Amplesso complesso

Le grandi domande dopo una tragedia.

Amplesso complesso
(la tragedia del 29 maggio 2024)

Nella tarda mattinata di mercoledì 29 maggio 2024 tre giovani militari della Scuola Alpina della Guardia di Finanza (Sagf) hanno perso la vita mentre percorrevano la via Amplesso complesso al Precipizio degli Asteroidi in Val di Mello.

Si tratta di Luca Piani, 32 anni, originario di Tirano ma residente a Sondrio; Alessandro Pozzi, 25 anni, residente a Valfurva, e Simone Giacomelli, il più giovane, di 22 anni, che abitava a Valdisotto. Giacomelli e Pozzi, arruolati nella GdF soltanto nel 2022, prestavano servizio nella Stazione Sagf di Madesimo, guidata da Alessia Guanella. Piani (arruolato nel 2013) faceva parte della squadra del luogotenente Christian Maioglio nella caserma di Sondrio: lascia un figlio di 3 anni.

Inizialmente la notizia accennava a un volo di 200 metri dovuto alla fuoriuscita di due chiodi al penultimo tiro, come pure al “cedimento di uno sperone roccioso”, ma a chi sa come è fatta quella via e come si svolgono le manovre su un itinerario del genere, è apparso subito chiaro che l’unica causa possibile della tragedia poteva essere solo il cedimento della sosta.

Prima lunghezza di Amplesso complesso al Precipizio degli Asteroidi, Vall di Mello. Foto: Eraldo Meraldi.

L’allarme, lanciato verso le 13, non è purtroppo servito a nulla. I tre sono stati ritrovati ancora legati, dunque non dovrebbe essere difficile comprendere la meccanica dell’incidente. Capire, per esempio, se la sosta abbia ceduto con i tre attaccati o se, ipotesi molto più probabile, il cedimento sia dovuto a un volo del capocordata che la sosta non è stata in grado di reggere.

Comprensibilmente tutti i media sottolineavano che i tre sfortunati giovani avevano deciso di dedicare la loro vita a soccorrere e salvare altri, dunque la tragedia appariva ancora di più frutto di un destino beffardo. La stessa Guardia di Finanza insisteva su questo punto affermando che i tre erano in “esercitazione”.

A distanza di più di tre settimane il pubblico non conosce i nomi dei due componenti della cordata che avrebbe assistito da vicino alla disgrazia e ancora non sono state comunicate (se mai appurate) le dinamiche dell’incidente. La Procura di Sondrio ha affidato le indagini al Sagf di Sondrio: titolare dell’inchiesta è il magistrato Chiara Costagliola.

Profondo è stato il cordoglio in val Masino e nella provincia. Il sindaco di Val Masino, Pietro Taeggi, ha espresso la sua commozione per l’accaduto. “Questa tragedia ha colpito il cuore della nostra comunità. Perdere tre giovani, soprattutto persone che dedicano la propria vita al salvataggio altrui, è devastante”, ha dichiarato.

La comunità di Val Masino e numerosi appassionati di montagna stanno dimostrando il loro sostegno alle famiglie delle vittime. Messaggi di vicinanza e offerte di aiuto concreto stanno arrivando da ogni parte del paese. La perdita di tre giovani vite ha toccato profondamente tutti, suscitando una grande ondata di solidarietà.

Domande senza risposta (per ora)
La guida Masino-Bregaglia volume 2 (di Andrea Gaddi), pubblicata nel 2009, dice espressamente che “nessun chiodo è presente in via”. La guida Val di Mello (di Mario Sertori), pubblicata nel 2014, dice che in via non è presente quasi nulla, solo un nut incastrato, con soste da attrezzare o rinforzare. La guida Val di Mello (di Niccolò Bartoli), pubblicata nel 2023, al riguardo della quinta lunghezza accenna a due chiodi dove “si può anche sostare” e ad altri due chiodi da raggiungere con un traverso a sinistra in leggera discesa. Eraldo Meraldi (in planertmountain.com) riporta, nell’ultimo aggiornamento del 12 giugno 2024, 2 chiodi in via (entrambi su L5, uno poco visibile al termine della rampa erbosa, prima del traverso a sinistra: da notare che la sua L5 corrisponde alla L6 della relazione di gulliver.it riportata più sotto, la quale spezza in due quello che in Meraldi è il terzo tiro).

In arrampicata su Amplesso complesso al Precipizio degli Asteroidi, Vall di Mello. Foto: Eraldo Meraldi.

L’incidente è avvenuto sulla L5 e la sosta che ha ceduto è stata la S4 (vedi foto). Come si vede, si tratta di una sosta da attrezzare ogni volta, come succede su tutte le vie di arrampicata naturale e di avventura. Jacopo Merizzi (uno degli apritori) sottolinea con forza che non si tratta di una via di arrampicata sportiva e che quindi ogni tentativo di andare a scoprire delle eventuali responsabilità in persone terze cozza contro il più elementare principio dell’alpinismo, quello secondo il quale ciascuno deve essere responsabile del proprio operato e quindi anche dei propri errori. Merizzi riferisce di essere stato contattato dallo stesso presidente di regione, Attilio Fontana, che gli chiedeva informazioni su eventuali responsabilità in modo da avviare possibili processi di messa in sicurezza di vie specifiche. Merizzi sa bene quanto sia difficile far capire a degli amministratori la necessità di lasciare come sono determinati itinerari, e in più sa bene quanto sia importante far comprendere che solo responsabilizzando si riduce il numero degli incidenti. Secondo Merizzi, la Val di Mello, notoriamente uno dei luoghi più avventurosi dal punto di vista arrampicatorio, registra annualmente e in percentuale un numero molto basso di incidenti.

In arrampicata su Amplesso complesso al Precipizio degli Asteroidi, Vall di Mello. Foto: Eraldo Meraldi.

La via
Amplesso complesso sul Precipizio richiede un approccio di circa 1.30 ore dal fondo valle. E’ un itinerario su alte difficoltà che percorre un mare liscio di granito verticale. Una via di 270 m di sviluppo aperta nel 1981 da Enrico Tico Olivo, Paolo Masa, Jacopo Merizzi e Piera Panatti. Dopo che erano state percorse tutte le linee logiche della valle in fessura, lo sguardo degli arrampicatori locali aveva iniziato a scrutare le placche più lisce delle pareti della Val di Mello. Dopo l’apertura, nel tempo, qualche ripetitore aveva messo degli spit sui passaggi più lunghi e difficili, ma i “custodi della valle” li avevano estirpati, come vuole la severa “tradizione“ della Val di Mello.

