Amazon: to boycott or not to boycott?

Qui di seguito due articoli che esprimono punti di vista diametralmente opposti al riguardo del Black Friday e di Amazon.

Boicottiamo Amazon nel Black Friday
(intervista a Yanis Varoufakis, per il quale Amazon “sfrutta i lavoratori, uccide i piccoli negozi ed è il pilastro del tecno-feudalesimo“)
di Angela Mauro
(pubblicato su huffingtonpost.it il 27 novembre 2020)

Per Yanis Varoufakis, la sua rete di ‘Diem25’ e “200 milioni di attivisti del network Progressive International”, oggi non è un Black Friday di shopping online, ma al contrario: no shopping, nessun acquisto su Amazon. In questa intervista con Huffpost, l’ex ministro del Tesoro greco, ora parlamentare ad Atene e attivista della sinistra internazionale, lancia la campagna “Boycott Amazon”.

Yanis Varoufakis. NURPHOTO VIA GETTY IMAGES

Perché?
Oggi è una giornata di azione in tutto il mondo: chiediamo alla gente di sostenere i lavoratori dei magazzini di Amazon e gli attivisti che stanno ‘scioperando’ contro Amazon. Come? Non visitando il sito di Amazon almeno per un solo giorno. Nessun acquisto e nessuna visita su amazon.com. Perché Amazon non è solo un’azienda monopolista. Amazon è un pilastro del tecno-feudalesimo. Tratta i suoi lavoratori come macchine, non permette loro di sindacalizzarsi, li tiene in condizioni di estremo pericolo riguardo alla pandemia e sfrutta le piccole librerie, i piccoli negozi nel mondo senza pagare nessuna compensazione ai lavoratori, ai governi, senza pagare le tasse, niente per riparare l’enorme danno alle nostre economie e alle nostre comunità in tutto il mondo. Dobbiamo ribellarci a questo tecno-feudalismo, specialmente durante la pandemia. Iniziamo oggi.

A livello Ocse i governi hanno tentato di trovare un accordo globale sulla web tax, ma non ci sono riusciti, tanto che la Francia ha annunciato che andrà avanti da sola sulle tasse ai giganti del web. Gli Stati – e dunque i cittadini – hanno davvero delle armi per tutelarsi dalle grosse compagnie della Silicon Valley, dalla tecnologia?
Certo che i governi possono fare qualcosa. Nelle prossime settimane la rete ‘Progressive international’ metterà insieme un centinaio di parlamentari di diversi paesi del mondo per elaborare un piano da presentare poi nei Parlamenti nazionali. Obiettivo: tassare i profitti di Amazon, visto che finiscono nascosti nelle isole caraibiche attraverso, per esempio, l’Irlanda. Vogliamo chiedere che l’Ue vieti questo andazzo, cioè il fatto che Amazon riesca a usare paesi europei come l’Irlanda o l’Olanda per stipare i propri profitti ai Caraibi. Se le cancellerie europee riescono a mandare una troika in Grecia per distruggere un paese, di sicuro hanno il potere di tassare Amazon. Proporremo anche che nei paesi dove Amazon ha i suoi magazzini sia possibile la sindacalizzazione dei lavoratori: al momento Amazon rifiuta l’idea che i suoi dipendenti possano essere rappresentati dai sindacati. C’è una gamma di cose che i governi nazionali possono fare. La ragione per cui noi portiamo avanti questa campagna è per fare in modo che i politici non abbiano alibi per non fare ciò che avrebbero il potere di fare.

Pensa che con Biden alla Casa Bianca sarà più semplice portare anche gli Stati Uniti sulla via di una web tax?
Se Biden farà qualcosa, sarà peggio.

Spietato.
Sì, perché è parte del business, anche più di Donald Trump. Il mio appello ai progressisti di tutto il mondo è di smetterla di deludersi da soli. Continuare a esprimere solo intenzioni non è una strategia di cambiamento. Solo perché Biden è una persona più civile di Trump – il che è sicuramente vero – non significa che non sia un ‘affiliato’ delle grandi compagnie tecnologiche e di Wall Street.

