Decarbonizzazione europea

La questione climatica è tra le più significative della convergenza tra la superstizione mediatica e l’autoritarismo politico. Quando si tratta di scienze, infatti, il criterio che separa l’ideologia dall’umiltà della ricerca sono i dati. E i dati mostrano come i processi che sottendono al riscaldamento terrestre sono del tutto naturali, anche se la vulgata giornalistica e politica ne attribuisce la responsabilità pressoché unica o comunque determinante all’effetto serra della CO2 prodotta dalle attività umane. La CO2 è in realtà fondamentale per la vita sul nostro pianeta e la sua caratterizzazione acriticamente negativa è un segnale molto grave del tramonto dello spirito scientifico. Il saggio cerca di ragionare in modo critico sul riscaldamento del nostro pianeta, sul suo significato, sulle sue cause, anche e soprattutto a partire dalla storia del clima sul nostro pianeta.

Decarbonizzazione europea
(obiettivo vitale o propaganda velleitaria?)
di Carmelo Ferlito (Università di Catania)
(pubblicato su Vita pensata, numero 33, settembre 2025)

L’apparire lento della post-modernità si è da alcuni decenni palesato anche con il renderci usi a una visione iperbolica della realtà. Un’esagerazione che vegeta tra parole d’ordine che sempre di più hanno abbandonato ogni retaggio di significato concreto e legame con la realtà e che nutrono immagini definitive. La descrizione del mondo è ridotta a una fiaba in cui, senza lo spessore e i risvolti morali di un’opera di Andersen o di Collodi, si descrive la realtà attraverso il minimo denominatore comune di sentimenti irrazionali e primitivi.

Così il linguaggio dei giornalisti che, in parte palesemente ma soprattutto in modo occulto, costruisce le nostre opinioni, si impoverisce di lessici articolati e di ricche semantiche per lasciare posto a vagheggi evocativi che producono morali degne di un cartone animato di Tom e Jerry o di Willy il coyote. Tutto è semplice, ci sono i buoni e ci sono i cattivi, indicati come tali dagli esperti di turno. Senza l’inutile orpello delle sfumature, il mondo è tagliato con l’accetta della morale dettata dall’autorità e questo ci deve bastare. I problemi sui quali focalizzare il nostro interesse sono sempre problemi astratti, lontanissimi dalla concretezza e dall’esperienza diretta di ognuno, ma talmente ingigantiti da assurgere al rango di problemi esistenziali, in grado di minare il futuro dell’intero pianeta Terra.

Caratteristica dei problemi di questa post-modernità, è il non riguardare gli individui o i gruppi o le classi sociali, ma l’intera umanità. Uno dei frutti più avvelenati di quest’epoca è il pericolo esistenziale del global warming poi pubblicizzato come climate change. Il global warming si riferisce a un presunto innalzamento delle temperature medie di atmosfera e oceani dell’intero pianeta ad opera di un, ancor più presunto, “effetto serra” causato dall’aumento del tenore di gas serra e in particolare di CO2 in atmosfera. La CO2 cui è imputato tale effetto sarebbe quella di origine antropica, cioè generata dalle emissioni dell’attività umana. Infatti ogni attività umana, da quella metabolica della respirazione a quella necessaria alla sopravvivenza come il riscaldamento, a quelle che sono prerogativa dell’evo moderno come l’attività industriale o gli spostamenti, si avvale di forme semplici o complesse di combustione, cioè ossidazione, del carbonio che inevitabilmente produrrà, insieme all’energia, necessaria alle attività menzionate, anche CO2.

