Cento Nuovi Mattini – 3

Una vita d’alpinismo – 91 – Cento Nuovi Mattini – 3 (AG 1980-003)

Da due anni almeno si parlava di andare a mettere il naso nel Verdon, la nuova Mecca dell’arrampicata internazionale. Il 12 maggio 1980 con Popi Miotti e Guido Azzalea rompemmo gli indugi e ci ritrovammo al grande campeggio di La-Palud-sur-Verdon, un vero e proprio pantano di acqua e fango per le piogge dei giorni precedenti.

Torre Magnagni Meridionale (Grigna), Gabriele Beuchod sulla via Panzeri bassa, 12 giugno 1980.

Nella notte, mentre dormivamo in tenda, non piovve ma il mattino ci accolse con un cielo talmente scuro da lasciarci poche speranze. Andammo ugualmente allo sbocco delle Gole perché era nostra intenzione salire la voie della Demande. All’attacco ancora non pioveva, così facemmo l’errore di iniziare. Dopo sei lunghezze di corde ci prese la pioggia battente e fummo costretti a battere in ritirata con corde doppie abbastanza esposte. Bagnati fradici facemmo ritorno al mio furgone, dopo di che ancora al campeggio.

Alessandro Gogna (a sinistra) e Guido Azzalea per via della pioggia scendono da un tentativo alla Voie de la Demande (Gorges du Verdon, Provenza), 13 maggio 1980. Foto: Giuseppe Miotti.

La mattina dopo (14 maggio) era un po’ meglio, ma invece che tornare alla Demande, preferimmo affrontare una delle vie allora estreme, aperta dall’alto: Necronomicon. Ce la cavammo egregiamente, anche se non in perfetta arrampicata libera, in quel vuoto davvero impressionante, che già ti prende quando ti cali dall’alto e non ti molla più fino a che non riesci sull’orlo.

Come buon augurio, al mattino prima di calarci avevamo incontrato nientemeno che Wolfgang Güllich, allora giovanissimo ma già abbastanza famoso. Se non ricordo male lui stava calandosi con un compagno per fare Tuyou d’Orgue.

La sera stessa, non avendo tempo per stare altri giorni, tornammo in Italia.

Giuseppe Popi Miotti affronta Necronomicon (Gorges du Verdon, Provenza), 14 maggio 1980.

L’uscita non era andata del tutto a buon fine, però fu molto utile perché in quel tentativo capimmo che almeno le vie classicamente estreme del Verdon erano alla nostra portata. Ma anche quelle più difficili e di ultima generazione. In più, fu decisamente un viaggio sopra alle righe per il ridere che facemmo dalla mattina alla sera: il binomio Miotti-Azzalea era irresistibile. Specialmente dopo due o tre birroni bevuti giocando a calcetto.

Corma di Machaby, Guido Azzalea impegnato nel diedro Lorenzi della via del Bue Muschiato.
Arnad, Corma di Machaby, Massimo Bragalenti all’uscita del diedro Lorenzi della via del Bue Muschiato.

Con Guido mi misi d’accordo per fare qualche via alla Corma di Machaby, perché anche quella rientrava nel programma. Così il 22 maggio salii con lui la via del Bue muschiato (o via del Diedro): con noi erano anche Piero Ravà, Massimo Bragalenti, il mitico Marco Giordano e Paola Perotti. Nel famoso diedro Lorenzi ricordo che a Marco Giordani cadde il portafoglio. Lunga fu la sosta alla trattoria di Machaby, tranne che per Marco che voleva al più presto andare alla base della parete per recuperare il portafoglio. Alla fine ci andammo anche noi e, nei fumi dell’alcol, non ricordo bene chi alla fine lo trovò (e neppure se qualcuno lo trovò).

Parete di Arnad, Corma di Machaby, Diretta del Banano, 23 maggio 1980: Guido Azzalea assicurato da Marco Giordano.
Parete di Arnad, Corma di Machaby, Guido Azzalea sulla Diretta del Banano, seconda lunghezza, 23 maggio 1980.

Il 23 maggio salimmo la Diretta del Banano con uscita Galion, con Guido e Marco. Anche questa era un’arrampicata stupenda su placche quasi verticali tagliate da invisibili e distanziate piccole tacche orizzontali, con la caratteristica scarsità di fessure e di protezioni e con il solo disagio del rumore dell’autostrada.