Così Paolo Masa, uno degli apritori, inquadra storicamente la via: “Anche il sassismo, nonostante la contrarietà dei suoi inventori, ha prodotto in Val di Mello le sue vie classiche. Una di queste è sicuramente Amplesso Complesso. Chi ha la fortuna di percorrerla, una delle vie più belle della valle, può leggere, attraverso le rughe della roccia e tiro dopo tiro, il vero spirito sassista. Terreno di super avventura affrontato con il minimo di attrezzatura e una grande quantità di audacia al limite della sfrontatezza… […] Eravamo stati attratti da queste linee che passano accanto a Oceano Irrazionale… L’eroe della giornata fu senza dubbio l’Olivo Tico, un geniaccio dell’arrampicata, che aveva una caratteristica particolare: arrampicava pochissime volte all’anno, perché aveva altro da fare. Vederlo arrampicare però era quasi irritante per la naturalezza, la potenza che sprigionava con le movenze di un grande felino. Così, quando arrivammo alla base del tiro chiave, due gobbe repulsive messe una sopra l’altra, con una altezza di una quindicina di metri assolutamente “improteggibili”, dichiarò con voce stentorea e in puro dialetto ‘malenco’: “cià, vu su me”. Risolvendo con grande spirito sintetico il clima da “melina” che si era impossessato dei suoi compagni di cordata, il sottoscritto e il nostro amico Jacopo Merizzi“.

La S4 di Amplesso complesso. Foto: Eraldo Meraldi. Però secondo Jacopo Merizzi questa non è la quarta sosta di Amplesso complesso. Noi abbiamo preso questa foto da https://www.planetmountain.com/it/itinerari/amplesso-complesso-precipizio-degli-asteroidi-val-di-mello/91517, dove con tutta chiarezza Meraldi afferma che questa è la quarta sosta. La S4 potrebbe essere il teatro della tragedia, anche se fonti accreditate sostengono che i tre abbiano fatto sosta più sopra, in corrispondenza di due chiodi (sarebbero i due chiodi cui accenna Niccolò Bartoli nella sua guida, vedi sopra).

Dice Federico Magni: Amplesso complesso rimane una delle vie più belle della valle, ma anche una di quelle più severe. Dagli anni Settanta la Val di Mello è diventato una sorta di santuario per l’arrampicata libera, infatti i chiodi sono pochi o inesistenti. Le soste, quelle su cui gli scalatori si assicurano per progredire nella salita di vie lunghe, sono da “attrezzare” di volta in volta. Una scelta che arriva da lontano, dallo spirito “puro” che hanno mantenuto gli scalatori impegnati in questa valle – un’area interamente ricompresa in una riserva naturale – anche nei confronti delle pareti di roccia”.

Il sito gulliver.it quota così la via: “Fantastica via di aderenza su gradi modesti. Eccezionale il “sentiero di pietra”, è cioè il secondo e terzo tiro. Itinerario molto avventuroso che supera le placconate alla base degli strapiombi. Roccia incredibilmente lavorata in certi punti come nel tratto detto “il sentiero di pietra”. Difficile da proteggere adeguatamente. Una delle opere di maggior significato dell’era sassista, viaggio senza rete nel mare indecifrabile delle placche del Precipizio. Capolavoro di Enrico Tico Olivo”.

Eraldo Meraldi, in planetmountain.com: “Via splendida e incredibile, il capolavoro del Tico. Una delle più belle vie della val di Mello e non solo. La natura è stata generosa su questo tratto di parete creando il superbo “Sentiero di pietra” facendolo nascere dall’acqua piovana, che scendendo dai grandi tetti sovrastanti ha eroso in modo incredibile la striscia scura di biotite che solca quasi interamente la parete”.

Andrea Bottani, in planetmountain.com: “Al giorno d’oggi ci si abitua troppo a dover inseguire il luccichio del metallo per capire dove andare, questa è una via rimasta così bella proprio perché salendola provi la stessa emozione di chi l’ha salita per primo, semplicemente seguendo la strada che la natura ha creato, un po’ come salivano i primi alpinisti le montagne, cercavano la linea più facile e ovvia per arrivarci; così è Amplesso complesso
Sali da un ostico camino per poi passare a una fessura verticale che ti conduce a una delle realizzazioni della natura più belle mai viste, una colata grigiastra di biotite che è proprio lì in mezzo alle placche lisce, una scala verso il paradiso che finisce con delle clessidre naturali più uniche che rare, fino a raggiungere il passo più duro da affrontare; un muretto dietro l’altro che ti portano a un continuo traverso su vene di quarzo che vanno a svanire proprio lì dove la via volge al suo termine, dove la natura ha finito il suo lavoro”. 

Descrizione della via
(da gulliver.it)
(ne approfittiamo per esprimere il nostro totale dissenso sulla gradazione in scala francese su un tipo di via come questa, dove è assolutamente necessario esprimere le difficoltà con la graduazione UIAA, visto che qui di sportivo non c’è assolutamente nulla, NdR)

L1 fessura che taglia il bordo destro della grotta, quindi per placche facili ad un diedro che si lascia subito per salire su una striscia scura ad un arbusto dove si sosta, 50 m, 4b;
L2 ancora sull’erba e poi dritti sulla fantastica linea nera di roccia lavorata dall’acqua. S2 su clessidra, 40 m, 5c;
L3/L4 sempre sulla striscia lavorata, quando termina andare a destra facilmente ad una nicchia. S3 su spuntone, 40 m, 5a; poi S4 dopo 25 m, 3b;
L5 superare due rigonfiamenti, il secondo più ostico, utili i microfriend, poi per placca ad una cengia d’erba. S5 su friends 35 m, 6b;
L6 seguire una lama rovescia (un chiodo) verso sinistra e traversare poi in placca a sinistra fino ad un diedrino che conduce a S6 su chiodi. 40 m, 6a;
L7 in obliquo su placca a sinistra fino alla S6 di Self Control. 40 m, 5c.

Discesa: in doppia sulla via Self Control.
Materiale: nut piccoli, friends fino al 3BD + microfriend, due mezze corde da 60 m,6/8 rinvii, cordino per clessidre.
Difficoltà: 6b (obbl.)/R4/III (per Eraldo Meraldi in planetmountain.com molto più gistamente VII+, R3/II).
Dislivello: 210 m.

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Amplesso complesso ultima modifica: 2024-06-21T05:35:00+02:00 da GognaBlog

82 pensieri su “Amplesso complesso”

