L’alpinista che ridefinisce i confini della velocità.
Benjamin Védrines
intervista di Sara Sottocornola
(pubblicato su Uomini e Sport n. 41, aprile 2026)
Francese, 32 anni, originario delle Alpi del Sud, Benjamin Védrines [Die (Drôme) 25 giugno 1992] è una delle figure più interessanti dell’alpinismo contemporaneo. Il suo stile, improntato a leggerezza, velocità ed essenzialità, riesce a coniugare prestazioni estreme e profonda sensibilità personale. Si muove con naturalezza tra grandi classiche alpine, record di velocità e nuove aperture in alta quota. Ospite nel novembre 2025 da DF Sport Specialist (Lissone) per una serata speciale assieme a Simone Moro, Védrines si racconta senza filtri in questa intervista per Uomini e Sport, dalle salite che meglio incarnano il suo modo di vivere la montagna ai valori cardine del suo alpinismo — versatilità, cordata e innovazione tecnologica. Ne emerge uno sguardo che va oltre il gesto atletico, rivelando un uomo che in montagna ricerca prima di tutto senso e libertà.
Benjamin, come è nato il tuo modo di arrampicare “leggero, veloce ed essenziale”? Quale delle tue salite senti che lo rappresenta meglio?
Ho sempre sentito il bisogno di spingermi oltre, di entrare in quella che chiamo la “zona rossa”. Viene dagli sport che praticavo da bambino nel mio paese e dallo spirito competitivo che mio zio mi ha trasmesso fin da subito. In montagna ho portato proprio questo: la ricerca della performance. La salita che forse lo rappresenta meglio è la Cresta di Peutérey al Monte Bianco. Ma c’è un aspetto importante da aggiungere: non sono sempre veloce. Per gran parte dell’anno mi muovo lentamente, mi concedo il tempo di osservare, di ascoltare il luogo. Non credo nelle categorie rigide. Nessun atleta appartiene a una sola definizione. Le etichette aiutano ad orientarsi, ma è nelle sfumature che si nasconde ciò che conta davvero.
Che cosa ha rappresentato davvero per te il K2? Hai firmato (28 luglio 2024) il record di velocità (10h 59’59”) senza ossigeno e sei sceso in parapendio, ma nel primo tentativo del 2022 ti sei confrontato anche con rischi enormi. In che modo quell’esperienza ha cambiato il tuo rapporto con il rischio, la paura e l’ambizione?
Il K2 è stato innanzitutto un confronto con la quota. Imparare a muoversi dove l’ossigeno è poco, pensare ogni dettaglio molto prima di partire, dare valore a ogni singolo gesto. La vetta senza ossigeno ha segnato un passaggio importante nel mio percorso. Ma nel 2022 ho esagerato. Dopo il Broad Peak ho provato subito il K2, senza essere davvero pronto. Quell’arresto, più che una sconfitta, è stato uno specchio: mi ha obbligato a guardare i miei limiti, a capire gli errori e a trasformarli in esperienza. Due anni dopo sono tornato in Karakorum con maggiore consapevolezza. Il mio rapporto con il rischio non è cambiato radicalmente, è cambiata, invece, la conoscenza di questo ambiente estremo. Ed è proprio lì che nasce la sicurezza: nel sapere, oggi, come affrontare e gestire salite di questo livello.
Ne! 2025 hai affrontato sfide molto diverse tra loro: la trilogia delle pareti nord, la prima salita dello Jannu East e il record con gli sci sul Monte Bianco. Esiste un filo che le unisce tutte, un principio che le guida?
Ho sempre amato la versatilità. Per me, vivere la montagna in modi così diversi è qualcosa di straordinario: ogni esperienza mi entusiasma allo stesso modo.
Certo, non puoi eccellere in ogni disciplina, e questo va accettato. Ma tutti questi progetti riflettono ciò che mi aspetto da me stesso se voglio diventare il miglior alpinista possibile. Credo che un vero alpinista debba sapersi muovere su ogni tipo di terreno ed è così che prende forma la mia passione. Ogni progetto è diverso dagli altri e ti spinge costantemente fuori dalla zona di comfort. E questo, per me, è incredibilmente stimolante.
