Correre e soffiarsi il naso

Il Tot Dret è una gara di trail running in semiautonomia, che ripercorre l’alta via n° 1, con una lunghezza di 142 km e un dislivello positivo di 11.000 m, partenza a Gressoney-St-Jean e arrivo a Courmayeur in un tempo massimo di 44 ore.

Correre e soffiarsi il naso
di Luca Leone
(pubblicato su Rivista della Sezione Ligure del CAI, 1-2022)
Fotografie di Eugenio Grosso

Imboccata la valle di Gressoney sentivo l’aria cambiata. Anche chiuso in auto, sentivo di entrare in un altro ambiente, non era solo questione di temperatura, si trattava proprio dell’atmosfera.

Superavo i runner del Tor, non sapevo bene se i primi o gli ultimi, se avevano già corso 190, 200 o 210 km, avrei dovuto fare i conti. Erano in piedi da più di tre giorni, li guardavo con invidia e li salutavo con un colpetto di clacson. Loro rispondevano con un sorriso, tirato, con uno sforzo minimo, ma apprezzavano, lo so bene anch’io quanto fa piacere in quei momenti anche solo un saluto.

A Gressoney-St-Jean, primo atto ufficiale della lunga due giorni, il ritiro del pacco gara. Mi metto in coda, l’unica coda che faccio con gioia, che tutti facciamo con gioia, ci guardiamo, come siamo vestiti, alcuni con mocassini, alcuni già con bandana in testa e zainetto fatto. Incontro qualche faccia nota, altri genovesi che non resistono al fascino di due giorni di corsa al freddo e probabilmente sotto tanta acqua. Mancano almeno quattro ore per vestirmi, preparare lo zaino e mangiare, ma alla fine bastano a filo. Ci prepariamo, con Yuri, il socio di sempre, mentre le compagne preparano una cena di carboidrati.

La partenza è fissata per le 21 e per ora non piove, anche se le previsioni non danno scampo. Il rito prevede di sistemare il bagaglio sul tavolo, per verificare di avere tutto con un solo sguardo: ripasso a mente le varie situazioni che dovrò affrontare, fame e sete, caldo e freddo, noia, stanchezza, sonno, infortuni, dolori vari e di nuovo fame e sete e controllo che ci sia il relativo rimedio o almeno quello che io penso sarà il rimedio. Mi concedo l’ultimo pasto caldo e seduto, mangio di gusto e mastico lentamente, con molta acqua in un bicchiere che non si affloscia in mano. Le quattro ore che avevo svaniscono e inizia un po’ di agitazione. Attraversiamo il paese, vestiti come astronauti, astronauti in pantaloncini e con la frontale in testa, dovremmo sentirci quasi ridicoli, in realtà siamo fieri come se partissimo per la guerra. Alla partenza, gli immancabili stimoli mi fanno passare quindici minuti in coda, meno piacevole dell’altra, ma è cosa risaputa. Nel parco chiuso, alcuni con mascherine, altri un po’ meno responsabili, alcuni hanno anche la frontale già accesa, alcuni si riscaldano con piegamenti goffi, più che altro per tensione. Inizia il consueto gioco di guardarsi intorno, studiare l’avversario. Ci sono i segaligni, quelli delle forze armate, quelli che vedi solo alla partenza, che prendono posizioni avanzate, che non hanno davanti intralci. Ci sono quelli rotondetti, che immancabilmente indichiamo quasi ridacchiando, salvo poi vederceli, tra 20 ore, superarci in salita. Ci sono i vecchietti, guardati sempre con rispetto e con un immancabile: “Chissà se anche noi fra venti anni…”, “Fai piuttosto tra dieci…”. Saltello anch’io, per darmi un tono, controllo il Suunto, controllo l’ipod, sistemo, per la decima volta, il cellulare. Mangio un gel? No dopo… però forse il primo ci vorrebbe ora…

Dieci minuti alla partenza” irrompe al megafono. “Confermata la partenza regolare, purtroppo anche le condizioni meteo non sono buone, pioggia, freddo, in quota temperature anche molto rigide, domani mattina una breve tregua e domani sera confermate altre piogge“. Le previsioni ormai non sbagliano, e saranno pienamente rispettate.

