Cambiamenti climatici, neve, industria dello sci – 2

Cambiamenti climatici, neve, industria dello sci – 2
(Analisi del contesto, prospettive e proposte)
a cura della Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI
(in rosso le Note della Redazione di GognaBlog)

Continuazione da: https://gognablog.sherpa-gate.com/cambiamenti-climatici-neve-industria-dello-sci/

Tuttavia, a questi tentativi si oppongono altri fattori determinanti.

5.1 Effetti ambientali delle stazioni sciistiche esistenti
Si deve convenire che le stazioni sciistiche esistenti hanno prodotto e continuano a produrre numerosi effetti fortemente negativi sull’ambiente, sugli ecosistemi e sulle specie. Infatti, “l’occupazione” di una determinata zona di montagna da parte di un comprensorio sciistico provoca notevoli disturbi agli habitat, alle specie e al suolo, ampiamente documentati già da molto tempo (40):

– I cantieri per la costruzione dei comprensori stessi pongono da subito diversi e gravi problemi ambientali, come gli sbancamenti e le scarificazioni, difficili da rimarginare in ambiente montano, i fenomeni erosivi, l’alterazione del suolo (41), l’apertura di strade, i trasporti, i sorvoli con elicotteri, i rumori, le luci, la sottrazione di territorio, la distruzione degli habitat e delle specie, il degrado dei valori paesaggistici, che a sua volta compromette altre fruizioni turistiche.

– Durante la fase di gestione di un comprensorio sciistico, la frequentazione turistica invernale ed estiva, principalmente in conseguenza della presenza e dei rumori, tende a rarefare o eliminare la fauna su un territorio ben più ampio del comprensorio, mentre le piste, soggette a scarificazioni, compattamento e dilavamento (42), non ospitano più gli habitat e le specie vegetali e animali originarie, quando non siano talmente degradate da presentare una biodiversità estremamente impoverita o preoccupanti fenomeni erosivi. Inoltre, anche la produttività dei pascoli può risultare compromessa o ridotta (43).

– La lavorazione invernale delle piste, diurna e notturna, per mezzo di gatti delle nevi provoca l’ulteriore allontanamento della fauna a causa dei forti rumori e delle luci. Inoltre, il compattamento della neve, ne provoca uno scioglimento ritardato, con notevoli conseguenze sulla qualità del suolo e sulle specie, che già godono in montagna di un periodo vegetativo e riproduttivo molto limitato. Il risultato è un impoverimento della biodiversità (44).

– La produzione di neve artificiale, introdotta per ragioni climatiche o di concorrenza con altre stazioni, implica cantieri per la costruzione della rete di distribuzione e dei bacini idrici di raccolta, un’ulteriore superficie sottratta agli habitat e alle specie, nonché la disponibilità e l’uso di notevoli quantità di energia e d’acqua [dell’ordine di circa 220 l/mq (45)], che vengono prelevate dall’ambiente naturale. Inoltre, essa altera l’ecosistema e le dinamiche del suolo, ritardando lo scioglimento della neve e introducendo quantità di acqua addizionali nel suolo, accelerando sia i fenomeni di dilavamento, sia quelli di deposizione di sali provenienti dall’acqua utilizzata, quando non si usino addirittura degli additivi che facilitano la formazione dei cristalli di neve (46). Infine, un’indagine condotta in Svizzera mostra che i costi annui per l’innevamento artificiale arrivano fino a coprire il 20% del reddito di esercizio delle società di gestione, con una forte probabilità di crescita futura, a causa delle previsioni climatiche che presuppongono un incremento delle quantità di neve necessarie (47). Questa situazione aumenterà le difficoltà economiche delle stazioni sciistiche di piccole e medie dimensioni, che, non potendo usufruire di economie di scala, dovranno affrontare costi proporzionalmente più elevati rispetto ai comprensori maggiori. Contemporaneamente, tali costi supplementari si ripercuoteranno sui prezzi dei biglietti degli impianti di risalita, con dei probabili effetti di contrazione di una domanda già stagnante (48).

– La sola presenza degli impianti di risalita incrementa la mortalità della fauna avicola, in relazione agli impatti con i cavi in tutte le stagioni dell’anno, anche quando gli impianti non sono attivi (49).

– Impianti di risalita, piste e strade di servizio aumentano la frammentazione del territorio, che è un fattore riconosciuto di perdita della biodiversità, in particolare per le specie meno mobili (50).

– Il “fine vita” delle stazioni sciistiche risulta particolarmente problematico. Un’indagine del 2007 aveva già censito sulle Alpi e sugli Appennini quasi 200 impianti abbandonati con relativi ruderi, edifici in disuso e sciovie non smantellate che ancora appesantiscono inutilmente la montagna (51). Tra queste strutture bisogna anche annoverare gli impianti in Val di Susa, utilizzati una volta e poi abbandonati dopo lo svolgimento dei Giochi olimpici invernali del 2006. Una indagine più recente, ha censito oltre 100 stazioni che non sono state aperte all’inizio della stagione invernale 2019-2020 (ante Covid), quando circa altre cento sopravvivono anche grazie alle costanti immissioni di fondi pubblici (52). Inoltre, un’altra inchiesta del 2020 ha rilevato più di 300 impianti dismessi (53).

