Bello è il brutto e brutto è il bello

Bello è il brutto e brutto è il bello
di Roberto Pecchioli
(pubblicato su ereticamente.net il 6 agosto 2023)

Più volte, nelle nostre riflessioni, abbiamo parlato di capovolgimento, rovesciamento di valori e principi. Il nostro è un tempo invertito. E’ la vittoria delle streghe di Macbeth, la tragedia di Shakespeare sul potere, l’ambizione, il buio. Le tre streghe ne sono il motore, con oscure profezie e la frase con cui aprono il dramma: fair is foul, and foul is fair. Bello è il brutto, e brutto è il bello, strillano tra risa sardoniche per poi uscire di scena “su per la nebbia e l’aria unta”. C’è un che di malsano, malato, nell’affermazione che rovescia ogni senso e ogni ragione: il bello è brutto e viceversa. Il bene diventa male e la menzogna predomina sulla verità.

Nella tragedia del bardo inglese il mondo al contrario viene sconfitto al termine della battaglia finale che disvela le profezie oscure delle streghe, ma nel presente diventa pane quotidiano, cibo velenoso che intossica e inverte la scala dei valori. Lo vediamo dappertutto: nelle strade sporche, nei muri lordati da scritte e graffiti tutt’altro che artistici, con buona pace degli aedi dell’arte di strada; nella sciatteria di abbigliamento, postura, condotta, che diventa volgarità spacciata per comodità, spontaneità, trasgressione, l’obbligo grottesco dei forzati della liberazione; nell’indifferenza per il bello e l’arte, ridotti a sfondi, location – come si dice adesso – per i selfie in cui protagonista è il nostro ego smisurato e insieme minimo; nel linguaggio elementare, sguaiato, scurrile; nell’indifferenza per la verità, superata dalla menzogna per coazione a ripetere; nella musica ripetitiva che imita il baccano metropolitano per accompagnare sballi e dipendenze; nella pelle occupata da tatuaggi senza significato, brutti, spesso bizzarri, insensati, segno da un lato della smania di autocreazione e di volontà di distinguersi nella massa, dall’altro prova di un’estetica imbarazzante unita alla dipendenza dalle mode. Tutti sembrano comportarsi allo stesso modo, nella trascuratezza comune, nell’abbigliamento, nell’atteggiamento, nelle preferenze: difficile distinguere tra “plebe ricca e plebe povera” (Nicolàs Gòmez Dàvila). Soprattutto, è arduo rintracciare il bello: la bruttezza tracima da ogni lato diventando il segno distintivo della modernità postera di se stessa. Paesaggi meravigliosi vengono sfigurati da chilometri di orrendi parallelepipedi, cubi e fabbricati informi, i nonluoghi frequentati da generazioni rese ignoranti, insensibili, imbruttite e abbrutite nonostante trucco, belletto, abiti firmati. Centri commerciali, capannoni presto dismessi, insegne pubblicitarie, svincoli diventano il ritrovo, lo scenario di vita, incontro, auto riconoscimento di una massa identica intenta a passatempi, occupazioni e passioni volgari. L’architettura – chiusa la partita con l’ornamento – non ha più ambizioni di bellezza e durata, a differenza del passato in cui edificare appariva agli uomini il modo migliore di lasciare una traccia di sé, un lacerto di eternità, il segno di un passaggio non casuale, l’ansia di trasmettere un modello di civiltà.
Su tutto, domina il sistema della comunicazione massificata, la pubblicità e l’intrattenimento che – diversamente dal passato anche recente – impongono modelli e personaggi caratterizzati dalla bruttezza, dall’anormalità esibita, dall’ostentazione di ogni eccentricità e perfino deformità. Evidentemente tutto ciò è voluto, elemento centrale della potente opera di deidentificazione, regressione, riduzione animale cui siamo assoggettati. Poiché tutto deve servire a qualcosa, essere utile ad alimentare il circuito del consumo e del profitto, l’uomo postmoderno riderebbe – di una risata stolida, sguaiata, carica di soddisfatta mediocrità – se gli capitasse, per caso o errore, di leggere un brano delle Pietre di Venezia di John Ruskin: “Ricorda che le cose più belle del mondo sono anche le più inutili: i pavoni e i gigli, ad esempio” .
