Comunicare la montagna

Come riuscire a comunicare con sufficiente forza perché la montagna ci ammalia? Dalla nostra espressione, quando ne parliamo, traspare la gioia. Ma poi sta a noi rivelare la vastità delle emozioni. E poi, siamo sicuri di voler svelare il contenuto del nostro forziere?

Comunicare la montagna
di Ada Brunazzi (fotografa professionista, giornalista e scrittrice, titolare dell’agenzia di comunicazione Brunazzi&Associati)
(pubblicato su Montagna-Annuario GISM 2024)

Comunicare, divulgare, rendere noto; ma chi ama la montagna è in un certo senso geloso delle sue meraviglie e delle emozioni che può trasmettere.

Montagna: «Grande massa rocciosa posta a una quota maggiore rispetto al territorio circostante… rilievo di altezza superiore ai 600 m s.l.m…» dal Dizionario Enciclopedico Zanichelli. Una definizione di sintesi e piuttosto anonima, ma così deve essere. Montagna, per i suoi appassionati già a nominarla è un’emozione che traspare dal tono della voce, dai gesti, dal pathos. Persone che si sono letteralmente innamorate di un luogo che non è circoscritto, ma spazia in tutto il mondo e più si esplora e più si vorrebbe fare. Ogni amante della montagna però è campanilista, la sua montagna è il meglio, è quella che fa star bene, che riempie di gioia i suoi pensieri; già, perché le emozioni, le esperienze, le luci, i profumi, le persone, i ricordi legano indissolubilmente il momento e il luogo del cuore. Scalare, fare trekking (più o meno impegnativi), sciare… tutte le attività di montagna hanno i loro punti di forza, c’è chi predilige l’arrampicata su roccia, chi le ferrate, chi il ghiaccio, ecc.

Cresta di Rochefort. Foto: Alberto Boschiazzo.

Tutti elementi che hanno una “poesia”, che possono essere concatenati durante una singola ascensione… ma la mia tecnica preferita è… Un’ascensione impegnativa lascia un ricordo indelebile, una sensazione di gioia, magari anche di paura (ogni tanto di rabbia, di sconfitta). Paura, sì, magari perché la cresta di neve della Rochefort (sul massiccio del Monte Bianco) era particolarmente affilata, il paesaggio che ci circondava era magnifico, esaltante, ma la sensazione di precarietà sulla cresta, al momento, vinceva sulle altre emozioni. L’amico Guida Alpina non si preoccupava troppo, sapeva già l’effetto che mi avrebbe fatto, e allora con un misto di ironia e di incoraggiamento incitava a procedere a una “velocità maggiore”, almeno superare con il passo il proprio piede. Guardare intorno al momento è un lusso che non mi posso permettere, c’è troppo vuoto a destra e a sinistra. Non ci sono odori, si procede su e giù fino a quando si arriva a uno spuntone, quasi un’onda e poi… il Dôme de Rochefort. I movimenti sono cauti, non si può far cadere niente, sarebbe irrimediabilmente perso e soprattutto renderebbe difficile se non impossibile il rientro. La cresta senza ramponi non si può fare! Il ritorno sempre sulla cresta sembra molto più facile, si è entrati in una certa confidenza con l’ambiente, si procede spigliati assaporando l’ascensione appena compiuta e non ancora terminata, guardando anche le magnifiche vette, senza però perdere l’attenzione alla sottile cresta. Il Dente del Gigante è proprio di fronte a noi, a portata di mano, è imponente, campeggia con la sua forma e con il suo colore molto scuro in contrasto con la neve e il ghiaccio.