Andammo in furgone a Torino, dove la sera dormimmo a casa Bonelli, in via Airasca 4. Ho già raccontato (vedi https://gognablog.sherpa-gate.com/una-vita-dalpinismo-68/) delle indimenticabili notti passate in quell’alloggio bilocale che lui aveva in affitto al secondo piano con il cesso in comune con altre famiglie. Bonelli viveva accanto all’amico e grande speleologo Giovanni Badino: tanto questo era un precisino e teneva la casa come un gioiello (notevole il suo camino costruito con travi di quercia rubate dai binari di chissà quale linea ferroviaria), tanto invece Bonelli viveva la sua condizione come una vera e propria punizione, del tutto momentanea. Così “provvisoria” da non essere neppure considerata reale. Il lavandino della cucina fungeva anche da cesso, per tutte le funzioni… ed è superfluo dire che anche io mi ero adeguato alla situazione, pur di non dover usufruire dell’abbominevole latrina condominiale.

Val Grande di Lanzo, Bec di Mea, Gabriele Beuchod sulla via del Gran Diedro, 24 maggio 1980.

Dopo un’altra di queste notti meravigliose, in branda sudicia, per di più assieme ad altri tre ospiti, appunto Guido e Marco più Gabriele Beuchod, andammo tutti e cinque a ripetere la via del Gran Diedro al Bec di Mea, da me già fatta a suo tempo assieme a Bonelli e a Marta Gobetti. La parete sud-ovest, precipite muraglia di 200 m di gneiss granitoide dalle sfumature rossastre, è caratterizzata da enormi e lisci placconi, con diedri e fessure fortemente incisi, chiusi da tetti e strapiombi, tra cui il caratteristico Naso. Il diario mi ricorda che mi attaccai a tre chiodi. Nella stessa giornata ci buttammo a scalare sui Sassi di Cantoira.

Valle dell’Orco, Torre di Aimonin, Guido Azzalea sulla 2a lunghezza di Pesce d’Aprile, 2a ascensione, 25 maggio 1980.

Il giorno dopo (25 aprile) fu la volta della Torre di Aimonin, questa volta in quattro senza Marco Giordano. E’ incredibile, ma quella fu la prima ripetizione di quello storico itinerario che si chiama Pesce d’Aprile. La via è tutt’altro che un pesce d’aprile, è una salita stupenda in arrampicata libera: il diedro è un gioiello e la via meriterebbe già solo per esso. La Torre di Aimonin è un luogo assai visibile ma anche molto appartato. Quel giorno vedemmo ben due vipere.

Nella stessa giornata ci recammo ai Massi del Caporal, dove ri-creammo il percorso che denominai delle 108 Perle.

Oggi questi massi sono invisibili perché la strada Noasca-Ceresole passa in un lungo tunnel. Allora, oltre Pian Dlera e subito prima dei tornanti sotto al Caporal, si lasciava l’auto sul piazzale di una cava abbandonata. Subito a monte della carrozzabile si notano dei grossi massi accatastati e abbastanza ravvicinati. Gli itinerari che costituiscono il percorso non sono certo gli unici possibili nella zona che, al contrario, è ricca di possibilità di «bouldering». Da osservare che tutti gli itinerari descritti sono in fessura e richiedono l’uso di tecnica d’incastro. Il Masso Kosterlitz invece si trova più spostato (alla fine del citato tunnel).

Alessandro Gogna sulla Fessura di Odisseo, le 108 Perle dei Massi del Caporal, valle dell’Orco.