Con la mano destra sull’orologio, 500 persone, serie, ammutolite, guardano avanti, immobili, la quiete prima della tempesta. lo, come sempre, mi limito a pensare al traguardo, alle quarantaquattro ore che lo precedono. Penso al cancelletto di Oyace, 22 ore e mezzo per superarlo, poi forse il percorso sarebbe stato più facile, penso all’ultimo cancelletto, dopo 34 ore a Bosses e penso al Col de Malatrà, un’immagine epica, per ora ancora un sogno.

Lo scatto allo start è come sempre bruciante e mi chiedo, come ogni volta, cosa spinga a correre il primo chilometro ad un ritmo gara di 3000 metri. La gente che sfioriamo è quasi più eccitata di noi, ci accompagnano battendo le mani, i campanacci, le pentole, i bambini danno il cinque; dopo qualche minuto entriamo in un bosco e tutto improvvisamente diventa silenzioso e buio e l’avventura inizia veramente.

La prima salita ha un fascino particolare, ci sono ancora voglia di scherzare e di parlare, ritmi sconclusionati con accelerazioni e rallentamenti improvvisi, le gambe sono ancora fresche, ti copri e ti spogli in continuazione, i passi sono ancora troppo lunghi e troppo veloci, i sorpassi si sprecano, c’è bagarre anche nelle retrovie. Inizio a guardare i km, i tempi, ma sono ancora numeri così piccoli che non riesco a capacitarmi di cosa mi aspetta e immancabilmente ripercorro le promesse di inizio gara, mi giuro che la prossima volta farò allenamenti più metodici, più lunghi, e meno birre, lo giuro! Tanto lo so che un istante dopo aver finito, tutto svanirà e darò la colpa di questi deliri alla stanchezza.

La prima tappa, il rifugio Alpenzu che vedevamo illuminato dalla partenza, un lumino sopra di noi, lontanissimo, alla fine lo raggiungiamo bene, è il primo passo, neanche 500 metri di dislivello; da lì inizia la salita vera e propria, ci sgraniamo, molti si mettono già i guanti, qualche goccia la sento. Arrivati in cima, siamo oltre i 3000 m, inizia la discesa su Champoluc: sono solo per quasi tutta la discesa, mi fa uno strano effetto, incrocio ogni tanto qualche cannone spara neve, che ora è un palo altissimo e solitario. Le luci del paese si fanno vedere già da molto sopra, il sentiero è pulito, le gambe girano bene e le ginocchia sono ancora fresche, riesco a fare lo slalom tra moltissimi ragni che vedo, tutti uguali, tutti che mi corrono incontro, chissà perché vanno tutti in su, a quest’ora della notte. Il paese è buio e mi fa strano vederlo in un orario così diverso rispetto a quando lo percorro solitamente, con scarponi e sci in spalla.

Al posto tappa reincontro Yuri, alla fine il nostro ritmo è molto simile. Vicino ai tavoli imbanditi di mocetta e fontina, sentiamo gruppi di ragazzini urlanti, pieni di bicchieri, eccitati per noi e per la sera di fine estate, è tardi, non tardissimo.

Ripartiamo per la seconda tappa, questa sarà diversa, ci inoltriamo nella notte, e in una montagna più vera; anche il freddo inizia a farsi sentire. La salita al rifugio Grand Tournalin è la prima vera salita: notte fonda, freddo, un po’ di pioggerella, ma siamo ancora sorridenti, qualcuno parlotta, distinguiamo in lontananza un concerto di campanacci: fa piacere sentire qualcosa di diverso dal proprio respiro e dal ticchettio dei bastoncini sui sassi.

