Alpinismo e alpinismi

Alpinismo e alpinismi

Partiamo dalla domanda: “Quante volte avete usato o sentito dire l’espressione “il vero alpinismo”? Significa che l’alpinismo è uno solo e tutti gli altri sono sbagliati o finti? No, certamente: significa che l’alpinismo “degli altri” non è quello “vero”. Ma siccome nessuno può provare che il proprio alpinismo sia quello vero, non rimane che accettare che gli alpinismi sono tanti. Non solo: ce ne sono sempre stati tanti.

Foto: Westend61

Tipologie
Vediamo come potremmo suddividerli per tipologia:
a) tipologia di terreno:
roccia, ghiaccio, misto, extraeuropeo, scialpinismo (da notare che appositamente non uso la denominazione skialp, proprio per sottolineare che qui si tratta di alpinismo vero e proprio fatto con gli sci e che in nessun caso lo scialpinismo può essere ridotto a semplice “gita” (il cambio di nome è sempre molto importante…). Non è un elenco completo, è solo per dare un’idea.

b) tipologia di imprese:
con guida, senza guida, solitarie, invernali, concatenamenti, speed climbing, esplorativo, di performance, in libera, ecc. Oggi ci sono ulteriori suddivisioni, multipitch, trad, avventura, plaisir (e ciò tralasciando volutamente l’arrampicata sportiva).

c) tipologia di associazioni:
CAI-UOEI-UISP-FASI sono associazioni assai diverse tra loro, nate nel tempo per assecondare classi sociali diverse da borghesia e nobiltà; fino ad arrivare anche all’assenza di associazioni, in presenza di gruppetti o di cordate autonome, legate tra loro non più dai sodalizi ma dai social.

d) tipologia libera-artificiale:
Questo binomio sta a indicare che l’alpinismo, per evolversi, ha bisogno di un processo ondulatorio, quello dell’assunzione di nuovi mezzi artificiali e successivamente della liberazione da questi stessi mezzi.

Foto: Lost Horizon Images

L’evoluzione
Dall’Assassinio dell’impossibile in poi il cammino è stato lungo: il riconoscimento della scala di Artificiale (A1, A2, ecc.), il riconoscimento dell’A0 (1974), la distinzione tra OS, flash, RP e quant’altro. Fino all’incasellamento in “specialità” della scalata artificiale vera e propria (che cambia il nome in “artif”: come detto prima, il cambio di nome è sempre importante!)

Oggi la tendenza è di non dare per fatta una salita fino a che non la si è fatta in arrampicata libera.

Tutti questi alpinismi sono sopravvissuti, e naturalmente ci sono ancora spazi dove esercitare le differenti discipline, nelle più diverse modalità. Basta osservare il moderno alpinismo commerciale himalayano e ritroveremo tutte le situazioni tipiche di una salita compiuta da De Saussure o da Madame d’Angeville!

Infatti è importante la conservazione di tutte le differenti specialità. Se fosse più semplice e regolamentato il recupero post-spedizione delle bombole di ossigeno, mi spingerei perfino a dire che dovrebbe essere conservato anche l’alpinismo che usa le bombole. Ma siccome la cosa non è affatto semplice ed è per nulla regolamentata, non mi spingo a difenderla, anzi. Siamo infatti in presenza delle più grandi baracconate odierne, dove la produzione dei cosiddetti record è ormai fuori controllo e lasciata solo a chi la spara più grossa o più strana. Una mania che ha contagiato alla grande anche gli sherpa.

Venendo infatti ai nostri giorni, ciò che salta all’occhio è l’uso smodato, a volte fortemente sconsiderato, di mezzi artificiali che decurtano i tempi di esecuzione dell’impresa, o la facilitano (autostrade, rifugi e bivacchi, impianti a fune, strade carrozzabili, ora anche in Himalaya e Karakorum, elicotteri e aeroplani.

Tra questi il più evidente e scandaloso è l’attrezzatura delle vie. Siamo partiti dai cordoni fissi sul Cervino e sul Dente del Gigante e siamo arrivati all’attrezzatura preventiva e stagionale delle vie normali degli Ottomila (non tutti fortunatamente ma, in primis, di Everest e K2).

E’ in questa confusa situazione che sulle vie normali degli Ottomila si producono i cosiddetti “record”, usando la battitura di pista degli altri, le corde degli altri, le tende degli altri, l’ossigeno degli altri in situazioni che ogni anno tendono a un addomesticamento della montagna sempre più serrato e feroce.

