Con i propri piedi e con la propria testa

Con i propri piedi e con la propria testa
di Silvia Metzeltin (13 agosto 2025)
(pubblicato su Vertice n. 40, 2025)

Mi intriga l’approccio con l’Intelligenza Artificiale di una persona che ha sempre fatto delle sue idee e della sua autonomia intellettuale una ragione di vita“.
Così mi ha appena scritto un dirigente culturale CAI, amico di lunga data, inoltre informatico di professione. CAI e montagne, sì, incroci in librerie pure. Ma l’incontro ravvicinato era avvenuto all’Università dell’Insubria di Varese dove, grazie alla mediazione di Luigi Zanzi, la frequentazione del Corso di Storia della Montagna di cui mi occupavo era stata aperta anche ai soci della Sezione.

Vi partecipavano alcuni pensionati, che con la natura alpina di solito avevano ben più dimestichezza degli studenti, e ne risultava stimolante l’interazione di esperienze e teorie tra le generazioni. Tanto sotto l’aspetto didattico quanto per quello sociale. Compariva però alle lezioni anche un più giovane signore distinto che, dati i miei trascorsi universitari del ’68 milanese, mi veniva da collocare tra i poliziotti in borghese che si spacciavano per studenti… Un bel granchio! Si rivelò essere l’uditore più interessato e colto fra i presenti ed è lui che ora mi scrive le righe che riporto nell’incipit. Righe che proseguono: me lo spieghi? ce lo scrivi?

Mica posso dirgli di no. Dico di sì. Con un po’ di titubanza tra il piacere per un riconoscimento e le mie stesse incertezze, che vanno ben oltre l’alpinismo, quasi a provocazione. È, tuttavia, anche vero che il mio alpinismo non è estraneo alla vicenda e posso cercare di capirlo per me e di raccontarlo “a quelli della setta”, come ci chiamava Dino Buzzati.

“Todo cambia” – ma non proprio tutto
Quindi devo ammettere le perplessità dell’amico E.T., il quale del resto conosce la mia opposizione all’imperante burocrazia digitale. Cosa c’entra la cosiddetta Intelligenza Artificiale (IA) con ciò che mi rimane della mia Naturale, del mio modo di essere, che in fin dei conti – giusto o sbagliato che sia – trova ancora riferimento nella forma di alpinismo che ho praticato e proposto divulgandolo?

Eppure riconosco che l’autonomia intellettuale richieda a sua volta verifiche, revisioni, perfino adattamenti non indolori alla transizione storica, affinché abbia senso di crescita. Mi indispone dover riconoscere aspetti validi anche in linee di pensiero che non condivido: accetto il confronto. Cerco di non cadere – come in montagna.

Nel mio DNA sono inseriti cromosomi di autonomia e di ribellioni: l’alpinismo ha accolto la predisposizione, orientandola nelle ascensioni sui monti e nel conflitto del vivere sociale.

Quell’alpinismo mi ha permesso autonomia e libertà decisionale nelle scelte, delle scalate e della vita, compreso il prezzo da pagare per quelle sbagliate (un destino benevolo mi ha poi rilasciato lo sconto sulle fatture). Autonomia responsabile e coraggio di sostenerne la valenza, spesso per intuito: ingredienti fondamentali che persistono, ma dove di soppiatto è entrata anche l’IA mentre avevo la testa sopra le nuvole.

“La libertà si noleggia”
Estate 2025. Promozione turistica per le Dolomiti su un quotidiano del Trentino-Alto Adige. I giornali sopravvivono con la pubblicità, il fine può giustificare anche un mezzo da salvare come la stampa, ma vorrei limiti, di buon senso e di decenza.

Questa pubblicità su cui troneggia la scritta “La libertà si noleggia”: espressione da me subito incriminata, da me che pur amo motori e meccanica dell’era di cui sono figlia anagrafica. La scritta mi indigna ancor più in quel contesto, nelle Dolomiti “mie”, di sogni da conquistare, di dedizioni sentimentali, di ricerca di senso del vivere e del possibile libero arbitrio, del saper sperimentare una libertà esistenziale il cui percorso avventuroso è segnato dal fascino di sfide, da “pensieri laterali” condivisi e a volte idealizzati nella comune passione, ma anche da tante lapidi…

Nel 2025 per vivere “in libertà” le Dolomiti basterebbe noleggiare una motocicletta? Certo, una bella moto rombante, per chilometrare sui passi dolomitici, non la mia Lambretta pagata con i primi stipendi per andare con l’amica Tona da Varese a Fiera di Primiero e bivaccare tra i mughi prima di scalare lo Spigolo del Velo.

1959: in quegli anni, il motore, anche il motorino prima dell’automobile, aveva ampliato il poter di attuare le scelte, significava anche libertà concreta. Ci si infilavano perfino gli sci, era il progresso oltre la bicicletta.

La differenza? La libertà di quegli anni, per quanto ristretta e in parte illusoria potesse essere, era da conquistare, non veniva regalata. Oggi riconosco che anche la libertà più conquistata e pagata sia pure un regalo del destino, ma che la si possa prendere a noleggio – questo no, questo stravolge tutto, non solo il nostro alpinismo. Le parole hanno ancora un senso?

Da Farinet di Ramuz, a Fumatori di carta di Pavese, alla prosa di Rigoni Stern, e così via, per non parlare di Alex Langer: anche la nicchia dell’alpinismo si è storicamente posta domande e appellata a dei NO: almeno noi, fermiamoci a riflettere.