Inutili, se fosse vero che l’uomo è solo ciò che mangia (Ludwig Feuerbach). Tutto ciò che è “utile” in senso strumentale è oggi programmaticamente brutto, mentre in passato così non era e perfino gli utensili del contadino rispondevano a un’idea di bellezza, di gusto. Lo sguardo era rivolto in alto. Oggi tutto congiura a farci chinare in basso.
La comunicazione pubblicitaria, diventata visione del mondo, guida la marcia del regresso: Zara, multinazionale della moda (pardon, fashion…) a buon mercato, ha un testimonial nuovo/a – o meglio *, il magico asterisco che nega la natura: si chiama Ceval Omar, è transessuale (l’eroe del nostro tempo) immigrat* e ner*, nonché grass* e francamente brutt*. Come è ovvio, la scelta non risponde a criteri di mercato – nessuno compra un prodotto per invidia o imitazione del modello di riferimento – ma per abituare alla bruttezza, alla confusione, al pappone multiculturale e transumano a cui ci stanno riducendo. Diffondere degrado e bruttezza aiuta a riconfigurare il post –uomo non più sapiens.
Non è dunque per semplice senso estetico che bisogna difendere la bellezza, ma perché su quella trincea è in gioco tutto: l’essere e il non essere, il bello e il vero. La bellezza si trova nel mistero che dà il via all’immaginazione, la quale a sua volta crea e connette alla natura e all’arte. Scrisse il poeta romantico John Keats: “la bellezza è verità, la verità è bellezza. Questo è tutto ciò che al mondo sapete, e tutto ciò che dovete sapere”. E lo disse in un canto dedicato alla bellezza senza tempo di un manufatto artistico, un’urna, un’anfora dell’antica Grecia, sublime, perfetta manifestazione della bellezza che non ha bisogno di giustificazione.
Chi ci scaraventa in un oceano di brutture ci sta togliendo la sapienza insieme con il senso della bellezza, porta della trascendenza. Lo sanno bene i nemici dell’uomo, i nostri nemici. Quelli che in tempi di nichilismo viscido, soffice ed egualitario, intendono farla finita con la verità e la bellezza, con la civiltà e le sue bandiere. Ceval Omar rappresenta Barbie per l’azienda Inditex, ieri icona di un modello di bellezza femminile, oggi adattata, dicono gli entusiasti del nuovo corso estetico (e anestetico) al fatato mondo dell’inclusione, ossia dell’omologazione, l’uguaglianza in basso che non conosce limiti.
Come non ha limiti il dominio della volgarità, del risentimento e dello svilimento da parte della generazione degli “ultimi uomini”. Il loro tempo – il nostro – è quello in cui l’umanità “non genererà più stelle” (Friedrich Nietzsche). Una tipologia umana, secondo il solitario di Sils Maria, “tanto più disprezzabile perché non sa più disprezzarsi”. Con il suo avvento la terra “ è diventata piccola e su di lei saltella l’ultimo uomo che rende tutto più piccolo. “ La battaglia per la bellezza, per quanto risulti incomprensibile all’uomo impegnato esclusivamente nel successo e nelle crescita misurata in denaro, è decisiva in quanto respinge l’idea di un essere solamente animale, utilitario, gettato sulla terra per scambiare e accumulare cose, unico pegno di felicità. La bellezza, tra le altre cose, è gratuità. Essa continua a godere di un certo prestigio nell’ambito museale. Pensiamo all’immagine pittorica di Simonetta Vespucci, la musa di Sandro Botticelli. La sua sfolgorante bellezza continua ad incantare i visitatori, ma rimane confinata nel chiuso, un retaggio del passato. Passato, ovvero finito. Nessuna bellezza è riconosciuta oggi; non esiste bellezza che sia viva, in azione, presente. Possiamo cercare ovunque per cielo e terra: non troveremo alcuna Simonetta, nessun David, nessun Laocoonte avviluppato dai serpenti con i suoi figli, non un solo palazzo o tempio, un Partenone, una cattedrale. Al loro posto abbondano le “installazioni” e ogni stranezza che possa essere compravenduta con il bollino di conformità di una casta di ciarlatani.
