Ambiente e spettacolo

Ambiente e spettacolo
(scritto nel 2002)

La preoccupazione per la sicurezza degli ultimi ambienti naturali, con così tanta puntualità espressa da noi e da altri autori quando scriviamo di qualche luogo incosueto, ha ragione di esistere quanto più gli itinerari presentati sono selvaggi: l’articolo può essere letto da persone del tutto impreparate sia tecnicamente sia culturalmente a percorsi di quel tipo. Qualche volta le proposte, di varia difficoltà, dislivello e lunghezza, non si servono di un normale sentiero, di quelli comunemente seguiti dalla maggioranza degli escursionisti. Sono canaloni impervi e profondi che sboccano nella luce dei grandi spazi guadagnati con fatica, oppure cenge di collegamento tra un versante e l’altro della montagna, esposte a baratri, senza segnalazioni, senza nessun conforto o ristoro intermedio. Sono veramente proposte selvagge. È ragionevole pensare che solo chi è davvero in grado di affrontare quei percorsi lo faccia in realtà: e costoro non lasceranno alcuna traccia del loro passaggio. Ma il pericolo viene dopo: se una locale APT si accorge del successo di un percorso, ecco che lo vorrà, sia pure in buona fede, attrezzare, segnalare. L’itinerario si spegnerà. Chi ha scritto in precedenza lo ha fatto con un amore che non merita di essere frainteso. La sincera preoccupazione che questi ambienti corrano il rischio di essere snaturati traspare da ogni riga e ci auguriamo che tutti coloro che si occupano di sviluppo turistico trovino dentro la propria sensibilità uno strumento per definire un limite invalicabile a qualunque tipo di intervento.

Soltanto negli ultimi anni si è fatta strada la convinzione che un parco debba essere considerato non tanto, o non solo, come un’entità geo­gra­fi­ca, oppure una riserva di mondi animali, vegetali e minerali da proteggere: ma piuttosto come un territorio che è anche vissuto da persone con una loro attività, una lo­ro cultura, una lo­ro tradizione. Mi è parso che almeno una tra le tante respon­sabilità non debba essere attribuita agli speculatori e ai fanatici della costruzione ad ogni costo: ho l’impressione infatti che giornali e televisione, preoccupati soprattutto degli aspetti spettacolari della protesta ambientalista, abbiano in­dugiato soprattutto sui danni che l’uomo arreca alla natura ed ai pericoli che tali danni provocano, ta­lora in maniera irreversibile, piuttosto che mostrare i termini di una convivenza co­struttiva tra uomo e natura. Questo gioco psicologico è stato, almeno in parte, avallato dalle stesse associazioni ambientaliste, cui tutto sommato faceva comodo che si parlasse di loro e che se ne lodasse l’aggressiva attività. Secondo me non si è riflettuto a sufficienza sul pericolo rappresentato da un atteggiamento esclusivamente protezionista: lo scontato rifiuto delle popolazioni comprese nei vincoli del parco, contrarie alle intrusioni verdi e cittadine.

Lentamente si è capito che l’unica ipotesi percorribile è quella di un territorio-parco che abbandoni la pretesa d’essere una sorta di luogo off-limit o un paradossale estremismo di mentalità pro­te­zionistica, e che, al contrario, consideri centrale la presenza umana che esperisce quell’ha­bitat di attività e di identi­tà. La direzione che in generale i parchi stanno assumendo è dunque quella di un territorio na­tu­rale che non sia stato alterato da processi di degrada­zione causati dalla pre­senza umana, ma an­che zona che rivesta inte­resse per l’uomo e per la sua attività.

Gli interventi in ambito ambientale dovrebbero scaturi­re dal di­retto co­in­volgimento delle popolazioni locali che, da parte loro, non possono limitarsi ad accettare che il pro­prio habi­tat venga trasformato nell’esclusiva dire­zione del soddisfacimento delle esigenze di purezza della civiltà indu­striale, soprat­tutto quando ciò significhi il bandire o anche solo il limitare le attività umane.

È probabilmente vero che le comunità che vivono nei luoghi maggiormente significativi dal punto di vista natura­listico conser­vano più vivo quel bagaglio di valori fondato proprio sul loro armonico rapportarsi con l’ambiente naturale: tale preziosa ric­chezza va, con decisione e fermezza, reinterpretata, rivalutata e protetta.

Uno dei poteri più forti della grande comunicazione di massa (e qui per comodità parliamo solo di televisione) è senza dubbio quello di veicolare mondi “esterni” in un mondo “interno”, operazione per la quale un macroco­smo (i problemi di un’intera regione o di una nazione) dovrebbe diventare espe­ribile da un microcosmo (lo spettatore seduto in poltrona). Questa operazione presenta sostanzialmente le classiche due facce della stessa medaglia.

Da una parte lo spettatore si sente partecipe, vive come pro­prie le im­magini che assorbe dal teleschermo, ne è co­involto ed alla fine in qualche modo ricava l’im­pres­sione che gli venga ri­volto un appello cui è chiamato a rispon­dere in prima persona.