  1. Bosco, la discussione teologica sul “purismo”la lascio agli “eletti” e ai sacerdoti del culto, così come l’idea poco realistica, poco realistica, non blasfema,  di mettere ovunque in sicurezza le soste. Poi se dopo questa tragedia si vogliono spittare un po’ di soste in Val di Mello, va bene. Tra la vita e la pietra non avrei il minimo dubbio. La vita è bella.  L’eroismo lo lascerei per altre cause, ma questa è un’opinione personale, da mediano. La soluzione, come la chiami tu, è forse più semplice. Anche se spitti e trasformi in falesia un’intera vallata, ci sarà sempre qualcosa di un po’ “eccitante” che attira, proprio perché un po’ meno parco giochi e più avventura, diciamo così. Un Amplesso complesso appunto, non “normalizzato”.  Attira qualcuno, ovviamente, non tutti. Ne’ migliore ne’ peggiore. Solo attratto da una dose in più di adrenalina e sfida che per altri non è così motivante. Puoi decidere se andare o no. Soluzione semplice no? Non è una strada di transito obbligatoria, un lavoro,  che devi fare per necessità e che giustamente le autorità preposte devono mettere in sicurezza. Se per te è importante ci vai, contando sulle tue capacità e sulla buona sorte. Altrimenti vai a farti una bella via “plaisir”, alla svizzera. Insomma spitta e de-spitta alla fine resta sempre comunque qualcosa che dipende da te….dall’interiore homine appunto. Poi va bene, mettiamoci anche gli spit su sto’ Amplesso. Non facciamo niente di male e nessuno andrà all’inferno dei climber, ma come ha detto qualcuno  non è che la faccenda finisce lì, perché le forze in gioco dentro gli uomini sono forti e potenti, a volte ben oltre la coscienza, la consapevolezza e la “ragionevolezza”. Siamo fatti così. Ed è il suo bello anche se ogni tanto qualcuno, con esiti disastrosi, prova a renderci “perfetti” e simili ad un modellino depositato al museo di Sevres a Parigi. Certo che porsi qualche domanda sui propri “istinti” non fa male, ma è più facile avvenga quando meno forte e’ la spinta all’azione, per inevitabile necessità imposta dallo scorrere del tempo. 

  2. @ Giuliano Bosco
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    Parole piene di buon senso , e anche cosi’ le vie resteranno temute e pericolose.
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    La Natura e’ un pretesto, la natura e l’avventura sono splendide ovunque , non solo in una “riserva di caccia” di qualche centinaio di metri di roccia dove la maggior parte della tua “concorrenza” ha paura di uccidersi.
    Quanto agli sport motoristici esiste qualcosa di molto simile nel “Tourist Trophy” dell’Isola di Man.
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    Tecnicamente e’ uguale a tanti altri circuiti , ma il fatto che “se cadi muori” , ti trasporta nella dimensione dei cavalieri e delle leggende , uomini con attributi grandissimi.
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    Che ogni edizione riscuotono il loro tributo di partecipanti consenzienti.

  3. La questione sarà pure “annosa” ma i paragoni impropri non aiutano a risolverla. Dire come ho letto che “in ogni posto esposto al vuoto bisognerebbe procedere assicurati” piuttosto che “voler asciugare il mare fino a renderlo profondo 50 centimetri” equivale a “buttare la palla in tribuna”. Nessuno pretende di risolvere il problema della gravità. Se una persona si sporge troppo e cade dal balcone di casa e si ammazza, nessuno invoca protezioni ai balconi che evitino che le persone si sporgano.
    Anche le dissertazioni filosofiche stile “interiore homine” non mi sembra che aiutino a risolvere la questione …
    Da giovane seguivo l’automobilismo sportivo e ricordo quanti piloti ci lasciavano la pelle. In questo caso la questione in gioco non è la gravità ma la velocità. Una soluzione confrontabile ai due paragoni impropri precedenti poteva essere quella. … di limitare la velocità delle gare automobilistiche a 50 km/h. Invece l’ingegno umano e il progresso tecnologico hanno trovato soluzioni che permettono di rendere le competizioni automobilistiche molto più sicure di un tempo senza per questo dover rinunciare alla velocità che, anzi, è aumentata.
    Lo stesso alpinismo si avvantaggia di tecniche e di preparazioni una volta inimmaginabili. Qualcuno rinuncia forse ad usare i friends a beneficio dei cunei in legno ? Oppure chi sale le cascate preferisce sbucciarsi le nocche come faceva il sottoscritto impugnando Chacal e Barracuda con il manico dritto come una scopa, oppure usare i moderni attrezzi a manico ricurvo che salvano “la capra” della tenuta su ghiaccio e “i cavoli” dell’integrità delle dita ?
    A me sembra che un buon compromesso sia quello messo in atto dall’amico Andrea Giorda che nelle sue bellissime nuove vie nel Canavese non lascia niente lungo i tiri che si possono benissimo proteggere in modo trad, ma attrezza in sicurezza le soste. Chi non se la sente di proseguire a causa della difficoltà o perchè non sa piazzare protezioni removibili torna indietro. Ma si cala su soste sicure. Nessuno sta dicendo che questo modo di operare andrebbe imposto per legge, ma almeno che se qualcuno si prende la briga di voler rendere sicure delle soste che sicure non sono, non trovi il purista di turno che, in nome di una non ben precisata “etica”, schioda tutto vanificando il lavoro fatto.
    Stiamo parlando di pietra e di vite umane. Per cortesia, non dimentichiamolo mai.

  4. Questa tragica e coinvolgente vicenda, ancora una volta, ci mette di fronte ad una impegnativa questione che quasi tutti abbiamo almeno una volta sperimentato. Anche se solo in parte, siamo arbitri del nostro destino. Il dilemma non è prevalentemente fuori di noi (spit si, spit no, soste attrezzate o da attrezzare….) ma dentro di noi. Quanto e per che cosa siamo disposti a mettere in gioco la nostra piccola, fragile e preziosa vita, con il corollario delle relazioni  che si porta dietro. A volte è una scelta libera: faccio questo o quest’altro, continuo o rinuncio? A volte è una tragica necessità imposta dall’esterno, non  ce la siamo cercata noi ma ce la siamo trovata davanti e dobbiamo decidere. Gli antichi dicevano in proposito che la verità sta in “interiore homine”. Poi ovviamente c’è la pura casualità, sempre molto difficile da accettare  per noi umani, che abbiamo sempre bisogno di trovare un senso e un significato agli eventi, anche quando “un senso non ce l’ha”. 

  5. Un’annosa questione alla quale non si darà certo qui una soluzione. L’arrampicata, come molte altre attività sportive o non comporta dei rischi che ognuno è libero di affrontare o meno. E rischio vuol dire che può finire purtroppo male. Ci sono molte, moltissime vie, dove cadere non comporta nessuna conseguenza… anzi per me che oramai praticamente scalo solo in falesia, è rara una giornata senza collaudare la corda. Le conseguenze sono dolori articolari sempre più devastanti e grappoli di noduli tendinei nel palmo delle mani. 
    Che dire… mi spiace molto per questi ragazzi che sono stati meno fortunati di me che ho preso la mia parte di rischi.
    Che dire: l’interesse ed il fascino di una via come “Amplesso complesso” sta in quel rischio… spittata a metro sarebbe insulsa e di nessun interesse, se non paesaggistico.
    Non esiste nessuna sintesi o soluzione…