– Infine, lo sviluppo di una stazione sciistica implica la moltiplicazione degli impatti ambientali di tipo urbanistico, in relazione al consumo di suolo, alla frammentazione del territorio e alla degradazione degli habitat di specie dovuti allo sviluppo dei centri abitati, specialmente in relazione alla costruzione di seconde case, delle infrastrutture, dei servizi e delle vie di comunicazione.

In questo articolato contesto si colloca la recentissima presa di posizione della Associazione professionale francese dei gestori degli impianti sciistici (Domaines Skiable en France). Al termine del congresso annuale 2020 è stato reso pubblico il programma “Domaines skiables et changement climatique : les professionnels adoptent des engagements environnementaux pour préserver la montagne” (54).

Certamente un segnale che non va trascurato ma che va contestualizzato.

Se da un lato può essere colto come una presa di coscienza dei problemi di impatto ambientale che da sempre emergono evidenti attorno alle attività di costruzione, gestione e fruizione degli impianti sciistici, dall’altro una analisi molta severa potrebbe identificare questa presa di posizione quale una arguta operazione di marketing riconducibile, per contenuti e tempistica, al green washing.

5.2 Ampliamento o innalzamento delle stazioni sciistiche
Di fronte alla doppia pressione di un mercato maturo fortemente concorrenziale e dei cambiamenti climatici, gli operatori di diverse stazioni optano per ampliamenti, collegamenti con altre stazioni o estensioni ad una quota più alta.

Questa strategia mostra però diversi limiti. Anche se stazioni sciistiche di dimensioni maggiori sembrano più concorrenziali e perciò in grado di conservare i posti di lavoro, i redditi della popolazione non sembrano correlati con questo fattore. Per di più, poiché il numero delle presenze è stabile da almeno un decennio e non vi sono indizi che esso possa crescere sensibilmente in futuro, l’ampliamento di una stazione avviene per forza a scapito della clientela di altre stazioni sciistiche concorrenti.

La maggior parte delle stazioni sciistiche ha avuto origine negli anni ’60 e ’70, mentre, a partire dagli anni ’80, sono state prese a livello europeo e nazionale vaste misure di tutela del territorio, che hanno condotto ad un notevole incremento della superficie ambientale protetta, specialmente nelle zone montuose del nostro Paese. Infatti, la Rete Natura 2000 e le altre aree protette nazionali coprono circa il 22% del territorio nazionale (55), mentre il recente Green Deal europeo, al fine di arrestare la drammatica perdita di biodiversità, propone di giungere alla quota del 30% in Europa entro il 2030 (56). In questo contesto, innalzare o ampliare una stazione sciistica comporta sempre il degrado di ambienti montani di pregio e, nella stragrande maggioranza dei casi, il tentativo di compromettere aree protette a livello europeo (Siti Natura 2000) o nazionale (Parchi nazionali o regionali e riserve). Infatti, un’ampia messe di studi scientifici attesta, con poche possibilità di dubbio, gli effetti negativi dei comprensori sciistici su habitat e specie, dovuti ad un vasto numero di cause: frequentazione antropica, rumori diurni e notturni, compattamento della neve, collisioni della fauna avicola con i cavi degli impianti, alterazioni delle caratteristiche del suolo, fenomeni erosivi, prolungamento dei periodi di innevamento sulle piste, sottrazione di acqua per l’innevamento artificiale, movimenti di terra, scarificazioni del suolo, inquinamento luminoso, ecc.

Per questi motivi, la CIPRA, così come tutti i Club Alpini dei paesi interessati, chiede che i comprensori sciistici esistenti non siano ampliati né sui ghiacciai, né in zone ancora intatte (57).

Infine, i progetti attualmente proposti in Italia per l’ampliamento dei comprensori sciistici comportano costi per decine o centinaia di milioni di euro, spesso con la partecipazione di fondi pubblici. Ci si deve perciò anche chiedere se gli ingenti investimenti necessari siano effettivamente competitivi in termini di occupazione, stabilità e continuità dei posti di lavoro e redditi per le popolazioni locali, quando confrontati con altri tipi di attività economiche possibili in loco. Inoltre, si deve osservare che l’ampliamento di un comprensorio sciistico diminuisce le possibilità di sviluppo turistico nelle stagioni non invernali, in relazione alla degradazione del paesaggio.

6. Strategie alternative
In questa situazione di stagnazione duratura del mercato sciistico, forte concorrenza internazionale, cambiamenti climatici in corso e conflitti con la protezione della biodiversità, è necessario profilare un tipo di sviluppo delle aree montane che proponga una riflessione profonda sull’economia dello sci da discesa e, nel contempo offra delle valide alternative alle comunità di montagna, ovunque risiedano e indipendentemente dalla presenza di impianti di risalita. Un’indagine condotta presso la località di Auronzo di Cadore sembra indicare che, almeno in alcuni casi, anche le popolazioni locali siano consapevoli che un’opportuna diversificazione sia ormai indispensabile (58).

Di non minore valenza prospettica appare il documento Strategia Aree Interne del Comelico – la Valle dello star bene, frutto di un ampio percorso partecipato. In particolare le parole chiave “Io vivo qui – Un futuro c’è – Orgogliosi di viverci” delineano una reale possibilità di ricercare nuove visioni di sviluppo economico locale maggiormente simmetriche e sinergiche rispetto agli obiettivi dell’Agenda 2030 (59).