Global warming
Che ci sia un riscaldamento generalizzato e progressivo delle porzioni inferiori dell’atmosfera è un fatto. Come è un fatto che negli ultimi 120 anni tale riscaldamento sia stato molto debole. Secondo i dati dell’IPCC (International Panel for Climate Change) 0,8 gradi centigradi, il che corrisponde a poco più di 6 millesimi di grado per anno (1). Questo incremento per un pianeta che ha escursioni termiche di circa 150°C dai -96°C (base antartica di Vostok) ai +55°C (deserto dell’Afar, Etiopia) è davvero debole. Tuttavia, il riscaldamento del nostro pianeta non è una novità, esso va avanti da alcune migliaia di anni, almeno dalla fine dell’ultimo periodo glaciale denominato Würm (circa 12.000 anni fa). L’aumento delle temperature medie è stato significativo tra i 10 ed i 6 mila anni fa, in quello che i climatologi chiamano grande optimum post-glaciale. In questo relativamente breve lasso di tempo si sono fuse per intero le immense calotte glaciali che coprivano gran parte dell’Europa continentale, permettendo lo sviluppo della civiltà per come la conosciamo noi. A questa fase calda, ne sono seguite altre, come l’optimum miceneo, tra i 3500 ed i 3000 anni fa, e l’optimum romano, 2000 anni fa (2). Di minore entità nel recente passato abbiamo avuto l’optimum medioevale, 1000 anni fa, e infine il più scarso evento di riscaldamento dalla conclusione del Würm che è la fase attuale.

Quest’ultimo riscaldamento è stato preceduto da un periodo di intenso raffreddamento, noto come piccola era glaciale, iniziata intorno al XV secolo per esaurirsi alla fine del XIX secolo, durante la quale si sono verosimilmente ricostituite le coltri glaciali alpine che sono in attuale fusione. Il succedersi di tali fasi calde ha determinato, come detto, la fusione delle coltri glaciali che coprivano l’Europa continentale e via via anche della Scandinavia e dell’Europa settentrionale, l’immensa quantità di acqua liberata dalla fusione dei ghiacci si è riversata in mare innalzandone il livello medio. La velocità di innalzamento eustatico (livello del mare) è stata elevatissima dai 10000 fino ai 6000 anni fa con tassi di circa 1 cm/anno, per abbassarsi negli ultimi 5000 anni a tassi inferiori a 2 mm/anno (3). Da queste semplici osservazioni, rinvenibili su molti testi e lavori di geologia marina, si deduce che l’affermazione per la quale il riscaldamento globale, che pur esiste, possa essere causato dall’uomo è priva di fondamento logico e cozza con il più elementare buon senso.

Infatti, qualsiasi studio sull’evoluzione del clima non può non evidenziare la partecipazione di innumerevoli fattori del tutto naturali, quali le fasi solari, le variazioni di inclinazione dell’asse terrestre, le variazioni dell’ellitticità orbitale della Terra e del campo magnetico. Ognuno di questi processi, del tutto indipendenti tra loro, determina una variazione dell’intensità dell’irraggiamento solare sulla superficie terrestre. Il sommarsi o il sottrarsi degli effetti di tali processi porta come conseguenza a un raffreddamento o a un riscaldamento della superficie del nostro pianeta.

Prima di continuare va precisata la differenza tra era glaciale e periodo glaciale, due termini che vengono spesso confusi come sinonimi. L’espressione era glaciale è molto precisa e si riferisce a un arco temporale nel quale sono presenti ghiacci persistenti nelle regioni polari. L’assenza di ghiacci ai poli viene definita come era interglaciale. Attualmente noi siamo in un’era glaciale iniziata circa 40 milioni di anni fa e non ancora finita, visto che le regioni polari sono coperte da estese coltri glaciali. I periodi glaciali sono invece degli archi temporali, all’interno dell’era glaciale, in cui si ha un avanzamento verso latitudini equatoriali delle coperture glaciali. Nel Quaternario si sono susseguiti 4 periodi glaciali che sono Günz, Mindel, Riss e appunto Würm.

La responsabilità della CO2
I processi che sottendono al riscaldamento terrestre sono quindi del tutto naturali, ma la vulgata giornalistica e politica ne attribuisce la responsabilità pressoché unica o comunque determinante all’effetto serra della CO2 prodotta dalle attività umane. L’unico dato concreto su cui tale ipotesi si basa è una correlazione positiva tra aumento delle temperature medie e aumento della CO2 in atmosfera. Tale correlazione, trasformata tout court in rapporto causa effetto, è la premessa fondativa per i super modelli matematici che hanno permesso ad Al Gore, vicepresidente degli USA durante la presidenza di Bill Clinton, di predire, nel 2006, la totale sparizione, per fusione, della banchisa polare nel giro di sette anni (4). Di anni ne sono passati 19, la banchisa polare è ancora lì e gode di ottima salute.