Se si segue integralmente il percorso si realizza un dislivello di 108 m, dei quali solo 62 sono inferiori al V+. Partimmo dal piazzale della cava (sul fondo massi mangiati dalle mine). Si notò facilmente un enorme masso con due spaccature parallele, rivolte a sud. È il Masso del Doppio Tunnel. Salimmo il camino di destra passando tra due sassi incastrati (14 m, IV e V) e scendemmo il camino di sinistra (14 m, III e IV). Individuammo il masso seguente (della Rinuncia), poco più alto: ha una fessura a sud obliqua da sinistra a destra che giunge a uno spigolo. Si arrampica nella fessura fino a tre quarti di percorso, poi si va su diritti su fessurina verticale e sottile per 3 m (11 m, III e V). Si esce su placca facile. Salimmo poi circa 20 m fin sotto a un altro enorme macigno (Masso delle Prove), sul quale si apre il Diedro d’Ercole. Da quel momento cominciammo a usare la corda. Salita la prima metà con tecnica di camino (schiena a est), poi con incastro di pugno e di mano (11 m, IV+, V+, VI-), scendemmo a destra per placche per poi salire il Diedro di Tanatos, che si apre a est (9 m, V). Riscesi, salimmo quella di sinistra di due stupende fessure parallele sulla parete sud; si chiama Fessura di Odisseo, è alta 13 m (VI, VI+ e VII-) e si sale con incastro di pugni, di mano e anche con un po’ di Dülfer. All’uscita è assai faticosa perché si è stanchi. Nulla vieta di salirla dal basso con l’uso di hexentric (piuttosto grossi). Non eravamo ancora «cotti», pertanto salimmo anche la fessura di destra, e cioè il Supplizio, alta sempre 13 m. Si sale in Dülfer i primi metri (VII+), poi con un incastro doloroso si supera una strozzatura (VII+) e quindi si prosege fino alla fine (VII- e VI+). Abbandonato  il Masso delle Prove accedemmo al Masso dei Gemelli situato poco sopra e a destra, riconoscibilissimo dai due camini paralleli obliqui a destra. Anche qui era prudente l’uso della corda. I due camini hanno difficoltà pressoché uguali. Il sinistro è Romolo, il destro è Remo. Entrambi misurano 8 m ed hanno difficoltà di V e VI+. Il percorso sarebbe finito, ma per chi volesse ancora arrampicare, consiglio l’ultimo boccone noto, la fessura Kosterlitz sul masso omonimo. Questa famosa fessura presenta una pancia strapiombante all’inizio (passo chiave) ed è alta 7 m. Le difficoltà sono di VII, VI+ e V. Il passo iniziale è duro perché l’incastro è off-hands, cioè di una misura per nulla comoda, né per le dita né per la mano intera. Si può fare slegati senza grosso pericolo.

L’idea di un percorso come le 108 Perle può essere banale perché si teme che la ripetizione faccia scadere la creatività. Ma questo pericolo è presente anche su una via dell’Himalaya… Sta quindi a noi non lasciarci prendere troppo e giocare con un balocco costruito da altri, come fanno tutti i bambini. Evitiamo il chiasso e la spazzatura, se possibile. Una lattina di aranciata dev’essere portata a casa e non nascosta accuratamente sotto un sasso, dove andranno a morirvi decine di insetti e dove nessun agente atmosferico potrà degradarla. Questi massi, come tanti altri, sono minacciati dalla speculazione come in tanti altri posti: dimostriamo con i fatti, e non solo con le parole, che i massi sono i nostri giardini spirituali e non si devono declassare a orticelli personali.

Gabriele Beuchod su Superpippo, Orrido di Foresto

Il 26 maggio il gruppetto si assottigliò, rimasi con Guido e Gabriele. Andammo all’Orrido di Foresto per salire la via SuperPippo (con uscita in fessura). Il luogo è tetro, ma ha una sua personalità. Adatto ai pomeriggi piovosi (non piove in parete, troppi strapiombi), in tali occasioni diventa però ancora più triste. Preso a piccole dosi, l’Orrido può essere anche una bella esperienza…

Nel pomeriggio ci trasferimmo alla Parete di Gneiss di Borgone, dove salimmo il Diedro della Dülfer, l’evidente struttura al centro della parete. Ma non fui del tutto soddisfatto da quell’itinerario e decisi che sarei tornato in quel posto per fare dell’altro.

Nel frattempo era venuto in Italia Yvon Chouinard, collegato al calzaturificio Asolo. Fui molto felice di ospitarlo a Milano e poi decidemmo di fare un salto in Val di Mello. Yvon era molto curioso di conoscere questa valle, anche se insistevo a dirgli che le strutture di quella valle non erano minimamente paragonabili alle grandi placconate di Glacier Point Apron, in Yosemite.

Yvon Chouinard su Vortice di Fiabe, Stella Marina, val di Mello, 31 maggio 1980.

Con altri amici, Lele Dinoia ed Elena Morlacchi, andammo in quattro su Vortice di Fiabe alla Stella Marina. Era il 31 maggio 1980, Chouinard si guardava attorno come se non avesse mai visto le Alpi. Alla fine mi disse che noi eravamo fortunati ad avere posti come la Val di Mello, ricca di arrampicate ma soprattutto ricca di vita, con la gente che ancora abita qui, al contrario della Yosemite Valley dove ormai c’è solo turismo e dove i Nativi sono dispersi. Fu un piacere fare quella salita con Yvon, cui piaceva l’alternanza tra le forti difficoltà su placca e le dure Dülfer della grande arcata superiore. E con il quale potevo condividere la mia fame bulimica di roccia.