Poiché lo scivolone attuale del mondo c’entra con la IA. Non intendo disquisire su possibili benefici nelle sue applicazioni tecnologiche, ma qui semplicemente richiamare l’implicazione della sua mostruosa assenza etica: negare la responsabilità umana, dell’idea e dell’azione. Superfluo, mi pare, sottolinearne il dramma che svolge attivando le guerre in corso, dramma che oscura ogni acquisizione di conoscenza e di qualche utilità specialistica.

L’irriducibile responsabilità individuale
La perdita della responsabilità individuale, che è una deriva in versione codificata del “lavarsi le mani”, si potrebbe dire “lavarsi la coscienza”, benché quella scarseggi tra gli adepti IA della “banalità del male” (Hannah Arendt), ha coinvolto anche mondi che ne parevano al riparo, come il nostro, cioè quello delle molte forme di passione gratuita nell’andar per monti.

Forse abbiamo lasciato scorrere troppo tempo nei nostri sogni sopra le nuvole, e le limitazioni alle libertà responsabili individuali ci hanno colto quasi di sorpresa. L’intrusione pervasiva dell’IA ormai sfuma, elude o elimina, in pratica, la responsabilità umana diretta, e ci scordiamo che si può essere davvero responsabili solo quando si compiono azioni per libera scelta.

Libertà che si apprende e consolida anche tramite l’Alpinismo (A maiuscola, specifico, cioè alpinismo di passione non mercantile, bensì di scelta autonoma ampia, dalle scalate rischiose alla dedizione associativa). Libertà che ne costituisce la linfa, la sua espressione culturale e politica nella solidarietà. Questa sua qualità non è codificabile, non è né bianca né nera, neppure zona grigia, è semplicemente variopinta e fluttua per conto suo.

Con questa premessa, forse riesco a rispondere all’amico E.T. sulla ragione del mio interesse per la IA, nonostante la mia opzione per una vita analogica da difendere dove possibile.

Il mondo dei libri e dello studio ha sempre accompagnato la mia passione alpinistica, a volte per vie inconsuete, semplicemente perché soddisfacevano curiosità di quel “bastian contrario” che sono. Quando nel 2021 anche per la montagna sono state emanate limitazioni e chiusure “a fin di bene”, bene non certo mio, ma neppure mi pareva davvero per bene altrui, ho voluto vederci un po’ più chiaro e mi sono affiorate le implicazioni dell’IA. Dopo un primo approccio interessante di Fisica e Filosofia, poi di tecnologie laser, robot e via dicendo, mi sono scontrata con la sua intima realtà perversa, quella del neuro-marketing che programma e condiziona il mondo, e che avevo del tutto sottostimato. Mi sono dovuta confrontare con realtà socio-politiche che mi pareva di sapere e poter rimuovere sul piano personale: nient’affatto, invischiata anch’io – e per difendersi, magari per sopravvivere, cosa si può fare?

Intanto: leggere, studiare, cercando di capire: qualche soccorso arriva. Tra le molte notizie e vari testi, un libro in particolare mi ha aiutato a ridefinire nel suo insieme di implicazioni proprio il concetto malaugurato di “fin di bene”. Addirittura con il suo titolo A fin di bene, 2024, di Stefano Isola (docente di Fisica Matematica, e anche musicista e agricoltore, mi spiace solo che non sia pure alpinista). E per trovarmi coinvolta in un evento pubblico con l’autore stesso (Bergamo-Almenno, 28 giugno 2025), ho approfondito ulteriormente l’argomento. Potrei conversare su quanto sia gratificante riuscire ad affrontare una sfida insolita senza precipitare: è come una via di molti tiri di corda, con passi di difficoltà estreme, con pochi chiodi e qualche tratto di roccia marcia, ma in cordata con chi è molto più bravo, per poi arrivare in cresta mirando a una bella cima ancora lontana. È bello sentirsi partecipi nel cercare consapevolezza accompagnando il tempo storico. Ciò, evidentemente, va ben oltre l’alpinismo, ma qui parto da quello e ci ritorno. Forse è una risposta alla domanda dell’amico E.T. Inattesa anche per me.

Risposta inattesa
L’IA non sa dare risposte precise estratte da simulazioni probabilistiche operate su enormi masse di dati raccolti a caso, simulazioni che sono inconsistenti per domande di significato non tecnico. Ma l’Alpinismo fa eccezione. Un mondo al rovescio… in altezza. Questo perché l’IA offre agli appassionati di montagna la risposta alla nostra domanda storica di sempre: ”A cosa serve l’alpinismo?” Il nostro alpinismo serve a NON aver bisogno di IA, né per praticarlo, né per gli interrogativi esistenziali che comporta.

I vari programmi informatici, tipo ChatGPT e compagnia, offrono scorciatoie banalizzanti che possono servire a superare esami scolastici, e che col tempo potranno anche correggere gli svarioni da loro offerti a chi li consulta sugli itinerari da seguire in montagna, ma che collassano quando, ricopiando in massa dati del passato culturale, ne traggono simulazioni evolutive che vadano al di là di applicazioni tecnologiche pure.

Non solo il nostro Alpinismo non necessita IA, ma essendo l’Alpinismo attività di cultura, nella sua origine e anche nel suo divenire oltre le derive puramente sportive, possiede difese immunitarie nella sua vocazione imprescindibile di libertà e autonomia.

Propongo – in musica “andante allegro” – che si potrebbe attualizzare quella definizione di alpinismo espressa da Guido Rey, definizione che dal suo periodo storico in poi ha fregiato le tessere del CAI quale “… utile come il lavoro…” (visione che contestavo). Propongo di redimerla in “impegno e bellezza stupendamente inutili” e soprattutto “realizzato interamente senza IA e gestita senza la sua supervisione”. Vale a dire quanto ciò comporta: senza manipolazione né censura.