  6. Ma la smettiamo di invocare assurde sicurezze, almeno alle soste, almeno ogni 20 metri, almeno ogni 5 metri etc? Per questo ci sono già le ferrate e pure lì ci si può fare male. Chi si muove in ambiente si assume il rischio di sua spontanea volontà. La via è una classica, conta innumerevoli ripetizioni. Le informazioni ci sono. E, per quanto sia duro e ineluttabile, gli errori si pagano, a volte in modo definitivo. Pretendere di “mettere in sicurezza” una porzione di ambiente nella quale ci si reca proprio per cercare la cosiddetta avventura è fuori da ogni logica, anacronistico e impossibile. Secondo questo concetto in ogni posto esposto sul vuoto bisognerebbe procedere assicurati a protezioni indistruttibili, il che non è evidentemente possibile, oltre a essere idiota.
     E la difficoltà non c’entra nulla, il pericolo è che in certi posti un piccolo errore è fatale. Che poi una sosta abbia ceduto non cambia nulla: vuol dire che non sono stati capaci di prepararne una adeguata, spiace ma è così.
    Questo non toglie dispiacere al fatto che siano morti, ma sarebbe come voler prosciugare il mare fino a renderlo profondo 50 centimetri, in modo che tutti possano nuotarci ma senza annegare.
    Bisogna smettere di adeguare l’ambiente alla nostra (in) capacità o al nostro desiderio di divertimento e porsi in un rapporto più sano e consapevole, non brutalmente antropocentrico

  7. Cara signora Paola, posso solo dire ciò che dissero a ma quando in montagna morì una mia carissima amica: pensa solo che è morto facendo quello che amava di più assieme ai suoi amici.
    Non è che allora mi sia servito molto a lenire il dolore, ma forse ad imparare accettarlo si.
     
    Mi permetta di abbracciarla con molta molta vicinanza, mi creda.

  8. Dopo l’intervento della signora Paola trovo difficile esprimermi ma ci provo lo stesso. in gioventù ho arrampicato qualche volta con quel climber sopraffino di Daniele Caneparo (buonanina, morto alcuni anni fa sotto una valanga). Era uno che si prendeva dei rischi mica da ridere. Tiri con pochissime protezioni che facevano venire i brividi.
    Tuttavia ritengo che il brivido e l’adrenalina a 1.000 vadano riservati al momento dell’apertura di una via qdo chi sale si confronta veramente con l’ignoto e può decidere in autonomia fin dove spingere il livello di rischio sulla base di una propria valutazione personale. I ripetitori non saranno mai più in quelle condizioni anche solo per il fatto di poter disporre di una descrizione dell’itinerario (a meno che il primo salitore decida di non diffondere alcuna informazione sulla nuova salita). E allora onestamente non capisco perché si debba evitare di mettere in sicurezza un itinerario almeno per quanto riguarda le soste. Ovviamente nessuno può obbligare il primo salitore ad attrezzare di tutto punto un itinerario. C’è chi gli spit non li vuole usare ed è libero di non usarli. Ma trovo di difficile comprensione chi si oppone al che qualcun altro attrezzi la via (almeno le soste) rendendola sicura. Per non dire di chi le schioda. Si tira in ballo l’etica ma è un gioco che può essere pericoloso. Molto pericoloso …

  9. Cara Signora Paola, come molti altri qui, le sono profondamente vicino. Suo figlio è un po’ anche un figlio per la comunità di chi va per monti. Ogni volta è come se perdessimo un pezzo di noi e le emozioni traboccano irrefrenabili.  E ogni volta sollevano grandi domande sul senso di quello che facciamo. Domande che come dice lei probabilmente non hanno risposte o le hanno solo provvisorie ma non possiamo non porcele, perché siamo uomini e abbiamo bisogno di trovare una ragione, un senso, anche parziale alle nostre azioni e a ciò che succede a noi e agli altri. Da questo punto di vista magari leggere cosa passa nella mente e nel cuore di chi condivide o ha condiviso  la passione di suo figlio la puo’ aiutare nel suo doloroso ma inevitabile lavoro di rielaborazione. C’è poi l’aspetto tecnico. Capire non per giudicare ma per prevenire, o almeno, cercare di farlo nel limiti del possibile. Capisco che in questo momento per lei non sia certo la priorità ma sicuramente capira’ che è importante per la comunità alla quale apparteneva suo figlio. Per questo Gogna non ha taciuto, come accaduto per altre tragedie, ma ha voluto affrontare questo tema, che ovviamente non puo’ non essere sgradevole e apparire inopportuno per chi è coinvolto personalmente nella sofferenza.  Un abbraccio virtuale e per quel poco che possiamo fare conti su tutti noi lettori e contributori. 

  10. Gentilissima signora Paola, condoglianze per la sua tristissima perdita.
    E grazie delle sue parole.
     
    Le posso solo ripetere ciò che lessi tanti anni fa su una maestà sperduta tra i monti dell’Appennino Tosco-Emiliano e che poi trascrissi qui per un’altra mamma che aveva perso la figlia in montagna.
    Una calligrafia femminile, in memoria di un giovane padre morto nel 2005 in un incidente stradale, cosí lasciò scritto su un biglietto:
     
    Nessuno muore sulla terra
    finché vive nel cuore di chi resta.
                                 la tua famiglia
     

  11. Non sono solita leggere blog, e tantomeno commentarli. Sono la mamma di uno dei tre giovani morti su “Amplesso Complesso”. Si fa fatica a comprendere tutto il vostro pensare, forse perché non arrampico, forse perché usate un tecnicismo e forme espressive proprie dell’ambiente “climber”. Di tutti questi commenti “sapiens” ne ho letti forse 3 o 4 che, a mio giudizio, hanno un senso attinente all’articolo ed un’intelligenza emotiva espressa. Il resto della “tuttologia” dei commenti la trovo alquanto inopportuna e fuorviante soprattutto per chi, come me, cerca delle risposte che mai nessuno sarà in grado di darmi. La passione di mio figlio per la montagna l’aveva nel DNA ed era riuscito, con non pochi sacrifici, a farne un lavoro. Un lavoro fatto di dignità, di rinunce, di lontananza dagli affetti, dalla famiglia, dagli amici. Non era un imprudente, non era un superficiale nelle valutazioni delle proprie capacità, si era avviato già da bocia alla frequentazione dell’alta montagna con persone che gli hanno saputo trasmettere la bellezza dei panorami, l’importanza della sicurezza e non la prestazione e la velocità; ha sempre saputo rinunciare e tornare indietro nel momento in cui intuiva che “qualcosa non andava”. Anche lui era consapevole dei pericoli… Chi va in montagna, chi abita in montagna sa che “l’incognita” è dietro l’angolo, i rischi ci sono sempre e fanno parte della sua frequentazione . Lasciate che le indagini si chiudano, che tutti i guru professionisti della montagna compongano i loro puzzle di opinioni, di ipotesi (forse a volte manco richiesti), e non permettete ai vostri pettegoli pensieri di esprimersi in parole scritte così, con molta frivolezza, abbiate la sensibilità, l’intelligenza e la delicatezza di sussurrare i giudizi personali. Sul bel tacer non fu mai scritto… fosse anche solo per lasciare Riposare In Pace i nostri figli, il loro destino, i loro eventuali errori ed il nostro dolore. Solamente loro sanno quel che è successo!! Buona fortuna a tutti. Paola