Nel ricercare alternative praticabili, ci si deve chiedere se la dipendenza dal “tutto turismo” (60), sciistico o meno, offra un livello di resilienza sufficiente di fronte al fatto che questo settore, “voluttuario” e con una domanda elastica, è reso particolarmente vulnerabile a causa di eventi esterni di varia natura (variabilità dei flussi turistici, prezzi dei trasporti, fenomeni naturali, pandemie, ecc.) e della congiuntura economica generale (crisi periodiche, potere d’acquisto della classe media, ecc.). Questa vulnerabilità può essere attenuata dalla promozione del turismo a scala locale o regionale, meno influenzato dai diversi fattori di variabilità e arricchito dall’offerta di attività estive (escursioni, scalata, MTB, attività fluviali, ecc.) e invernali (sci di fondo, racchette da neve, scialpinismo, slitta, ecc.). In questo contesto, i rifugi del CAI possono giocare un ruolo rilevante, partecipando e integrandosi funzionalmente ad una rete di ospitalità diffusa su tutto il territorio e non solo all’interno delle località più conosciute, processo che può essere favorito da strumenti come le piattaforme di tipo Airb&b. Malgrado ciò e al fine di garantire introiti più uniformi, sembra per il momento necessario, continuare sulla strada tradizionale delle multi-attività, basate sul turismo rurale, la piccola impresa e l’agricoltura montana, intesa anche come protezione del paesaggio, trasmissione di cultura e conservazione della biodiversità. Al contempo, si notano sempre più frequentemente esperienze di coordinamento tra Comuni e “branding” (61) di interi territori o di singole produzioni, anche utilizzando l’apposita legge sui marchi dei prodotti di montagna (62).

I Siti Natura 2000 e le altre aree protette sono spesso intesi come dei vincoli che tenderebbero a frenare la crescita economica locale. In realtà, la Rete Natura 2000 permette le attività antropiche, ma richiede un modo di sviluppo differente rispetto a quello degli altri territori e adattato alla convivenza con la biodiversità e al rispetto delle risorse naturali. In questo senso, i risultati dell’economia legata ai Siti Natura 2000 e ai Parchi [ma anche a quella di stazioni non sciistiche (63)] sembrano incoraggianti, sia in termini di occupazione, sia di attività come quelle turistiche, in sinergia con la filiera agroalimentare, il settore forestale, la ristorazione, l’offerta culturale, il commercio e le produzioni tipiche e locali, con una forte propensione all’innovazione e spesso attraverso la creazione di appositi marchi di qualità (64).

Appare anche indispensabile, attraverso politiche volontariste, favorire la diversificazione verso altre attività economiche, al di là di quelle tradizionali. Una precondizione indispensabile per attirare residenti e attività è l’esistenza degli indispensabili servizi e infrastrutture per la popolazione, efficienti, distribuiti capillarmente e adattati ai luoghi, come scuole, medicina di base e territoriale articolata (ospedali, ambulatori, centri specialistici, medici generici), farmacie, centri sportivi, servizi bancari che promuovano le attività del territorio, commerci di prossimità e ambulanti, servizi postali e di distribuzione, servizi commerciali per la promozione dei prodotti e dell’economia locale, servizi di informazione turistica, viabilità stabile e sicura, mezzi per la mobilità locale frequenti, sostenibili, veloci, disponibili e con coincidenze ed orari adeguati alle esigenze, sistemi telematici moderni, rapidi, stabili ed efficienti, la segnaletica locale, luoghi di cultura, svago e incontro, corsi di formazione, servizi per la terza età, ecc.

In tale contesto, la pandemia ha mostrato che il telelavoro e i teleservizi sono applicabili a larga scala sul territorio. Attraverso opportuni adattamenti, ciò potrebbe favorire il decentramento sia delle residenze, sia delle attività in luoghi finora ritenuti “marginali”, come le aree di montagna. Per questo, è opportuno basarsi soprattutto sull’utilizzo ragionato e sostenibile del patrimonio edilizio locale, senza dare adito a nuovi consumi di territorio, ma restaurando in via prioritaria e isolando termicamente gli edifici esistenti. Infine, il territorio di montagna, per potere ospitare la popolazione e nuove attività, deve essere messo in sicurezza rispetto alle avversità naturali o causate da interventi antropici inappropriati, allo scopo di salvaguardare la vita umana e garantire la continuità dei servizi essenziali, quali l’elettricità, i rifornimenti idrici, le vie di comunicazione, la rete telefonica e telematica.

7. Conclusioni
Stagnazione duratura del mercato sciistico, forte concorrenza internazionale, cambiamenti climatici in corso e conflitti con la protezione della biodiversità impongono un ripensamento dell’economia legata allo sci da discesa e alle aree montane in generale. Per questo il CAI ritiene che:
non vi siano le condizioni per ulteriori espansioni dei comprensori sciistici verso zone intatte e tantomeno all’interno delle aree protette a livello europeo o nazionale;

sia invece necessario gestire nel modo più razionale e sostenibile le stazioni sciistiche che presentino ancora buone prospettive, al fine di attirare un pubblico che dispone di molte offerte concorrenziali nell’arco alpino europeo, attraverso la necessaria diversificazione e ammodernamento delle attività, ma rigorosamente all’interno dei limiti degli attuali comprensori e urbanizzazioni;