Ma il secondo aspetto del processo d’informazione è proprio quella spettacolarizzazio­ne, più o meno ricercata e voluta da redattori e responsabili, attraverso la quale si viene a creare una strisciante indiffe­renza­zione delle situazioni, per cui reale ed immagina­rio non so­no più facilmente di­scernibili: tutto ri­schia di diventare fiction e ciò che è visto non chiama diret­tamente in causa, suscita solo emozioni e sensi di partecipazione destinati a terminare presto con la fine dello spettacolo.

Nell’attuale panorama televisivo esiste una triplice forma di attenzione alle temati­che ambientali: un’in­formazione di tipo giornalistico, alcuni ri­chiami ge­neralizzati in forma di campagne di sensibilizzazione, una certa divulgazione scientifica. In questi tre tipi di trasmissione le cause più evidenti di una irreversibile caduta nello spettacolare sono la puntigliosa attenzione agli indici di gradimento e quindi il proporre tali tematiche in orari generalmente secondari; l’adeguarsi alle necessità e ai capricci del presentatore del momento; la tentazione di affrontare le problema­tiche iso­lando gli elementi che le com­pon­gono (si tende a pensare che il problema globale sia ri­sol­vibile guardando un aspetto per volta).

Se la grande comunicazione è il primo anello della catena ad essere corrotto e comunque non corrisponde ai nuovi criteri con i quali oggi si pensano i parchi e le riserve naturali, non sarà possibile fare grandi progressi nel sentire comune. Diventa sempre più indispensabile che filmati, notizie e messaggi promozionali comunichino di fondo la sicurez­za che investire nell’ambiente significa sviluppare le poten­zialità umane e non limi­ta­rle: devono diventare attori principali i bambini del luogo, che guardano al futuro, gli operatori turistici e tutti coloro che hanno un’attività connessa al parco. E nel fare questo, occorre abban­donare definitivamente lo spauracchio del disastro ambientale e valorizzare invece la positi­vità e la possibi­lità del rapporto a tre facce popolazione loca­le/cittadino/natura.

E soprattutto suggerire a tutti gli spettatori comporta­menti da as­sumere ben aderenti alla realtà, che si pon­gano cioè tra l’uto­pico “sarebbe bello se…” e il disfattista “tanto non si può cambiare nulla”.

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Ambiente e spettacolo ultima modifica: 2021-06-22T05:26:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Ambiente e spettacolo”

  1. 3
    daniele piccini says:

    L’articolo è interessante ed affronta i problemi in modo intelligente e pragmatico,
    ciò che si  rileva con lucidità e chiarezza è stato scritto quasi 20 anni fa e questo dovrebbe farci riflettere sulla preveggenza dell’autore. I problemi rilevati si sono dilatati ed acuiti, non riusciamo a vedere la natura e l’azione  antropologica in modo armonico e quindi vivibile e sostenibile,  la spettacolarizzazione prende sempre il sopravvento sia nell’informazione che nel suo recepimento, producendo principalmente due diverse ed opposte visioni, l’una protettiva fino all’integralismo che apre voragini tra i suoi sostenitori e la popolazione residente all’interno dei parchi o aree naturali regolamentate, l’altra tendente allo sfruttamento della ricchezza naturale creata o preservata con il subdolo pretesto  di consentire la sopravvivenza dei residenti. Non riusciamo a costruire una terza via attraverso l’educazione e la continua e corretta sensibilizzazione delle nuove generazioni e con ciò intendo nei primi anni della loro vita ( da uno a sei ), dopo veniamo sostituiti dalla ” modernità ” e la battaglia è persa.
     
     
     

  2. 2
    Claudio Foresti says:

    Vorrei sottolineare l’importanza della creazione-formazione di intermediari tra la montagna, la sua natura, la sua cultura e coloro che vogliono frequentarla consapevoli, ma pure non consapevoli. Uno di questi intermediari, penso assolutamente impagabile, è il Guardaparco. Per sensibilità, preparazione e conoscenza del territorio e degli animali. E’ un personaggio che può aiutare nei percorsi anche difficili e nella costruzione dell’empatia necessaria con l’ambiente e con gli animali. La sua funzione di controllo è chiara. Però c’è l’altra funzione di formatore che andrebbe rivalutata e sfruttata  meglio.
     

  3. 1
    Paolo Gallese says:

    Articolo interessante e da meditare prima di rispondere di pancia. Mi piacerebbe fosse molto commentato perché qui ci sono tante persone che avrebbero argomenti, indipendentemente dalle posizioni. 
    Sul fronte della comunicazione mi piacerebbe proporre alla redazione un articolo sul lavoro che io e i miei collaboratori svolgiamo da 25 anni con i bambini e gli insegnanti. E come si è evoluto, sulla base delle premesse poste ad esempio proprio da questo articolo. Sarei lieto di confrontarmi con tutti voi, anche a scapito di critiche.
    Sul fronte più generale un ostacolo pesante ai desiderata è proprio lo Stato, burocraticamente inteso, ancor prima che politicamente. Ci sarebbe un dibattito infinito da innescare sulla reale capacità dei cittadini di far valere le istanze locali, al di fuori dell’ambito amministrativo locale.
    Ma buoni esempi non mancano e chissà che il futuro non riservi delle sorprese. 

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