  12. Per me chi apre una via, dovrebbe dichiare ufficialmente se la via e’ : 1) NON PROTETTA.   2) PROTETTA. Pubblica solo la traccia su foto della via, e se vuole un testo descrittivo. NON E’ RESPONSABILE DELLA TENUTA DELLE PROTEZIONI. Chi vorra’ cimentarsi a ripetere la via, avra’ in questo modo le info necessarie per arrampicarsi. Vuole usare le PROTEZIONI ALTRUI? Valutera’ lui se affrontare questo rischio aggiuntivo. Potrebbe essere meno rischioso aprirsi una via nuova ( e magari non comunicarlo a nessuno !). W il Plutone Granitico del Masino Bregaglia, lui si’ eterno

  13. Quanta saggezza in questi interventi! Pare di essere al capolinea di molte cariere esuberanti: scesi dal bus delle intemperanze giovanili i nostri fortunati eroi pontificano di ciò che è bene e male. Insomma, vissute le loro vite vorrebbero vivere anche quelle altrui.
    Se alla sosta trovo chiodi marci che aveva messo Mosè, se mi devo calare io li cambio, se non li ho ……
    Il problema è il feticcio dell’apritore [nel quale trova espressione il narcisismo e l’egolatria del fallito dedito all’alpinismo] e l’idea falsa della riproducibilità di una esperienza che, se eccezionale, è stata e sara per sempre unica.
    Questi ragazzi hanno pagato caro un eccesso di sicurezza, dispiace.
    Ma ciò che li ha spinti è una forza che insieme al fato, farà ancora vittime.

  14. 3 passi:
    1).racimolare 2500€, (bastava 1 a testa ad ogni iscritto al Melloblocco), comprare 100 soste certificate.
    2) Individuare 10 vie (Kunda,Luna,Polimago,Waiting List, Amplesso,Nada, Soli,Oceano, Taldo, …..)
    3) Per la festa “Sicuri in sosta” richiodare in 10 cordate tutte le soste delle vie elencate.
     

  15. Anche io mi schiero nella fazione di chi sostiene che i tiri possono essere expo quanto ha deciso l’apritore, ma che le soste debbano essere sicure (inteso su spit).
    I sassisti si sono fatti ispirare da Robbins, Harding, e poi dagli Stone Masters, e hanno importato l’etica ferrea di Yosemite nella loro valle. Ma anche a Yosemite si sono resi conto che le soste su chiodi/cunei di Harding su The Nose non erano più accettabili, e, senza richiodare i tiri, hanno messo in sicurezza le soste, che ora sono accettate così da tutti in America.
    Concordo che spittare Kundalini sarebbe un’eresia, ma dobbiamo proprio aspettare che precipiti una cordata perché si sfilano quei due chiodi marci di Guerini e Villa sulla s9 prima di fare qualcosa a riguardo?
    Perché non si può mantenere “il sale” dell’arrampicata (citando Manolo) conservando la chiodatura lunga e mantenendo il più possibile l’esperienza simile a quella degli apritori, ma evitando tragedie del genere?
    Sono sicuro che se uno dei finanzieri si fosse spaccato una gamba cadendo sul tiro chiave di Amplesso (ma senza che morisse qualcuno) non ci sarebbe stata nessuna indignazione verso lo stile e l’etica di chiodatura della valle, si sa a che cosa si va incontro, e attaccando la via lo si accetta, ma rischiare la vita…. non ne vale la pena
     

  16. @ Giotex
    Il caso non ha memoria , credo che andrebbe fatto sulle vie in base alla frequenzazione.

  17. A me ai tempi aveva colpito molto questa notizia , collocata in un periodo storico in cui si discuteva se aggiungere o meno uno spit “catastrofale” a una sosta tradizionale avrebbe “rovinato il gioco”.
    Secondo me no , e penso anche che anche con soste sicure gli incidenti gravi continueranno.
    Tempi di “no spit zone” , di spit aggiunti e poi tranciati col flessibile dalle opposte fazioni.
    .
    Questo alpinista era uno dei piu’ bravi e preparati della Valchiavenna , andava oltre il 7a in montagna ed aveva appena concluso una via di grande difficolta’ su uno splendido dentone patagonico che si affaccia sulla Val Codera e Novate Mezzola.
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    Immagino un calo di tensione quando hanno buttato le corde sulla piodata di 3c della normale.
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    Purtroppo e’ saltata la sosta.
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    https://www.google.it/amp/s/www.montagna.tv/5751/val-dei-ratti-cede-sosta-muore-climber/amp/

  18. Ma scusa, allora mettiamo uno spit sulle soste anche di supermatita, cioè è solo 6c, ormai tutti fanmo il 6c, come mi disse manolo incontrato per caso in un bar.. 
    Stiamo parlando di vie top gamma, vie difficili e complicate. Non ci vanno gli arrampicatori della domenica, non sono piu vie di riferimento ma  chi ci va è  un alpinista di livello e preparato.
    Cioè shit happens, cone ho scritto, solo le alpi sono 1200 km di montagne in italia, quante vie ci saranno? Piu o meno di 10.000?  come facciamo selezionare le vie meritevoli di uno spit per sosta?
    Comunque per la statistica, non ha piu senso mettere gli spit su quella via, la tragedia probabile c’è già stata, sarebbe meglio metterli su una via nella quale non è ancora successo nulla.
     

  19. Nell’articolo si parla di avventura, di montagna senza spit, di emozioni come chi ha aperto la via ecc ecc, e poi per scendere bisogna calarsi dalla vicina via che ha soste a spit? Tanto valeva, anche su amplesso, mettere almeno uno spit alle soste che sono “delicate” e meno rinforzabili 

  20. Una domanda sorge in me… è pura casualità la pubblicazione di questo articolo in una data così significativa? A mio avviso no, al “capo del vapore” non sfugge nulla. Ciò che mi chiedo è: “Cosa avrà voluto dirci?”

  21. Dopo più di tre decenni di alpinismo e grandissime vie percorse, ho cambiato idea. Lo dico non per tirarmela perché  pochi mi conoscono qui, ma perche’ credo di sapere di cosa si stia parlando. Chi l ha detto che l’ alpinismo deve essere rischio? Certo, il rischio oggettivo di ambiente è imponderabile e mai eliminabile del tutto, ma perché non minimizzare quello legato all’ attrezzatura se la tecnologia lo consente? Morire per una sosta o un chiodo che si stacca è assurdo oggigiorno. E la logica del “hai solo da andare su vie spittate/sportive” non regge. Perché il Pilone, la Walker, il Cozzolino, il Philip, etc etc sono lì e se sei un alpinista vuoi salirle. Ma perché non farlo con delle belle soste a spit? Non lo vedrei assolutamente come uno scandalo. Non esistono soste a chiodi sicure, se voli prima di mettere la prima protezione sbottoni tutto al 90%. Non è il primo incidente che succede per questo motivo. Chi qui sbraita come un leone mi piacerebbe avesse i coglioni di andare a dire alla vedova, all’ orfano, ai genitori che è giusto lasciare tutto così. Non è retorica ma fa meditare.

  22. ma davvero ne valeva la pena non per un compito di servizio ma per una cosa che si chiama Amplesso Complesso, 

    e per quanto è accaduto a Corra Pesce al Cerro Torre ne è valsa la Pena? E come lui per tanti altri che inseguivano un sogno? Oppure semplicemente una giornata con gli amici?