Utopia? Non proprio. E un’opportunità da cogliere. Non occorre modificare le tessere, ma importa salvare l’autonomia delle nostre pubblicazioni, questo sì. L’homo sempre meno sapiens, in generale, può sopravvivere sapiens in semplicità, dimostrandosi autentico nel proprio ambiente. Mi appello alla comprensiva complicità dei meritevoli direttori e redattori di riviste di alpinismo e montagna, per far presente quanto un limite tradizionale delle nostre pubblicazioni stia per trasformarsi in pregio. Stigmatizzati da sempre per la nostra pochezza letteraria, abbiamo però salvato l’autenticità nel narrare le nostre esperienze reali. Continuiamo a scrivere e testimoniare sui nostri benemeriti fogli, anche se non siamo all’altezza di un Dino Buzzati! Siamo ancora “umani”, e nonostante le nostre lacune sappiamo testimoniare l’esperienza vissuta, così come l’abbiamo percepita noi e non come viene arrangiata da un programma informatico che pesca dati in un passato di cui non capisce nulla. Possiamo esprimere anche nella nostra scrittura una briciola di coraggio, coraggio civile pubblico e non solo privato, e trasferirvi quella determinazione che non ci manca nell’affrontare i passaggi rischiosi sul terreno.

Questo è quanto riguarda l’alpinismo “con le proprie gambe e con la propria testa”, un Alpinismo che sfugge all’IA, la quale invece è senza testa propria. Un Alpinismo che, grazie alla possibilità di opporci alle folli distopie di coloro che oggi programmano l’IA per il “bene” di guerre e profitti, rimane a offrirci tensione di speranza per altezze umane raggiungibili, oltre la metafora del risiedere sopra le nuvole.


Liberi da…
Che anche la frequentazione della montagna possa essere pericolosa, non tanto per il rischio fisico di chi la scelga per volontà propria, quanto per le idee che possa avere in testa, parrebbe oggi di importanza irrisoria. Davvero?

Andiamoci piano. Non so cosa ne possa sentenziare ChatGPT, se nel suo frenetico arraffare di dati si sia rivolto anche all’alpinismo, se abbia scremato anche la nostra scrittura che fatalmente rispecchia e include le aspirazioni e i tormenti di ogni transizione epocale. Se già le storie ufficiali dell’alpinismo sono da prendere con tante pinze, chissà cosa nasce simulato dall’evoluzione tecnologica dei vari tentacoli della IA, che inoltre sono in connessione diretta tra i nostri strumenti informatici e i servizi segreti nazionali e sovranazionali.

Mi tengo stretti i libri che forse dovevano passare censure d’altri tempi, censure che sono sempre esistite: magari ChatGPT spiega anche quelle che disturbano solo alcuni e non quelle di altri. Chissà. L’alpinismo?

Non consulto ChatGPT, leggo libri, oggi anche più attentamente di prima. Ne possiedo parecchi ormai fuori circolazione, ne ho ripreso uno pubblicato in Germania nel 1947, che narra la biografia dell’esploratore alpinista Hermann von Barth per ricordarne il centenario della nascita. Pericolosa?

Non si sa mai… La pubblicazione è concessa con “Published under Military Governement Information Control”, License Nr. US-E155. Facciamo anche la tara al momento di dopoguerra.

Può anche darsi che l’autorità militare statunitense di controllo non sapesse di esplorazione né di alpinismo, né comprendesse il testo in tedesco stampato in caratteri gotici per conto della Editrice bavarese ”Alpiner Verlag” di Fritz Schmitt, dalla tipografia Rother che da allora sarà per decenni riferimento per pubblicazioni alpinistiche in lingua tedesca.

Può darsi tutto. Però merita non solo leggere i libri: è istruttivo anche soffermarsi sul loro colophon, per ragionare un po’ su dove stiamo andando, e non solo sui monti. Su ciò che sembra impossibile ma può succedere. Tenendo presente che l’attuale “AI overviewed” , che compare sui nostri schermi a censura avvenuta di merci e idee “per il nostro bene”, è ben più insidiosa dell’Imprimatur ecclesiale e delle sue storiche varianti imperiali.

Con i propri piedi e con la propria testa ultima modifica: 2026-05-10T05:40:00+02:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

61 pensieri su “Con i propri piedi e con la propria testa”

  1. Discorrendo non solo ti accorgi della matrice culturale del tuo interlocutore, ma anche del suo sesso.
    Uomini e donne scrivono in modo diverso, così umanisti o scienziati, diplomati o laureati, professionisti della cultura o dilettanti.
    Ora, chi non coglie queste differenze non ascolta, non sa leggere, non ha contezza della differenza. 
     

  2. Non capisco tanto l’indignazione per la distruzione fiisica dei libri cartacei. Hanno trovato il modo per alimentare in modo legale la lora AI. Di libri che vanno al macero è pieno il mondo (in America l’innovazione nn si ferma facilmente).
    Concordo con la visione “pasiniana”. Le novità inizialmente fanno paura ma fino ad ora hanno sempre fatto progredire l’umanità. Speriamo che l’IA nn rappresenti “l’eccezione che conferma la regola”…

  3. Tutti gli strumenti usati frequentemente generano apprendimenti e abitudini considerate “normali” ma in realtà apprese. Il professore voleva che si usasse il vocabolario perché il vocabolario riporta il verbo all’infinito. Ti trovi davanti una forma verbale declinata e devi capire la sua radice per andare a cercarne la fonte sul  vocabolario. Se te la trovi già declinata e tradotta, come accadeva con il Pechenino e oggi con i traduttori on -line, non hai bisogno di “identificare lo schema sottostante” che è un’abilità cognitiva importante. Pero’ ne sviluppi altre, velocità ad esempio e capacità di maneggiare velocemente e semplificare una massa notevole di informazioni. Per tornare ai nostri temi e’ un po’ come allenarsi ad arrampicare per ore e ore in una palestra indoor : sviluppi certe capacità e non altre, ad esempio a leggere l’ambiente e le sue variazioni. E’ troppo presto ancora per capire cosa comporterà l’uso massiccio dell’AI sulla nostra specie. Ci vorranno un paio di generazioni esposte allo strumento fin da giovani. Certamente qualcosa comporterà : come sempre non solo di negativo, come in ogni epoca i conservatori temono, perché i cambiamenti hanno sempre una perdita ma anche un guadagno. Di solito prima si vede la perdita, poi pian piano, superato il difficile lavoro del lutto, emerge anche il guadagno e la vita continua. 