Spesso lavori insieme ad amici come Léo Billon o Nicolas Jean. Quanto è importante l’amicizia nelle tue spedizioni?
Sì, Léo e Nicolas sono compagni straordinari. Amo coltivare questi legami, anche se ho un carattere che tende alla solitudine. Il tempo trascorso insieme, legati in cordata, è qualcosa di unico. Insieme possiamo realizzare imprese che da soli sarebbero impossibili, come lo Jannu East in Nepal di quest’anno. È bellissimo anche percepire la complementarità, vedere come una cordata cresce nel tempo, come evolvono la nostra visione e i valori che condividiamo. È un’esperienza che arricchisce profondamente, sia sul piano umano che su quello sportivo.
Quali sono i momenti più duri quando ti confronti con una sfida estrema, e quali quelli che ti emozionano di più?
Il momento più difficile arriva spesso prima di partire, quando sei ancora lontano dall’atmosfera della sfida che ti aspetta. Il contrasto è intenso, quasi disorientante. Ma non appena inizi, qualcosa scatta: tutto sembra diventare più chiaro, la concentrazione cresce e la motivazione prende il sopravvento. Ciò che amo di più, però, è l’intero percorso che precede la salita: immaginare il progetto, curare ogni dettaglio, sentire la libertà di dare forma a qualcosa di significativo. È in questi momenti che provo una gioia immensa.
Molti ti considerano un atleta estremo, altri un poeta delle montagne. Tu come ti descriveresti?
Non è facile da spiegare: nel profondo sento sempre una sorta di anima artistica. Le montagne sono il mio rifugio, come la musica lo è per molti artisti. Non mi considero un atleta estremo, ma un poeta dell’azione, nell’estetica, nella libertà, nell’immaginazione. Allo stesso tempo, c’è in me una parte che ama uscire dalla zona di comfort e superare i propri limiti. Amo creare, immaginare, provare a trasformare i miei sogni in realtà. Mi sento fortunato ad avere oggi i mezzi per farlo, e la mia determinazione mi porta a sacrificare molto pur di portare a termine i miei progetti.
Guardando avanti, quale sogno o progetto conservi ancora nel cassetto? Quando pensi a una nuova sfida, ti lasci ispirare dagli alpinisti del passato o cerchi piuttosto di tracciare una nuova strada per le generazioni future?
Continuo a sognare salite veloci sulle Alpi, dove l’allenamento è alla base di ogni progetto. Voglio anche prendermi più tempo per sviluppare queste idee, non per “spuntare caselle”, ma per trovare sfide che mi coinvolgano davvero e rimangano con me. Per scoprire nuove avventure, guardo al passato, osservo ciò che sta facendo la giovane generazione e immagino ciò che potrebbe essere possibile in futuro. Cerco di non fossilizzarmi in un solo modo di scalare: mi piace mettere alla prova i miei stessi punti di riferimento e spostare i confini.
Parliamo della tua linea di abbigliamento Advanced Mountain Kit (AMK) pensata per le salite estreme: com’è nato questo progetto?
Con The North Face ho la fortuna di poter personalizzare parte dell’attrezzatura, soprattutto gli scarponi, e per me questo è fondamentale. Sul K2, ad esempio, ne avevo un paio completamente su misura, con ramponi integrati: mi hanno dato comfort e, alla fine, anche prestazioni migliori. Lavoro fianco a fianco con il team di sviluppo. Parlo con loro al telefono o di persona, porto le mie esigenze tecniche e loro aggiungono la loro competenza sui materiali e sull’ingegneria. Insieme cerchiamo di creare lo scarpone ideale per ogni progetto. Personalizzano, per me, anche alcune linee di abbigliamento, perché in queste salite ogni dettaglio conta. E, sinceramente, è un grande piacere innovare con loro e vedere le idee prendere forma nella realtà.