La cultura è il suo contrario in ogni ambito. Nella musica trionfano prodotti imposti dal mercato woke come Lizzo, cantante nera, sovrappeso, simbolo del mondo nuovo, che canta la bellezza della diversità e il dovere della sua accettazione accompagnata da ballerine altrettanto sgraziate e obese, poverette che, sembra, maltrattava e obbligava a prestazioni sessuali umilianti. La bruttezza elevata a modello diventa degrado, non di rado abiezione. Se lottiamo per il bello è per sopravvivere. Esistere. Per far capire cosa potremmo e dovremmo essere. La fine del bello è la morte dello spirito, la sottomissione all’impero dell’utile e del materiale, del prosaico e del banale, la scomparsa dell’unità ideale tra il bello, il buono, il vero. Persino nella Firenze del Rinascimento, patria della bellezza, il brutto, il triste, perfino il sudicio arrivarono al potere con il volto del sinistro frate Girolamo Savonarola, nel cui “falò delle vanità” ardevano gioielli, profumi, abiti, libri, manoscritti, quadri, compresi quelli del Botticelli, irretito dal monaco ferrarese. La disgrazia fu di breve durata: dopo quattro anni Savonarola arse sullo stesso rogo dove aveva tentato di distruggere vita, bellezza e arte in nome di un Dio accigliato e disumano, niente affatto cristiano.
Sempre nell’uomo è stata presente una tendenza verso il basso, il volgare, il sordido. Mai tuttavia era assurta a principio vincente come nella contemporaneità occidentale. Chi scrive rammenta due scosse, due moti dell’animo fortissimi e indimenticabili. Uno, a vent’anni, la vista improvvisa, nella National Gallery di Londra, della Cena in Emmaus di Caravaggio. Stupore, scoperta, l’attimo ineffabile degli umili discepoli che riconoscono Gesù risorto. L’altro, molti anni dopo, l’apparizione, altrettanto improvvisa, scomparse le nuvole con la rapidità del clima di montagna, delle Pale di San Martino, un miracolo della natura che innesca, insieme con l’emozione senza fiato della bellezza assoluta, l’evidenza di un creatore, di un principio superiore che ci eccede. Fitte dell’anima che il tempo non scalfisce, che l’abbrutimento del mondo non riesce a guastare. Sensazioni che fermano il fango, mantengono pulito lo sguardo, conservano intatta la speranza. È la contemplazione della bellezza, naturale o frutto del genio mi umano. Luoghi, opere che accendono i sensi, la ragione e lo spirito, poiché non c’è bellezza di cui l’anima non sia giudice ed arbitro, come insegna Agostino d’Ippona. La guerra delle idee, così necessaria, corre il rischio di spostarsi dove l’immediato, il superficiale, il quotidiano, fanno dimenticare l’ancoraggio con il buono, il vero, il bello.
A volte bisogna oltrepassare il presente per andare più a fondo, dove penetrare e ascoltare i sussulti ideologici del tempo che trascina verso il basso. Per rimanere in piedi, però, occhi aperti e cuore caldo in un mondo di rovine, fermi nel bene per riconoscere il male. Il bene per soffocare il male. Il bene per non sbagliare nel dubbio. La verità da capire. La verità per vivere nella realtà. La verità per camminare senza il peso della cattiva coscienza. La bellezza perché è piacere, gioia, conoscenza, sguardo che scavalca l’orizzonte. Bellezza da condividere, poiché io non sono nulla se non mi apro a “noi”. La trinità di bene, verità e bellezza è la più odiata dal principe del male, la più massacrata dal pensiero dominante postmoderno che non nasconde più il culto del brutto, il distacco dal bene, la rinuncia alla verità. Il bello è anche buono, lo sapevano i greci, padri dall’eredità dissipata. Quando la nebbia rende tutto confuso è l’ora di tornare all’essenziale, all’immutabile, alle uniche cose importanti: il bene, la verità, la bellezza. Sono il nostro dovere e la nostra salvezza. Perché se non è chiaro in che modo la bellezza salverà il mondo (Fëdor Dostoevskij) è chiarissimo che la bruttezza lo sta distruggendo. Non servono troppe domande: è sufficiente ciò che intuì il poeta e mistico tedesco Angelo Silesio: “la rosa è senza perché. Fiorisce perché fiorisce, lei a se stessa non bada, non chiede che la si guardi. “ Ma se la osservi, scopri la bellezza e non puoi più separartene.

