Breve storia alpinistica del Brenta

Breve storia alpinistica del Brenta

All’inizio si ricorreva al ghiaccio per salire le più belle vette dolomitiche: successe sulla Marmolada, sul Cimon della Pala, sulla Cima Brenta, sul Sassolungo, sulla Croda dei Toni e sulla Pala di S. Martino. Queste vie furono subito abbandonate e il ghiaccio non ebbe mai troppo successo. Solo alcune vie, come il Canalone Neri della Cima Tosa, o il Canalone Innerkofler sul Monte Cristallo o ancora la Nord-ovest della Marmolada, ebbero in seguito una buona popolarità per la loro bellezza.

Nel 1865 è rimarchevole la figura di Giuseppe Loss, di Caoria di Primiero, che il 20 luglio 1865 raggiunse con sei compagni la vetta della Cima Tosa 3173 m, la più alta cima del Gruppo di Brenta. È l’atto di nascita dell’alpinismo trentino, ma il livello di quell’ascensione è nettamente inferiore ad altre cime dolomitiche già salite.

Da est, Brenta Alta e Campanile Basso. Foto: Mario Verin.

Nel 1885 tra le cose più rilevanti troviamo la prima ascensione del Campanile Alto di Brenta 2937 m per opera di Gottfried Merzbacher con la guida Bonifacio Nicolussi, di Molveno, e la prima ascensione del Crozzon di Brenta, 8 agosto, di Karl Schulz e Matteo Nicolussi. Queste bellissime salite testimoniano però che il livello di tecnica di arrampicata nel Gruppo del Brenta era inferiore che altrove, dove svolgevano la loro opera guide come Innerkofler e Bettega. Ciò nulla vuol togliere al valore e alla bravura di guide quali i fratelli Nicolussi, cui certamente nessuno insegnò a scalare e che dovettero progredire con i soli propri mezzi.

Chi guardi da lontano il Gruppo di Brenta con la speranza di scorgere il Campanile Basso 2877 m, rimarrà deluso. Soltanto dalla Val di Cembra e in particolari condizioni di visibilità si può osservare talvolta, emergente dalle nebbie, una guglia irreale, il “Campanile delle Strie”. Questo dunque fu il primo nome del Campanile Basso, che i tedeschi chiamano Guglia di Brenta. In seguito mille aggettivi, mille definizioni hanno cercato di esprimere quanto l’animo umano prova di fronte ad uno spettacolo così unico e irripetibile.

Alessandro Gogna sale verso il rifugio Alimonta, sullo sfondo la Cima Tosa e il Crozzon di Brenta. Foto: Marco Milani.

12 agosto 1897. L’alpinista trentino Carlo Garbari provò per primo l’ascensione, con le guide Nino Pooli, di Covelo di Terlago, e Antonio Tavernaro, di Primiero.

Le difficoltà del “Basso” sono soprattutto in aperta parete. Era proprio la cronica mancanza di fessure e camini che scoraggiava i tentativi. Una parete esposta di 25 metri, il primo ostacolo, fu chiamata Parete Pooli. Dopo altre difficoltà e astute traversate, eccoli alla base della parete terminale, che li respinse definitivamente.

Il 16 agosto 1899 due giovani tirolesi di Innsbruck, Otto Ampferer e Karl Berger, reduci dalla conquista del Pollice delle Cinque Dita, senza nulla sapere del tentativo italiano, muniti dei chiodi, riprovarono. Presto si accorsero da varie tracce di essere stati preceduti. Giunsero anche loro al Pulpito Garbari e qui lessero il suo biglietto “Al secondo miglior fortuna!”. Ma la parete terminale era insuperabile, nonostante Ampferer infiggesse due chiodi a martellate. Stavano ormai per retrocedere quando si accorsero della possibile traversata sulla parete nord. Due giorni dopo tornarono ben decisi e raggiunsero la vetta: con la sicurezza di un chiodo su quella che poi sarà chiamata Parete Ampferer.