Chi ascolta i racconti e non si fregia del titolo di alpinista dice: “ma voi siete matti!”. Ha letto nella mia espressione la felicità e la gioia, ma non può capire… Ha percepito in modo forte solo il lato pericoloso… allora è un problema mio di oratore che non ho saputo far apprezzare la vastità delle emozioni, del paesaggio, della piccolezza dell’essere umano rispetto alla natura… Anche nei trekking ci sono momenti che si incidono nella memoria. Ecco che al ritorno dalla vetta vediamo una distesa di violette, ranuncoli, margherite, ecc. Dopo essere stati nel paesaggio aspro di alta montagna composto da licheni, rocce, polvere, vedere questi fiorellini e l’erba verde è una gioia cromatica e di vitalità. Si scherza, si chiacchiera, mi viene offerto un mazzolino di violette… sarebbe sicuramente meraviglioso, il più bel mazzo che abbia mai ricevuto ma… non le cogliamo, l’idea e il pensiero conta come se lo avessi ricevuto.

Salire il Dente del Gigante era un’ascensione che desideravo da tempo, ma per poter scalare una montagna si sa che bisogna saper aspettare. Attendere il momento libero, il tempo meteorologico favorevole, l’allenamento, la disponibilità del “socio”. Finalmente il grande giorno, grande come ogni giorno della vita, ma un po’ diverso, sicuramente più speciale. Il granito sotto le dita è piacevole, senti che puoi fidarti, sarebbe bello fare tante foto ma questa via classica è sempre piuttosto frequentata, non si possono creare intoppi sulla via. Ci si muove velocemente, ognuno secondo le sue capacità, cercando di non intralciare gli altri alpinisti. Siamo una cordata, un corpo unico, le altre cordate ci sono ma “non esistono”. Seguo attentamente; tutto fila bene fino alla placca ripida e a strapiombo, sembra liscia ma ci sono degli appigli, basta trovarli e fidarsi… alla fine è solo un passo un po’ aereo… le mani toccano gli appigli ma tornano indietro. Lo spirito di conservazione ha il sopravvento, per qualche secondo, forse un minuto che sembra un’ora, non riesco a decidermi. L’amico Guida mi dice «su, dammi la mano che creiamo la coda!». Ma come, la mano… non discuto, mi ha sbloccato l’idea di poter intralciare gli altri e che il passo si possa fare con solo l’aiuto di una mano. Il passo è fatto in un attimo come se nulla fosse. Un aiuto psicologico. La discesa è dalla parete sud, tutte splendide doppie verticali, nel vuoto, non vediamo la fine poiché una nuvola si è messa in mezzo. Non ho mai messo in discussione le scelte dei miei amici Guide Alpine compagni di cordata. La fiducia è totale; se dicono vieni io vado, sono un bravo soldatino. Quando sei in cordata, o ti fidi dell’altro o è meglio cambiare sport.

Dalla vetta del Dente del Gigante sull’anticima. Foto: gulliver.it

La triade in cordata come nella vita può funzionare meno bene, ma avendo grande stima, ammirazione e amicizia con il primo di cordata, non c’è problema. Ecco un sentimento importante che, a mio parere, “viene a galla” in montagna quando si pratica l’alpinismo: stima e dedizione totale per l’altro, per il “lupo grigio”, ma anche gioco e divertimento.

Non sono ancora riuscita a comunicare con abbastanza impeto perché la montagna ammalia. Mi verrebbe da dire perché è un mondo tutto da studiare, dal basso fino alle grandi cime, che poi è quello che facevano i primi esploratori inglesi che compivano il Grand Tour verso la metà del Settecento.