L’errore grossolano fatto da Al Gore e dai sostenitori dell’origine antropica del riscaldamento globale sta nella premessa ai loro modelli e cioè nell’aver trasformato la correlazione aumento della CO2/aumento della temperatura media globale, che peraltro non è sempre verificata ed è affetta da numerosi problemi di tipo metodologico sulla raccolta dei dati di temperatura, in un rapporto di causa-effetto. Tale rapporto avverrebbe attraverso un presunto processo fisico denominato in modo erroneo, ancorché giornalisticamente molto efficace, effetto serra della CO2, privo tuttavia di fondamenti logici e fisici.

Prima di entrare nel merito dell’effetto serra occorre dare un’idea del tenore di CO2 presente nell’atmosfera terrestre. L’atmosfera è composta per circa il 79% da N2 (azoto, un gas inerte), per poco più del 20% da O2 (ossigeno, il gas che grazie alle sue proprietà reattive sottende alle reazioni metaboliche degli esseri viventi), poi un 1% di Ar (argon, gas nobile). Gli altri elementi presenti in atmosfera sono in proporzioni così scarse da non venire nemmeno definiti in % ma in ppm (parti per milione), si tratta infatti di elementi in tracce. La CO2 è tra questi; i dati forniti dall’osservatorio del Mauna Loa alle Hawaii indicano per gli ultimi anni un tenore in atmosfera di circa 415-420 ppm (5).

Questi già scarsi tenori di CO2 solo in parte potrebbero essere attribuiti alle attività antropiche. Infatti, grazie ai carotaggi dei ghiacci antartici entro cui sono intrappolate microscopiche bolle d’aria di un remoto passato, si è potuto scoprire che negli ultimi 400.000 anni il tenore di CO2 è stato oscillante (da poco meno di 200 a circa 300 ppm) (6), circa un quarto della quantità di CO2 attualmente presente in atmosfera potrebbe (il condizionale è d’obbligo) avere un’origine antropica. Quindi questi 100-120 ppm di CO2 sarebbero responsabili dell’effetto serra che avrebbe prodotto lo sbandierato disastro del climate change.

Prima di entrare nella fisica del processo va detto che il termine effetto serra è improprio in quanto in una serra artificiale l’aria riscaldata dai raggi solari non è libera di espandersi convettivamente in quanto viene trattenuta da pareti di vetro. In atmosfera non esistono pareti di vetro, quindi l’unica maniera per trattenere il calore dell’irraggiamento solare riflesso dalla superficie terrestre (albedo) è attraverso il riscaldamento dei gas presenti in atmosfera. A sua volta il riscaldamento per irraggiamento può avvenire solo se la radiazione elettromagnetica irraggiata è capace di interferire, aumentando le ampiezze e quindi le velocità vibrazionali, con le molecole che compongono i gas. Ovviamente l’interferenza può esistere solo per lunghezze d’onda della radiazione elettromagnetica analoghe, o molto vicine, alle ampiezze vibrazionali delle molecole sottoposte a irraggiamento.

Questo effetto nel caso dell’H2O è molto evidente, e ciò deriva dalla natura polare del legame H-O e dalla sua geometria che fa di questa molecola un vero dipolo elettrico in grado di avere diversi gradi di libertà e di oscillare secondo varie configurazioni. Proprio le numerose oscillazioni della molecola di H2O permettono un assorbimento efficace di numerose lunghezze d’onda della radiazione elettromagnetica, in particolare nello spettro dell’infrarosso. Ed è grazie al riscaldamento dell’acqua presente nella bassa atmosfera (con tenori variabili da 0.3 a 5%), che la temperatura media del nostro pianeta si attesta attorno ai 15°C, se non ci fosse l’H2O essa precipiterebbe a valori al di sotto degli 0°C e avremmo delle escursioni termiche fortissime tra giorno e notte, analogamente a quanto si osserva nelle aree desertiche o in alta montagna, ove il tenore di umidità atmosferica è molto basso.