Stella Marina è una grande parete a placche con un disegno caratteristico: un enorme arco roccioso, sbilenco a sinistra, degno pari delle grandi arcate inclini a destra della Bastionata dei Dinosauri. Per la forma di quest’arco, la struttura è stata chiamata così proprio dal primo salitore, Ivan Guerini.

Yvon Chouinard sulla seconda lunghezza di Luna Nascente, Scoglio delle Metamorfosi, Val di Mello.

Il 1° di giugno andammo verso il must della valle, la mitica Luna nascente allo Scoglio delle Metamorfosi. Con me e Yvon erano l’inossidabile Tino Albani e Angelo Rocca. La scalata di Luna nascente, il capolavoro di Boscacci, è fuor di dubbio una delle più belle in senso assoluto, ben oltre lo standard anche della stessa Val di Mello. Yvon Chouinard fece la traversata della seconda lunghezza da secondo di cordata e la fece in libera. Come del resto avevo provato a fare io, senza riuscirci per via di un breve resting…

Traversella, Guido Azzalea sulla via degli Istruttori, ultima lunghezza, 2 giugno 1980.

Il giorno dopo, 2 giugno, eccomi alla Palestra di Traversella, con Umberto Villotta e Guido Azzalea. Facemmo la via Libera, con la variante dei Fratelli, e subito dopo la via degli Istruttori. Questo posto è sempre stato trattato da «palestra» ed era difficile sentirlo in maniera diversa. Troppi nomi da palestra, troppe scritte, troppa scuola. Ad ogni modo, preso a sé, l’ambiente naturale è bello.

Valle dell’Orco, Parete della Grande Ala, Il sole bacia in fronte gli eroi, 3a ascensione, Alessandro Gogna sulla 2a L, 3 giugno 1980.
Guido Azzalea precede Umberto Villotta sull’ultima lunghezza di Il Sole bacia in fronte gli Eroi, Parete della Grande Ala, Valle dell’Orco

Il giorno dopo andammo in Valle dell’Orco, dove scegliemmo di salire su Il Sole bacia in fronte gli Eroi, terza ascensione, alla Parete della Grande Ala. Inizialmente volevamo soltanto fare foto su questa via ma, giunti all’uscita, notammo il sovrastante Muro dei Giardini, sul quale non c’era ancora nulla. Così, con il materiale che avevamo, proseguimmo e aprimmo quindi via i Russi dall’Afghanistan.

Arrampicare su roccia mai percorsa è la più raffinata forma di ricerca dell’oro: sì, perché noi che arrampichiamo siamo cercatori d’oro. Solo che allora era facile trovarlo e oggi invece è sempre più difficile, specie quando scaliamo su itinerari che non luccicano di nobile metallo bensì di spit. Forse per trovare l’oro oggi è necessario non sapere nulla di ciò che è già successo… Ma siamo comunque seppelliti da informazioni e noi stessi ne produciamo a tonnellate.

Valle dell’Orco, Muro dei Giardini, via I Russi dall’Afghanistan, 1a L, 1a ascensione, 3 giugno 1980. Guido Azzalea assicurato da Umberto Villotta.
Umberto Villotta su Via i Russi dall’Afghanistan , Muro dei Giardini, valle dell’Orco.

Ne risultò una superba combinazione, una delle più entusiasmanti salite della valle, soprattutto per la varietà dei passaggi e per la bellezza del contorno d’alta montagna. Bellissima l’ultima lunghezza di Il Sole Bacia in Fronte gli Eroi, in ambiente stupendo, coperto da un tetto grande ma non opprimente.

Valle dell’Orco, Ultima Placca, Umberto Villotta assicurato svogliatamente da Guido Azzalea, 4 giugno 1980.

Il 4 giugno si aggiunsero a noi Popi Miotti e Guido Merizzi, visitors mellisti in Valle dell’Orco. Sulle Placche salimmo Ultima placca, dove gli insegnamenti della Val di Mello erano già stati applicati dalla cordata Beuchod-Bonelli-Demichela l’anno precedente. Riscesi, affrontammo un nuovo tracciato, che poi chiamammo Cercando il facile.