Approfitto per chiederle cosa pensa della proposta del presidente del Parlamento europeo David Sassoli di valutare la cancellazione del debito contratto dagli Stati per affrontare il CoViD-19. Ricordo che 5 anni fa, durante la crisi del debito greca, lei avanzò una proposta simile.
Il debito da CoViD-19 non sarà oggetto di discussione.

Anche qui, niente.
Il punto è come lo gestiremo in maniera tale che non danneggi l’Europa a livello sociale. Io continuo a pensare che la proposta avanzata nel 2015 come Diem25 sia ancora la migliore. Chiedere che sia la Bce a ‘conservare’ questo debito è invece solo un modo per disorientare la discussione, anche perché la Bce risponde ‘non ho il diritto di farlo’ e questo chiude il dibattito. Ci sono modi più efficaci. I leader europei o il Parlamento europeo o i politici a Roma dovrebbero essere più furbi. Ciò che sto proponendo da vari anni è che la Bce emetta eurobond sui quali venga trasferito il debito nazionale, assicurando che il tasso di interesse su questi eurobond sia negativo. Questo è un modo per ridurre il debito e toglierlo dalle spalle di paesi deboli come l’Italia, la Spagna, la Grecia. Questa è la nostra proposta da tempo ma il resto della politica non la prende in considerazione e ogni tanto spunta qualche proposta massimalistica che parte sconfitta. Invece la nostra proposta è legale, in linea con i Trattati europei. Sfortunatamente le personalità che ora parlano di cancellazione del debito erano ‘assenti’ quando cinque anni fa proponevo queste cose in Eurogruppo!

Torniamo alla campagna contro Amazon: cosa le fa pensare che la gente parteciperà? In Italia, per dire, il Black Friday sta avendo un successo incredibile, ancor più in questa fase di pandemia rispetto agli anni scorsi. La gente pensa innanzitutto a risparmiare soldi più che ai diritti degli altri…
È una campagna sensibile, molti ci rispondono: ‘Sì, aderiamo contro Amazon’. Ma le campagne sono così: significa cercare di convincere la gente che ha perso la fiducia, convincerla che invece c’è ancora speranza. Non lanci le campagne con la certezza del risultato, ma con la certezza che la campagna sia giusta. Il successo poi dipende dalla gente. È così per tutte le campagne politiche.

Davide Casaleggio. NURPHOTO VIA GETTY IMAGES

Condannare Amazon non risolve il problema, lo aggrava
(intervista a Davide Casaleggio, uno dei maggiori esperti di e-commerce: è in corso un’accelerazione verso la digitalizzazione in tutti i contesti della nostra vita)
di Pietro Salvatori
(pubblicato su Huffingtonpost.it il 21 novembre 2020)

Il CoViD-19 ha fatto accelerare il processo di trasformazione verso l’online almeno di 5 anni chi non aveva ancora provato a comprare online lo ha fatto quest’anno”. Davide Casaleggio è uno dei maggiori esperti italiani di e-commerce, la Casaleggio Associati da anni sforna ricerche su un tema che oggi più che mai è al centro del dibattito economico, ma anche politico, con un movimento di ‘resistenza’ agli acquisti online che trova sempre più leader disposti a darne voce: “Non possiamo arroccarci su posizioni luddiste che non risolvono mai il problema, ma lo aggravano”, dice il manager. Per Casaleggio “la pandemia ha reso consapevoli molti italiani dell’esistenza dell’e-commerce”, ma l’epoca del coronavirus sta velocizzando un processo in moto già da tempo: “Al netto delle dinamiche legate esclusivamente al lockdown, per esempio, credo sia in corso un’accelerazione verso la digitalizzazione in tutti i contesti della nostra vita. É chiaro che é importante per le aziende investire ora per evitare di essere lasciate indietro”.