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Bello è il brutto e brutto è il bello ultima modifica: 2023-08-31T05:52:00+02:00 da GognaBlog

136 pensieri su “Bello è il brutto e brutto è il bello”

  1. # 92 Balsamo. Hai ragione, il termine “innocuo” è sicuramente esagerato, e non consono ad un ragionamento clinico. Difficile, in un blog diviso in “schieramenti”  come questo, riuscire a non usare termini forti e a volte impropri. Riguardo alle dimensioni del campione positivo ma sfuggito alle statistiche della prima ondata di covid perché asintomatico, non so se vi siano dati ma ho la sensazione che non sia stato molto elevato, considerando che (1) le prime misure di lockdown erano state molto efficaci nel frenare la diffusione del virus e (2) la variante Wuhan e la successiva delta erano dotate di elevata morbosità, per cui il numero di asintomatici o paucisintomatici sarebbe stato comunque basso rispetto a quelli con grave sintomatologia. Qui ne approfitto per segnalare che la lenzuolata di domande del signor Stefano è la solita sfilza di luoghi comuni cari ai no vax e privi di senso scientifico, a cominciare dalle caratteristiche dei vaccini approntati con procedura d’urgenza, per finire con il considerare Sars CoV2 -in quanto a caratteristiche di contagiosità e di morbosità-  alla stregua degli altri virus Sars succedutisi negli ultimi vent’anni (qui siamo al delirio interpretativo); e proseguendo con la sciocchezza statistica che il virus avrebbe colpito solo gli anziani e i malati, senza neppure considerare le migliaia di operatori sanitari morti sul campo (un vero esperimento vivente della letalità del virus nelle sue prime fasi). Ma tant’è, già il fatto di aver ricevuto il plauso di Cominetti mette in evidenza la bontà e il rigore scientifico di certi ragionamenti, per cui per me il discorso è definitivamente chiuso, e per fortuna che i pecoroni sono stati la maggioranza, in questo come negli altri paesi. Dimenticavo: ancora oggi quei forcaioli dell’Associazione Italiana di Epidemiologia hanno pubblicato un appello in cui esprimono forti dubbi sulla decisione presa dal governo di cessare l’isolamento dei soggetti positivi a Sars CoV2. Che gentaglia gli epidemiologi, vero Stefano? 
    #101 Govi la vicenda Vaxzevria per noi addetti ai lavori è rimasta oscura e speriamo che qualche inchiesta giornalistica in futuro scopra cosa vi è stato dietro. Di fatto il vaccino ha continuato ad essere venduto nel sud del mondo e i casi di trombosi venosa non sono più stati segnalati. Forse le “razze” del sud del mondo -per usare espressioni care a  qualcuno qua nel blog- sono più resistenti degli occidentali.

  2. Io conoscevo “Signore delle cime”, “La Montanara” e “Il testamento del capitano”, ma non “Vadavialcu”.
    Sei sicuro che sia un canto degli alpini?
     
    P.S. Prevedo a breve un’eliminazione a filotto degli ultimi sei o sette commenti…
    Alessandro, mi affido alla clemenza della corte! Prima di cancellare, pensa che è forse la prima volta in quattro anni che io e Matteo siamo assolutamente d’accordo. Che i nostri commenti restino a futura memoria del miracolo!

  3. ma visto che è un blog di montagna e  appena tornato da una bella giornata vengo minacciato di rieducazione, c’è anche una grande versione col sacro cappello:
    https://www.youtube.com/shorts/1rElnBdjKbU
     
    così ho anche ciulato quel puritano del Capo (che a me le cose piace farle bene!) e vadavialkù
    🙂 🙂 🙂 🙂 🙂 🙂 🙂

  4. Sii buono, Matteo. Non devi picchiare Carlo, neanche con un fiore.
     
    Prova invece a urlare un liberatorio “Ma va’ a caghèr”.
    Qui da noi a Modena funziona quasi sempre. Forse funziona pure a Milano.
     
    P.S. Lí da voi come lo dite?
     