Il rifugio è accogliente, troppo accogliente, si fatica a rialzarsi, i vestiti ormai sono un misto di acqua e sudore. Indosso quasi tutto, piove abbastanza forte e c’è vento, siamo nuovamente vicini a 3000 metri. La discesa su Valtournenche è lunga, ma alla fine passa: il tendone allestito è quasi caldo, posso riposarmi un po’, mangiare bene, la solita colazione con pastasciutta, alla fine ne prendo due piatti. I volontari sono eccezionali, ragazzi che si fanno la notte, fermi nel tendone, un freddo porco, li guardo e penso che siano veramente degli eroi. Poi guardo fuori, inizia ad albeggiare appena, la luce incomincia a diventare quel blu elettrico del primo mattino, e inizia anche il temporale, proprio adesso che iniziavo ad asciugarmi. Questa volta mi pesa davvero, mi vesto con tutto quello che ho, alla fine un gilet impermeabile, una giacca a vento e sopra la vera giacca a vento. In testa la bandana e tre cappucci, uno sull’altro. A fianco a me esce una ragazza, una del nord Europa, in pantaloncini corti. Mi sento un po’ in imbarazzo. (La vedrò poi, subito girato l’angolo, mettersi almeno i pantaloni lunghi).

Ricomincia la salita, questa volta più dolce, interrotta da qualche breve discesa, da qualche pioggerella e dal primo sole del mattino. Nelle parti pianeggianti corricchio, ma sono già un po’ troppo stanco, dovrei correre di più, inizia a farmi male un polpaccio, strano, questo mi mancava, sarà uno di quelle novità che arrivano ogni gara. Nel giro di qualche chilometro diventa un dolore, forte, arrivo al ristoro di Torgnon zoppicando e riparto zoppicando ancora di più. Fatico a camminare, non capisco cosa mi sia successo, non può essere solamente un affaticamento, devo fermarmi, riparto ma zoppico sempre più, non riesco a crederci, mi viene quasi da piangere, è l’ultima (quasi) occasione per ritirarmi senza incasinare tutto (a Torgnon potrei scendere in auto, dopo sarebbe tutto più complicato).

Inizio la salita e, un passo alla volta, noto che il dolore non c’è, il movimento è forzato, ho capito come muovere il piede per usare al minimo i tendini e i muscoli interessati; mi viene da pensare quanto potrò resistere con questo passo forzato, anomalo. Verrà fuori qualcos’altro, uno sfogo alla schiena, sull’anca opposta, qualcosa succederà non è possibile che finisca tutto così. Ma intanto il dislivello aumenta, parlotto con un altro corridore che per qualche chilometro ha il mio stesso ritmo. E tutto sparisce, o almeno comincio a credere che sia così.

Inizia un tratto confuso, le indicazioni sono sbagliate, non quadrano con l’altimetria e soprattutto con le indicazioni che ci avevano dato i ragazzi al posto tappa di Torgnon. Scopriremo poi che avevano riciclato il cartellone dell’anno prima, ma il percorso era in parte cambiato. Dopo qualche sali e scendi, riprendiamo il filo della gara, incrociamo runner del Tor, con cui facciamo chilometri insieme, un inglese, con un abbigliamento che userei a malapena a Genova per fare una 10k e uno spagnolo che si mette a dormire in un letto posticcio sistemato nella sala da pranzo e che si risveglia senza avere la minima idea se lo aspettava una discesa, una salita o l’arrivo o l’altra metà gara. Penso che, forse, ha un senso anche affrontarla così.