  23. Nel corso del tempo qualcuno si inacidisce e si riempie di risentimento. Altri diventano sentimentali e si commuovono più facilmente. Anche il Replicante guerriero alla fine scopre quanto grande sia il valore della vita, non solo la sua, ma la Vita in generale e risparmia quella del suo killer. A parte la fatalità ingovernabile, a volte di fronte a certe perdite ti poni la domanda: ma davvero ne valeva la pena non per un compito di servizio ma per una cosa che si chiama Amplesso Complesso, un nome che richiama una goliardata comica non una tragedia che ha trovolto tre giovani uomini nel pieno delle loro potenzialità professionali e umane e le loro famiglie.  Domanda illegittima e anche ingiusta, perché ciascuno ha diritto di disporre della sua vita in piena libertà. Non posso pero’ oggi in questa fase della mia vita, impedirmi di pensare : che tragico spreco. Ma probabilmente sto diventando anch’io sentimentale e per questo non sono riuscito a trattenermi da questo uscita improvvisa dal riserbo che mi ero imposto. Chiedo scusa per lo “sbrocco”. 

  24. Poi, in montagna, c’è tutto il capitolo relativo a quanto sei sopra la via che scegli di fare….

    si ma in montagna, su certe vie, non devi essere sopra solo al grado. Certe vie richiedono anche altre qualità  che vanno ben oltre alla sola e pura difficoltà tecnica. Saper trovare l’attacco, saper trovare la via, sapersi proteggere, saper attrezzare o rinforzare una sosta, essere in grado di fiutare il pericolo, saper trovare la discesa, essere consapevoli di quello che si va a fare, saper rinunciare.

  25. Provo a dire la mia su riflessioni molto complesse e del tutto personali. Ho sempre pensato che qualche rischio andasse accettato, altrimenti molte esperienze alpinistiche mi sarebbero state precluse: ma se così fosse stato io oggi non sarei la persona che voglio essere o provare ad essere. Se rinunciare a qualsiasi rischio significa non vivere più la propria passione allora non funziona. D’altra parte ho avuto sempre ben presente non solo e non tanto la morte ma il grave incidente che ti paralizza o comunque ti preclude altre salite, altre scalate, in una parola ti impedisce di vivere la passione che hai scelto. In mezzo a questi due estremi passa quella linea sottile che ti fa partire per una salita che hai valutato sufficientemente sicura e ti fa evitare quell’altra che sai benissimo che il grado di rischio e’ per te eccessivo e non vale la pena rischiare solo perché la sera dopo puoi dire agli amici che l’hai fatta. Ho l’impressione che a volte certa gente vada ad infilarsi in grossi guai solo perché segue certi super miti di vie sprotette, pericolose su cui magari si è’ fatta la storia di una parete è così può dire l’ho fatta anche io: beh questo modo di fare mi sembra davvero vicino a quello che prima si è definito una stronzata.
    Il grado di rischio che si deve accettare, del tutto soggettivo ovviamente, ti permette di vivere la tua passione e crescere come persona senza infilarti nell’area della roulette russa nella quale di solito prima o poi qualche cosa succede. E’ una scoperta continua per la quale bisogna tenere bene alte le antenne. Diventare iperprudenti porta alla depressione, diventare incoscienti porta all’ospedale.
    Poi, in montagna, c’è tutto il capitolo relativo a quanto sei sopra la via che scegli di fare….

  26. Roberto, domande a cui è molto difficile rispondere se non impossibile, come fa notare, Massari. Ognuno di noi ha una strada da seguire, poi ci puoi mettere del suo, ma la strada è quella. E se non la segui non sei tu.

  27. Matteo. Per chi non crede nella vita etrrna questa vita è quella che abbiamo. L’unica.  Ed è una cosa molto fragile. Lo sappiamo in teoria e in pratica (la pratica è molto istruttiva a proposito della percezione di immortalità)  La domanda è dunque sempre la stessa. Fino a che livello di rischio potenziale della vita val la pena per me  fare questa cosa ? È davvero così importante ? Perché i livelli di rischio possono essere diversi come sappiamo. Vale per tante cose, non solo in montagna. Ognuno risponde a suo modo e persegue il suo destino. Anche Rossa sapeva cosa rischiava facendo quella scelta “imprudente”non in montagna, ma in fabbrica, mettendoci la faccia, ma la fece perché era convinto che per lui fosse importante. Se non lo avesse fatto la sua autopercezione ne avrebbe risentito profondamente. Certamente a volte chi resta ha un criterio diverso da chi ha fatto la scelta, come ricordava Mirella Tenderini nella prefazione al libro del figlio di Harlin che ci ha messo trent’anni a rielaborare la perdita del padre. Domande grandi, come giustamente ha titolato Gogna, come quelle che ci si fa ai funerali, poi bevendo la birra con gli amici dopo il rito, lentamente passano in secondo piano e anda, fino alla prossima puntata. Ciao e lunga vita arrampicatoria e non solo. 

  28. @Roberto Pasini, non ci crederai ma sono le stesse domande che mi faccio anche io da molto tempo dopo i furori giovanili ma una risposta non ce l’ho.

  29. Roberto mi fa molto piacere risentirti, anche se l’occasione non è delle migliori. Come Fabio mi ero preoccupato, anche se, un pò di tempo fa, forse ci siamo incontrati ad arrampicare in una piccola falesia sul mare di Levanto. Quella persona di nome Roberto, che arrampicata con una ragazza, mi aveva detto che mi conosceva. Li per lì non ci ho fatto caso più di tanto, ma poi c’ho ripensato che potessi essere te, ma oramai eri andato via.
    Eri te?

  30. La vera scoperta l’ha fatta il Tico, che è partito dalla sosta come se andasse al bar senza sapere che in tasca aveva un biglietto di terza classe di sola andata, per Luciano de Crescenzo questo è la vera essenza dell’EROTISMO.
    Oramai c’è poco da scoprire su sta via , c’è solo da rischiare, se hai un buon margine ti puoi anche divertire. Chi la affronta da primo di cordata non ha certo bisogno della relazione di Gulliver, sa benissimo che cosa rischia, dovrebbero saperlo anche quelli che fanno sicura in sosta.
    Passare poi una giornata di arrampicata con i colleghi per un esercitazione è un po troppo…non trovo l’aggettivo giusto, mi limito a fuorviante. Avrebbe potuto essere considerato un incidente sul lavoro, ne capitano 2 o 3 al giorno e non fanno più nemmeno notizia, solo statistica.
    Ma anche mettendo tutte ste cose su un piatto della bilancia, sull’altro c’è la morte di 3 giovani, un impossibile equilibrio.
    3 giovani che avendo scelto di vestire una divisa non avevano certo scelto di vivere in libertà, vestire una divisa e vivere liberi mi sembra un po un ossimoro. Forse volevano solamente e furbamente riprendersi questa libertà.
    Per quanto riguarda le dichiarazioni dell’altra cordata, sono totalmente ininfluenti, è fin troppo chiaro quello che è successo. Spaventosa la scena a cui hanno dovuto assistere.
    Speriamo che il Merizzi come è riuscito a salvare la Valle dalla pista per Jolette, riesca a salvarla anche da quell’ignorantone del Fontana.
    Ps: vorrei ricordare il Tico : la sua scala di difficoltà UIAA aveva solo 2 gradi : “L’è bela” e  ” L’è mia bela”.