Ma veniamo adesso alla CO2, in questo caso si tratta di una molecola lineare con legame C-O di natura covalente. Questa molecola ha un numero limitato di gradi di libertà e può oscillare solo secondo quattro configurazioni; può assorbire esclusivamente quattro frequenze di radiazioni infrarosse e quindi riscaldarsi molto poco. In pratica. la CO2 ha l’effetto riscaldante più scarso possibile, rispetto ad altri gas, nei confronti dell’interazione con le radiazioni elettromagnetiche che causano il famigerato effetto serra. Tanto è vero che lo stesso IPCC, che ha determinato un coefficiente di capacità di riscaldamento di ogni specie gassosa, definito GWP (Global Warming Power), ha dato alla CO2 il valore di 1 cioè il più basso possibile.

Da quanto detto appare evidente come l’anidride carbonica antropogenica, con un tenore di poche decine di ppm, non possa in alcun modo ritenersi responsabile per l’innalzamento delle temperature medie globali. Inoltre, va aggiunto che, data la non plausibilità fisica dell’effetto serra ad opera della CO2 antropica, i sostenitori di tale tesi avrebbero dovuto, per provarla al di là di ogni ragionevole dubbio, effettuare degli esperimenti nei quali fosse misurabile il riscaldamento ad opera della radiazione solare su tenori incrementanti di CO2. Un esperimento non complicato da farsi e replicabile da altri laboratori, così come il metodo scientifico prevede. Purtroppo, non esistono esperimenti di tal fatta, e questo mi induce a ipotizzare che, se realizzati, non porterebbero a risultati favorevoli all’ipotesi del riscaldamento causato dalla CO2 di origine antropica.

A corollario di quanto esposto va detto che la determinazione delle temperature medie e quindi delle variazioni di queste per l’intero pianeta è un’operazione assai difficile. Negli ultimi anni, grazie alla diffusione dei satelliti, essa può essere fatta in maniera relativamente significativa, ma in passato essa veniva ottenuta attraverso il confronto e la media delle temperature annuali riscontrate nelle stazioni meteorologiche sparse per il pianeta. Tuttavia, la distribuzione di tali stazioni è molto scarsa e irregolare, con un addensamento nelle regioni tecnologicamente più evolute come Europa e Nord America e un diradamento fino all’assenza in Africa, Asia, Sud America, per non parlare degli oceani che pur coprendo oltre 2/3 della superficie planetaria non hanno stazioni meteorologiche.

Il valore delle temperature medie del globo per gran parte del XX o per il XIX secolo è quindi privo di reale significatività. Ancor peggio quando si vanno a determinare le temperature in epoche nelle quali non esistevano i termometri. Ricordo che il termometro a mercurio fu inventato da Gabriel Fahrenheit nel 1714, in quel caso per la determinazione delle temperature medie si usano delle deduzioni dette proxy, quali lo spessore degli anelli degli alberi o la distribuzione degli isotopi dell’ossigeno, ecc. Appare evidente come tali deduzioni, peraltro puntuali e non diffuse su tutto il globo, siano affette da errori grossolani e incertezze spesso superiori, per ordini di grandezza, al dato che si vuole ottenere, rendendo ancor meno significative le stime di temperature medie globali.

Concludo le mie considerazioni con la confessione di un’amarezza e di uno scoramento che provo nel vedere come questa spietata propaganda e azione politica condannino senza appello l’anidride carbonica che è il gas della vita. Vorrei descrivere il sentimento di profonda gratitudine nei confronti di tale gas, approfittando delle parole tratte dal capitolo “Carbonio” ne Il sistema periodico di Primo Levi, uno dei più grandi ed acuti scrittori italiani, che dopo i suoi studi di chimica all’Università di Torino ha vissuto l’esperienza dolorosa del campo di concentramento nazista che lo ha trasformato in uno dei più profondi investigatori dell’animo degli umani:

Ma c’è di più e di peggio a scorno nostro e della nostra arte. L’anidride carbonica, e cioè la forma aerea del Carbonio di cui abbiamo finora parlato: questo gas che costituisce la materia prima della vita, la scorta permanente a cui tutto ciò che cresce attinge, e il destino ultimo di ogni carne, non è uno dei componenti principali dell’aria, bensì un rimasuglio ridicolo, un’impurezza trenta volte meno abbondante dell’Argon di cui nessuno si accorge… Questo in scala umana è un’acrobazia ironica, uno scherzo da giocoliere, una incomprensibile ostentazione di onnipotenza-prepotenza, poiché da questa sempre rinnovata impurezza dell’aria veniamo noi: noi animali e noi piante e noi specie umana, con i nostri miliardi di opinioni discordi, i nostri millenni di storia, le nostre guerre e vergogne e nobiltà e orgoglio (7)”.

Note
1) Global Land-Ocean Temperature Index, dal sito del GISS – Goddard Institute for Space Studies – della NASA.
2) Shaun A. Marcott, Jeremy D. Shakun, Peter U. Clark, Alan C. Mix, «A Reconstruction of Regional and Global Temperature for the Past 11,300 Years», Science, 8 March 2013, vol. 339, pp. 1198-1201.
3) Giacomo Biserni, Henk J. A. Berendsen, Fabio Sandrelli, «Holocene evolution of the Ombrone alluvial plain (Tuscany, Central Italy)», Bull. Soc. Geol. It., vol. 124, 2005, pp. 465-474.
4) An Inconvenient Truth, Davis Guggenheim, 2006.
5) NOAA Global Monitoring Laboratory.
6) Albrecht Neftel, Hans Oeschger, Jakob Schwander, Bernhard Stauffer e Rolf Zumbrunn, «Ice core sample measurements give atmospheric CO2 content during the past 40,000 yr», Nature, 295-1982, pp. 220-223.
7) Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 2014, pp. 215-216.

Decarbonizzazione europea ultima modifica: 2026-03-12T04:37:00+01:00 da GognaBlog

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28 pensieri su “Decarbonizzazione europea”

  1. A mio parere, le soluzioni proposte da Dyson (stoccare la CO2 nel suolo, tramite l’incremento di sostanza organica, che può essere a lunghissima scadenza) e di Mancuso (stoccarla nella biomassa legnosa, per tirare avanti qualche decennio o magari un secolo) sono entrambe degne di considerazione, ma si scontrano con difficoltà di rilievo, alcune già sollevate da Regattin. Dal punto di vista dei suoli, l’incremento di sostanza organica sarebbe molto utile, anche per lo svolgimento di molti dei servizi ecosistemici che il suolo svolge, a cominciare dalla capacità produttiva. Ci sono però due problemi: l’incremento richiede tempi molto lunghi e quantità enormi di sostanza organica da destinare al suolo e questa in realtà non esiste. Inoltre, il processo non potrebbe andare avanti all’infinito: ogni suolo ha un massimo possibile di stoccaggio, in funzione soprattutto della sua tessitura. E’ vero che questo limite per molti suoli è ancora lontano, ma la cosa va tenuta presente. In definitiva: non esistono singole soluzioni miracolistiche. Esistono però molti approcci che possono interagire per affrontare (risolvere? Chissà…) il problema. Rimanendo ai suoli, già sarebbe un ottimo risultato se questi non si comportassero globalmente da emettitori di CO2, come avviene se vengono gestiti malamente (il caso classico è quello delle lavorazioni agricole profonde, spesso inutili, che fanno perdere sostanza organica ed emettere molta CO2 in atmosfera).