tuttavia, la gestione sostenibile per l’ambiente richieda una revisione della pratica dell’innevamento artificiale per via delle ripercussioni ambientali e per il paesaggio;

si debba preparare la transizione verso modelli differenti di sviluppo, soprattutto nel caso delle stazioni a quote più basse o in situazione più fragile rispetto alla concorrenza;

si debbano mettere in evidenza località montane diverse dalle stazioni sciistiche, attraverso la proposta di forme di turismo differenti rispetto allo sci alpino e forme di ospitalità diffusa su tutto il territorio, all’interno del quale i rifugi del CAI abbiano un ruolo rilevante;

i Siti Natura 2000 e le altre aree protette possano fornire la base per ripensare ad uno sviluppo incentrato sulla convivenza con la biodiversità;

le località di montagna debbano essere dotate di una rete moderna, capillare ed efficiente di servizi per favorire la residenza, migliorare l’offerta turistica diffusa e promuovere nuove attività sostenibili, al di là dello sci o del turismo;

le località delle aree montane possano approfittare delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie;

i ruderi delle stazioni sciistiche abbandonate debbano essere rimossi oppure gli edifici riusati;

in ogni caso, ogni nuova proposta e la gestione delle situazioni in essere non dovranno prescindere dal raggiungimento dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 in sintonia e contestualizzazione con gli strumenti di pianificazione territoriale ed ambientale che l’Unione Europea ha indentificato nel “New Green Deal”, integrando gli attuali strumenti finanziari con il poderoso programma “EU – Next Generation”.

Note
(40) Fra l’immensa bibliografia a questo riguardo, si veda, a titolo d’esempio:
– Albin Zeitler, Human Disturbance, Behaviour and spatial Distribution of Black Grouse in skiing Areas in the Bavarian Alps, Communication presented at the European meeting devoted to the Fate of Black Grouse (Tetrao tetrix) in European Moors and Heathlands, Liège, Belgium, 26-29 th September 2000;
– Sandra Lavorel, Pierre-Louis Rey, Karl Grigulis, Mégane Zawada, Coline Byczek, Interactions between outdoor recreation and iconic terrestrial vertebrates in two French alpine national parks, Ecosystem Services 45 (2020) 101155;
– Joy Coppes, Ursula Nopp-Mayr, Veronika Grünschachner-Berger, Ilse Storch, Rudi Suchant, Veronika Braunisch, Habitat suitability modulates the response of wildlife to human recreation, Biological Conservation 227 (2018) 56–64;
– Mattia Brambilla, Paolo Pedrini, Antonio Rolando, Daniel E. Chamberlain,  Climate change will increase the potential conflict between skiing and high-elevation bird species in the Alps. Journal of biogeography, 2016;
– Enrico Caprio, Dan Chamberlain, Antonio Rolando, Skiing, birds and biodiversity in the Alps, Proceedings of the BOU’s 2014 Annual Conference Ecology and conservation of birds in upland and alpine habitats;
– Chloe F. Sato, Jeff T. Wood, David B. Lindenmayer (2013) The Effects of Winter Recreation on Alpine and Subalpine Fauna: A Systematic Review and Meta-Analysis. PLoS ONE 8(5);
– Patrick Patthey, Sven Wirthner, Natalina Signorell, Raphaël Arlettaz, Impact of outdoor winter sports on the abundance of a key indicator species of alpine ecosystems, Journal of Applied Ecology 2008;
– Simona Imperio, Radames Bionda, Ramona Viterbi, Antonello Provenzale (2013) Climate Change and Human Disturbance Can Lead to Local Extinction of Alpine Rock Ptarmigan: New Insight from the Western Italian Alps. PLoS ONE 8(11);
– Matteo Negro, Marco Isaia, Claudia Palestrini, Axel Schoenhofer, Antonio Rolando, The impact of high-altitude ski pistes on ground-dwelling arthropods in the Alps, Biodiversity Conservation (2010) 19:1853–1870;
– John Chivers, Effects of the skiing industry on the environment, School of International Studies and Law, Coventry, 1994.

(41) Emanuele Pintaldi, Csilla Hudek, Silvia Stanchi, Thomas Spiegelberger, Enrico Rivella, Michele Freppaz, Sustainable Soil Management in Ski Areas: Threats and Challenges, Sustainability 2017, 9, 2150

(42) Philippe Roux-Fouillet, Sonja Wipf, Christian Rixen, Long-term impacts of ski piste management on alpine vegetation and soils, Journal of Applied Ecology 2011, 48, 906–915

(43) Michele Freppaz, Gianluca Filippa, Angel Caimi, Ermanno Zanini, Sustainable tourism in Northwestern Alps: Winter sports impact on pasture lands, An. Inst. cerc. ec. “Gh. Zane”, t. 19, Iaşi, 2010, p. 79–93

(44) Felix Hahn, Künstliche Beschneiung im Alpenraum, CIPRA-International, 2004

(45) Emanuele Pintaldi, Csilla Hudek, Silvia Stanchi, Thomas Spiegelberger, Enrico Rivella, Michele Freppaz, Sustainable Soil Management in Ski Areas: Threats and Challenges, Sustainability 2017, 9, 2150

(46) Christian Rixen, Veronika Stoeckli, Walter Ammann, Does artificial snow production affect soil and vegetation of ski pistes? A review, Perspectives in Plant Ecology, Evolution and Systematics, Vol. 5/4, pp. 219–230, 2003