Sergent, Valle dell’Orco, Gabriele Beuchod sulla via Locatelli, 5 giugno 1980.
Gabriele Beuchod sul diedro finale della via Locatelli al Sergent

Il 5 giugno ci fu un tentativo su una nuova struttura, quella che Bonelli aveva battezzato Torre Paura dal Cervello. Non ricordo per quale motivo la nostra agguerrita cordata (Popi, Guido Merizzi, Gabriele, Roberto ed io) alla fine non la salì. Perciò nello stesso giorno ripiegammo sul Sergent, dove in cinque salimmo la via Locatelli con variante Motti, una delle più ripetute della valle. Eternai Guido Merizzi sul friabile tiro del diedro mentre erano ben visibili le lacerazioni su mani e polsi dovuti ai ripetuti tentativi sul Masso Kosterlitz!

Le mani segnate di Guido Merizzi sul diedro finale della via Locatelli al Sergent.

Il tour de force continuò sul Caporal, il giorno dopo 6 giugno. Ero con Guido Merizzi, Guido Azzalea e Umberto Villotta e salimmo la combinazione Tempi Moderni-Itaca nel Sole, altra iperclassica della zona.

Valle dell’Orco, Caporal, la grinta di Guido Azzalea su Itaca nel Sole, 6 giugno 1980.
Caporal, Umberto Villotta sulla placca finale di Tempi Moderni, 6 giugno 1980.

Particolarmente visibile dalla strada, il Caporal è il più imponente e grandioso settore di tutta la valle dell’Orco: una parete ampia e verticale, con un’altezza variabile dai 150 ai 200 m. A destra non si può fare a meno di notare un’enorme placca giallastra leggermente convessa, lo Scudo. Al centro della parete spicca un magnifico diedro verticale che indica la linea più logica e naturale di salita (Tempi Moderni). All’estrema sinistra invece si riconosce un formidabile diedro verticale e strapiombante di roccia nerastra, il disegno più grandioso sulla parete (Diedro Nanchez). Il diedro verticale, la direttiva dei Tempi Moderni, continua in basso con un caminone nerastro, spesso bagnato e chiuso da un tetto con ciuffi erbosi. E’ l’attacco. A destra c’è un altro camino, asciutto e più stretto (via dei Camini). Salita grandiosa, in ambiente selvaggio e granitico.

Ornella Antonioli Gogna su Legolas… mmh… tutta in libera!, la Piramide, Valle dell’Orco

Il 7 giugno fu l’ultimo di quella settimana memorabile. Andammo in sei sulla Piramide, a salire via Legolas… mmh… tutta in libera! Io ero legato con Nella, poi c’erano Umberto, Guido Azzalea, Gabriele e Roberto. Il nome di quella via (aperta nell’estate 1979, a cura di Roberto Bonelli e Massimo Demichela) è dovuto allo scimmiottamento di una famosa frase di Marco Lanzavecchia. Essendocela sbrigata in fretta e facendo già abbastanza caldo, con Gabriele, Guido e Umberto andammo dall’altra parte del torrente, sulla Parete delle Ombre. Lì ci attendeva la seconda ascensione di Croce di Pietra, una via aperta il giorno precedente da Gabriele Beuchod e Roberto Bonelli. La via non avrebbe mai avuto molta fortuna, forse per l’esposizione a nord: resta comunque una bellissima salita in ambiente assai solitario.

Alessandro Gogna su Croce di Pietra, Parete delle Ombre, Valle dell’Orco

In quegli otto giorni di arrampicata continua era successo di tutto, anche per via della varietà degli “animali” con cui mi accompagnavo. Nella ed io (soprattutto lei) avevamo alzato bandiera bianca di fronte ai comportamenti selvaggi della truppa. Gente peraltro che, non pagata, mi faceva un grande favore e che io comandavo non dico a bacchetta ma quasi. Dovevamo fronteggiare disordine, ammutinamenti, riottosità, preferenze assurde, sporcizia. Ma anche tanta simpatia e buona volontà (in tutto tranne che nel lavare i piatti).

Per ripagare gli amici del loro impegno, spettava ovviamente a me e Nella il compito di nutrirli e soprattutto abbeverarli. Su vino e birra non avevo mai cercato di risparmiare, però avevo fatto quattro calcoli sul come sfamare le risorse con il minimo di spesa e di tempo necessario alla cucina. Necessariamente perciò eravamo tutti quasi del tutto vegetariani, con gran consumo di pasta e riso, fatti in varie maniere ma in genere abbondantemente resi piccanti da generose dosi di peperoncino. Anche sull’olio non c’era risparmio, mentre facevamo attenzione alla spesa per le colazioni.