Eduard Pichl scrisse che i primi chiodi furono usati sulla parete sud della Mitterspitz 2926 m (Dachstein), da parte di Robert Hans Schmitt e Fritz Drasch. Ma, nelle Dolomiti, sembra proprio che i primi furono Ampferer e Berger, dunque sul Campanile Basso e in parete aperta. Le difficoltà del Basso erano inferiori ad altre precedenti, ma l’alone di leggenda e l’estrema esposizione al vuoto lo facevano apparire più difficile.

31 luglio 1904. Già diciotto cordate si erano susseguite sul Campanile Basso. Ma Nino Pooli non volle seguire l’astuta soluzione di Ampferer: volle salire là dove egli stesso era stato respinto. Assieme ad un tipografo di Trento, Riccardo Trenti, tornò sul Basso, salì fino al Pulpito Garbari e da lì vinse, di pura forza e coraggio, quegli ultimi 35 metri che gli avevano una volta negato la vittoria. Non si sa cosa rendesse Pooli così sicuro di farcela, ma egli fece trascinare a Trenti un palo cui attaccò, giunto sulla vetta, la bandiera di Trento. Oggi le difficoltà della via Pooli-Trenti sono classificate di V+ e si può ben dire che su quei 35 metri di via nuova fu scritta una delle più emozionanti e grandi pagine dell’alpinismo dolomitico. Pooli corse un enorme rischio di precipitare ed è questo rischio che anche oggi, pur essendo respinto di fatto dalle nuove tecniche del free climbing, non cessa di affascinare.

Il 1905 vide (20 luglio) la salita dello spigolo nord del Crozzon di Brenta, un enorme pilastro che precipita in Val Brenta per 900 metri: un’altra grandiosa scalata che divenne classica e frequentata. Autori furono Adolf Schulze e Fritz Schneider. Oggi la via è classificata di IV- con due passaggi di IV+, però l’itinerario che si segue non è quello originale ma quello che risulta con l’aggiunta della variante centrale di Franz Nieberl e Joseph Klammer, 15 agosto 1906.

27 agosto 1908. Un solare diedro aperto è il teatro di una delle più belle vie delle Dolomiti. Fu merito di Rudolf Fehrmann, di Dresda, e di Oliver Perry-Smith, di Filadelfia, lo scoprire con gioia il diedro, che si apre ad angolo retto tra il Campanile Basso e lo Spallone. Sono 350 metri assai sostenuti, tra le vie più classiche ed estetiche.

Angelo Dibona, Luigi Rizzi e i fratelli Max e Guido Mayer salirono il Croz dell’Altissimo un mese dopo (16 agosto 1909) della Cima Una, ma Dibona nei suoi appunti si limita a dire che “le difficoltà furono molto grandi”. Invece da tutti e per lungo tempo fu ritenuta la più difficile prima dell’avvento del sesto grado. Su entrambe le vie sono parecchi, e sostenuti, i metri di V superiore. Ma anche il VI, al suo limite inferiore, è sfiorato.

Parete est della Cima di Pratofiorito, vallone d’Ambiez.