(47) Christophe Clivaz, Camille Gonseth, Cecilia Matasci, Tourisme d’hiver. Le défi climatique, Presses polytechniques et universitaires romandes, 2015

(48) Le tourisme face au changement climatique. Un rapport de synthèse, n. 1/2011, CIPRA, 2011

(49) Nicolas Bech, Sophie Beltran, Jérôme Boissier, Jean-François Allienne, Jean Resseguier, Claude Novoa, Bird mortality related to collisions with ski–lift cables: do we estimate just the tip of the iceberg?, Animal Biodiversity and Conservation 35.1 (2012) 95 Localisation des câbles dangereux pour les oiseaux sur les domaines skiables, Rapport scientifique 2009, ONCFS

(50) Matteo Negro, Marco Isaia, Claudia Palestrini, Axel Schoenhofer, Antonio Rolando, The impact of high-altitude ski pistes on ground-dwelling arthropods in the Alps, Biodiversity Conservation (2010) 19:1853–1870

(51) Mountain Wilderness, Censimento 2007

(52) Legambiente, Rapporto “Neve diversa 2020”

(53) Lo sci che fu. L’elenco delle (311) stazioni sciistiche fantasma, Dove sciare.it, 25 settembre 2020
https://www.dovesciare.it/news/2020-09-24/lo-sci-che-fu-lelenco-di-tutte-le-311-stazioni-sciistiche-fantasma?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook&fbclid=IwAR0ZttG1GAC08HAO_PTRFRwI83u2c7tPBPvEu3cRdHk2Uv_4xdEwBPWN-hY

(54) Domaines skiables et changement climatique : les professionnels adoptent des engagements environnementaux pour préserver la montagne, Domaines skiables de France, 2.1.2020, http://www.domaines-skiables.fr/fr/news/16-eco-engagements-pour-preserver-la-montagne/

(55) Federparchi, Gruppo di Lavoro, preparatorio alla Conferenza Nazionale sulle Aree Protette, sul tema: “AREE PROTETTE E RETE NATURA 2000 STRUMENTI PER CONIUGARE LA CONSERVAZIONE E LO SVILUPPO ECONOMICO”

(56) European Commission, Communication: EU Biodiversity Strategy for 2030 – Bringing nature back into our lives, 2020

(57) Le tourisme face au changement climatique. Un rapport de synthèse, n. 1/2011, CIPRA, 2011

(58) Stefano Balbi, Laura Bonzanigo, Carlo Giupponi, Climate change and its impacts on tourism in the Alps, The pilot area of Auronzo di Cadore (Belluno) – Summary of the activities carried out in Veneto within the ClimAlpTour project funded by the European Union Territorial Cooperation as part of the Alpine Space Programme 2007 – 2013, Euro-Mediterranean Centre for Climate Change, 2011

(59) Regione del Veneto, Io vivo qui. Strategia aree interne del Comelico, “la valle dello star bene”, Versione n.3, 5 dicembre2018

(60) Philippe Bourdeau, From après-ski to après-tourism: the Alps in transition? Reflections based on the French situation, Journal of Alpine Research/Revue de géographie alpine, 97-3, 2009, Le tourisme montagnard au crible de la durabilité

(61) Martin F. Price, Diana Borowski, Calum Macleod, Gilles Rudaz, Bernard Debarbieux, The Alps, The Alpine Convention, Swiss Federal Office for Spatial Development, 2011

(62) REGOLAMENTO (UE) N. 1151/2012 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 21 novembre 2012 sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari e del Regolamento delegato UE 665/2014, recepiti all’interno della legislazione italiana con Decreto ministeriale del 26.7.2017 che è stato successivamente recepito dalle varie legislazioni regionali

(63) Legambiente, Neve Diversa 2020

(64) Maria Carmela Giarratano, Domenico Mauriello, L’economia reale nei parchi nazionale e nelle aree naturali protette, Rapporto 2014 – Fatti, cifre e storie della Green Economy Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Unioncamere, 2014

Una considerazione finale
di Carlo Alberto Pinelli

Da vecchio “gufo” mi permetto alcune considerazioni sul tema dell’approccio scientifico. Lungi da me il proposito di non tenerne conto. Anzi, la credibilità delle nostre posizioni perderebbe valore se facesse a meno o sottovalutasse i suggerimenti provenienti dalla scienza. Questa però è solo una faccia della medaglia. Esistono valori, prospettive e intuizioni che la scienza ha difficoltà a inglobare nel proprio recinto razionale. Tento un esempio: una funivia che raggiungesse la vetta del Cervino, una volta costruita, sarebbe sostenibile nella prospettiva del risparmio energetico ipotizzato dalla scienza, perché in definitiva il suo funzionamento non consumerebbe molta energia elettrica. Però sarebbe radicalmente incompatibile con il significato immateriale e non misurabile della montagna. Se l’opposizione al progetto si aggrappasse soltanto agli sprechi di energia necessari per costruire quell’ecomostro,  tradirebbe la propria ragion d’essere. Bisogna avere il coraggio di una testimonianza “soggettiva” capace di fare leva sull’identificazione e la difesa di bisogni immateriali, per discutibile definizione “inutili”, come è “inutile” la poesia. Bisogni che una minoranza ispirata non deve temere di proporre a una maggioranza drogata dal consumismo e dall’ ideologicizzazione dell’egoismo. Al fondo la gente sa che abbiamo ragione, anche se è scomodo ammetterlo. Spesso facciamo ricorso alla scienza solo perché abbiamo paura che i nostri concittadini non comprendano le nostre vere motivazioni, le quali non sono scientifiche.