Dopo due giorni di riposo, mi avviai il 10 giugno ai Denti della Vecchia (Canton Ticino) con Ivan Guerini. C’erano parecchi itinerari, su roccia dolomitica, belle arrampicate molto adatte per tentare in arrampicata libera tratti una volta di artificiale, perché la chiodatura era abbondante e sicura. Salimmo prima la via del Gran Diedro, poi la Direttissima, un abbinamento assai consigliabile.

Denti della Vecchia (Canton Ticino, Svizzera), Ivan Guerini sulla 1a L della via Direttissima.
Ivan Guerini, 3a lunghezza della Direttissima ai Denti della Vecchia, Lugano.
Denti della Vecchia, Ivan Guerini in posa a pochi metri da terra. Come sempre su calcare arrampicava con le scarpe da tennis Superga.

Il 12 giugno con Gabriele Beuchod e Giuseppe Tappella andammo in Grignetta, sul Sigaro per la via Colombo. Quel giorno, cosa del tutto frequente in Grignetta, c’era un nebbione pazzesco, tanto da farmi dubitare della riuscita delle foto… e l’ambiente era davvero cupo.

Gabriele Beuchod e Giuseppe Tappella sulla 2a L della via Colombo al Sigaro

Nella discesa dal Sigaro la corda doppia si incastrò irreparabilmente. Mi offrii di salire ancora in vetta, slegato ma questa volta per la via normale (via Fasana), per poterci riappropriare delle due corde. Superata questa ardita manovra ci ritrovammo all’attacco della via Panzeri bassa sul Torrione Magnaghi Meridionale. La salimmo in breve tempo, chiudendo così in bellezza la giornata. Il giorno dopo (13 giugno) non c’era più il Tappella ma si era aggregato Luca Mozzati. Avevo già salito la via Cassin alla Torre Costanza, e l’avevo giudicata la più grandiosa della Grignetta anche se non la più difficile. Nei Cento Nuovi Mattini non poteva mancare.

Luca Mozzati, 1a lunghezza della via Cassin al Torrione Costanza.
Gabriele Beuchod sulla via Cassin alla Torre Costanza. 13 giugno 1980.

La Torre Costanza 1723 m è un imponente torrione dolomitico assai ben visibile e riconoscibile per la sua caratteristica sagoma slanciata, dalle forme arrotondate e dalle pareti giallastre e levigate. Sorge sul versante della Torre Cecilia 1800 m circa, assai dirupato e intagliato da forre profonde e canaloni. La parete sud sulla quale si svolge la via Cassin è la più bella ed è alta circa 150 m. Il «Costanza», come è chiamato normalmente, sorge tra la Fiamma 1610 m circa, aguzza guglia a sud-ovest e la Mongolfiera 1771 m, tozza e massiccia elevazione rocciosa a nord-est. Data la difficoltà di quasi tutte le sue vie, il Costanza non è abitualmente frequentatissimo, in più si trova fuori dagli itinerari escursionistici della Grignetta. La salimmo interamente in libera, anche il famoso tiro della caverna.

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Cento Nuovi Mattini – 3 ultima modifica: 2022-02-12T05:57:00+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Cento Nuovi Mattini – 3”

  1. 5
    luca mozzati says:

    Bello rileggere queste asciutte cronache e rivedersi in foto quasi infantili dopo che son passati oltre 40 anni

  2. 4
    Alberto Benassi says:

    visto che alcuni di questi viaggi li ho fatti, vero mi sembra di (ri)essere li .

  3. 3
    Andrea Parmeggiani says:

    Sono d’accordo con Marcello. Inoltre arricchiti da particolari che li rendono godibilissimo, non una mera cronaca alpinistica

  4. 2
    albert says:

     Da Luigi Meneghello scrittore:” Com’è bella e struggente la vita quando tutto sorride e …niente e nessuno ti rompe le giovanili palle”
    “..ho sempre avuto la sensazione che se si va a fondo, in qualsiasi settoredella realtà che il caso, l’andamento della nostra vita, ci ha messo davanti, seandiamo sufficientemente a fondo, se scaviamo a sufficienza, il rapporto conil mondo moderno si crea da sé, senza cercarlo. La modernità deriva da ciò che trovi nella cosa, non dalla data della cosa. È una poetica molto semplice, ma èuna poetica in cui credo”
     

  5. 1

    A me questi noiosi racconti piacciono da morire. Mi sembra di essere lì. 

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