NURPHOTO VIA GETTY IMAGES

Dottor Casaleggio, le sue ricerche indicano che da anni il mondo dell’e-commerce è in espansione nel nostro paese. Quale impatto ritiene abbia avuto il CoViD-19 su questo tipo di acquisti?
Chi non aveva ancora provato a comprare online lo ha fatto quest’anno. La domanda online nei mesi primaverili è aumentata di 30 volte in settori come l’alimentare, e gli operatori sono riusciti ad aumentare il proprio servizio solo al massimo di 4 volte lasciando molto spazio per nuove iniziative o per operatori strutturati provenienti dall’estero. Il CoViD-19 ha fatto accelerare il processo di trasformazione verso l’online almeno di 5 anni. Ma non tutti i settori online ne hanno beneficiato perché per molti prodotti e servizi come il turismo è crollata la richiesta, infatti il saldo netto dell’intero comparto e-commerce potrebbe chiudersi in leggero segno negativo quest’anno. Tuttavia appena ripartirà la domanda anche questi settori troveranno milioni di clienti digitali in più. Abbiamo approfondito molti di questi aspetti nelle due ricerche che abbiamo pubblicato quest’anno sul tema.

Lei crede che la pandemia abbia semplicemente accelerato un processo in corso o ne abbia modificato le dinamiche? E in questo secondo caso, in che modo?
La pandemia ha reso consapevoli molti italiani dell’esistenza dell’e-commerce, soprattutto nella fascia over 50 e ha permesso a diversi servizi di potenziarsi in pochi mesi. Il 37% degli italiani dichiara di voler aumentare la propria spesa online nei prossimi mesi. Al netto delle dinamiche legate esclusivamente al lockdown che coinvolgono l’alimentare e le mascherine, per esempio, credo sia in corso un’accelerazione verso la digitalizzazione in tutti i contesti della nostra vita. É chiaro che é importante per le aziende investire ora per evitare di essere lasciate indietro.

Il mondo che sta arrivando è un mondo in cui acquisteremo solamente con queste modalità?
Negli ultimi 20 anni abbiamo rivoluzionato il modo in cui guardiamo i film, ci scambiamo le fotografie, ascoltiamo la musica, comunichiamo con gli altri. Sono sufficienti pochi anni per abituarsi a pensare che sia sempre stato così. Credo che vedremo un forte cambiamento anche del modo in cui acquistiamo i beni e servizi e ci abitueremo presto. Ma sbaglia chi pensa che la rete sostituisca l’esistente, come sempre lo completa e si integrerà con tutti gli altri canali che abbiamo a disposizione. Nessun produttore o rivenditore tuttavia potrà decidere di non considerare l’online come parte della propria offerta. E gli operatori che in questi mesi hanno abituato i propri clienti a comprare da casa, difficilmente potranno tornare indietro. 

Ci troviamo di fronte a esempi di “resistenza” nei confronti degli acquisti online. Mauro Bussoni, segretario di Confesercenti, parla chiaramente di sospendere per legge la vendita online di prodotti non essenziali. Questa posizione ha un senso?
Credo sia necessario pensare a due aspetti.
Il primo con visione cliente centrica. Non possiamo pensare che gli italiani si privino di un servizio che in molti casi sarà l’unico possibile per le regioni in lockdown, e probabilmente quello consigliato da parte del mondo medico per evitare assembramenti natalizi nei negozi.
Il secondo con la visione dei negozianti. Gli operatori che hanno iniziato ad utilizzare la rete hanno già visto i benefici.
Credo sia opportuno per i grandi operatori o chiunque abbia a disposizione molta visibilità promuovere gli acquisti presso i negozi locali per contribuire a supportare l’economia della propria città. 

Bussoni dice anche che si dovrebbe “salvaguardare una rete economica che non è in grado di competere”. È oggettivamente un problema, e che soluzioni ci possono essere?
Credo possano esserci delle soluzioni che possano conciliare entrambe le esigenze dei clienti e dei commercianti.
Intermarché in Francia ha messo a disposizione di tutte le librerie del Paese la propria piattaforma di vendita online gratuitamente per il periodo natalizio. In Italia potrebbero prendere esempio altri operatori, o anche lo stesso Amazon.
Inoltre le associazioni di settore dovrebbero essere le prime a proporre delle soluzioni federate per permettere a tutti i loro associati di offrire il servizio online, come è già stato fatto per esempio per il mondo delle farmacie o dei taxi.
Quello che non possiamo fare è arroccarci su posizioni luddiste che non risolvono mai il problema, ma lo aggravano.