11
Cambiamenti climatici, neve, industria dello sci – 2 ultima modifica: 2021-01-08T05:43:21+01:00 da GognaBlog

17 pensieri su “Cambiamenti climatici, neve, industria dello sci – 2”

  1. 17
    Fabio Bertoncelli says:

    Marcello, ricordo benissimo un tuo intervento di qualche mese fa in cui rivelavi che a volte ti firmavi professor Aristogitone e altre volte come Marcello Cominetti. 
    Io però ti perdono, anche perché cosí dimostri che ti piace scherzare. E ti considero piú simpatico anche per questo.

  2. 16

    Bertoncelli, liberissimo di pensare che Aristogitone e il sottoscritto siano la stessa persona. Ci mancherebbe altro.

  3. 15
    Fabio Bertoncelli says:

    Lo strano caso del professor Aristogitone e del signor Marcello…  😂😂😂

  4. 14
    albert says:

    Se sembra che  il vagare liberi con sci e pelli sia  alternativo ed ecologico e rispettoso..prima o poi il business fiutera’ l’affare.Anzi l’ha gia’ fatto.Quanto si spende per un equipaggiamento completo aggiornato alle ultime  tecnologie?Basti vedere le ciaspople d’antan   dei riscopritori  ed i modelli  all’ultimo grido di innumerevoli marche.Le escursioni  un tempo note solo col passaparola, oggi hanno il loro bel filmatino sul noto canale mediatico..anzi piu’di uno..ed allora accorrono anche altri..L’incontro tra gruppetti che pacatamente si scambiano riflessioni, emozioni, barzellette , tranci di salumi , formaggi o torte caserecce, forse si verifica ancora in giorni feriali, in periodo  di di bassa stagione.Diceva Buzzati al suo amico e guida:”non divulgare,  tieni  tutto per te !”Ieri indagando su dove fosse un  canalone di Torre Roma al Sas Pordoi, dove purtroppo era deceduta giovane guida,sono incappato in un sito che elenca ben 65 canaloni x-treme nel gruppo e dintorni..Tra poco dovranno  fare la fila prima di lanciarsi?Altra considerazione:  gli impianti trascinano altre attivita’ ,   ma chi beneficia dell’indotto.. acquista azioni delle societa’ impiantistiche o lascia che  oneri e debiti se li assumano enti pubblici?Se il rischio si distribuisce sugli investitori ,allora forse si frena sui mega progetti.

  5. 13

    Sentite, io con questo Aristogitone non c’entro.  Spesso sono d’accordo con quello che scrive ma non so chi sia. Anzi ne approfitto, vista la crescita di chi usa soprannomi, di firmarsi per esteso. Certo che di matti ce ne sono.

  6. 12
    Luciano Pellegrini says:

    Caro Marcello se i SOCI CAI non sono a conoscenza del TAM E BIDECALOGO, ed è grave, figuriamoci se ai politici e a tutti quelli che vogliono trarne profitto, gliene frega. Sono anni che consiglio al CAI CENTRALE di INFORMARE I SOCI, almeno loro, circa 300mila, su questi articoli, ma anche a rispettarli… ORECCHIE DA MERCANTE. (indica l’atteggiamento di chi, per proprio comodo, finge di non sentire o di non capire quello che gli viene detto). Un applauso al Prof. Aristogitone, il tuo nome O nickname «nomignolo, soprannome»; fa onore al suo significato: BUON ORATORE

  7. 11
    Prof. Aristogitone says:

    Il CAI, prima di analizzare situazioni ad esso esterne, dovrebbe analizzare se stesso. Ormai siamo a un organismo tentacolare in cui la mano destra non sa cosa fa la sinistra. Siamo di fronte a un dinosauro che riesce ad auto-riferirsi solo perché ha più di trecentomila soci, ma “là fuori” gli sciatori delle piste e tutto il loro mondo fatto di impianti, ristorazione, negozi, alloggi, trasporti e divertimenti di contorno, sono molti di più e rivendicano, sia giusto o no, i loro diritti.Inoltre si tratta di un mondo ipoacculturato, rispetto al frequentatore medio dell’altra montagna, che se ne infischia del CAI, quando anche, nella più parte dei casi, ne ignora persino l’esistenza.

  8. 10

    Ma voi credete che impiantisti, operatori e enti vari, sappiano che esistono la Tam e addirittura il Bidecalogo? 