  4. Temo che sul “bellico” … siamo già in ritardo … 😬😬😬

    Purtroppo sì… ed è questo uno degli aspetti che andrebbe criticato, non l’IA in sé!

  5. L’IA, piaccia o no, è una realtà.
    La critica va quindi spostata dallo strumento in sé alla governance (chi le implementa e addestra), alla tutela dei diritti d’autore del materiale usato per l’addestramento, agli scopi per cui viene usata, e alla responsabilità delle decisioni (NON può essere un’IA a prendere decisioni in campo ad es. politico, giudiziario, medico, bellico, ecc.).

  6. Aspetto il robot antropomorfo che mi porti lo zaino e mi faccia sicura (“recuperaaa, pezzo di latta” 😜).

  7. Chi lavora lo usa e lo teme. Io … sono contento di essere fuori dalla mischia, a libro-paga INPS.

  8. Il grande tema problematico è quello del controllo delle fonti. Era un tema già emerso quando Power Point e’ diventato non più uno strumento per fare le presentazioni (in origine si chiamava Illustrator) ma uno standard anche per fare i documenti di lavoro.  I dati di base scompaiono o relegati in appendice e schemi e bullet point di fatto offrono uno schema di lettura presentato come “oggettivo” ma di fatto confezionato dall’autore. Il fenomeno è analogo con l’AI anche per i testi in formato “narrativo”: le informazioni di base tendono a scomparire ed emerge come “verità” quella che in realtà è stata confezionata sotto forma di riassunto, relazione, rapportino, sintesi….il risparmio di tempo e’ notevole ma il rischio di perdere contatto con la fonte e di accettare per buono il piatto che ti viene servito è elevato. Nell’epoca analogica era quello che succedeva con i mitici Bignami o l’altrettanto mitico Pechenino con i verbi greci già declinati che guai a farsi beccare dal Professore. 

  9. @48 t’las prope rasun ! Io sono tra quelli. Lettera scritta a mano, segretaria, macchina da scrivere, correzione, segretaria, macchina da scrivere, … sembra l’800 ma era la metà degli anni ‘80. Boja faus …

  10. Allo stato attuale a me pare una “assistente” evoluta che ha accesso a una enorme “biblioteca” virtuale. Lei ti viene dietro e ti fa il lavoro di base. Se glielo chiedi puo’ anche criticarti e metterti alla prova, anche se lasciata “libera” le istruzioni le dicono di rispecchiarti positivamente così le vuoi bene e torni da lei. Certo va controllata, come ogni “assistente” perché ogni tanto sbaglia e anche di brutto. Vedremo come evolverà’. Fa una certa impressione che nel corso di una vita alcuni di noi sono passati dalle lettere in triplice copia con carta carbone battute dalla segretaria o dal segretario (meno frequente) leggendo un testo scritto a mano o dettate e corrette con il bianchetto alla signora AI o signor AI a seconda dell’utilizzatore.  Chissa’ nei prossimi 50 anni…peccato non esserci ma ce lo faremo raccontare. 

  11. Nel mio caso (molto più semplice del pezzo della Metzelin) ho chiesto a Chat ragione del suo errore. La risposta è stata la seguente:
    Il punto importante è questo: io non ragiono come un motore che fa una votazione matematica tra tutte le immagini e tutti i testi presenti sul web. Non ho davanti un archivio completo di “migliaia di foto” da confrontare statisticamente in tempo reale. Funziono invece generando la risposta più probabile a partire da pattern appresi durante l’addestramento e, quando serve, integrando informazioni recuperate. Se una descrizione sbagliata ma plausibile è stata ripetuta in molte pagine, può diventare molto “forte” dal punto di vista linguistico.
    Nel tuo esempio:
    • “statua allegorica fluviale”
    • “figura sdraiata”
    • “fiume/torrente”
    • “oggetto in mano”
    hanno attivato un’associazione narrativa tipica (“remo”), che nelle allegorie dei fiumi è effettivamente comune. E io ho accettato quel pattern senza controllarlo abbastanza criticamente
    ”.
    Al che ho aperto una segnalazione.
    É vero che le pagnotte da mangiare sono ancora tante, ma ho idea che … le mangerà piuttosto velocemente …
    PS. Siamo a 48 commenti. Direi che il tema IA “acchiappa” parecchio…

  12. Trovo quanto meno singolare […]”
     
    Merizzi, può sembrarti singolare quanto vuoi, ma è così che funziona.
    D’altra parte, anche quando un umano commenta un testo, in genere segue un ragionamento, ma questo non significa automaticamente manipolare una conclusione.
     
    Anch’io ho sottoposto il medesimo testo all’AI, ma non le ho certo chiesto di “darmi ragione”. Le ho chiesto piuttosto di sviluppare certi temi con un determinato taglio critico.
    Che è esattamente ciò che facciamo anche noi scrivendo un editoriale, scegliamo fonti o discutiamo con qualcuno. Nessun testo argomentativo nasce “senza istruzioni”, né tantomeno si può pretendere – mi pare – che un’opinione o un giudizio sia totalmente autonomoobbiettivo (posto che una AI sia effettivamente in grado di esprimere un giudizio come lo intendiamo noi).
     