  31. ‐‐‐‐‐‐‐‐‐  IL  RITORNO  DEL  FIGLIOL  PRODIGO  ‐——–
    Nuntio vobis gaudium magnum: habemus Pasinum!
     
    Roberto, ho davvero temuto il peggio. Perché ci avevi abbandonati senza avvertire? Avevo chiesto di te, ma tutto taceva. 
    Tra l’altro, il forum ha risentito della mancanza dei tuoi contributi. 
    Bentornato! Sono contento. E non combinare piú certi scherzi!

  32. Giovanni, per favore smettiamola con ‘ste stronzate: Amplesso Complesso è una bella via su ottima roccia, con buone possibilità di piazzare protezioni ottime e senza possibilità di perdersi. 
     
    Roberto, non c’è nessun dubbio che l’alpinismo sia una stronzata, non so se narcisista o meno.
    Però è una stronzata bellissima, sicuramente meglio che correre in macchina il sabato sera (principale causa di morte sotto i 25 anni) o fare risse allo stadio (o altrove) per esempio.
    O pensi sia meglio non sprecare la vita in montagna per fare le cose veramente importanti: il lavoro, la carriera, comprare cose, produrre, diventare qualcuno?

  33. Quest’attività (non la chiamo sport, mica che qualcuno si offende) è ancora pervasa da molto machismo. Evidente retaggio del passato. Non ci sarebbe bisogno di commentare questo episodio, basta vedere che se metti il casco in falesia ti guardano come uno sfigato (e poi, spesso, questi scalano pure peggio di chi il casco lo mette…). Stesso discorso per le vie. Per come la vedo io, giusto che certe vie siano selettive, ma questo non equivale a dover rischiare inutilmente di ammazzarsi lungo tutta la via o quasi. Si può mantenere l’obbligato alto anche con delle soste sicure e qualche chiodo/spit adeguatamente distanziato. Stesso discorso per il mantenere le vie con la stessa attrezzatura originale di apertura, senza considerare che il materiale ora ha 30/40/50 anni. Non penso che nessuno (ragionevolmente) si offenderebbe se esso venisse quantomeno sostituito. Il resto sono solo machismi da bambini mai del tutto cresciuti. Quando leggo “i custodi della valle” poi mi vien da ridere (o piangere)… 

  34. Provo una grande invidia per chi, non sul palcoscenico, ma nella penombra del camerino, prima o dopo lo spettacolo, o sentendo cantare Signore delle Cime durante qualche funerale, non è mai stato sfiorato almeno una volta, dal dubbio che tutta questa roba dell’Alpinismo non sia una enorme stronzata narcisista per la quale non vale la pena giocarsi la pelle, inventata da aristocratici annoiati e destinata prima o poi, come altre attività umane ludiche,  a finire nella pattumiera della storia. Un dubbio chiaramente instillato  dal Demonio. Vade retro Satana. . 

  35. Su vie completamente schiodate e su soste del genere  bisognerebbe avere il coraggio di slegarsi dalla sosta. Si fa sicura al primo ma gli altri si legano altrove. Se il primo di cordata vola sradica la sosta ma gli altri due rimangono li illesi. 

  36. @ Benassi alle 14:04. “Più leggero sei, più veloce vai, più sicuro sei”. Gli spit alleggeriscono, velocizzano e fanno divertire. O no?

    VERO!!

  37. Come sempre ci troviamo di fronte a due visioni contrapposte: quella “sicuritaria” e quella “tradizionale” 
    Credo che non ci sia soluzione se la mettiamo soltanto così; personalmente penso ci siano strutture che possano ospitare al meglio entrambi i contesti e che debba essere lo scalatore che decide, a seconda della sua preparazione, età, attitudine al rischio, a quale tipologia rivolgersi. Come dice giustamente Pasini non tutte le stagioni sono uguali ma la passione resta e per fortuna ora ci sono le vie a spit o lo sport climbing che danno a tutti la possibilità di continuare a fare attività dignitosamente.
    Penso anche che comunque alcune vie di riferimento aperte in stile tradizionale e che hanno rappresentato un passo avanti per le varie zone di arrampicata vadano lasciate come sono e che chi le voglia salire debba prendersi i suoi rischi.

  38. “Ma mettetele ste soste a spit! Siamo nel 2024”
    Eppoi, vogliamo almeno mettere a posto l’attacco al precipizio, con una ferratina, che è pericoloso e si fa fatica?
    E lastricare gli altri attacchi che è un casino trovarli, con anche qualche bel cartello indicatore?
    (e magari una piazzolina asfaltata alle partenze, che mi si sporcano le scarpette e la corda)

  39. Nonostante tutta la preparazione individuale (che qui indubbiamente c’era) una ineliminabile percentuale di rischio mortale su vie non spittate esiste e quando si parte per vie simili dobbiamo giocoforza accettarla. Se poi succede qualcosa di estremamente terribile come si Amplesso complesso gli errori di valutazione sono spesso solo nostri pur considerando anche una percentuale di fatalità.
    Non andare per non rischiare? Rischiare per procedere oltre credo sia insito nella natura umana e, in questa metafora della vita che è arrampicare in montagna, rinunciare sarebbe come rinnegarla.
    Su un altro piano ovviamente metto lo sport climbing dove invece la sicurezza è giustamente una pretesa e, se si rispettano rigorosamente tutti i protocolli perché abbiamo pur sempre a che fare con la gravità, deve essere una garanzia.
     