Sul Croz dell’Altissimo, non è ben chiaro se Dibona abbia usato qualche chiodo sul famoso passaggio del “masso squarciato”. Il fatto che non ne accenni non significa necessariamente che non ne abbia fatto uso. Il “masso squarciato” è il passaggio chiave, poco sotto la metà parete, una specie di grotta dalla quale occorre uscire orizzontalmente nel vuoto per una stretta spaccatura. Spesso bagnato e quindi assai viscido, quel budello va anche oggi affrontato solo se non è piovuto da più giorni: solo così le muffe verdastre permettono di arrampicare. Nel tempo il passaggio è stato chiodato, chissà quanti si sono trovati lassù con le scarpette impossibilitate a fare qualunque presa. Il punto più difficile, a voler rigorosamente arrampicare in libera senza attaccarsi ai chiodi, è proprio quello più esposto, all’uscita: richiede quasi un volteggio perché ci si possa afferrare alla seguente fessura verticale. Domenico Rudatis, quarto salitore con Renzo Videsott della parete (1929), racconta in Liberazione di aver incontrato nel passaggio quattro chiodi, di cui due vecchi e rugginosi e due nuovi. Quelli nuovi erano certamente stati lasciati dalla cordata di Hans Steger e Hernst Holzner (terza salita, 1928), ma quelli vecchi? Come si fa ad attribuirne la responsabilità a Paul Preuss e Paul Relly (secondi salitori, poco tempo dopo Dibona), quando si sa che Preuss mai piantò un chiodo, anzi non aveva neppure il martello? È pur vero che Preuss impiegò ben due ore a superare la grotta… ma se il martello non l’aveva, per esclusione la paternità dovrebbe essere dunque della cordata Dibona. Rudatis riferisce chiaramente che Dibona gli aveva detto di non aver usato chiodi e subito dopo avanza l’ipotesi che potrebbe essere stato il Rizzi a piantare quei ferri subito dopo, per facilitare o comunque proteggere almeno un poco il passaggio dei due clienti Mayer. Un’altra ipotesi è pensare ad un tentativo di ripetizione (dopo quella di Preuss ma comunque anteguerra) da parte di una cordata di ignoti che, giunti al masso squarciato, per qualche motivo abbiano rinunciato, non prima di aver cercato di passare con i chiodi.

Ed arriviamo a quel famoso 28 luglio 1911, alla salita solitaria di Paul Preuss sulla Est del Campanile Basso. Su questa opera d’arte furono versati fiumi d’inchiostro, fino al delirio più osannante di ciò che fu anche una dimostrazione pratica delle teorie di Preuss.

Bruno Detassis sale sulla via Steger alla Brenta Bassa. Foto: Archivio storico SAT.

Paul Preuss quel giorno fu veramente il “Signore dell’abisso” (Tita Piaz): salì in due ore con la corda a tracolla e si è raccontato fosse sceso per la stessa via in mezz’ora. È vero che Preuss nel suo taccuino non segnò una freccina verticale discendente accanto alla citazione della parete E, ma non per questo è certo che scese per la via normale. Egli scese comunque per la Est tre giorni dopo, con Paul Relly.

La via di Preuss fu una dimostrazione, voluta razionalmente, delle sue teorie. Ma accadde che quell’avventura entrasse nel cuore della gente, l’autorizzasse a fare del Maestro un mito e finisse con se stessa un ciclo che ormai era improponibile. Se si volesse riproporre oggi, unica valida, l’idea fondamentale di Preuss, avrebbe ragione Casara a chiudere l’alpinismo con Preuss stesso.

Con l’accettazione della mentalità e della pratica del free climbing oggi si riescono ad arrampicare “in libera” le più difficili vie delle Dolomiti, i vecchi “sesti superiori”, con passaggi valutati di settimo, di ottavo e anche di nono grado. Ma la libera del free climbing non è la libera di Preuss! Il settimo, l’ottavo e il nono sono gradi fasulli (per l’etica di Preuss) perché vi sono presenti i chiodi di assicurazione.

Bruno Detassis, di Trento, sentì giovanissimo la vocazione per la montagna e presto abbandonò il lavoro di idraulico per diventare guida alpina e dedicarsi completamente ai monti. Detassis si pose subito nella più pura tradizione liberista. Roccia grigia, pochi chiodi, seguire le debolezze della parete. Nacquero così i suoi capolavori, la Via delle Guide al Crozzon di Brenta, la parete sud-ovest della Cima nord-ovest del Croz dell’Altissimo, il pilastro della Cima Tosa. Ma l’impresa più bella ed elegante, su un muro compattissimo alto 550 metri, Detassis la compì il 14 e 15 agosto 1934 sulla parete nord-est della Brenta Alta, con Ulisse Battistata ed Enrico Giordani. Un’impresa con avverse condizioni atmosferiche che richiese a Detassis l’uso di 17 chiodi, molto pochi se si pensa allo sviluppo eccezionalmente lungo dell’itinerario e alle sue difficoltà. Probabilmente a quel tempo erano già state salite pareti ancora più difficili, ma la Nord-est della Brenta Alta si distacca per l’esiguo numero di chiodi impiegati in rapporto allo sviluppo e all’altezza. E poi si distingue per la bellezza dell’itinerario, altamente apprezzato anche dagli esigenti arrampicatori odierni che ormai, abituati alla roccia del Verdon, di Arco e di altre falesie, esigono la completa affidabilità del calcare.