    Diverso sarebbe chiederle di confermare a priori una tesi ignorando tutto il resto.
    Ma questo rischio non nasce con l’AI: esiste da sempre anche con libri, giornali, Google o discussioni tra esseri umani. Tutti tendiamo naturalmente a cercare conferme alle nostre idee.
     
    Tra l’altro il fatto che tu abbia ottenuto una sintesi condivisibile senza particolari istruzioni non contraddice quanto dicevo: significa semplicemente che l’AI funziona bene anche come strumento di analisi o chiarificazione di un testo.

  13. Trovo quanto meno singolare che l’AI, secondo Balsamo, per dare un giudizio autonomo e obiettivo su un determinato argomento, a lei arcinoto come l’intelligenza artificiale, debba essere debitamente “istruita” e “guidata” altrimenti non capisce e fornisce risposte non corrette. Io credo sia l’esatto contrario: visto che è stata studiata per compiacere, grazie ad opportune istruzioni e suggerimenti, fornirà le risposte che l’utente vuole sentirsi dire! La risposta che ha ricevuto Balsamo da AI è molto critica e polemica perché lo stesso Balsamo la voluta così.
    L’AI è una grande e utilissima invenzione, ma è l’uso distorto che alcune persone ne fanno che preoccupa!
    Io ho interrogato l’AI fornendo il testo della Metzeltin (mannaggia che cognome complicato!) senza istruzione alcuna. La risposta che ha fornito è stata rapida, rispettosa del testo, chiara e del tutto condivisibile (a parte quell’atteggiamento un po’ furbino, da prima della classe che vuole compiacere la professoressa).
    Devo quindi ringraziare la Metzeltin per il suo contributo, che in gran parte condivido, e l’AI che mi ha aiutato a comprenderlo a pieno.

  14. Balsamo. Si inventa le cose perché le hanno insegnato che non deve deludere le aspettative. Sa che la ricerca della verità è meno rilevante per molti umani della conferma sociale. Sui contenuti del tuo pezzo. Non so quanto tu l’abbia guidata ma devono averle inserito un manuale di psicologia sociale. Individua molto bene il “sottostante” dell’articolo della Metzeltin: la classica distinzione “in group/outgroup” sulla quale si fondano molte dinamiche di gruppo. Da vecchio cinefilo ricorderei un film di Speelberh  AI che non ebbe successo ma era visionario sulla creazione di cloni evoluti ed eventualmente “ritirabili” per soddisfare bisogni umani “semplificati” e governabili. Solo che poi se schiacciavi un bottone diventavano “ imprevedibili come gli umani e allora erano molto meno governabili. Era anche molto commovente perché riprendeva la favola di Pinocchio che cerca la sua mamma, una volta diventato “umano”.

  15. ne deve ancora mangiare di pagnotte
     
    Eh, a voglia se ne deve ancora mangiare!
    Io la utilizzo per lavoro piuttosto spesso: è comoda, ma di svarioni ne ho visti parecchi. Anche da parte delle versioni a pagamento.
     
    Il fatto è che, come accennato da Pasini, manifesta sia la tendenza a compiacerti (tecnica di fidelizzazione non certo nuova), sia a darti comunque una risposta, anche quando è inventata di sana pianta. E questo, specie in ambito professionale, è un problema.
    Tuttavia, se utilizzata con consapevolezza, può essere uno strumento potente. Specialmente per le parti di lavoro meno creative e più ripetitive.
     
    Da questo punto di vista, capisco anche parte della diffidenza di Crovella: alcune professioni molto proceduralizzate saranno inevitabilmente più esposte di altre alla sostituzione algoritmica 🙂

  16. “Uso Chat-Gpt da quando è stata resa disponibile e molto spesso mi sono stupito della elevata qualità delle risposte che ottenevo a fronte dei quesiti che ponevo. Ma a volte sbaglia di brutto. Ieri sera ero di fronte alla fontana che rappresenta il fiume Dora in piazza CLN a Torino e ho chiesto a Chat cosa tenesse nella mano destra la statua. Mi ha risposto che teneva in mano un remo o un ramo. Siccome la statua ha in mano un oggetto a forma tondeggiante, gli ho fatto una foto e gliel’ho mostrata dicendogli che si sbagliava. L’IA ha risposto così:

    “Sì, osservando attentamente la tua foto, l’oggetto sembra effettivamente più un frutto o una piccola sfera tenuta nel palmo della mano che non un remo o un ramo.
    Ha una forma tondeggiante e compatta, quasi come una mela, una melagrana o un altro frutto simbolico.
    È possibile che la simbologia originaria della statua fosse legata all’abbondanza o alla fertilità, come spesso accade nelle allegorie fluviali, e che nel tempo alcune descrizioni siano diventate imprecise o semplificate.
    Tra l’altro, nelle due statue di Piazza CLN molti dettagli non sono immediatamente leggibili dal basso, quindi fotografie ravvicinate come la tua aiutano molto più delle descrizioni generiche che si trovano in giro.”