Nonostante l’impulso al settore dato dalle condizioni di vita dell’ultimo anno uno studio recente della Casaleggio Associati ha rilevato come il 54% delle aziende hanno visto ridursi il proprio fatturato online. È un problema figlio della generale contrazione dei consumi o il nostro paese non è attrezzato per questo modello di business?
La maggior parte delle cosiddette Smart Company ha purtroppo ancora passaporto estero per i mancati investimenti in ricerca e sviluppo degli ultimi vent’anni in Italia. Ma direi che il problema ora è in gran parte dovuto alla contrazione dei consumi in alcuni settori storicamente forti nelle vendite online come il turismo, non dubito che riprenderanno ancora più forti nel post pandemia. Oggi il problema principale è far sopravvivere queste aziende nel periodo pandemico perchè possano ancora esserci quando il mercato ripartirà. 

Una parte della politica, penso a Matteo Salvini o a Fratelli d’Italia, ha avviato una campagna con lo slogan “Natale senza Amazon”. Echi di posizioni simili arrivano dai partiti di centrodestra europei e non solo. Qual è il senso di una posizione simile?
Più che fare campagna contro un servizio specifico, che ho il sospetto possa tra l’altro semplicemente pubblicizzarlo verso chi non ci stava ancora pensando, credo dovremmo promuovere i servizi online dei commercianti italiani. L’autarchia digitale non è qualcosa che possiamo permetterci e infatti anche su Amazon sono migliaia i produttori e commercianti italiani che propongono i loro prodotti.

Il lockdown ha dato impulso a quello che si potrebbe definire una rete di e-commerce di prossimità: gruppi di piccoli commercianti e venditori al dettaglio che si sono riuniti per zone o per tipologia di attività per creare una rete di distribuzione online. È un modello che può funzionare o siamo ancora a un livello per così dire troppo artigianale?
Ci sono diversi progetti che stanno emergendo. Come ad esempio Bookdealer per permettere alle piccole librerie di vendere online, o OriginalItalia per i produttori di vino. Tuttavia credo che le iniziative debbano provenire dalle associazioni di settore o gruppi ampi di imprenditori per dare solidità e ampio respiro da subito. Ad esempio il progetto Campagna Amica di Coldiretti ha portato online i banchi dei mercati degli agricoltori italiani online con centinaia di migliaia di consegne al mese. 

C’è una preoccupazione che forse si può riassumere così: nel medio-lungo periodo i piccoli possono reggere l’urto di colossi come Amazon o rischiano di essere travolti?
Esiste un indice di borsa denominato “Death By Amazon” che testimonia la capacità di Amazon di prendersi interi mercati e i concorrenti citati non hanno il difetto di essere piccoli, ma di non aver compreso la trasformazione digitale.
In un mondo, che anche a causa della pandemia, sarà sempre più digitale, non si può pensare di competere senza avere modo di compiere investimenti. Sono convinto che ogni piccola impresa può creare la sua storia, proponendo ai clienti prodotti unici o eccellenti o creando una relazione di valore con i propri clienti. E già ora questo avviene. Ma se prendiamo invece in esame tutto il mercato, il rischio è che senza un forte cambio di direzione i colossi digitali prenderanno tutto il mercato, è necessario che tra questi colossi ci siano anche operatori italiani, o quantomeno europei.

Il dibattito sulla web tax è noto, ma più in generale lei ritiene che si ponga un problema di concorrenza sleale relativamente ai grandi portali che non hanno un’imposizione fiscale nei paesi dove operano o, se c’è, è minima?
Sono sempre stato scettico nell’ideare nomi di tasse legate all’innovazione. Nello specifico credo si confonda spesso quella che è una rivoluzione economica irreversibile con quello che è un tema prettamente di competizione fiscale tra Paesi. Se Irlanda e Lussemburgo fanno dumping fiscale credo non debba essere accettato dal resto della Comunità Europea anche al costo di ricorrere a dazi nel caso di non accordo. 

