul IV e V forse V+ ma la roccia non sempre buona, e un po’ di vegetazione, non permettono distrazioni. Alla fine riesco a finire il tiro piantando un solo chiodo poco prima della sosta. Ci siamo spostati a destra e, poco prima di arrivare dove poi attrezzo la sosta, sotto ai miei piedi, vedo un vecchio chiodo arrugginito che presumo essere della via dei Viareggini (Funck – Vennai 1981) che arriva da sotto. Poco a destra della placca biancastra, in un fessura, attrezzo la sosta su due chiodi e un friend. Fino a qui abbiamo rispettato i programmi anche se la vista del vecchio chiodo mi ha un po’ contrariato, contavo che la via fosse tutta indipendente. La parete si verticalizza di nuovo. La logica e la bellezza mi direbbero di salire diritto qualche metro, obliquare a sinistra sopra la placca biancastra in direzione di una pianticella prima di una specie di vago spigolo, oltre il quale non si vede, ma sicuramente da lì in poi la verticalità dovrebbe cedere. Lorenzo, invece, dice di salire dritti in direzione di uno strapiombo, bello ma mi sembra più difficile.

Stanchezza, sete, caldo, scarsità di chiodi (questa volta non ho portato gli spit), ci fanno vacillare. Eppure qualche chiodo l’avevamo, oltre a friends, un cliff e un pecker. Non me lo so spiegare bene perché non ci abbiamo provato. Forse avremmo dovuto fermarci tranquilli a riposare, bere e mangiare per recuperare forze fisiche e quella lucidità mentale necessaria, evidentemente un po’ svanita. Quante scuse, alla fine invece di uscire direttamente, scegliamo la soluzione più semplice: traverso a destra, dove vedo un altro vecchio chiodo, andando a prendere il canale di uscita della Funck-Vennai. Una filata di corda bella lunga e sono fuori da questo canalaccio assai insidioso, ricco di erba e muschio, meno male che ci sono diverse piante dove proteggersi e aggrapparsi facendo dei lanci da una pianta all’altra, manco fossi una scimmia. Giro la corda intorno ad un grosso spuntone e faccio venire Lorenzo. Una vigorosa stretta di mano tra il giovanotto e il vecchiotto e “l’incontro generazionale” è suggellato. Siamo contenti di essere in cima, ma allo stesso tempo un filo di amarezza traspare per non essere andati dritti, una smorfia di dispiacere per non avere avuto quella testardaggine necessaria di provarci dando alla via un’uscita propria. Siamo ben consapevoli che la via non diventerà alla moda, ma anche convinti di avere fatto un buon lavoro, nello stile che volevamo: una via impegnativa e ingaggiosa al punto giusto, non sportiva, su una parete non inflazionata. Dobbiamo solo tornare per la variante diretta, dargli un’uscita propria, quella ciliegina sulla torta, quel tocco di eleganza che manca e fa la differenza.

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Alpinismo controcorrente ultima modifica: 2024-03-12T05:33:00+01:00 da GognaBlog

15 pensieri su “Alpinismo controcorrente”

  1. 15
    Giovanni Viti says:

    I complimenti si sprecano. Il racconto è entusiasmante, la lettura ha catturato la mia attenzione e la curiosità della storia di questa parete, tanto da indurmi a rileggere la parte iniziale per capire il susseguirsi cronologico degli itinerari; verosimilmente come penso credo sei stato incuriosito te da questa amena parete del M. Nona di cui hai cercato di esplorare e carpire itinerari di puro interesse alpinistico, coinvolgendo in questa avventura compagni più o meno giovani con cultura ed esperienze non solo  alpinistiche ma anche sportive.

  2. 14
    Francesco Ciufo says:

    Una bella combinazione, tra Alpinismo classico ed arrampicata sportiva, dove generazioni diverse si ritrovano con lo stesso desiderio…….L’AVVENTURA in parete alla ricerca di una nuova linea da tracciare
    Bravo Alberto & Co

  3. 13
    alessandro biffignandi says:

    Bellissimo racconto e grande avventura! come sempre Alberto e soci sono garanzia di qualità quando si tratta di alpinismo e soprattutto di Apuane; per me lui ed il suo gruppo sono sempre stati fonte d’ispirazione su queste montagne e la maggior parte della (modesta) attività che ho svolto qui si rifaceva al loro stile; una mentalità direi contrapposta ai grandi “free climber” toscani, che hanno dominato la scena per anni cercando anche di lasciare ingiustamente nell’ombra tutti quelli che al trapano preferivano il martello; francamente a me hanno sempre affascinato maggiormente le imprese di chi ancora si mette in gioco con l’alpinismo tradizionale, piuttosto che gli 8a o gli 8b in libera.. sarò retrogrado, sarò uno stupido romantico ma l’esperienza interiore che ti regalano certe avventure vale molto di più della prestazione atletica portata all’estremo; continuerò su questa strada credo.. seguendo le orme di gente come Alberto e cercando se mi sarà possibile di contribuire alla tradizione alpinistica di queste montagne che amo e hanno sempre fatto parte della mia vita.