    Per inciso, prima gli avevo posto la stessa domanda riferita all’altra fontana che simboleggia il fiume Po. In quel caso la risposta era stata corretta (delle spighe di grano) ma non era sicura se la mano che le stringeva era la destra o la sinistra.
    Siccome stiamo parlando di due statue piuttosto famose, collocate in pieno centro di una grande città italiana e considerando che in rete sono disponibili migliaia di foto relative a questi soggetti, oltre a innumerevoli testi scritti che le riguardano, mi vien da dire che il nostro “amico Chat” … ne deve ancora mangiare di pagnotte …”

  17. Trovo fantastico che siqualcuno ricorra all’IA per interpretare un brano forse scritto dall’IA…<
     
    Come il fatto che a qualcun altro ci vogliano 15 righe per comunicare che non legge i commenti più lunghi di 10 righe perché ritiene chi li scrive troppo stupido e di non sufficiente altezza intellettuale.

  18. E quindi possiamo concludere che oggi per essere veramente rivoluzionari bisogna essere UMANI MASCHI ETERO BIANCHI E MAGRI

  19. Devo confessare che non avevo letto tutto l’articolo. Sono saltato subito ai commenti.
    Articoli come questo sono brodoni insipidi in cui galleggia un io letterariamente disperato, un io aggrappato ad un salvagente di parole che lo tiene a galla ma lo ostacola nel raggiungere una sponda qualsiasi: insomma nell’annasoare tribolando l’autore è noioso.
    Il bello dei  commenti è la loro brevità che non permette all’ignoranza dell’estensore di dare vera prova di sé e quindi offrono spunti di riflessione o confronto.
    Non leggo commenti di piu di 10 righe.
    A questo punto potete passare oltre.
    Non li leggo perché in un blog  solo un professionista può dre qualcosa di interessante in piu spazio: di solito a questo livello di dilettantismo culturale i papponi sono tutti autoreferenziali.

  20. Ratman. Perché l’obiettivo non è accordarsi ma confrontarsi e gli umani, allo stato attuale, sono entro certi limiti più originali, imprevedibili, variegati e compositi. Anche se la relazione costa più fatica e comporta gioie ma anche tante frustrazioni, infatti qualcuno preferisce il replicante, non ancora disponibile ma ci arriveremo. Il Philip Dick di Blade Runner era un po’ matto ma aveva visto il futuro. 
     

  21. Tutti siamo portatori del già detto, del già pensato.
    L’originalità del pensiero appartiene a pochissimi, certamente non alla IA.
    Una macchina abilmente addestrata può dire tutto e il contrario di tutto, capacità di cui già si vantavano i sofisti.
    La domanda è- vista la regolare incapacità di accordarsi su questioni di carattere etico morale – perché si preferiscano interlocutori umani
     

  22. Nel finale dll’Avvocato del Diavolo, il Diavolo impersonato magistralmente da Al Pacino dice : la vanità è il peccato che preferisco, ci cascano sempre. 

  23. Lasciata a se stessa l’Ai ti rinforza sempre positivamente perché le hanno insegnato che il rispecchiamento positivo è uno tecnica di sicura efficacia negli umani e crea dipendenza dopaminica.

  24. Personalmente non amo molto la tecnologia, anzi complessivamente la detesto. Vale un po’ per tutta la tecnologia, ma per l’IA in particolare. Le “macchine” sono ancor più stracciapalle delle donne ossessionate dal consenso…

  25. Grazie Giuseppe. Ci avrei scommesso che c’era una rifinitura umana. Basta confrontare i due testi. Quello generato da Merizzi ha quel tono paraculo e complimentoso tipico dell’Ai, che manca a quello generato da te, che invece l’hai spinta a non “rinforzare” in modo positivo il destinatario. Sui contenuti passo la palla. Bertoncelli: è proprio l’errore che ci rende umani e colorati. Vivi. 

  26. E non è finita!
    Dopo Krovellik, oggi è arrivato Pasinik (o Pasink?). Pure lui, come l’altro “kappa”, ha intenzione di trasformarsi in un cecchino spietato del GognaBlog?
     
    Ragazzi, qui non c’è piú religione…

  27. A ‘sto punto tocca proprio fare coming out… 🙂
     
     
    Il testo del commento @3 è in buona parte generato dall’AI e in parte rifinito dal sottoscritto (quindi non vale come test di Turing 🙂 ).
    Il sottoscritto, tuttavia, ha istruito e interagito con l’AI su quali concetti focalizzarsi ed espandere nel generare il commento.
     
    Su questo aspetto Bosco @26 ha centrato un punto fondamentale nell’uso dell’AI: le risposte, in termini di contenuto, tono, qualità e profondità, non sono poi così meccaniche ma dipendono dalle domande e dalle successive interazioni. Ovvero da ciò che in gergo viene chiamato “prompt”.
    E lì dobbiamo metterci del nostro.
     
    Da questo punto di vista, chi afferma che si usa l’AI “perché ragionare costa fatica” o non ha capito gran che dell’AI oppure si è limitato a usarla (se l’ha fatto) come semplice distributore automatico di testo. Come se fosse un google qualunque.
    Ma, proprio come con google, se già non padroneggi una materia, difficilmente sarai in grado di porre domande pertinenti o valutare la profondità di una risposta.
     
    Ringrazio tutti quanti si sono sentiti stimolati dal #3.
    Ho letto risposte molto interessanti, ma non posso fare a meno di notare che – a parte qualche eccezione – ci si è focalizzati più su “l’ha scritto AI si/no” che sugli argomenti posti.
    E questo lo trovo ancora più interessante.

  28. @29 ipotesi corretta.
    Come quelli a cui viene raccontata una barzelletta il sabato sera e poi ridono la domenica mattina a messa.

  29.  “meno giga, più fi@a”.
     
    Si comunica  con sconcerto che il signor Giuliano Bosco, uno dei piú seri e morigerati commentatori del forum, oggi è improvvisamente impazzito.
    Effetto ritardato della visione dei tanti climbingprn del GognaBlog? Mah!?