Quasi ogni volta torno con un sassolino, mai troppo grande a causa del peso che aggiungerei e che dovrei portare sulle spalle. Perché? Forse per avere vicino un pezzo concreto di quella gita o ascensione: attaccato a quel piccolo frammento di roccia c’è un insieme di emozioni difficili da descrivere, anche perché a mettere a nudo i propri sentimenti ci si sente un po’ ridicoli, si mostra il fianco. Allora è meglio essere generici, raccontare di appigli, attrezzatura, tecnica fredda, che non lascia molto spazio alla fantasia di chi ascolta e non conosce bene questo mondo. Però se penso anche a quella meravigliosa nebbia che tutto avvolge, non riesco a stare zitta. Una nebbia fitta, bagnata, che bagna i nostri pile e le giacche a vento, la temperatura muovendosi non è fredda, la visibilità è scarsa, si vedono ombre e silhouette di montagne… ma dove stiamo andando con questo tempo? Sopra la nebbia, al rifugio che non avevo ancora visto. Rientrando da una gita facile a La Thuile, una nuvola copre parte del paesaggio, il sentiero in cresta sembra sul bordo di un enorme cratere, scatto foto, l’amico di schiena che avanza quasi sull’orlo rende le proporzioni. La nebbia si apre e tutto diventa conosciuto e splendente con il sole, ma ecco che nuovamente la nebbia torna di soppiatto, sembra fumo che esce dalla terra e in poco tempo siamo avvolti. Certo, se fossi in autostrada o stessi facendo un’ascensione impegnativa vivrei in modo differente la nebbia! Un’amica afferma che le mie foto con la nebbia sono meravigliose, “sembra strano ma, se è possibile, sono meglio di quelle scattate con il bel tempo”, detto da lei amante del sole e del mare, è un bel complimento!

Alpinismo non è solo l’ascensione che, ovviamente, è il sale dell’uscita ma anche il ritorno, fermarsi in un bar a bere una birra, mangiare un panino, prolungare lo stare insieme e sedimentare le emozioni. Sciare mentre nevica è faticoso: solitamente la visibilità è scarsa, ma se stai facendo gite di sci alpinismo… pregusti la discesa nella polvere. Può capitare che il tempo cambi in anticipo rispetto alle previsioni, abbiamo temporeggiato per fare un pezzo in più e quindi allungare la gita per il piacere di stare nella natura, e così il cielo prima luminoso si chiude man mano, tutto diventa grigio, minaccia pioggia. Meglio muoversi e muoversi velocemente. Iniziamo a correre in discesa sul sentiero che sembra più lungo che all’andata, ci dobbiamo fermare un momento per prendere fiato, è meglio ricominciare a camminare velocemente, poi la corsa, si ride, si scherza… la strada non arriva, finalmente usciamo dal bosco, grandi gocce iniziano a cadere sempre più fitte, più piccole, con maggior impeto. Ricominciamo la corsa sull’asfalto e finalmente siamo all’auto, giusto in tempo. Si scatena la pioggia e noi ci rintaniamo ridendo in un bar per rifocillarci.

Un panino con la fontina con il delizioso prosciutto crudo di Bosses, un piatto di affettati e formaggi… Prodotti che saranno comperati prima della partenza per tornare in città, quasi tutti i villeggianti si approvvigioneranno. Già, perché portare un boudin, del lardo, dei grissini, una fetta di fontina non è come comperarli al supermercato della città. L’acquisto e il trasporto dal luogo di origine rendono “più buono” il prodotto preso da fornitori ormai amici, complici nelle ghiottonerie profumate… Profumo, salsiccette, di aghi di larice, di terra bagnata, di fiori, di neve, di voglia di stare in montagna!

Ma le meraviglie che voglio svelare non sono ancora finite. In ogni uscita incontriamo animali, a volte gracchi, aquile, anche il gipeto, volpi, scoiattoli, ermellini, pernici, camosci, stambecchi… È meraviglioso vederli nel loro ambiente, non in una “riserva” con ampi recinti, certo, per fotografarli un ambiente circoscritto è meglio… ma in questo caso li fotograferò se e quando saranno a portata di teleobbiettivo. Ecco proprio sopra di noi, vicino, un camoscio su una grossa roccia, è bellissimo, imponente, non riesco a fotografarlo, ma nella mia memoria lo scatto è meraviglioso. A volte gli animali sono lontani, li scorgiamo grazie alla loro ombra che vediamo in movimento, il loro mimetismo è perfetto. Sul ghiacciaio, andando al rifugio Gonella, individuiamo un piccolo di stambecco che si sta divertendo un mondo a correre sui pendii ghiacciati. Che forza della natura! Che meraviglia, vorrei essere una stambecchina per correre come fossi senza peso e senza dovermi fermare per riprendere fiato.