  2. Regattin, basterebbe avere la volontà politica (a livello internazionale) di farlo. Su quello che dici dopo concordo al 100%. Ma c’è dell’altro (ieri mi sono fermato …). E’ necessario un cambio di rotta su vari fronti: riduzione dei fabbisogni ovvero edifici più isolati, auto più piccole e meno energivore (quale costruttore costruisce auto che facciano oltre 30 km con 1 litro? Nessuno!), ottimizzazione dei consumi nel settore produttivo (c’è ancora moltissimo da fare …). Solo dopo utilizzare le compensazioni tipo Carbomark (su questo argomento c’è un corso di Unimont il pomeriggio del giorno 19, tra 3 giorni …). Con il metodo compensativo si possono ottenere gli stessi risultati delle rinnovabili ad un costo inferiore MA SOPRATTUTTO DANDO VALORE ALLA MANUTENZIONE DELLE FORESTE INTESE COME SERVIZI ECOSISTEMICI GLOBALI (regimazione delle acque, trattenimento del terreno, supporto alla biodiversità animale e vegetale che è MOLTO DI PIU’ della monetizzazione della legna che si ricava). Qualche anno fa l’insieme delle università italiane del settore forestale aveva organizzato un convegno sul tema, mi sembra a Roma o all’Università della Tuscia, invitando il ministero dell’Ambiente. Bene, del Ministero dell’Ambiente NON SI E’ PRESENTATO NESSUNO! (Ma va là! … Che caso strano ….). No comment.

  3. L’unica possibilità è piantare mille miliardi di alberi, di cui non si parla perché non è un’opportunità economica. 

    Massimo, di questa proposta se ne è già discusso in un altro post. È un obiettivo irrealizzabile per molte ragioni: mancanza di tempo (qualcuno ha calcolato che ci vorrebbero quasi due secoli per realizzare l’operazione! Ma anche se bastassero 50 anni sarebbero comunque troppi), difficoltà logistiche di vario tipo (produzione delle piantine, spazi dove piantarle), difficoltà nella cura e manutenzione delle piante, non ultimo il fatto che  ogni anno nel mondo scompaiono, per fare posto alle monocolture, milioni di ettari di foreste primarie. 
    Il problema andrebbe affrontato alla base, come ormai più volte discusso in precedenza: a partire dalla riduzione del consumo di carne significa meno foresta eliminata, meno monocolture, meno Co2 immessa nell’atmosfera e meno idee strampalate che non verranno mai realizzate.

  4. (seguito)
    Ci sono cinque riserve di carbonio che sono biologicamente accessibili in tempi brevi, senza contare le rocce carbonatiche e gli oceani profondi che sono accessibili solo su una scala temporale di migliaia di anni. I cinque bacini accessibili sono l’atmosfera, le piante terrestri, il terriccio in cui crescono le piante terrestri, lo strato superficiale dell’oceano in cui crescono le piante oceaniche e le nostre riserve provate di combustibili fossili. L’atmosfera è il più piccolo serbatoio e i combustibili fossili sono i più grandi, ma tutti e cinque i serbatoi sono di dimensioni comparabili. Tutti interagiscono fortemente tra loro. Per comprenderne uno, è necessario comprenderli tutti.
    Riguardo al tema del rapporto del controllo della CO2 con la vegetazione e lo stoccaggio di carbonio NEL TERRENO con opportune pratiche agricole ecco cosa scrive Stefano Mancuso:
    «L’uomo deve dimostrare che il cervello è un vantaggio evolutivo e non il contrario. La soluzione non è l’auto elettrica. L’unica possibilità è piantare mille miliardi di alberi, di cui non si parla perché non è un’opportunità economica. Ci consente di guadagnare settant’anni in cui trovare altre soluzioni. Solo le piante ci salveranno.»
    La sfida non sono le centrali nucleari a fusione di la’ da venire. E neppure quelle a fissione che utilizzano Uranio e Plutonio (Crovella, quanto uranio e plutonio abbiamo in Italia per renderci indipendenti?). La sfida è l’integrazione di pratiche colturali a stoccaggio di CO2 nel terreno e quei crediti di carbonio da accrescimenti forestali certificati di cui al progetto Carbomark di regione Veneto di 10 anni fa lasciato miseramente fallire per gli enormi interessi del settore delle rinnovabili.
    Scusate ma mi sono dovuto togliere i sassolini dalle scarpe.
    Saluti.
    MS