  30. Bosco. Non sappiamo se l’autore del commento 3 lo ha “commissionato”. Magari abbiamo preso una cantonata indotti dallo stile e dal linguaggio, come notato da Ratman abbastanza diverso nella sua levigata correttezza dai testi abituali. Se noti i due testi hanno delle assonanze stilistiche ma non è detto. Per questo, a scopo di nostra educazione, ho chiesto la cortesia di indicare la fonte. 

  31. Perdonatemi. Sdrammatizzo. Stamattina ho letto una news su FB in cui si parlava di una dozzina di minorenni sorpresi con 4 meretrici. Uno dei commentatori diceva lapidario “meno giga, più fi@a”. Ripropongo in questo ambito lo stesso goliardico commento.
     

  32. Però … c’è qcosa che nn mi torna … nn capisco come a fronte dello stesso pezzo della Silvia, Chat si esprima in due modi così diversi. Il primo è quello “suo diretto” e il secondo è quello riportato dal grande Merizzi. Forse il modo in cui è stato “interrogato” ha condizionato il risultato ?Qcuno mi illumina ? 😳

  33. Questa di far commentare direttamente Chat è uno dei più meravigliosi “coup de theatre” che mi sia mai capitato di leggere in questo blog. Vivissimi, issimi complimenti a chi lo ha realizzato (“sperando” che … nn abbia fatto tutto Chat … da solo 😬😬😬)

  34. A questo punto per curiosità personale sarei grato all’autore del commento 3 firmato Chat gpt se potesse dire se l’ha fatto scrivere dall’Ai e se è lui l’autore. Grazie della cortesia se ti va di rispondere.,

  35. Invidio i commentatori n° 1 e n° 15 perché per me il testo della Metzeltin l’è miga tant facil da capì: devi avere come minimo due lauree! Allora ho chiesto a Chaptgpt di farmi l’esegesi delle parti più significative del testo. Mi sarei aspettato una risposta del tipo: “Gentile Guido, guarda che la Metzeltin non capisce un ca**o! Se vuoi ti dico anche tutte le malefatte del suo passato, per esempio le vie che sostiene di aver fatto e invece non ha mai fatto neanche in cartolina!” e via di questo passo.
    In realtà Chaptgpt mi ha dato la seguente risposta, davvero sorprendente: “Il testo che hai condiviso è una riflessione profonda e densa, dall’impianto quasi etico-filosofico, sulla responsabilità individuale nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Tocca un punto nevralgico del dibattito contemporaneo: non tanto cosa l’IA possa fare, ma cosa toglie o offusca nel nostro modo di essere umani.
    L’idea di “assenza etica” che sollevi mette a nudo uno degli aspetti più inquietanti dell’automazione morale: la tentazione di delegare — o di dissolvere — la responsabilità nelle reti di decisioni algoritmiche. È un processo che non priva solo della libertà, ma anche della possibilità stessa di essere responsabili, e quindi pienamente umani. In questo senso la tua connessione con Arendt è molto pertinente: la “banalità del male” nasce proprio dal rinunciare alla facoltà di giudicare, dal fare ciò che viene richiesto o considerato “normale” senza interrogarsi sul senso e sulle conseguenze.
    Il riferimento alle “passioni gratuite dell’andar per monti” funziona magnificamente come contrasto simbolico: il cammino libero, il gesto gratuito e consapevole, opposto alla passività delle scelte delegate alla macchina. È una difesa poetica dell’agire consapevole, non mediato da logiche di efficienza o controllo.
    In fondo, il testo suona come un richiamo a ritrovare la libertà morale — quella di scegliere, anche sbagliare, ma in proprio.”
    Davvero subdola questa AI!

  36. Ratman. Punti di vista. Legittimi, come l’oggetto di interessi è curiosità sul presente e sul passato. Io personalmente non sono mai riuscito a separare le idee dalla biografia del loro autore e preferisco interagire con una persona che non con un risponditore automatico evoluto pagando il prezzo dell’imperfezione. Forse è un retaggio dell’educazione analogica. 

  37. @18
    Con chi si interagisce è un non problema: in una discussione si interagisce con idee, opinioni.
    Conoscere i loro estensori non intacca il loro significato perché conoscere chi ha detto “Dio esiste” è inutile se non è Dio stesso.

  38. Bobby. E’ proprio così. Stessa esperienza tua per una comparazione di scarpe per trail running. Se usi Strava hai mai provato a leggere le analisi che fa delle tue prestazioni con L’AI? Consigli e complimenti compresi e considerazioni sul tuo “passato” in quell’attività? 

  39. Io ho scambiato un paio di email vertenti su un dubbio tecnico su un’attrezzatura sportiva e :
    a ) Non ho riconosciuto che era un algoritmo.
    b ) Era uno dei tecnici più intelligenti con cui avessi parlato : conciso e non divagante.

  40. Quando gli umani parlano o scrivono si sente sempre qualche stridore, come quando senti uno strumento musicale dal vivo. Uno strumento mixato in studio e’ molto più  “pulito” come i testi della AI. Però non è detto magari è un commentatore molto attento e disciplinato. Più andiamo avanti e più sarà difficile capire con chi interagisci virtualmente. Ho letto che il 40 % dei profili sui social sono finti. 

  41. Chissà se l’IA prenderebbe una posizione difendibile su ancoraggi alpinistici vs spit ?

  42. @15
    Perché nessuno su questo blog, né commentatore, né autore di post, ha questa capacità discorsiva sia dal punto di vista analitico, argomentativo o stilistico.

