Arrampicate e ambiente

Arrampicate e ambiente
(scritto nel 1996)

La catena alpina da sempre occupa il posto di rilievo nella storia dell’alpinismo, vuoi per l’importanza di molte sue cime e pareti, che hanno in passato sfidato i sogni dei più attivi ricercatori di nuovi itinerari alpinistici, vuoi per la bellezza di alcune vie che, per l’eccellenza della roccia, sono giustamente diventate “classiche” e quindi sono frequentemente ripetute da arrampicatori di tutto il mondo.

Quando un percorso è ripreso da molte cordate all’anno, generalmente pone problemi etici, perché ci si domanda se è il caso di attrezzarlo convenientemente con un minimo di anelli fissi e cementati al silicone (a sostituzione di chiodi magari vecchi e inaffidabili), oppure lasciarlo così come è, investendo quindi le cordate interessate della più completa responsabilità.

È quasi inutile dire che ciò ha suscitato ogni volta un vespaio di polemiche: ogni alpinista ha la sua opinione in materia e qualcuno talvolta denuncia pubblicamente la nuova tendenza di “spittare” alcuni tra gli iti­nerari più classici delle Alpi in nome della “sicurezza”.

La tendenza in ogni caso, e non v’è regione (neppure oltralpe) che presenti eccezione, è quella di importare sempre più massicciamente la filosofia e le pratiche dell’arram­picata sportiva nell’ambito psicologico e materiale sul quale finora aveva regnato la montagna.

Se Paul Preuss, Enzo Cozzolino o Reinhold Messner ave­vano soprattutto a cuore l’integrità e la nobiltà del­la montagna, che quindi doveva essere protetta dalle aggressioni con materiale ferroso in una rigida difesa di un territorio che doveva rimanere “impossibile”, l’analisi della moderna arrampicata sportiva eviden­zia, nei progetti, nell’azione e nelle nuove etiche suoi proprî, un’esigenza di graduale definizione di un comportamento che dev’essere uguale per tutti: la mon­tagna, la parete, la roccia hanno perso la loro quali­fica di interlocutori, e la libertà d’interpretazione del nostro agire tende a diminuire.

Del vecchio con­cetto di “impossibile” rimane solo, continuamente ero­so dai progressi, un margine di impossibilità fisica, un arretramento alla linea Maginot del classico spec­chio su cui non ci si può arrampicare, mentre quella parte di “impossibile” che si riferiva ai tabù psico­logici e alla libertà interiore di scelta nell’agire è stata brutalmente soppressa.

Con il decrescere del tasso di costruttiva anarchia, così caratteristico dell’alpinismo, si assiste ad una progressiva unifor­mazione che tende ad eliminare la vera avventura pri­vilegiando gli aspetti tecnici, fisici, spettacolari e competitivi.

Un aspetto assai deleterio per l’integrità rocciosa, del tutto proprio dell’alpinismo, permetteva alle va­rie cordate di togliere e ripiantare i chiodi sempre nelle stesse fessure. Le motivazioni di questo compor­tamento erano tante: tra le più forti, la considera­zione che i chiodi costano soldi e, soprattutto, la segreta volontà di non facilitare coloro che avrebbero seguito.

Il risultato comunque assicurava un veloce degrado delle fessure, specie quelle usate per fare le soste. In certi periodi di alcuni decenni del secolo XX, stranamen­te ricorrenti, la mania di schiodare completamente le vie per riportarle al loro primitivo grado di diffi­coltà ha provocato scalmanate irruzioni di alcuni fa­natici sugli itinerari più in voga, dopo il passaggio dei quali si potevano contare più danni che pulizia: fessure massacrate, chiodi riottosi a fuoriuscire mar­tellati completamente dentro per renderli inservibili. Questi vandali calvinisti erano ben lontani dal com­prendere che un itinerario non si riqualifica automa­ticamente ricorrendo alla schiodatura ad oltranza. Danni irreparabili e distruzioni nella maggior parte dei casi portavano a nuove richiodature.

Proprio par­tendo da queste considerazioni, i moderni difensori della sicurezza hanno avuto gioco facile ad imporre la soluzione definitiva: lo spit.

Anche se in passato ne è stato fatto un grande uso per necessità storiche, i chiodi da roccia possono essere in gran parte sostituiti da nut e friend, strumenti di sicurezza e progressione che richiedono fantasia, non sono dannosi per la roccia e sono facilmente posizionabili e amovibili. Il sofferto abbandono dell’artificialismo spinto degli anni Sessanta è stato un primo passo, ma ancora parecchio cammino occorre com­piere sulla strada del clean climbing. Lo spit permet­te un minor uso di mezzi artificiali, ma la sua ado­zione spinta all’estremo rischia di tramutare un iti­nerario in una via ferrata per esperti arrampicatori. Nei casi di “sistemazione” di una via, raramente si privilegia la ricerca delle possibilità di assicura­zione alternativa: fessure che permetterebbero l’uso facile di nut e friend si vedono svuotate di signifi­cato per colpa del posizionamento nei suoi pressi di uno spit, tanto comodo quanto istigatorio alla pigrizia mentale. Le attrezzature de­finitive sono nemiche dell’avventura e dell’ambiente.