Sulla via normale dal rifugio Gonella al Monte Bianco. Foto: gulliver.it

Elementi della natura, il vento: quella sensazione di calore strappato dal corpo, il vento che ghiaccia il volto, che è anche l’unica parte scoperta, si infila sotto il cappuccio della giacca a vento e in mezzo al cappello, a muoversi si sta bene se non si lascia spazio al vento per infilarsi tra gli indumenti.

Il tempo è splendido, la neve sollevata forma un pulviscolo fino al ginocchio, si fatica a risalire con le pelli di foca controvento o con il vento laterale. Tra di noi non ci si riesce a sentire fino a quando non si giunge in un avvallamento o in una zona appena coperta che interrompe la forza del vento. Qui tutto è quiete, un paesaggio fantastico, le vette intorno splendono; anche sul Monte Bianco deve esserci vento forte, si vede la neve sollevata.

La meta dovrebbe avvicinarsi, ma continuano le creste di neve e ghiaccio, per ora non c’è vento, è strano, anche la temperatura non è freddissima. In vetta si gioisce, si scattano foto, ci si guarda intorno, tutto è nuovo ma anche conosciuto. Ora siamo a 4810 m, l’ascensione è stata sublime, un passo dopo l’altro. All’orizzonte mi manca il mio punto di riferimento, il Monte Bianco: finalmente sono sulla sua vetta! Ma ancora gli amici non alpinisti ascoltano senza capire: fatica, vento, tempo che varia, corse a perdifiato, animali che scappano… Partire per montagne lontane: la cordata è stata ampiamente rodata sulle nostre montagne, siamo pronti per viaggi lunghi sulle Ande, in Giappone… viaggi che potrebbero mettere alla prova le amicizie o forgiarle come acciaio. Le ascensioni extraeuropee prevedono ascensioni ad alta quota, stili di vita differenti; anche una banale influenza può compromettere l’esito della spedizione, si impara a conoscere il proprio fisico e a capire come risponde. Ci si guarda l’un l’altro mai con uno sguardo superficiale, in montagna non si devono contare storie per farsi belli! Ci si capisce con un’occhiata, ci si conosce bene perché per scalare insieme, in sicurezza, conoscersi e fidarsi è fondamentale, sono i veri amici fidati e di cordata. Magari il “lupo grigio” ha una fiducia in me diversa da come lo vedo io, ma questo non importa, sa fino a dove può “tirare”, sa che è difficile che molli.

Comunicare per trasmettere le emozioni della montagna… perché far capire a tutti le meraviglie che ci circondano? Dimostrano di apprezzare e rispettare questo mondo? Siamo sicuri di voler svelare il contenuto del forziere?

Un po’ sì, ma non troppo, chi si appassiona veramente ha la chiave di accesso, gli altri saranno turisti più o meno sensibili che assaggiano la montagna, ma forse non riusciranno a scoprire le sue parti più nascoste e divertenti. Avvicinarsi con garbo e scoprirne man mano nuovi aspetti…

Montagna: un mondo di emozioni, di divertimento con amici fidati!

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Comunicare la montagna ultima modifica: 2024-06-20T05:31:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Comunicare la montagna”

  1. ———  COMUNICARE  LA  MONTAGNA?  ———
    “Sss…” fischiò il vento, e come nelle fiabe aggiunse, sussurrando: “Quello che avete appreso quassú dei meravigliosi segreti del monte, conservatelo per voi. Non raccontate nulla ad anima viva”.
    Io invece, testardo, ne ho scritto un libro.
    (Felice Benuzzi, Fuga sul Kenya)

  2. Se le montagne potessero parlare esclamerebbero: “che palle!! andate un po’ al mare che ultimamente non lo badate più”

  3.  
    Purtroppo tra l’esperienza e l’espressione dei sentimenti c’è di mezzo il mare dell’arte e della letteratura. Non facile traversata perché impone il sacrificio dello studio in sostituzione della vita. Da anni mi preparo all’impresa ritagliando le immagini migliori che leggo qua  là. Con rassegnazione però: sono stato e resto in sostanza un insegnante con la tendenza a privilegiare lo studio e rinviare la prassi.

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