Alessandro Gogna in arrampicata sulla via Detassis alla Brenta Alta (1968)

Dopo la parete sud del Campanile Basso (22 agosto 1935), i trentini Matteo Armani e Cornelio Fedrizzi nell’estate 1936, in data non meglio precisata, superarono il gran diedro della parete sud-ovest del Croz dell’Altissimo. Nella relazione che comparve sulla guida del Brenta di Ettore Castiglioni la via fu classificata di V grado. Ancora una volta era penalizzata, senza volerlo, la classica arrampicata libera nei confronti dell’artificiale. Armani e Fedrizzi non usarono molti chiodi nel loro diedro e di certo la scarsa esposizione e la non accentuata verticalità non richiedevano l’uso delle staffe. Così le estreme difficoltà rimasero confinate nel V grado. Solo i ripetitori si accorsero dell’errore, e quindi assai tardi l’itinerario venne rivalutato. Notoriamente Armani era schivo da ogni pubblicità, così pure l’ingegner Fedrizzi praticava il suo alpinismo abbastanza al di fuori di ogni competizione.

Nello stesso anno, sulla stessa parete, il 30 luglio, Bruno Detassis ed Enrico Giordani trovarono un nuovo itinerario assai diretto alla cima nord-ovest, usando 14 chiodi. La via è assai difficile, praticamente estrema, e ricalca lo stile del grande Detassis, quello della Brenta Alta per intenderci, sui 900 metri di questa grande parete; mentre l’itinerario Armani-Fedrizzi, pur nella stessa direzione dell’arrampicata libera, esprime qualcosa di nuovo dopo Attilio Tissi nell’arrampicata ad incastro e nelle fessure, tanto che ancora oggi è considerato tra i più impegnativi nel suo genere.

Dal 14 al 17 agosto 1939 Nino Oppio, Serafino Colnaghi e Leopoldo Guidi, milanesi, tracciarono uno splendido itinerario sulla parete sud del Croz dell’Altissimo, 80 chiodi, 850 metri di dislivello. Si tratta della direttissima al pilastro centrale, subito a sinistra del diedro Armani. Questa via, già tentata da Detassis, ebbe miglior fortuna della precedente, ma le ripetizioni furono sempre scarse, pare per i tratti di roccia friabile.

Il Campanile Basso in una cartolina degli anni ’40

Ecco di seguito alcune altre date estremamente importanti:

– 25, 26 luglio 1953: Brenta Alta, gran diedro est, Andrea Oggioni e Josve Aiazzi, 500 metri, 120 chiodi.

– 31 luglio e 1 agosto 1953: Cima di Pratofiorito, parete est, Armando Aste e Fausto Susatti, 400 metri, 70 chiodi.

– 30 giugno e 1 luglio 1955, Cima d’Ambiez, parete est, via della Concordia, Andrea Oggioni, Josve Aiazzi, Armando Aste e Angelo Miorandi, 400 metri, 80 chiodi e 4 cunei.

– 25/27 agosto 1959, Armando Aste e Milo Navasa salgono la parete nord-nord-est del Crozzon di Brenta, per quello che si chiamerà Diedro Aste, VI-, A2.

– 10 e 11 settembre 1961, parete ovest del Campanile Basso, Aste e Miorandi, 380 metri, 40 chiodi e un cuneo.