Ma soprattutto si nota l’uso abnorme che si fa della tecnologia, sia nel disegno e realizzazione dei materiali, sia nel sostegno dell’allenamento (che oggi anche in alpinismo si può definire scientifico), della progettazione (Google Earth), dell’alimentazione, della documentazione preventiva (dalle biblioteche e riviste specializzate siamo passati all’immediatezza e alla universalità di internet con possibilità di traduzione immediata), delle previsioni meteo, del soccorso.

Siamo arrivati a fare uso massiccio della tecnologia perfino con i mezzi (tracker GPS) che permettono di sapere in tempo reale dove si trova un alpinista, quindi non solo come mezzo per un possibile soccorso ma anche come prova se ha raggiunto la vetta o se l’ha mancata di pochi o tanti metri.

Il futuro
Secondo me bastano due semplici riflessioni per smontare questo castello di carte.

1) La tecnologia aiuta a raggiungere un obiettivo che però nel frattempo muta e obiettivamente diventa più facile. E’ questo che vogliamo? Vogliamo davvero ottenere ciò che ci affascina distruggendone la forza e il fascino? Davvero vogliamo dare scacco matto alla montagna sempre, in ogni occasione, però senza stare alle regole iniziali?

2) E poi: abbiamo mai riflettuto sul fatto che se la tecnologia (come è vero) moltiplica le nostre capacità umane, di fatto moltiplica anche le nostre incapacità, con conseguente perdita quasi totale di quell’istinto e di quella fantasia che da sempre sono alla base di ogni creazione alpinistica?

Di quell’istinto e di quella fantasia che dovrebbero essere i principali sostegni della nostra sicurezza. La tecnologia dei social ha il potere di delocalizzare l’azione, a volte di virtualizzarla proprio. Il social in tempo reale interviene nelle decisioni del protagonista, ma non è questo un gioco virtuale, è VERO. Non è una play station!

Per finire: alla fine degli anni Sessanta si era arrivati alla conclusione che la scalata in artificiale dovesse essere limitata (basta con le direttissime e superdirettissime) e che le nostre energie dovessero puntare invece all’arrampicata libera.

Quello in realtà era un processo che vedeva pian piano limitare il concetto di “vittoria”, subordinandolo a un più alto concetto etico del “come” si fanno le cose.

Un processo che non è ancora terminato neppure oggi dopo più di cinquanta anni.

Posso ipotizzare che prima o poi, per la sopravvivenza stessa dell’alpinismo, dovremo rinunciare a molta della tecnologia che oggi impera. Dovremo considerarla a tutti gli effetti la NUOVA ARTIFICIALE. Limitarla e vantarsi del non-uso… Perché l’alpinismo, come ha sempre fatto, possa ancora essere l’espressione del proprio tempo.

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Alpinismo e alpinismi ultima modifica: 2023-08-26T05:22:00+02:00 da GognaBlog

13 pensieri su “Alpinismo e alpinismi”

  1. 13
    Alberto Benassi says:

    Allora , vogliamo essere onesti,quando Messner disse hanno ucciso il drago , riferendosi all’uso dei chiodi ad espansione (che vengono usati comunemente per fissare le impalcature al muro)aveva ragione, usare mani e piedi e le fessure (esistenti!)

    12)  non facciamo confusione. Messner condannava il chiodo a pressione e le superdirettissime a goccia d’acqua.
    Ma anche lui ha aperto vie con tratti in artificiale, chiaramente senza perforare.

    Oggi la tendenza è di non dare per fatta una salita fino a che non la si è fatta in arrampicata libera.

    Questa è una grande cazzata. E’ una mistificazione della realtà, dei fatti.

  2. 12
    atanasio kostis says:

    Allora , vogliamo essere onesti,quando Messner disse hanno ucciso il drago , riferendosi all’uso dei chiodi ad espansione (che vengono usati comunemente per fissare le impalcature al muro)aveva ragione, usare mani e piedi e le fessure (esistenti!) Per fare sicurezza molte pareti sarebbero ancora inviolate, purtroppo l’uomo ha usato tutti i mezzi possibili ( vedi il compressore) che alla fine non è servito ad un emerito cazzo! Scusate l’eufemismo , perché Il ragno delle Dolomiti non lo ha mai voluto ammettere ma in cima al torre lui no c’è mai arrivato,a  (parole di Salvaterra)a parte questo eccesso di orgoglio Cesare Maestri era e rimarrà uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi,altri dicono che fanno il 9 a /8 b ma sono cazzate senza spit .Scusate lo sfogo….