     

  5. “C’è stato un periodo in cui… io pensavo che alla fine sarei riuscito a “educarvi”. Invece hanno ragione i miei conoscenti: siete “ineducabili”.  Non è cosa di cui andare fieri: significa che non mi sapete smuovere dai bassifondi in cui sguazzate.”
    Cazzo se c’e da andarne fieri: personalmente metterei volentieri le mani addosso a chi vorrebbe educarmi…purtroppo questa società tende a reprimere sempre gli istinti migliori!
     
    P.S.: chissà perché con certi interventi e certe parole mi vengono in mente paralleli strani e inquietanti: gli “asociali”, i “degenerati” e la Aktion T4 ma anche il “colpirne uno per educarne cento” con tutto quello che ne è seguito.
     

  6. Io e voi…frammenti di comunicazione in salsa Marchese del Grillo. Questo mi sembra lo schema dominante in molti interventi. C’è ancora spazio per dialogare? L’Io sapra’ rinunciare al Voi per definirsi, magari scoprendo il Noi? Una domanda che molti si pongono periodicamente. Come dar loro torto. 

  7. Guido Rey scrisse il famoso libro “Educatori delle alpi”.
    Egli teorizzava la figura del Crovella, un essere umano evoluto che sarebbe diventato capostipite di una razza di supecaiani destinati a formare il vero: alpinista, scialpinista,  Presidenta di sezione, etc etc.
    Purtroppo qualcosa andò storto.

  8. @tutti: crisi d’astinenza da forum?
    spit si o spit no? 
     
    @crovella, ma se commenti sempre?

  9. @ 123
    In queste circostanze noi modenesi diciamo: “Ma va’ a caghèr”.
    Voi, in Val d’Ossola e in Val Brembana, che cosa dite?
     
    Però, trattandosi del buon Carlone, che considero persona positiva (malgrado le sue numerose intemperanze e a dispetto di tutto quel che voi gli rinfacciate senza pietà), il “Va’ a caghèr” non glielo dico.  ???
     

  10. Chi – come alcuni miei conoscenti – non accede all’area commenti, ha maturato tempo fa tale decisione sulla base del disgusto che ha provato allora, mesi e mesi se non addirittura anni, nel leggere i commenti. D’altra parte a vedere che, dopo tre anni, svengono scritte esattamente le stesse cose (da una parte e dall’altra) sul Covid, significa che i commenti dei giorni nostri non sono altro che fotocopie di commenti passati.
     
    C’è stato un periodo in cui, ripetendo pedestremente a ciascuno (in alcune situazioni anche perdendo la pazienza), io pensavo che alla fine sarei riuscito a “educarvi”. Invece hanno ragione i miei conoscenti: siete “ineducabili”.  Non è cosa di cui andare fieri: significa che non mi sapete smuovere dai bassifondi in cui sguazzate. Alla fine anche io mi sono arreso all’evidenza.
     
    Naturalmente, come ogni volta che si fa “di un’erba un fascio”, queste definizioni collettivi mancano di rispetto a qualcuno che, pur avendo sue caratteristiche individuali, viene preso dentro alla massa, ma la massa dei commentatori seriali è di quel tipo. La sensazione è che non importi niente del tema del giorno (come dimostra il fatto che, da “bello e brutto”, si arriva al Covid…). In realtà vi importa solo avere uno spazio n cui convogliare una frustrazione di fondo. Le frustrazioni individuali non sono tutte dello stesso tipo.  Ognuno avrà la sua di frustrazione: chi sul lavoro, chi con la moglie, chi perché non arriva a fare l’8c… ma solo quello è, frustrazioni da scaricare con livore. Sono convinto che se Gogna riorganizzasse completamente il sito, separando irreversibilmente gli articoli (senza, sotto, lo spazio commenti) e creando, dall’altra, una specie di chat (senza articoli) aperta H/24, voi parlereste a ruota libera in tale chat, scaricando lì le vs frustrazioni esistenziali. Su questo punto hanno profondamente ragione i miei conoscenti.
     
    Non a caso, non frequento quasi più i commenti da un bel pezzo. Non li vado neppure a scorrere. Qui sono stato incuriosito dall’articolo in questione (o meglio dalla stranezza di un articolo del genere in un sito di alpinismo) e quindi sono anche stato incuriosito da cosa la gente ci ha scritto a riguardo. Una curiosità prettamente “antropologica”, non di contenuto. 