Nella salita al rifugio Cuney, quella che sarà la nostra ultima vera salita di gara, ci coglie un acquazzone tipo foresta tropicale: non faccio in tempo a mettermi i pantaloni lunghi, amen, penso, non fa così freddo, è tardo pomeriggio. Anche i guanti sono così zuppi che non riesco a infilarli, chiudo tutte le cerniere, più che posso, abbasso la testa per far lavorare la visiera del cappuccio e salgo senza pensarci. Dopo mezz’ora sotto una sorta di cascata d’acqua, tutto finisce e spunta il sole. Penso a quanto possono rinfrancare alcuni raggi caldi e una parola di incitamento – un gruppetto di escursionisti ci urla “siete degli eroi solo per essere qui”.

Arriviamo al Cuney rincuorati, affamati e assetati: mi mangio non so quante fette di fontina, che il ragazzo, in pieno rispetto delle norme anti-covid, mi lancia dal coltellaccio. Dopo qualche sali e scendi inizia la lunga discesa su Oyace: controllo l’orologio, manca poco alla chiusura del cancelletto, continuo a crederci, ma sempre meno. Non avevamo però la minima idea di cosa ci aspettasse. La discesa inizia ripida e perdiamo velocemente quota (dobbiamo scendere 1300 m in 10 km) ma dopo poco la pendenza diminuisce e ci troviamo nell’infinito altopiano della Valpelline. Quando inizia il bosco pensiamo ormai di esserci. Il cronometro però non lascia scampo, le ore passano, anzi, sono passate. Nel bosco perdiamo quota, ma sempre troppo poca. “Dovremmo quasi esserci” inizio a dire. Sarà una frase che ripeteremo almeno altre dieci volte. Ogni tanto rinforzata da un “veramente”, ogni tanto da un “questa volta veramente”, ma continuiamo a scendere: ormai abbiamo perso la speranza di raggiungere il cancelletto, e questo ci rallenta ancor più.

Nel primo calar della sera, senza voglia di rimetter la frontale – “ormai veramente dovremmo esserci, cazzo” – inizio ad avere qualche allucinazione, mi giro convinto di vedere della luce dietro di me, come una frontale che stesse arrivando. Continuo a fare calcoli su rapporti di tempo/chilometri/ dislivello, con dei correttivi a sensazione, tutti immancabilmente ceffati. Dopo due ore di discesa, quasi pensiamo di aver sbagliato strada. Spunta un cartello in lontananza, “Oyace!” grido a Yuri. “45 minuti…”: devo dire di essere stato colto da un momento di sconforto. Yuri non dice nulla, prosegue a testa bassa.

Al bivio successivo, quando avevamo esaurito anche le più improbabili e pessimistiche previsioni di ciò che sarebbe potuto ancora succedere, ci accorgiamo che il sentiero ricomincia a salire. E con brevi tornanti continuiamo a salire. Mi aspetto, da un momento all’altro di tagliare a sinistra e riprendere a scendere, ma non c’è nulla da fare, risaliamo ancora. Yuri chiama l’organizzazione per chiedere spiegazioni e dall’altra parte rispondono perentori, “Se ci sono balise è giusto.” Arriviamo a pensare anche di aver incrociato il percorso del Tor, in senso contrario – cosa chiaramente impossibile, lo capiremo poi il giorno dopo.

Quando, ormai sera e buio e ormai spirato il termine per raggiungere il famigerato cancelletto delle 19.30, ricominciamo a scendere, ci sentiamo rinati. Vediamo le vere luci cittadine e sentiamo i rumori di auto – quanto possono essere piacevoli i rumori delle automobili!- e poggiamo nuovamente i piedi sull’asfalto – e quanto anche l’asfalto può essere piacevole!

Entro alla base vita, sono passate le 20.30, chiedo se sia possibile avere ancora qualcosa da bere. “Certo che puoi bere e mangiare”, mi risponde il volontario di turno, “però spegni quel faro che hai in testa, che non riesco neanche a vederti in faccia.” Mi siedo e bevo anche una birretta, la sognavo da circa 24 ore, ma mi accorgo che non fa così piacere come pensavo. E soprattutto che, nonostante tutto, non sono neanche passate, le 24 ore. Però, come sempre, ho imparato una caterva di cose. Ho capito che il polpaccio può sembrare atrofizzato per un’ora e guarire un minuto dopo, ho capito che anche sotto una pioggia battente a 2500 m in pantaloncini e senza guanti, non è poi una tragedia e ho apprezzato come un raggio di sole serale possa scaldarmi il cuore – ma anche gambe e mani!