Che futuro c’è per chi non si adegua?
La strada delle aziende che hanno deciso di non innovare è lastricata anche di nomi famosi che sono fallite come Kodak, Blockbuster. Non è quasi mai un motivo di possibilità, ma di volontà e di visione. Purtroppo in questo periodo la crisi economica sarà molto selettiva e impatterà anche su coloro con la volontà di innovare.

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Amazon: to boycott or not to boycott? ultima modifica: 2020-12-03T04:42:23+01:00 da GognaBlog

15 pensieri su “Amazon: to boycott or not to boycott?”

  1. 15
    Matteo says:

    Giuseppe, non volevo essere polemico né provocatorio e la digressione sulla termotecnica era semplicemente esemplificativa.
    Non ho idea se e quanto Amazon (e tutte le altre) evadano od eludano, ma non è importante.
    Non approvo, e quindi non uso, i siti di e-commerce, anche se qualche volta può essere che risultino più comodi o convenienti, perché provocano un dumping dei prezzi e un dumping sociale e assuefanno a un consumo idiota e devastante per tutti. Anche se al momento pare che convenga, alla lunga il costo sarà (o probabilmente è già) insostenibile. E con costo non intendo quello meramente monetario.
    Tutto ciò non significa che non sia d’accordo su quanto scrivi riguardo a norme e leggi obsolete e le anzi ritengo (senza prove, peraltro) probabilmente conniventi.

  2. 14
    Giuseppe Penotti says:

    @Matteo, leggi con attenzione quello che ho scritto. Poi dammi una risposta secca. Amazon in Italia evade le tasse (evade, non elude) si o no?
    Amazon fa lavorare in nero i suoi dipendenti con orari illeciti ed extracontrattuali si o no?
    La risposta ad entrambe le domande è ovviamente no. La conseguenza è che se la tasse pagate da Amazon sono relativamente poco rispetto gli utili realmente generati e se vi è un utilizzo massivo di contratti precari o un abuso dell’utilizzo delle  agenzie interinali all’interno delle sue strutture, ciò non è “colpa” si Amazon ma di un sistema normativo italiano ed europeo che è fermo ai tempi dei lampioni a gas e permette questo
    Questi sono i fatti. Poi c’è la mia opinione, la mia convinzione, la mia esperienza professionale  che cerca di spiegare che il superamento di questi bachi normativi che non riguardano solo l’e-commerce è materia molto complessa che investe il delta di tassazione dei paesi europei e la loro sovranità nazionale.
    FCA Holding ha sede legale in Olanda e sede fiscale in Inghilterra, La Ferrero Holding ha sede legale e fiscale in Lussemburgo. Ma l’elenco è lunghissimo e riguarda praticamente tutte le grandi imprese europee.
    Amazon in Europa ha sede legale e fiscale in Irlanda.
    Comprendi perché dico che qualsivoglia azione di boicottaggio o rifiuto è puerile?
    P.s. Questo  un topic su Amazon non su casa mia, ma permettimi…che c@@@o ne sai dei lavori di ristrutturazione che sto facendo e di dove sono le tubazioni e la valvola (che già c’è) e se sono esterne ed esposte? L’esempio che ho portato non era di certo relativo alla termotecnica. 😉
     

  3. 13
    Riva Guido says:

    Viva Amazon & Company! Abbasso tutti quei Governi che per il loro tornaconto permettono di fare a Amazon & Company tutto quello che fanno a discapito dell’umanità!

  4. 12
    Matteo says:

    Giuseppe, che Amazon sia efficiente è fuori di dubbio; che paghi le tasse e rispetti i diritti dei lavoratori è quantomeno dubbio e dipende come minimo dalla definizione di “tasse” e di “lavoratori” che si vuole adottare e fino a dove si voglia estendere il campo di applicazione.
    Che sia un esempio dei più forti di devastazione socio-economica è invece per me indubbio e perciò da combattere, nonostante tutti i vantaggi che nell’immediato potrebbe portarmi.
    Perché nell’insieme è frutto e motore potente di un modello economico che ritengo deleterio, predatorio, devastante per l’ambiente.
    Per evitare di gelare le tubazioni basta una valvola di intercettazione e svuotare il sistema…anche se è più scomodo