  11. Claudio Genoria, ho conosciuto anche io Franco Miotto. Ci siamo anche scambiati diverse lettere parlando di alpinismo, di Burel e di Spiz di Lagunaz.

  12. Siamo alle solite: dopo un centinaio i commenti diventano iperboli o attacchi personali. Pecà 

  13. “Dopo 3 anni ancora con l’ennesima diatriba sul tema Covid…”
    Detto da uno che da quando commenta qui ripete allo sfinimento gli stessi 2/3 concetti fa un pò ridere. Hai perfino linkato recentemente e per l’ennesima volta i tuoi articoli che nessuno per fortuna legge più, i frequentatori del blog l’hanno capito e nessuno li ha presi in considerazione, altro che i tuoi amici…

  14. Alberto Benassi, forse mi sono espresso male: non era una domanda. Ho conosciuto personalmente Miotto e Saviane, entrambi dipendenti Enel, come mio padre. Mi hanno portato con loro in montagna e mi hanno insegnato tante cose. Leggendo Pasini mi è venuto in mente questo fatto, che Franco e Benito erano in effetti di convinzioni politiche diametralmente opposte e che sono stati, nonostante questo, una cordata molto unita. Erano amici. Franco mi parlava spesso dei suoi compagni di scalata: di Benito diceva meraviglie. 
    La passione per la montagna unisce. La passione di apparire divide.

  15. Pasini (57), una curiosità che mi è venuta in mente leggendoti: la cordata Miotto-Saviane (che forse conosci) era di tipo rosso-nero. Eppure si volevano bene ed uniti erano fortissimi.

    62 Genoria
    Questa domanda la dovevi fare a Crovella e ai suoi amici sabaudi. Loro sanno tutto di Miotto e Saviane, sulla nord del Col Nudo e la sud del Burel.
    Mica sono degli zoticoni , capre e pecoroni.

  16. Crovella, se i tuoi amici saltano i commenti non capisco come possano essere disgustati dagli stessi.
    Purtroppo per te e loro, amare la montagna (che non vuol dire nulla) non esclude temi che per alcuni sono altrettanto importanti o se non di più. 
    Dimenticare il Covid e tutto ciò che ha comportato (inclusa la tua visione nazista) andrà bene per i mammalucchi che si sono fatti andare bene certe cose, ma non per chi ha trovato le stesse cose aberranti. 
    Se questo disgusta i tuoi amici me ne fotto alla grande. Che non lo leggano.
    Vedi, io vivo quello che tocco con mano e le malinconie gervasuttiane mi vanno bene fino a un certo punto perché poi devo andarci a ficcare il naso per divertirmi. Dillo pure ai tuoi amici, che magari sono quelli del bivacco al Frebouzie, che saranno inorriditi dai commenti sul covid ma sappiano che hanno potuto sfogare la loro bruttezza (così rimaniamo in tema) solo perché Gervasutti era già morto.

  17. Genoria, sei completamente fuori strada. I miei conoscenti che ho citato, quelli che saltano completamente i commenti, non sono disgustati dialle mie prese di posizione, anzi in alcuni casi hanno idee perfino più radicali delle mie. Quindi non sono io che li ho disgustati. Tra l’altro ci frequentiamo da 40 anni consecutivamente: come potremmo esser amici se ci trovassimo reciprocamente disgustosi???
     
    No, c’è tutto un mondo che voi manco immaginate quanto sia grande, di persone che amano la montagna ma detestano la bolgia che purtroppo si registra in luoghi (virtuali) come questo. Un sacco di miei amici mi hanno detto “ma che perdi tempo a fare con ‘sto zoticoni? Tanto so o irrecuperabili…”. In effetti a giudicare dalle conversazioni in corso devo ammettere che hanno ragione i miei amici. Dopo 3 anni ancora con l’ennesima diatriba sul tema Covid…
     
    Da parte mia, nessuna passione di apparire. Mi piace scrivere in assoluto e di montagna in particolare. Mi trovo bene con Gogna, tutto qui. Per il resto scrivo su così tante testate e su così tanti argomenti (non solo di montagna) che a volte non riesco a soddisfare tutte le richieste di articoli (e di conferenze).

  18. In Apuane c’è qualcuno che trova bellissime le cave e ci va a fare turismo.
    Cosa ci si di bello in un luogo simbolo di devastazione, distruzione, mi piacerebbe chiderglielo.