Una cosa non ho ancora imparato a fare, soffiarmi il naso con le dita. Per questo, nelle tasche dello zaino ho sempre una buona scorta di fazzolettini di carta. Ma una cosa è certa: il 1 ° marzo aprono le iscrizioni per il Tot Dret 2022!

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Correre e soffiarsi il naso ultima modifica: 2022-08-05T05:49:00+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Correre e soffiarsi il naso”

  1. 8
    albert says:

    https://www.wikihow.it/Soffiarsi-il-NasoN3 poi il risultato espulso ad ari aocomprressa finisce sulla tuta propria o di un vicino.E chi lava???

  2. 7
    albert says:

    altri genovesi che non resistono al fascino di due giorni di corsa al freddo e probabilmente sotto tanta acqua. Mancano almeno quattro ore per vestirmi, /preparare lo zaino e mangiare, ma alla fine bastano a filo. oggi 07/08https://www.lastampa.it/aosta/2017/07/02/news/gressoney-la-trinite-ha-l-acqua-inquinata-1.34445190/ e manca Perchi corre ed de ve soffiarsiilnas outili le polsiere in spugna per tennis  anche se si pratic sci fondoper asciuugarsi ba valla bocca e moccolo, altrimenti gli sponsortagliano i fondi se sisoffi con due dita da qualche parter ebisogna rifilare la collosi alla faccia del  covid poi qualcuno non saprebbe chi ringraziare.e come tracciare

  3. 6
    Roberto Pasini says:

    @Colombarini
    https://www.pietrotrabucchi.it/public/uploads/tor2019.pdf
    con bibliografia specifica sugli studi effettuati. 

  4. 5
    Andrea Colombarini says:

    In risposta a Luciano regattin: hai dati o articoli ke parlano di questo?so ke al tor alcuni atleti vengono seguiti su base volontaria da dottori ke fanno studi medici. Ma poi sarebbe bello leggere e capire i risultati. Trovarli da qualche parte per capire.se avessi qualche articolo o fonte seria sarebbe interessante.. ….grazie mille 

  5. 4
    Pierlorenzo Bagnasco says:

    Esplorare le possibilità del proprio corpo e della propria mente ha proprio lo scopo di conoscersi a fondo. Non si tratta di imitare modelli ma di operare sul proprio modello per capire realmente qual’è il nostro limite.

  6. 3
    Luciano Regattin says:

    @2 Attenzione però a sopravvalutare le potenzialità del corpo umano. Un conto è fare un trail di 50 km, ben diverso è, per il corpo umano, cimentarsi in una over 100 km. Negli ultimi anni si sta consolidando una mole di dati che certificano la dannosità dei trail di endurance (come lo sono Tor e Tot dret) a livello di stress ossidativo, stress ormonale, stress a seguito di privazione del sonno, infiammazioni, danni alla cartilagine e altri ancora. Dopodiché c’è una irrilevante minoranza di individui baciata dalla fortuna di avere un fisico particolarmente adatto a sopportare questi tipi di stress, che non va presa come esempio da imitare. Credo che sia fondamentale considerare che i limiti ci sono, eccome se ci sono, e molto vicini, altro che ben lungi dall’averli raggiunti.

  7. 2
    Pierlorenzo Bagnasco says:

    Quello che il corpo (e la mente) umano può fare è ben lungi da quei limiti che paure, tradizioni e abitudini, ci hanno messo in testa. L’esplorazione delle possibilità del corpo (e della mente) umano è una delle attività più sane e intelligenti che si possano intraprendere. 

  8. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    Impressionante

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