  9. 9
    Luciano Pellegrini says:

    Pur essendoci esortazioni, (scienziati, ambientalisti, uomini di cultura, Papa Francesco), per coinvolgere TUTTO il genere umano a non aggravare l’emergenza climatica, ci sono persone che remano contro. L’ex assessore al Turismo della Regione Abruzzo, MAURO FEBBO, seguita a pubblicare la sua idea, sostenuto dalla maggioranza del governo regionale.
    Maielletta, ecco 20 milioni per i nuovi impianti da sci – di Giuseppe Rendine 01 novembre 2019 https://www.ilcentro.it/chieti/maielletta-ecco-20-milioni-per-i-nuovi-impianti-da-sci-1.2317554
    Nuovo impianto sciistico tra Passolanciano e Mammarosa, iniziata la conferenza dei servizi di Redazione  04 dicembre 2020 18:01https://www.chietitoday.it/economia/nuovo-impianto-sciistico-passolanciano-maielletta-conferenza-servizi.html
    Bacini sciistici: riattivate le procedure, finanziamento di circa 100 mila euro Redazione 09 dicembre 2020 18:21 https://www.chietitoday.it/economia/bacini-sciistici-finanziamento-abruzzo.html  
    Maielletta, dalla Regione 400 mila euro per sicurezza Strada Provinciale di Fabio Lussuoso 05/01/2021 https://www.rete8.it/cronaca/2722maielletta-dalla-regione-400-mila-euro-per-strada-provinciale/?fbclid=IwAR3YaUW3XAx3dVYwEpHxe8kAb4aRe5SB-xAwXw5mhNqlAuIE4rwyIb-kJzQ                                                                                     
    Sono d’accordo con Carlo Crovella (punto 3) e Cominetti (punto 4), per la risposta che ho avuto dal CAI REGIONE ABRUZZO: Non facciamo baccano su questa nuova problematica per non creare inutili allarmismi… E’ seguita una lunga discussione, ho cercato di far capire che esiste il BIDECALOGO, LA POSIZIONE DEL TAM… ECC. Aspetto fiducioso, sperando che non sia il… PREDICA BENE E RAZZOLA MALE!

  10. 8
    Carlo Crovella says:

    Il dibattito sui cannibali qui sul Blog è stato condotto a più riprese a partire da un paio di anni circa, per cui non lo riaprirei. Gli interessati possono andare a leggere gli atti. La variabile determinante dei miei ragionamenti è che una montagna meno comoda (nel caso di specie: senza impianti di risalita) in automatico fa selezione naturale. Selezione numerica e selezione ideologica. La gente che accetta di salire sudando, anziché con la seggiovia, ha maggior consapevolezza della montagna. La correlazione è abbastanza automatica. Inoltre la selezione è anche e soprattutto numerica: il caso dei cento gruppetti con pane e salame è solo teorico, all’atto pratico difficilmente ci saranno (con una montagna non comoda). Mentre, con impianti aperti, le centinaia di beceri pistaioli ci sono eccome. 
     
    Io però vorrei dare un segnale positivo: c’è una base di cripto-scialpinisti che ha fatto di necessità virtù e ha colto l’occasione per provare finalmente le gite con le pelli. Sembrano trasformati: tanto erano beceri e chiassosi negli anni scorsi, a impianti aperti, tanto sono “educati” (in termini ambientali e comportamentali) oggi. Il clima umano agisce molto e condiziona che si avventura su per le piste solitarie. Ben venga tutto ciò. Basta che la ricerca di sghei non muti il tipo di attività (come ho accennato di prima mattina) e allora cambieremmo solo cannibali di un tipo con cannibali di un altro tipo: questo è il vero rischio. Buon week end a tutti!

  11. 7
    lorenzo merlo says:

    Il gradiente di consapevolezza citato è quello relativo all’ambiente, alla natura.
    Cento gruppetti col pane e salame appresso e bar chiuso fanno più danno di un numero inferiore.
    Così come una scatola di patatine e abbonamento giornaliero ne fa meno di un numero maggiore.
    Nominare, intitolare, giudicare separa.
    È un fatto normale nella nostra cultura.
    Tuttavia col l’opportuno gradiente di consapevolezze, ci si può rendere conto della sua arbitrarietà, strumentalità, funzionalità alla nostra biografia, alla nostra concezione di noi e del mondo.
    Non andare oltre a questa autodelimitazione implica perpetuare lo stato delle cose che stiamo criticando.
    Implica essere cannibali esattamente così come lo stiamo riferendo ad altri, in altro momento e altro tempo.
    Nessuna polemica, è solo un pensiero.
    Che interessa a tutti coloro che arrivano a ricrearlo attraverso il proprio tracciato.

  12. 6
    Carlo Crovella says:

    Accipicchia, per una volta che Cominetti concorda con me, si profila un altro polemico…
    Devo dire, invece, che io sono stato piacevolmente impressionato dalla gente che ho incontrato su per le piste “chiuse”. Si vede che il concetto di cannibale è relativo e non assoluto: se ha ragione Merlo, cannibali lo siamo tutti, ma la differenza dipende dal “gradiente” di cannibalismo. oltre certi livelli, il cannibalismo diventa insopportabile per la montagna.
     
    Un giorno, a salitina conclusa, eravamo al sole sullo spazio esterno di un bar (chiuso). Due gruppetti, noi e un altro, questo di evidenti pistaioli “riciclati”. Con facilità abbiamo scambiato due chiacchiere, durante il pranzo al sacco, pane casereccio e tome della valle, ognuno aveva il suo: si parlava citando le vette intorno, le loro condizioni, le cornici sulle creste, gli accumuli sottovento. Tranquillità, pacatezza: immersione armonica nel contesto della natura.
    Pensare che quello stesso spazio del bar, con impianti aperti, è un porto di mare di gente che si strafoga di hotdog, hamburger, patatine fritte. Urla, puzza di fritto, porte sbattute, squilli di cellulari, selfie, combini per la sera, tacchinaggi vari… insomma un manicomio.
     