  3. 11
    Ratman says:

    Arrampicata libera si, ma da cosa?
    I cosiddetti free climber si muovono in un sistema di regole asfissiante. 
    Troppo a destra a sinistra, red point flash a vista etc etc.
    Lo sport vive nella dimensione della regola che è condizione della misurazione della performance che a sua volta stabilisce chi è il campione, il migliore.
    L’alpinismo, ambito in cui la umana vanità gioca la sua carta, non è passibile di misurazioni. Per questo gli alpinisti si sono inventati l’idea di una etica: insomma un sistema di regole per stabilire chi usa il chiodo più lungo.

  4. 10
    Enri says:

    L’arrampicata sportiva non è’ libera nel senso enciclopedico del termine. Cioè’ l’arrampicata libera e’ quella che si fa ponendo le protezioni. Detto questo l’arrampicata sportiva ha liberato luoghi dove diversamente essere umano non avrebbe messo piede ne’ stretto presa. Andate a scalare a Ceuse, tanto per fare un esempio e poi ditemi se l’arrampicata sportiva non ha in se stessa esattamente il senso della libertà’. Oppure pensare che sia possibile porre le protezioni dal basso su una placca di Cimai? Sono cose diverse, a mio avviso nate e cresciute dalla stessa radice e voglia di arrampicare in modo impegnativo fisicamente e mentalmente.
    Qualcuno aveva richiesto la discussione spit si spit no….. ecco un’altra perfetta per le ultime ore sotto l’ombrellone…

  5. 9
    grazia says:

    Condivido pienamente le considerazioni a proposito della tecnologia, che tende a tener sotto scacco in luogo d’esser d’aiuto.

  6. 8
    Giuliano Bosco says:

    Credo che la frase chiave dell’intervento di Gogna sia “l’alpinismo come espressione del proprio tempo”. Come è noto … i tempi … tendono a cambiare o meglio, a evolversi. Chi arrampicherebbe oggi in Sbarüa con gli scarponi rigidi in cuoio come faceva lo scrivente agli albori della sua modesta carriera di montagnino ? Chi indosserebbe ancora in montagna una bella camicia a scacchi “Carlo Mauri” al posto delle leggere e traspiranti fibre sintetiche delle attuali vestimenta ? E chi partirebbe a piedi da Courmayeur per andare a rampicare sui “Satelliti del Tacoul” disdegnando la Skyway ? È vero, andare in montagna oggi è più facile, comodo, confortevole di un tempo. Ma lo stesso discorso credo che lo potrebbe fare un appassionato velista che considerasse il suo “andar per mare” odierno rispetto a quello di 50 anni fa. “È il progresso baby” mi verrebbe da dire, vale in ogni ambito dell’umano operare e opporsi o ipotizzare la rinuncia volontaria alla tecnologia o alla evoluzione dei materiali mi sa un pochino di Don Chisciotte della Mancia e della sua nobile lotta … con i mulini a vento. Vedo si tanta tecnologia ma vedo anche figure come il Della Bordella che compiono imprese importanti seguendo etiche tradizionali ma senza rinunciare a quello che il progresso mette loro a disposizione, social included. Certo, correre sulle tracce attrezzate da altri degli 8.000 può sembrare comodo, ma questi atleti fanno un gioco tutto loro fatto di velocità e di tempi record. Basta non confondere queste prestazioni con altri ambiti dove le regole sono diverse. Mi sembra, però, che ormai sia diffusa una maturità collettiva che non confonde chi sale e scende in giornata dall’Everest con chi si cimenta con una via nuova sulla Sud del Lhotse. That’s it.

  7. 7
    Alberto Benassi says:

    Ma dove sono i confini tra l’arrampicata “sportiva” e l’arrampicata libera

    L’arrampicata sportiva è tutto meno che libera.
    In ogni senso, non solo in quello del Greco.