– 22, poi il 24 e 25 luglio 1962, con grandi mezzi artificiali Marino Stenico e Milo Navasa superano la parete sud del Campanile Basso, 380 metri, 100 chiodi + 20 a pressione + 10 cunei: la via incrocia la vecchia Fedrizzi-Armani.

– dal 13 al 17 luglio 1964 Franco Baschera, Claudio Dal Bosco e Milo Navasa superarono con grandi mezzi artificiali il pilastro rosso della parete est della Cima Brenta 3150 m: via Verona, 650 m, VI, A3 e AE, 150 chiodi, 18 a pressione e 10 cunei.

– Il 4 agosto 1965 i francesi Jean Fréhel e Dominique Leprince-Ringuet salgono il pilastro nord-est del Crozzon di Brenta, VI-, un’impresa magari non al massimo dei tempi ma da segnalare per la bella arrampicata libera, in contrapposizione all’andazzo del tempo.

– Il 19 e 20 luglio 1972 Aldo Anghileri, Piero Ravà e Alessandro Gogna salgono il bellissimo spigolo nord-est della Brenta Alta.

– Nel 1985 Elio Orlandi ed Ermanno Salvaterra risolvono l’arduo problema dello spigolo sud-est della Cima sud di Pratofiorito (Brenta), via Aurora.

Dal 20 al 26 gennaio 1987, in 35 ore di arrampicata effettiva, Elio Orlandi, Livio Rigotti e Floriano Floriani superano in prima ascensione un nuovo itinerario di 350 metri sulla parete est di Cima d’Ambiez, Perlage 87, caratterizzato da arrampicata mista e da un tetto di 12 metri di A4. Gli stessi salitori ammettono che molti passaggi, da loro superati in artificiale a causa del ghiaccio e della neve, sono possibili altrimenti in libera: ma a volte la storia è fatta di episodi un po’ illogici…

Il Pilastro Oppio e il diedro Armani-Fedrizzi sulla parete sud-ovest del Croz dell’Altissimo

Reduce dall’apertura della mitica Hotel Supramonte nella Gola di Gorropu (Sardegna), Rolando Larcher nel luglio 1999 si dedica ad un altro esperimento, una via d’alpinismo sportivo aperta in solitaria: ecco che riesce su La vita che verrà, a sinistra del diedro Armani sulla parete nord-ovest della Cima di Ghez (Brenta), 350 m, IX+, obbligatorio IX-. Una ricerca personale che passa attraverso un’enorme volontà, una preparazione fisica eccellente, un’attento perfezionamento della tecnica d’autoassicurazione e la serena attesa del suo primo figlio.

Il 7 luglio 2002 altra svolta, la ricerca della libera su vecchi itinerari d’artificiale: sulla via Verona alla Cima Brenta Larcher (con Franco Cavallaro) sale a vista, IX.

Nel 1988 sulla Nord-est della Brenta Alta, tra la Detassis e lo spigolo nord-est, Dario Sebastiani, Valentino Chini e Michele Ca­gol riescono a trovare spazio per una nuova e difficile via in libera: Elisir di giovinezza. La prima via misto-sportiva (fusione) in Brenta può essere il Canto delle sirene, 250 m, VIII, alla Cima Susat 2890 m (Dario Sebastiani e Valentino Chini).

Nell’inverno 1989 Elio Orlandi traccia due nuove linee sulla parete est della Cima d’Ambiez: dopo Positive vibrazioni, a destra del­la via della Concordia, aperta in solitaria, è la volta di Bollicine, con Floriano Floriani e Livio Rigotti, ambedue di VII grado. Sulla spalla destra del Croz dell’Altissimo, Edoardo Covi e Marco Pegoretti tracciano la via Orso grigio. Di natura diversa l’exploit di Danilo Bonvecchio e David Hall, che riescono a salire rot­punkt la via Maestri alla Cima della Farfalla, valutandola IX. Sempre nel 1989 Danilo Bonvecchio (già apritore di Babbo fa tossire la balena, VIII, sulla Cima della Farfalla) spinge in avanti il limite sportivo con Numero magico 7a, VIII, sull’Avancorpo di Pratofiorito (con Mauro Fronza e Fabio Stedile).