    Spero di aver reso efficacemente il differenziale di cannibalismo. Alla montagna basterebbe questo: un cannibalismo moderato, quello che c’era nei giorni scorsi.

  13. 5
    lorenzo merlo says:

    I grandi numeri inquinano per ontologia, qualunque sia l’attività e il gradiente di consapevolezza realizzato.
    Non solo.
    Essi non hanno valore assoluto, ma relativo.
    Vedi i campi e le vie himalayane.
    Dunque cannibali siamo tutti.
    Credere di potersi sottrarre alla categoria è un esercizio moralistico, suicida e inconsistente.

  14. 4

    Crovella concordo pienamente con quanto sostieni, incluso (aggiungo io) che il Cai non farà nulla. Chi glielo fa fare?

  15. 3
    Carlo Crovella says:

    Condivido le conclusioni (punto 7): mi riservo di verificare se, all’atto pratico, il CAI assumerà davvero quelle posizioni concrete oppure se quelle belle parole resteranno intenzioni scritte sulla sabbia (anzi sulla… neve). A priori non ci credo che i vertici CAI assumeranno vere iniziative di contrasto agli ingenti interessi economici e politici in gioco. Però sono pronto ad essere smentito.
     
    Per quanto riguarda la capacità turistica della montagna invernale anche senza impianti, porto la mia modesta esperienza. Sono reduce da qualche giorno di relax in alta Val Susa. Impianti fermi, ovviamente, ma discreto via vai di persone sulle piste non battute dai gatti. Le piste con neve “fresca” sono terreno ideale per il primissimo approccio allo sci con le pelli. Alcuni professionisti si stanno reinventando, offrono un pacchetto costituito da una giornata “accompagnata”  (su terreni facili come appunto le piste) e kit completo di attrezzatura in affitto. Molti erano, poi, i ciaspolatori e moltissimi i semplici “camminatori” (scarponi) che sfruttano i sentieri estivi con traccia regolarmente battuta (da chi? non è chiaro che la Pro Loco abbia assoldato dei battitori mattutini, ma ogni giorno c’era la traccia, anche dopo le nevicate notturne…). In paese, all’ora dell’aperitivo, un discreto numero di persone, inferiore certo agli anni scorsi, ma i commercianti non erano del tutto piegati dalla situazione. Complessivamente pochi i cannibali, a conferma che, in gran parte, se li porta dietro il mondo delle piste battute. Insomma: c’è vita anche senza impianti. Certo i numeri non sono minimamente confrontabili con quelli delle giornate caratterizzate da impianti aperti: siamo in scala uno a mille. Dal mio strettissimo punto di vista (essendo io un noto amante della solitudine) i numeri attuali, e anche qualcosina in più, sono il compromesso ideale: in giro trovi gente allegra, che scopre o ri-scopre la montagna senza lo stress delle piste (folla, code, costi, casino, nervosismo, difficoltà di parcheggio…) e discreti spazi a disposizione per chiunque. C’è speranza, quindi, per un futuro senza impianti o con pochi, pochissimi impianti: l’importante è che le attività sportive proposte siano “sensate” e non delle belinate atte solo ad attirare cacciatori di adrenalina (che quasi sempre sono dei cannibali). Conoscendo i miei polli (gli italiani…) ho il timore che, prospetticamente, si attiveranno per varare iniziative che non hanno né capo né coda, cioè “cose da circo”, pur di attirare nuove ondate di cannibali. Purtroppo sono i cannibali, numericamente numerosissimi, che portano gli sghei. Ma speriamo che non sia così. La montagna al naturale ha bisogno che la si frequenti in modo “naturale”, cioè con attività tradizionali: camminare, correre, sciare ecc. Immergersi nella natura, tutto il resto inquina.

  16. 2
    lorenzo merlo says:

    Neanche per uno corposo.
    Il positivismo e la sua economia inquinanao i pensieri. E poi il mondo.
    Dico in generale, non ad albert.

  17. 1
    albert says:

    Per quanto riguarda la scarificazione dei pendii occupati da piste di discesa..forse e’ tecnicamente possibile rimediare.  Esistono ditte che offrono sementi di piante erbacee alpine selezionate che attecchiscono…consolidando e rinverdendo le “ferite” scabre che si vedono in estate.Pero’ e’ un onere di costi aggiuntivi e se nessuno obbliga…difficile trovarela  societa’ che lo fa volontariamente…e magari occorre effettuare  qualche esperimento campione per vedere se il rinverdimento promesso poi si verifica.Per quanto riguarda lo sci di fondo.. ritenuto piu’ ecologico, una buona notizia e’ che non verranno piu’ prodotte e commercializzate le scioline a base di   fluoro PFOA, (usato pure nelle scioline sci alpino)salvo accoglimento di ricorsi di ditte produttrici che  ci guadagnano parecchio.Imitando gli atlteti di prestigio olimpionico e mondiale, le usavano pagandole un occhio della testa pure gli amatori o modesti dilettanti della domenica. In estate a nevi sciolte se ne trovavano tracce nella acque di sorgente, fontane , prese di acquedotti a valle delle piste. Vale proprio la pena per un modesto guadagno in velocita’?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.