  8. 6
    Alberto Benassi says:

    Messo il dito

  9. 5
    Gianni Battimelli says:

    Oggi la tendenza è di non dare per fatta una salita fino a che non la si è fatta in arrampicata libera.
    Vale certamente per Biographie a Ceuse. Vale anche per il Nose al Capitan? Se sì, temo che il novanta per cento degli alpinisti/arrampicatori dovrebbe decurtare sostanziosamente il proprio curriculum. Se no, diventa interessante la domanda: quand’è che la regola “se non l’hai fatta in libera non l’hai fatta” non vale più? A me sembra che abbia un senso solo all’interno di quella che chiamiamo “arrampicata sportiva”. Ma dove sono i confini tra l’arrampicata “sportiva” e l’arrampicata libera (libera nel senso di Livanos, quella cioè in cui sono libero di fare quello che mi pare)? Oh, qui finisce che stanotte non ci dormo, arrovellato dal dubbio: ma io, Hellzapoppin, la ho fatta o non la ho fatta? Ma poi, non si parlava di “alpinismo”, tralasciando l’arrampicata sportiva? E allora sto messo (stiamo messi) ancora peggio. Tutti quelli che sulla Bonatti al Capucin hanno toccato un chiodo mettano un dito qua sotto… non l’avete fatta, (non l’abbiamo fatta), banfoni…

  10. 4
    Ratman says:

    L’etica in alpinismo si riduce per lo più ad una valutazione dei mezzi utilizzati per raggiungere uno scopo.
    È più alpinista chi data una vetta usa meno chiodi per raggiungere la Cima- chiodo significa mezzo artificiale generico.
    Così più che altro si può parlare di una deontologia, cioè di un insieme di regole che definisce genericamente chi può dirsi alpinista. Regole sempre provvisorie ovviamente, ma utili a stabilire chi è il più bravo. 
    Insomma una consolazione da falliti

  11. 3
    Claudine J. says:

    En France, nous avons l’alpinisme mais aussi le pyrénéisme pour nos amis chauvins des Pyrénées !
    D’une manière générale, c’est la pratique de la haute-montagne.
    Et bien sûr, il évolue, c’est tout-à-fait normal.
    Ce qui est regrettable, c’est que l’éthique se dégrade, comme la montagne, hélas !

  12. 2
    Ezio Bonsignore says:

    Da modestissimo passeggiatore, mi sembra che curiosamente sfugga un punto, che ritengo invece centrale.
    “Un volta” (diciamo sino agli anni ’70/primi ’80) le discussione sul come, il dove e il quando erano una faccenda essenzialmente interna al mondo degli alpinisti stessi. Una salita fatta in un certo modo piuttosto che in un altro poteva suscitare polemiche anche molto violente, ma il cui senso rimaneva limitato all’ammirazione, o al contrario la critica, che un alpinista riceveva da gente del suo stesso ambiente e motivata grosso modo dai suoi stessi interessi.
    Quello che ha cambiato tutto è stata la nascita dell’alpinismo professionista finanziato dslla pubblicità. Questo fenomeno da un lato ha permesso a tantissimi alpinisti di vivere anche bene facendo cose, per le quali i loro padri e nonni dovevano pagare, che di per se’ è una cosa bellissima. Ma dall’altro lato, ha portato appunto alla ricerca continua ed esasperata dei record, del “famolo strano”, delle deformazioni sempre più grottesche delle pratiche alpinistiche. Questo non più, come in passato, per ottenere l’ammirazione degli altri alpinisti o per sentirsi superiore a loro, ma invece unicamente perché se non si fa così, gli introiti pubblicitari si prosciugano, e bisogna cercarsi un altro lavoro. Un altro aspetto collaterale, e non del tutto positivo, della faccenda è che le agenzie pubblicitarie non  sono organizzazioni umanitarie, e sono disposte a finanziare gli alpinisti professionisti esclusivamente perché la pubblicità impostata in questo modo funziona e fa vendete bene – da cui il sempre crescente affollamento nelle zone di montagna più famose.
    Sinceramente, non riesco nemmeno a concepire in via teorica come si potrebbe o dovrebbe uscirne.

  13. 1
    Riky says:

    il 29 è il mio compleanno: come regalo @crovella potresti scrivere qualcosa sulla chiodatura, dai facciamo un bel casino su spit si e spit no? Un “tutti contro tutti” alla vecchia maniera? una rissa epocale, il “Blues Brothers” dell’arrampicata! 
    Questa sugli alpinismi è noiosa….
    Grazie a tutti quelli che mi faranno gli auguri!

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