  40. Avevo deciso ormai da tempo la linea della sola lettura ma questa vicenda mi ha trascinato fuori dal loggione. Sono sempre stato un alpinista modesto ma anch’io, nella mia mediocrità, ho corso i miei rischi. In gioventù mi ero posto la domanda solita “Ma vale davvero la pena assumersi certi rischi, soprattutto nei confronti dei propri cari verso i quali abbiamo delle responsabilità?” Mi sono trovato una risposta, quella più o meno classica (la libertà di scegliere il proprio destino, l’imponderabile, la ricerca di se’, il rischio calcolato e gestito, la vita come rischio in generale e via discorrendo…) , niente di originale, cose tirate su qua e la’ dal mercatino delle idee e sono andato avanti con quella per tutta la vita. Ad un certo punto, ho smesso di pormela e l’ho messa nel cassetto. Spesso ho reagito con una certo fastidio, condito da un sottile disprezzo e anche da una buona dose di paternalismo,  a chi, non alpinista, me la poneva. Poi sono passati gli anni e ho anche sperimentato di persona, per ragioni di salute, il contatto con la sofferenza e la paura di morire e ho visto da vicino persone meno fortunate che non ce l’hanno fatta.  Ecco allora che quella porta si è riaperta e tutto quel castelletto costruito nel corso del tempo mi è sembrato fragilissimo. La cosa non mi riguarda più di tanto personalmente perché ormai mi sono dato dei limiti molto bassi per “quel che resta del giorno” ma quando leggo queste notizie di giovani vite prematuramente perdute e di un bimbo di tre anni rimasto orfano, il mio cuore ricondizionato torna ad agitarsi. So benissimo che la cosa c’entra poco e può sembrare moralista, ma poi leggo lo stesso giorno anche dei morti sul lavoro, alcuni spinti dalla miseria e dalla necessità e non dalla scelta e allora si crea un cortocircuito emotivo e mi tornano in mente le parole tormentate di Guido Rossa sull’alpinismo alla vigilia del suo incontro con il destino. Forse le diverse fasi della vita individuale e della storia ci pongono domande diverse. Mi ha colpito che anche Gogna ultimamente abbia aperto un filone di riflessione personale e collettiva sul tema del limite. Se ci poniamo domande inquietanti di questo tipo, che probabilmente hanno risposte solo provvisorie, ammesso che le abbiano, è un buon segno. C’è ancora vita sul Pianeta Boomer che pretendeva di mettere la Fantasia al Potere. Saluti a tutto il club e torno all’ascolto, selettivo ovviamente, perché il gioco dei ruoli mi annoia un po’, anche se vedo che va sempre forte nel blog

  41. @ Benassi alle 14:04. “Più leggero sei, più veloce vai, più sicuro sei”. Gli spit alleggeriscono, velocizzano e fanno divertire. O no?

  42. Ma sappiamo che molti ragazzi giovani chiodi e martello non sanno neanche come si usano, 

    e come mai??

  43. La vostra vita è nelle mie mani. La nostra vita è nelle tue mani. Rispetto per la vita altrui, ma anche per l’operato altrui.

  44. va beh expo, pero di vie spittate o “messe in sicurezza” e’ pieno il nord italia anche vicine alla val di mello …voglio dire, si puo’ anche decidere di lasciare la val di mello cosi com’e’ e chi ci va sa che ci va a suo rischio e pericolo. Alla fine e’ un angoletto minuscolo rispetto i piu di 1200 km dell’arco alpino italiano, un po come la valle di san lucano nelle dolomiti….cioe’ in dolomiti ci sono centinaia di vie assolutamente schiodate, che facciamo? ne spittiamo tutte le soste?in medale la chiodatura e’ sistematica, in grignetta la chiodatura e’ sistematica….in val di mello no. Pace, lo sanno tutti….poi in questo caso, i tre finanzieri morti non erano dei dilettanti allo sbaraglio, erano alpinisti di professione o cosi’ mi aspetto che siano i membri della Scuola Alpina della Guardia di Finanza…di lavoro fanno “andare a fare vie”…e chi si avventura su una via cosi’, spero sappia a cosa va incontro…io mi limito a kundalini o luna…E comunque anche la val di mello e’ piena di vie a chiodi sicure

  45. Amplesso complesso è una via molto bella, non particolarmente expo e le soste si possono fare a prova di volo.
    Paragonare Rogno alla val di Mello mi pare un po’ fuori luogo.

  46. Tempo fa’ lessi un pezzo di Ivo Mozzanica relativo alla difficolta’ delle sue vie.
    .
    Piu’ o meno i gradi erano gradi non di difficolta’ ,ma di rischio ,ed esordivano con FS (frattura semplice) per proseguire con FSc ( frattura scomposta ) ,  per finire con Paraplegia  e Tetraplegia e Morte.
    .
    Io capisco , e in parte condivido l’inattaccabile ragionamento di Jacopo : a fare una via aleatoria non ti ci ha mandato il medico , quindi hai valurato male.
    .
    Ancora piu’ complicato e’ che le protezioni ti servono quando non hai il margine su un certo grado , magari un Alex Honnold che passa di li si chiedera’ a che cosa servano sosta , friends e corda , e la possibilita di sfracellarsi su un chiodo “lungo” c’e’ anche su certi IV ed e’ soggettiva e inversamente proporzionale al tuo livello.
    .
    Io pero’ dalla mia “merdesima posizione” in arrampicata non me la sento di giocarmi un P / T o M  per una giornata di svago.
    L’etica della VDM  , secondo me va difesa , ma i morti sacrificati alle soste precarie ( anche in calata ) li eviterei volentieri..
    .
    Fra l’altro in Valle ci saranno pochi incidenti , ma ci sono in una settimana meno ripetizioni che a Rogno in un giorno.
    .
     
    .
     

  47. Non ho mai salito Amplesso Complesso ma ho salito altre vie in val di Mello, e se devo dirla tutta mi sorprende di come incidenti come questo non capitino più spesso.
    Per me bisogna prendere atto di come l’alpinismo è cambiato, in val dell’Orco come in Yosemite gli spit li mettono. Poi più che tutto vedo molta ipocrisia visto che su certi itinerari più moderni gli spit non vengono rimossi: sarà soltanto che gli apritori son diversi e più recenti o sarà che alla fine anche i vecchi sassisti hanno un pochino di puzza per la vita? Visto che le difficoltà son più alte. Perchè non ho dubbi che qualche giovane veramente avventuroso potrebbe salire anche quegli itinerari senza ancoraggi fissi.
    Capisco il valore storico dei primi apritori e la volontà di mantenere un terreno di assoluta avventura, ma allora non piangiamo i morti, prendiamo atto e diciamo che non hanno avuto abbastanza margina e/o non son stati in grado di proteggersi adeguatamente. Soprattutto quando vedo che queste vie vengono descritte come magnifiche e si invita le persone a ripeterle (a onor del vero, belle son belle). Ma sappiamo che molti ragazzi giovani chiodi e martello non sanno neanche come si usano, quindi bisognerebbe far passare il messaggio che metti in gioco la vita a volte.

  48. Rischio + scoperta = alpinismo, mentre sicurezza + divertimento è l’equazione dell’arrampicata sportiva. Quest’ultima corrisponde allo spirito dei tempi dove tecnica e safety governano la nostra esistenza, direi a ragione per la società. Ma non per l’individuo o per alcuni almeno, che non rinunciano alla libertà della propria espressione personale, assumendosene pienamente la responsabilità. Ecco perché indagare su colpe non ha senso, una via in totale sicurezza non è più alpinismo. RIP

  49. Caro Alessandro la Val di Mello in particolare il Precipizio degli Asteroidi per noi arrampicatori è sempre stato luogo di gioia, di gioco di vita e questa tracedia mi ha colpito terribilmente Non mi piace esprimere giudizi ne cercare responsabilità. Nella mia vita alpinistica mi sono preso dei rischi? Certo, e sfido chiunque a sostenere il contrario. Quasi sempre va bene ma non sempre.
    La foto della sosta s4 di meraldi non è la sosta di Amplesso Complesso.
    ciao

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