  5. 11
    Alberto Benassi says:

    GiuseppePenotti ti racconta questo mio pensiero.
    A me non  piace Amazon, come non mi piaccioni i centri commerciali e i supermercati, come non mi piace IKEA  , li trovo luoghi NON luoghi. Mi stanno sui coglioni.
    Che ci sappiano fare a fare affari ,  azienda e sia efficenti non si discute ma questo è un’altro discorso.
    Io sono per i piccoli bottegai dove ognuno vende il suo e la gente s’incontra e si parla: alimentari, salumiere, panaio, verduraio, lattaio, luciaio, pizzaiolo, ciabattino, ect. ect.
    Sono vecchio e fuori dal tempo?  Bene sono contento di esserlo !!
    E finchè potrò  inquesti NON luoghi non ci vado.

  6. 10
    lorenzo merlo says:

    Ma la questione è tutt’altro che imprenditoriale.
    E neppure d’efficienza.

  7. 9
    Giuseppe Penotti says:

    @Alberto Benassi. Racconto una storia anche a te. Più recente. Ho comprato una casetta in montagna, da ristrutturare. Molti lavori per questioni economiche e piacere di manualità li sto facendo io. Avevo necessità di una particolare resistenza termostatica per evitare il gelo nelle tubazioni dell’acqua.  Dal più importante e fornito distributore professionale di Torino di materiale elettrico (quindi non il negozietto sotto casa) dopo venti minuti di paziente attesa sono stato servito da uno scostante commesso il quale asserendo che non aveva il pezzo in magazzino lo avrebbe potuto ordinare, previo pagamento anticipato. Tempo di consegna previsto quindici giorni “perché mica possiamo ordinare un pezzo solo per Lei”.
    Rientrato in ufficio l’ho ordinato su Amazon, il giorno dopo (dicasiventiquattroore) mi è stato consegnato.
    Amazon pifferaio? Non so. Se lo è, suona da Dio.
    Più in generale, su molti argomenti di questo blog, ultimamente leggo poi commenti che rasentano la demagogia spicciola o lamentazioni da vecchietti: “signora mia non ci sono più le mezze stagioni…”. Il problema della (giusta) tassazione dei giganti dell’e.commerce  e dei grandi gruppi finanziari e industriali nei paesi dove operano è assai complesso e di difficile risoluzione in un arco breve di tempo.
    Amazon è nato in una stanzezza nel 1995. Io penso che sia uno straordinario esempio di fare impresa intuendo il cambiamento epocale nelle abitudini dei consumatori.
    In Italia, Amazon paga le tasse che legalmente deve pagare, versa i contributi che deve legalmente versare ed applica scrupolosamente i contratti di lavoro che legalmente deve osservare.
    Ergo, se c’è un problema di tasse o di condizioni di lavoro, forse il problema non è Amazon, ma è di un sistema giuridico italiano (ma anche europeo) fermo ai tempi dei lampionai già citati.

  8. 8
    Alberto Benassi says:

    AMAZON assieme a tanti altri è un pifferario

  9. 7
    Matteo says:

    Amazon non è l’e-commerce, al massimo è la parte sfruttatrice e ipercapitalista dell’e-commerce.
    E’ un po’ come confondere lo sci con Dolomitisupersky

  10. 6
    albert says:

    Ci sono anche siti che propongono attrezzature per sport di  montagna..usate ,seminuove, nuove ..consegna sul posto dell’inserzionista  o tramite corriere..