Nel 1990, sul pilastro centrale del Croz dell’Altissimo, dove ormai lo spazio si va saturando, nasce Perla orientale, a destra della via Oppio, una via di Diego Filippi, Sabrina Bazzanella e Luca Turato, 900 m, con difficoltà (non obbli­gatorie) fino all’VIII e con l’uso di ben 120 spit, cosa che suscita accanto a numerose polemiche anche numerose ripetizioni (viene liberata fino a IX- e A1).

Nel 1991 sulla liscia parete est-sud-est della Cima Susat, chiodando a trapano e spit dal basso, Danilo Bonvecchio, Andrea Ste­nico e Mauro Giovanazzi crea­no Innocenti evasioni (250 m, max IX), prima importante via moderna in Val d’Ambiez. Ad essa si ag­giungeranno, negli anni se­guenti e con il medesimo stile, sulla Est delle Tose 2863 m, Il paese dei balocchi (IX-) e Il gatto e la vol­pe, (IX+), a opera di Da­nilo Bonvecchio e Rolando Larcher, già nell’ottica di aumentare non solo le difficoltà massime ma anche quelle obbligatorie.

Il 6 agosto 1992 sulla parete nord-est del Crozzon di Brenta, Ermanno Salvaterra, Lorenzo Iachelini e Ginella Paganini tracciano un nuovo itinerario in libera a de­stra del pilastro dei Francesi, la via Maria, VII.

Gruppo di Brenta dalla vetta del Croz dell’Altissimo. Foto: Federico Raiser. Clicca per ingrandire.

Nel 1992 sulla parete nord della Torre Gilberti, satellite della Ci­ma Tosa che si innalza per ben 700 metri, il sempre attivo Marco Furlani, con An­drea Andreotti e Fabio Bertoni traccia una bella e difficile via, Il volo dell’aquila, mentre sulla Nord-est della Cima To­sa, Dario Sebastiani e Valentino Chini aprono la via Acquario, con passaggi fino all’VIII.

Nel 1994 nuova e difficile via in libera e artificiale sulla Nord-ovest della Cima di Ghez per Andrea Zanetti, Adriano Be­nedetti e Roberta Delmonego. Tiberio Quecchia e Stefani aprono El condor pasa, VII-, sulla Ovest di Cima Tosa.

Sulla parete est di Cima Brenta, a destra della grande lavagna rossa, Andrea Zanetti, Andrea Andreotti e Fabio Bertoni aprono nel 1997 un nuovo impegnati­vo itinerario dedicato al 75° anniversario della Sosat, VII e A3.

Nel 1999 Franco Cavallaro e Roberto Pe­drotti tracciano, con trapano e spit, Die Frau ist die Ruin des Alpinismus, sulla Nord-est della Cima della Far­falla (max IX+): l’aveva già detto Preuss che “la donna è la rovina dell’alpinismo” e infatti la citazione è in tedesco. Negli ultimi anni, tra le vie moderne merita una menzione Produci consuma crepa, tracciata nel 2001 da Bonvecchio, Pedrotti, Cavallaro e Faletti sulla parete est della Cima Baz (sottogrup­po dei Fracingli), che raggiunge il IX. Nelle estati 2003- 2004 Andrea Tomasi, Maurizio Cra­merotti e Bruno Moretti aprono sulla parete nord della Cima Margherita la via Cembridge, dedicata a Stefano Gottardi: 550 metri con difficoltà fino al IX. L’inesauribile Er­manno Salvaterra, divenuto gestore del rifugio XII Apostoli, continua nella ricerca di nuove linee di salita, spesso in solita­ria come sulla parete ovest della Cima Tosa, dove apre Carpe diem, VII-. Da qui si vede che la vastità delle Dolomiti di Brenta permette ancora nuove e belle aperture, spesso su pareti quasi ignote. Valga per tutte l’esempio della Cima di Baz, toponimo neppure citato sulla guida di Gino Buscaini ed Ettore Castiglioni. E la ricerca continua: ma ormai siamo nella cronaca e non più nella storia.