  19. Le Pale di San Martino è un gruppo bellissimo.
    I Cir confermo fanno piuttosto cagare.

  20. Aridaje con la montagna-tabernacolo.
    Sono sassi! La volete capire?
    A volte sono disposti in modo da stimolare piacere in chi li guarda, a volte no.
    Le Pale di S.Martino mica sono tutte belle?
    Nelle Dolomiti ci sono anche montagne orribili. Il Cir ad esempio. Fa vomitare. 
    Ovviamente ognuno ha i suoi gusti.
    Certo che se uno dalla finestra di casa vede un altro condomino, ogni montagna gli sembrerà bellissima e ci potrà ricamare tutte le storie mistiche romantiche che il condominio non gli sa dare.
     
    È anche tutto relativo.
     

  21. @100: Le pale di s. Martino fino a un paio di secoli fa erano sicuramente considerate orribili, pericolose, inutili e contrarie alla vita umana.In altre parole proprio repellenti.Poi sono arrivati inglesi e tedeschi, il romanticismo e tutto il resto e ci hanno convinti che sono bellissime. 
    Non che c’entri qualcosa con questa discussione, ma i Cinesi c’erano arrivati 1000 anni prima:
    “Tutti gli uccelli sono volati via,
    una nuvola solitaria scorre lentamente.
    Non ci stanchiamo mai di guardarci,
    solo la montagna e io”.
    Li Po (701-762)

  22. Pasini, secondo me mischi sempre troppe cose alla volta. Io sono lento, mi confondi.
     
    Si, sento di avere subito un torto gravissimo. Aggravato ancor più da una moltitudine di persone che, secondo me, non si è posta domande e si è gettata nel tritacarne alla mal comune mezzo gaudio.
    Ci sarà pure stato qualcuno che l’ha fatto perché ci credeva e pensava fosse giusto per la società o se stesso, ma lo stesso, non ha la mia stima (ammesso che ciò conti…) di essere umano.
    Potrei definirli quaquaraquà invece di pecoroni o potrei definirli senza alcun nome, ma il senso non cambia. 
    Non lo dimenticherò mai.
     
    Rifiutare di vaccinarmi mi ha fatto capire da dentro cosa ha significato la fucilazione di certi eroi (per me) della Resistenza o comunque il cosa significhi credere in un ideale. Lo ribadisco: il covid a me ha fatto bene! Mi ha aperto gli occhi su tante cose e persone facendomi sentire in sintonia con chi ho potuto ritenere intelligente e degno di stima. Sempre secondo me, ma sono io a parlare. Com’è per gli altri lo sanno gli altri.  Infatti…

  23. Morti sul lavoro. Mi sembra di vedere ciò che accade in America per le stragi da arma da fuoco. Tutti dicono : non deve più succedere , il sindacato fa le sue 4 ore di sciopero e poi aspettiamo le prossime vittime fra l’indifferenza o impotenza di quasi tutti

  24. Ieri sono morte altre cinque  “pecore” , termine per me positivo perché vengo da una famiglia di “pecore”, lavoratori pazienti, tenaci e discplinati che mandano avanti la baracca, vittime designate dei lupi. E ogni giorno ne muoiono tre in Italia.,Questo “bruttezza” mi fa schifo e mi indigna profondamente più di un’installazione di qualche artista cazzone et similia. E mi fa sentire acuta sofferenza la mancanza di quei maremmani da guardiana strenui difensori del gregge che ho amato come modelli di ruolo, sostituiti da petulanti e arroganti barboncini azzimati. Scusate lo sfogo.

    Sfogo sacrosanto!!!
    Quello che conta sono i pacchi di fogli che si scrivono sulla sicurezza del lavoro: fogli, fogli e fogli.
    L’importante è che tutti siano a posto con i fogli e la coscenza, di tutti,  è pulita.
    Ma con i fogli ci possiamo pulire il sedere. Non è con la carta che si evitano le morti sul lavoro.
    Quanto ad essere una pecora perchè mi sono vaccinato. Non sono stato certo io ad imporre a qualcuno di vaccinarsi. Mentre a me l’hanno imposto.