  11. 5
    Giuseppe Penotti says:

    @Matteo. A Torino, fino alla fine dell’800 c’erano i lampiuné. I lampionai. Il loro lavoro consisteva nell’accendere e spegnere i lampioni a gas dell’illuminazione pubblica. L’arrivo dell’energia elettrica anche per l’illuminazione pubblica fece scomparire questo mestiere dalla sera alla mattina. Non esistevano al tempo ammortizzatori sociali, i lampionai si ribellarono e fecero un proto-sciopero rifiutandosi per un certo periodo di tempo di accudire i sempre più radi lampioni a gas. Insomma boicottarono “la lobby della corrente elettrica”. La storia ci dice come è andata a finire…
    Per quel che riguarda Varoufakis mi spiace per te ma è ancor meno attendibile di Casaleggio (il che la dice tutta sull’opinione che ho di lui…). Da ministro delle finanze greco è riuscito nella quasi impossibile missione di far peggio dei suoi predecessori.
    Promuovere un boicottaggio nei confronti di Amazon ( o di altre piattaforme di e.commerce, perché non c’è solo Amazon…)  è assolutamente velleitario, antistorico e mi spiace dirlo incredibilmente puerile. Insomma  posso anche comprendere (ma non accettare) se l’idea peregrina parte dal salumiere sotto casa mia, ma sentirlo dalla bocca di un’economista proprio non si può sentire, anche se non mi lascia stupito. Varoufakis d’altronde non ne ha imbroccata una dal 2015.
    L’unico aspetto dirimente è la sperequazione relativa alla  tassazione degli utili, ma questo è un problema generale, non certo e non solo riconducibile alla sola Amazon ma a tutto il settore dell’e-commerce a livello mondiale.
     

  12. 4
    Alberto Benassi says:

    Amazon predispone un fondo per un  premio da dare ai propri dipendenti. Pubblicizzata la bella notizia anche su Radio 24.
    Oh come sono buoni…

  13. 3
    Matteo says:

    Certo che la credibilità delle opinioni e il confronto tra un professore universitario, ex-ministro ed economista attento al sociale con un figlio di papà con evidenti problemi relazionali, che ha ereditato un’azienda che ha fatto i soldi cavalcando il populismo anticasta mi pare un po’ impari…
    Per parte mia credo che l’e-commerce e Amazon in particolare siano da aborrire e da temere, quali frutto maturo del capitalismo più deteriore e predatorio

  14. 2
    Alberto Benassi says:

    Abbiamo perso noi stessi. Salvo credere di poter andare a ricomprarselo su Amazon.

    visto la campagna pubblicitaria martellante che sta facendo Amazon da mesi!!!!
    con il bene placido del governo!!!
    complimenti.

  15. 1
    lorenzo merlo says:

    1. Yanis Varoufakis. Chiaramente un insensato anarchico utopico. Ma anche pazzo: si rivolge ai progressisiti. Grande.
    2. Digitale significa, oltre a quanto ci dice l’esperto in questione, modificazione delle relazioni umane. Non solo quelle relative al campo di scambi con qualcuno che non è una persona, ma anche quelle tra persone. Dice bene l’esperto che ci si abitua in fretta al digitale. Anche se dimentica di precisare che questo non accade a chi ha consapevolezza del significato culturale e della dipendenza che impone. Abituandosi al digitale accadrà che proietteremo sulle persone e stabilizzeremo all’interno delle relazioni umane, le modalità, la pretesa di efficienza, il giudizio, l’etica che la mente digitale gradualmente imporrà. Infatti, dice bene l’esperto, è luddistico contrastare l’avanzata dell’armata informatica.
    Come ora crediamo che la ragione contenga il vero, che il metro e il chilo esistano davvvero, che i medici lavorano per noi e non per le aziende farmaceutiche, che queste siano da santificare, che un sentiero sia faticoso, che l’autostrada è meglio perché è più veloce, così crederemo che la modalità digitale di relazione “esista da sempre” e soprattutto che sia la sola e la giusta. Con il beneplacido, l’imprimatur e il sostegno dei progressisiti.
    Intanto non possiamo più pensare in autonomia, oppure crediamo di farlo in quanto ci atteniamo a quanto dice la scienza; in quanto, la funivia serve eccome, perché non costruirla? Intanto abbiamo perso la relazione col territorio e la capacità di orientarci, di conoscere i rimedi e la modalità della natura, Venduta, anzi svenduta, anzi buttata per correre verso il futuro progressista. Tutto in nome del progresso. Tutto cosa? Abbiamo perso noi stessi. Salvo credere di poter andare a ricomprarselo su Amazon.

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