L’incontro a Lissone con Benjamin Védrines
riduzione di un articolo di Cristina Guarnaschelli
(pubblicato su Uomini e Sport n. 41, aprile 2026)
Benjamin Védrines è stato protagonista sul palco del Palazzo dello Sport di Lissone: è stata una serata di alpinismo con la A maiuscola, quella andata in scena il 24 novembre 2025.
L’evento esclusivo, firmato The North Face per DF Sport Specialist, ha proposto la proiezione del film Chasing Shadows. A moderare la serata, Simone Moro, alpinista e ambassador per The North Face e DF Sport Specialist.
La serata è stata un’occasione speciale per celebrare le imprese alpinistiche di Védrines e il lancio della nuova collezione Advanced Mountain Kit 2025.
Classe 1992, Védrines è nato in un piccolo villaggio in Francia; a 21 anni inizia la formazione per diventare guida alpina, qualifica che ottiene nel 2016.
Il film Chasing Shadows, proiettato durante la serata, ha raccontato l’impresa di Benjamin Védrines sul K2. L’obiettivo dell’alpinista francese era decisamente ambizioso e fuori dal comune: salire il K2 in un solo giorno, senza ossigeno, e scendere in parapendio.
Il documentario, che ha tenuto incollato allo schermo il folto pubblico che gremiva il negozio di Lissone, ha raccontato il successo, il salvataggio di Marco Majori, presente in sala con Tommaso Lamantia, ma anche il primo tentativo fallito nel 2022.
Considerato uno dei talenti dell’alpinismo degli ultimi anni, Védrines è stato descritto da Simone Moro come un atleta che pratica un alpinismo evolutivo, riuscendo a compiere oggi, con il suo stile, salite che negli anni ’90 rappresentavano l’avanguardia.
Durante il talk con Simone Moro si è parlato di storie e di alpinisti da cui lasciarsi ispirare, temi particolarmente cari all’alpinista bergamasco, a pochi giorni dalla sua partenza per il tentativo di scalata invernale sul Manaslu, in Himalaya.
“Ci sono stati alpinisti che mi hanno profondamente ispirato: osservare le loro imprese è stato fondamentale per me, e grazie a loro ho costruito il mio modo di fare alpinismo. Penso, ad esempio, a figure straordinarie come Patrick Berhault e Ueli Steck. Sono pienamente consapevole di ciò che hanno fatto gli alpinisti che mi hanno preceduto. Oggi, con nuovi materiali, tecnologie e conoscenze, il nostro mondo è cambiato molto, ma le loro imprese continuano a indicarci la strada“, ha detto Védrines.
“Cosa non ti piace dell’alpinismo di oggi sugli Ottomila?”, ha chiesto poi Simone Moro a Benjamin, toccando un tema di cui si parla spesso nell’ambiente dell’alpinismo.
“La confusione generata dai social media: molti sono più bravi a comunicare che a scalare, e questo non mi piace perché rende difficile per il grande pubblico capire davvero chi ha davanti. Io non scalo per creare contenuti, sono le mie scalate a diventare, eventualmente, qualcosa di cui parlare“.
Nota
a cura della Redazione
Si è scritto che Védrines ha “infranto” il precedente primato di velocità al K2 che apparteneva al connazionale Benoît Chamoux. Senza voler nulla togliere alla sfavillante e prestigiosa performance di Védrines, GognaBlog ricorda che è assurdo parlare di record di velocità se le condizioni in cui si sono svolte le imprese sono differenti tra loro. Cosa che in alpinismo accade regolarmente. L’attuale condizione “addomesticata” della via normale del K2 (praticamente una via ferrata dalla base alla vetta a causa della soverchiante presenza delle spedizioni commerciali) non è per nulla paragonabile a come la via si presentava ai tempi di Chamoux, per non parlare dei tempi di Lacedelli e Compagnoni.
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@4: No, Momenti d’alpinismo ’84.
3….Scandere…
There is no place for brass monkeys
Senza nulla togliere all’impresa sportiva e alpinistica sul k2 di Védrines, sono assolutamente d’accordo con l’osservazione fatta per quanto riguarda Chamoux.
Il migliore alpinista possibile va inteso come aspirazione ad “essere il migliore degli altri”, o di avvicinarti al massimo del proprio potenziale?