Di sicuro, libertà maggiore di scelta è stata concessa per l’apertura di nuovi itinerari. Qui il capocordata può scegliere quanto rischio affrontare, nessuno lo ha mai preceduto in questa valutazione. Piantando gli spit egli sa che questi non verranno mai rimossi fino alla lontana consunzione: quindi maggior numero di spit significa maggiore facilità per i ripetitori, a tal punto da far apparire gli apritori come generosi altruisti. Permettetemi di dubitarne, io non riesco ad accettare come genuino questo presunto cupio dissol­vi dell’amor proprio e dell’egoismo. Di fronte a que­ste finzioni preferisco rimanere ancorato ai criteri del passato e lanciare la provocazione per la quale piantare uno spit ogni due metri e mezzo (lo stile delle cosiddette vie plaisir) equivale ad una via ferrata per esperti arrampicatori. E qui non ha senso neppure distinguere se una via del genere sia stata aperta dal basso o dall’alto: sarebbe infatti come disquisire se una via ferrata debba essere co­struita dal basso o dall’alto!

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Arrampicate e ambiente ultima modifica: 2021-05-21T05:25:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Arrampicate e ambiente”

  1. 6
    Matteo says:

    Stesso discorso si potrebbe fare sul dry-tooling che ha permesso di “aprire” nuove vie in montagna…chissà un domani potrebbe esserci lo “spiderman climbing” che permetterà di “aprire” nuove linee. Si parla anche di ferrate, quante sono inutili e commerciali e quante sono fantastiche. L’etica, il sentimentalismo, etc. ci sono ed esisteranno sempre, così come il buon senso. Spero che si possa sempre di discutere su queste tematiche senza troppi divieti o troppe regole o troppi giudizi, ognuno con il proprio pensiero che diventa contributo per tutti.  Educhiamo i nostri figli “liberi” , ci sorprenderanno!!!  

  2. 5
    Caliban Merlino says:

    Una via in montagna è un’opera d’ingegno (condenso in una parola per non dilungarmi ed essere tacciato di sentimentalismo).Non bisognerebbe metterci mano fino a sfigurarla.Per le vie nuove ciascuno si regoli come preferisce.

  3. 4
    lorenzo merlo says:

    Più che sentimentaliso – qualcuno lo chiama pauperismo o luddismo – si tratta di direzioni culturali che spingiamo con tacito consenso, credendo non ci siano alternative, o contrastiamo con i mezzi che abbiamo, per crearle.
     

  4. 3
    Giovanni battista Raffo says:

    I bravi alpinisti sono in grado di affrontare la montagna come meglio credono.Le innovazioni non dovrebbero turbare l’animo di chi si è sempre arrangiato da solo, affrontando ogni sorta di difficoltà.Le metaforiche( ferrate) che per motivi di praticità si stanno diffondendo a macchia d’olio, è possibile evitarle e continuare come si è sempre fatto.A questo punto, ho l’mpressione che dilaga, più che altro,  un forte egoismo.Considero la montagna un insieme di fattori :autodetermiazione , relax, piacere, antistress, ecc., indipendentemente dall’agonismo spietato. Non ha senso concepire questo magnifico modo di vivere riferendosi di continuo a vecchi sentimentalismi .

  5. 2

    Diatriba antica e irrisolta.
    Albert, una decina d’anni fa a un corso d’aggiornamento del Collegio Veneto facemmo dei test dinamometrici su spezzoni di fettucce, cordini, moschettoni, ecc., che ognuno di noi aveva recuperato appositamente in parete. Roba che aveva passato decenni alle intemperie delle 4 stagioni per più stagioni. I risultati furono sorprendenti!
    Fettucce e cordini e corde in nylon avevano diminuito la loro resistenza fino a un massimo del 50%, mentre moschettoni e kevlar avevano le stesse caratteristiche meccaniche come da nuovi.
     

  6. 1
    albert says:

    Mentre ci si interroga ed arrovella, tempo al tempo e l’erosione fa crollare tratti di parete, allargare o crepare fessure, appoggi,arrugginire chiodi, sfarinare cordini di canapa o nylon o kevlar  fissi esposti al sole e ghiaccio  per anni .La Natura sferra il suo colpo…e tronca ogni dibattito umano.

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