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Breve storia alpinistica del Brenta ultima modifica: 2022-12-18T05:57:00+01:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Breve storia alpinistica del Brenta”

  1. 5. Accostare significa semplicemente “mettere vicino”, in questo caso Preuss e il free climbing. E la mia perplessità è relativa proprio a questo “accostamento”, quasi che chi scala ad alto livello e ripete in libera vecchi itinerari aperti in artificiale si atteggiasse a novello Preuss, perciò ritengo la puntualizzazione piuttosto banale e fuori contesto.
    Concludendo rimango del parere che questa considerazione suoni un po’ stonata, rispetto all’argomento trattato.
     

  2. A proposito di Dibona e del suo rapporto con i chiodi: Buzzati racconta che ne piantò dodici in tutta la sua vita, di cui sei sulla nord della Ladirerer nel 1911. Se prendiamo per affidabile questa notizia e pensiamo all’incredibile attività alpinistica della guida di Cortina, soprattutto in relazione agli anni in cui si svolse, il dato (se anche fosse approssimato per difetto) è veramente impressionante.

  3.  
    Conoscevo la storia del Gruppo Brenta solo fino agli anni ’60. Questo articolo è un bell’aggiornamento. Mi auguro che sia l’anticipazione di un’altra opera di storia tipo “Valle della luce”.
     

  4. Per #4-Luciano Regattin: se leggi bene, nel testo è scritto “Ma la libera del free climbing non è la libera di Preuss!“. Dunque non si capisce dove sia l’accostamento di cui parli.

  5. Non ho ben compreso, in questo contesto in cui si descrive cronologicamente la storia alpinistica del Brenta attraverso le salite più rappresentative, cosa c’entri l’accostamento del free climbing a Paul Preuss: credo che nessun “free climber” si sia mai sentito emulo di Preuss, se era questo che si voleva sottintendere. D’altra parte arrampicatori che compiono solitarie su quei gradi menzionati (settimo, ottavo e nono) ce ne sono ancora, senza scomodare l’ormai vetusto termine anglosassone che nessun arrampicatore utilizza più.

  6. Complimenti per l’articolo che mi riempie di ricordi. Avevo 6 anni, quando nel lontano 1957, i miei genitori con il gruppo alpinistico GAO, andammo al rifugio Tuckett. Da allora il Brenta è sempre stata la mia Montagna. Negli anni successivi i rifugi e le ” bocchette” sono state la metà quasi annuale; ora questo bell’ articolo mi ha riempito di nostalgia. 

  7.  
    Le Dolomiti di Brenta sono il Gruppo cui sono più affezionato. Avevo sei anni la prima volta che ci sono andato. “Il bambino più piccolo mai arrivato al rifugio Pedrotti” secondo la signora Della Giacoma, gestore a quel tempo. Tra l’altro eravamo saliti da Molveno dalla Val delle Seghe, non esisteva ancora l’impianto di Pradel. Dopo di allora ci sono tornato per decine di anni. Quanti ricordi! La scuola di roccia Graffer prima da allievo e poi da istruttore, l’emozione della prima volta sulla Tosa e quella del Campanil Basso, l’unica via nuova della mia vita, tanti amici… Ci ho conosciuto personaggi storici dell’alpinismo: Detassis, Maestri, Baldassarri, Rita e Paolo Graffer, Stenico, Fedrizzi, Pisoni, Armani. Ho arrampicato con Rolly Marchi, con i figli di Armani e con le figlie di Rita Graffer. Che nostalgia! Ormai da tanti anni, per ragioni famigliari, non ho potuto tornarci. Chissà se farò ancora in tempo..
     

  8. Da appassionato ricercatore nel campo della storia dell’alpinismo, non posso che rallegrarmi per questo bellissimo articolo. Complimentissimi!

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