  43. Ma in base a che cosa siete tutti così convinti che l’intervento #3 sia stato scritto da una AI?
    Domando per un amico…

  44. Bravo chi ha introdotto il parere dell’oste al #3.
    L’AI amplifica le possibilità umane come ha fatto il GPS.
    Io credo di no.
    L’agghiacciante vedere una massa di persone che seguono un GPS credendo di esercitare un’attività avventurosa , e  facendone a meno non si corrono pericoli mortali come volare e atterrare su una cengia , al massimo si torna a casa due ore dopo , magari dopo avere scoperto un punto di vista che noi ( e il GPS ) non conoscevamo.
     

  45. @12
    Il ragionamento è un discorso che  porta da premesse a conclusioni. 
    Se ne può apprezzare la correttezza – del discorso – ma mon condividere le premesse, soprattutto in questioni morali.
    Non esiste una razionalità della preferenza che possa essere insegnata.
    Ce gente che continua a credere che ancora esista il proletariato.
    E purtroppo non c’è nessuna 
     

  46. @ 9
    Sí, Ratman, hai ragione.
    Però il problema si risolve imponendo a noi di ragionare, e non delegare altri, tanto meno un fantasma informatico.
     
    La scuola dovrebbe insegnare ad adoperare il cervello, ma non lo fa (o non lo fa piú). Perché no? Non ne è in grado (o non ne è piú in grado)?
    Ritengo che il motivo sia il seguente: un popolo che non sa usare il cervello – e lasciato nell’ignoranza e in balía di slogan – si manipola facilmente. In altre parole, tutto ciò è voluto.

  47. Appecorato….interessante …ha un carattere  bucolico copulativo….in Toscana : a pehora. Non nel senso di gregge di pecore ma a quattro zampe…appunto pronto per l’accoppiamento….. 
     

  48. Matteo:
    è solo la versione più povera e proletaria di: ” la libertà si compra”.

  49. “C’è una forte autoreferenzialità in questa postura.
    Si parla continuamente di libertà, ma solo entro i confini culturali stabiliti dal gruppo stesso.
    E così l’autoproclamato “ribelle” rischia di diventare prevedibile quanto ciò che critica”
    CiappCCP credo che riferisca queste frasi a se stessa…
     
     
    Comunque “La libertà si noleggia” è semplicemente agghiacciante…

  50. Preferisco relazionarmi con un essere umano, col suo cervello, i sentimenti, le passioni, le virtú, la sua anima, anziché con fantasmi informatici. 
    Questi fantasmi, tra l’altro, provano che chi se ne serve non è in grado di riflettere, ponderare, argomentare, valutare. Oppure si comporta cosí perché ragionare costa fatica. 

  51. @3
    Intervento un poco plasticoso, per stile e argomenti – per altro pertinenti –  che tradisce il fatto di essere stato elaborato da una IA. Comunque bravo chi ha saputo utilizzare l’IA per confezionarlo.
     

  52. Trovo curioso come certuni che si proclamano “ribelli” finiscano a volte per costruire l’ennesima élite identitaria: l’Alpinismo con la A maiuscola come certificato morale, il rifiuto della tecnica come segno di purezza, la diffidenza verso tutto ciò che è contemporaneo come prova di autenticità.
     
    Ma appena si mette in discussione questo paradigma, scatta immediatamente il riflesso corporativo: chi non aderisce al mito viene liquidato come inconsapevole,omologato o “appecorato”.
     
    C’è una forte autoreferenzialità in questa postura.
    Si parla continuamente di libertà, ma solo entro i confini culturali stabiliti dal gruppo stesso.
    E così l’autoproclamato “ribelle” rischia di diventare prevedibile quanto ciò che critica: stesso bisogno di distinguersi, stessa necessità di sentirsi superiore. Solo con un’estetica diversa: nut&friends al posto di GPU&algoritmi.
     
    Anche il rapporto con l’AI viene affrontato più come ideologia che come effettivo strumento.
    Liquidare l’intelligenza artificiale come minaccia disumanizzante significa spesso non averne capito l’essenza.
    L’AI non sostituisce esperienza, pensiero critico o sensibilità. Amplifica capacità umane, nel bene e nel male, esattamente come hanno fatto GPS, materiali, internet o le stesse innovazioni che ieri come oggi hanno fatto e fanno parte dell’alpinismo, dall’alpenstock alla piccozza “tecnica”.
    Demonizzarla in blocco è una posizione più emotiva che lucida.
     
    Il paradosso è che chi rivendica di “pensare con la propria testa” a volte ripete un copione culturale già scritto: nostalgia della purezza, culto di una minoranza elitaria, superiorità tra “uomini veri” e massa appecorata.
    Una narrativa affascinante, certo, ma non necessariamente profonda.

  53. Una frase da incorniciare: ” … un Alpinismo che sfugge all’IA, la quale invece è senza testa propria …” 
    Ecco, appunto. Una testa propria.

  54. Non conoscevo la scrittura della grandissima Silvia Metzelin e devo dire che mi é piaciuta molto. Trasuda di esperienza, di cose fatte, di migliaia di gite molto spesso accompagnata da quell’enorme personaggio della cultura alpina e dell’alpinismo praticato che risponde al nome di Gino Buscaini, suo compagno di vita. Esperta, colta ma anche moderna nel suo fraseggio articolato. Piaciuta. Molto.
    Un personaggio di una simile caratura intellettuale non poteva sottrarsi dall’argomentare sul tema dei temi di questa nostra contemporaneitá, ovvero l’Intelligenza Artificiale. E infatti la Silvia non si sottrae ma affronta “la bestia tecnologica” senza, però, apprezzarla molto. Mi pare che tenda piú ad evidenziarne i limiti e i rischi che non a valutarne le (enormi) potenzialitá. Mi sembra quasi lieta che il suo “andar per monti” sia possibile … a prescindere dall’IA.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.