  4. 12
    Francesco Lamo says:

    E’ sempre un piacere leggerti Alberto. Ciao amico mio

  5. 11
    Matteo says:

    “Ogni dettaglio aggiunto alla narrazione di una avventura diminuisce la possibilità “
     
    Ma, si, forse…Ratman, vai a ripeterla e poi ci dici se la possibilità è diminuita sul serio

  6. 10
    Alberto Benassi says:

    Ogni dettaglio aggiunto alla narrazione di una avventura diminuisce la possibilità che la stessa esperienza sia “avventura” per altri: insomma fa della Wilderness – feticcio di questo blog – un piccolo mondo antico, un mito sentimentale.Per gli umani – che qui tanto si odiano – e impossibile non narrare e in questo modo spingere altri a percorrere nuove vie calpestando e consumando altro territorio.

    Uomo tarpone , te odi qualcuno qui dentro?
    Anche se qualche volta mi scaldo,  sinceramente io, qui dentro, non odio nessuno. E’ un sentimento che non ho ancora conosciuto. Ma non si sa mai.
    Raccontando le proprie esperienze, si toglie avventura agli altri? Spesso si , almeno in parte. Altre volte invece si fa cultura alpinistica. Sempre che qualcuno ci creda alla cultura alpinistica.
    Raccontando le proprie esperienze è possibile spingere gli altri a calpestare e consumare territorio? Forse si, o forse no almeno nel modo vissuto dal narratore. Che tu racconti o che non lo racconti, consumi territorio, anche se lo fai in punta di piedi. Lo consumi tutti i giorni per il solo fatto di vivere. I racconti però, come le canzoni, le poesie,   vanno a volte interpretati, perchè tra le righe,  hanno la presunzione, non sempre riuscita,  di mandare messaggi più o meno velati.

  7. 9
    Ratman says:

    Ogni dettaglio aggiunto alla narrazione di una avventura diminuisce la possibilità che la stessa esperienza sia “avventura” per altri: insomma fa della Wilderness – feticcio di questo blog – un piccolo mondo antico, un mito sentimentale.
    Per gli umani – che qui tanto si odiano – e impossibile non narrare e in questo modo spingere altri a percorrere nuove vie calpestando e consumando altro territorio.

  8. 8
    Gianfranco says:

    allora….abbiamo un giovane ,un “vecchio” armato di staffe , cavalcano un dinosuro per andare a sfidare quella torre del  Nona. La torre è difesa da streghe, linchetti e baffardelli che lanciano fulmini e sassi (e gli piscino in capa )ma i due son tosti e dopo varie battaglie invocando un incantesimo imparato dalla suocera ,hanno la meglio sulle nefaste presenze che urleranno all’Alberto….ma con tutte le   belle torri da conquistar ; proprio codesta dovevi arraffare……sempre stimato quel ragazzo Benassi

  9. 7
    Alberto Benassi says:

    Ma guarda chi si sente, il Genovese!! 

  10. 6
    Francesco Guzzardi says:

    Leggendo questa recensione mi tornano in mente le belle arrampicate fatte insieme ad Alberto,che oltre essere stato un ottimo maestro rimane sempre nei miei pensieri.Ciao Alberto spero di incontrarti.Il Genovese
     

  11. 5
    Adriano says:

    Bravo Alberto!
    Ora aspettiamo l’uscita diretta.
     

  12. 4
    Matteo says:

    Non ho ben capito se mi piacerebbe o no, ma la storia, quella si!

  13. 3
    antoniomereu says:

    Non resta che augurarVi buona ciliegina ,allora!

  14. 2
    Alberto Benassi says:

    Grazie dei complimenti Alessandro, è sempre un piacere raccontare  di Apuane.

  15. 1
    Alessandro Petrucci says:

    Alberto leggerti è sempre un piacere 
    Complimenti 

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