  25. Cominetti. Se uno pensa di aver subito un torto è giusto, legittimo e sacrosanto che protesti e continui a farlo perché ciò non venga dimenticato. È il “Voi pecoroni” che irrita molte persone (non me, perché sono stato addestrato a gestire questo tipo di comportamento dell’interlocutore). C‘è in questo schema una valenza aggressiva e poiché comportamento genera comportamento la risposta è altrettanto aggressiva. Tu sei convinto di aver subito un torto, altri ritengono di aver fatto una scelta meditata, al di là dell’obbligo ad un certo punto introdotto. Come ti ha detto qualche giorno fa un’operatrice di un centro vaccinale. Il “Voi pecoroni” è un di più, qualcosa che non c’entra con la tua legittima protesta. Il rischio è che vada così perduto anche il valore di ciò che dici. “Ma chi si crede di essere questo qua?” qualcuno pensa e non ti ascolta più, anzi reagisce chiudendosi e la comunicazione diventa uno sfogo, che non è comunicazione. Poi ovviamente ognuno fa quello che vuole. Adesso faccio anch’io un offtopic indotto dall’emozione e dalla passione, perché non sono affatto un entomologo e un democristiano. Ieri sono morte altre cinque  “pecore” , termine per me positivo perché vengo da una famiglia di “pecore”, lavoratori pazienti, tenaci e discplinati che mandano avanti la baracca, vittime designate dei lupi. E ogni giorno ne muoiono tre in Italia.,Questo “bruttezza” mi fa schifo e mi indigna profondamente più di un’installazione di qualche artista cazzone et similia. E mi fa sentire acuta sofferenza la mancanza di quei maremmani da guardiana strenui difensori del gregge che ho amato come modelli di ruolo, sostituiti da petulanti e arroganti barboncini azzimati. Scusate lo sfogo. 

  26. Opinioni di un Funzionario direttivo delle dogane: accipicchia! Spesso già i libri di docenti universitari di filosofia – ma solo per chi ha letto veri filosofi – sono polpettoni per poveri di spirito.
    Questo articolo è un florilegio di dotte banalità in bordone di dado. 

  27. Giacomo (102), il motivo per cui Bonsignore parla di campagna woke è il seguente: recentemente Budweiser ha usato come testimonial un transessuale, scatenando il boicottaggio di molti affezionati della Bud Light, che hanno smesso di comprarla. La teoria del complotto parte (controintuitivamente) da qui: qualcuno si è chiesto: ma sono diventati scemi quelli di Budwaiser? Risposta: no. Sono stati sovvenzionati da un fondo ipermiliardario che promuove la sostituzione etnica (o i gay, o non so cosa cavolo), e se ne fotte allegramente delle perdite (le vendite di Budweiser sono crollate), perché tanto hanno a disposizione più miliardi del governo americano. È la “campagna woke”.

  28. Le pale di s. Martino fino a un paio di secoli fa erano sicuramente considerate orribili, pericolose, inutili e contrarie alla vita umana.In altre parole proprio repellenti.Poi sono arrivati inglesi e tedeschi, il romanticismo e tutto il resto e ci hanno convinti che sono bellissime. Da notare che i più restii a farsi convincere sono proprio gli abitanti delle valli sotto,

    Le montagne tutte, sono sempre state viste orribili dai valligiani che ci abitano.

  29. Bonsignore (#93), ma che c’entrano le campagne Woke con la bruttezza delle persone e/o dell’architettura ( “Sfido a sostenere il contrario”)…?? E le Pale di San Martino?

  30. Grazie Migheli (#87). Trovo abbastanza inquietante quanto dici riguardo alla interpretazione n.2, ed in particolare a VaxZevria. Anch’io avevo pensato da subito che l’occorrenza di qui pochi eventi avversi non giustificava la reazione spropositata dei media. In parte la attribuivo al clima ‘pesante’ dovuto all’ipersensibilità’ dell’opinione pubblica sul tema, unita a una postura spesso tutt’altro che scientifica da parte della classe medica ( vedi i vari virologi-star dello schermo televisivo). Ho anche l’impressione che il management di AstaZeneca lascio’ che il prodotto fosse distrutto, senza davvero provare una difesa efficace.
     
    Tu pero’ stai suggerendo un esplicito attivismo dei produttori vincenti, in qualche modo avallato dalla classe politica. Un punto a favore degli appassionati della cospirazione?

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