  5. (seguito)
    Il punto di questo calcolo è il tasso di scambio molto favorevole tra carbonio nell’atmosfera e carbonio nel suolo. Per impedire che il carbonio nell’atmosfera aumenti, abbiamo solo bisogno di crescere la biomassa nel suolo di un centesimo di pollice l’anno. Il buon terriccio contiene circa il dieci percento di biomassa, [Schlesinger, 1977], quindi un centesimo di pollice di crescita di biomassa significa circa un decimo di pollice di terreno vegetale. I cambiamenti nelle pratiche agricole come l’agricoltura senza lavorazione, evitando l’uso dell’aratro, fanno sì che la biomassa cresca almeno altrettanto rapidamente. Se pianifichiamo colture senza arare il terreno, una parte maggiore della biomassa entra in radici che rimangono nel terreno e meno ritorno nell’atmosfera. Se usiamo l’ingegneria genetica per mettere più biomassa nelle radici, possiamo probabilmente ottenere una crescita molto più rapida del suolo. Concludo da questo calcolo che il problema del biossido di carbonio nell’atmosfera è un problema di gestione del territorio, non un problema di climatologia. Nessun modello informatico di atmosfera e oceano può sperare di prevedere il modo in cui gestiremo la nostra terra. La ragione fondamentale per cui il biossido di carbonio nell’atmosfera è di fondamentale importanza per la biologia è che ce n’è così poco. Un campo di grano che cresce alla piena luce del sole nel mezzo del giorno consuma tutta l’anidride carbonica entro un metro dal terreno in circa cinque minuti. Se l’aria non fosse costantemente agitata dalle correnti di convezione e dai venti, il grano smetterebbe di crescere. Circa un decimo di tutto il biossido di carbonio nell’atmosfera viene convertito in biomassa ogni estate e restituito all’atmosfera ogni autunno. Questo è il motivo per cui gli effetti della combustione dei combustibili fossili non possono essere separati dagli effetti della crescita e del decadimento delle piante. 
    (segue)

  6. Vi riporto questo testo da Freeman Dyson ‘Pensieri eretici sulla scienza e la società’:
    “Discuterò in dettaglio il problema del riscaldamento globale perché è interessante, anche se la sua importanza è esagerata. Una delle principali cause del riscaldamento è l’aumento del biossido di carbonio nell’atmosfera derivante dalla nostra combustione di combustibili fossili come petrolio, carbone e gas naturale. Per capire il movimento del carbonio attraverso l’atmosfera e la biosfera, abbiamo bisogno di misurare un sacco di numeri. Non voglio confondervi con un sacco di numeri, quindi vi chiederò di ricordare solo un numero. Il numero che ti chiedo di ricordare è un centesimo di pollice all’anno (0,254 mm/a NDT). Ora spiegherò cosa significa questo numero. Considera la metà della superficie terrestre della terra che non è deserto o calotta di ghiaccio o città o strada o parcheggio. Questa è la metà della terra che è coperta di terra e sostiene la vegetazione di un tipo o dell’altro. Ogni anno assorbe e converte in biomassa una certa frazione del biossido di carbonio che emettiamo nell’atmosfera. La biomassa significa creature viventi, piante e microbi e animali, e i materiali organici che vengono lasciati indietro quando le creature muoiono e si deteriorano. Non sappiamo quanto una parte delle nostre emissioni sia assorbita dalla terra, poiché non abbiamo misurato l’aumento o la diminuzione della biomassa. Il numero che ti chiedo di ricordare è l’aumento di spessore, media di oltre la metà della superficie terrestre del pianeta, della biomassa che risulterebbe se tutto il carbonio che emettiamo bruciando combustibili fossili fosse assorbito. L’aumento medio dello spessore è pari a un centesimo di pollice all’anno. (segue)

  7. Uso fare questa equivalenza 1 mm = 1 anno.
    Vita media umana: 8,5 cm.
    Gli ultimi 200 anni dalla rivoluzione industriale ad oggi: 20 cm
    1000 anni = 1 m
    1 milione di anni MA = 1 km
    (l’uomo è comparso circa 2 km fa ma l’intera storia umana – intesa come uso della scrittura, dai Sumeri ad oggi – sono solo 5 m)
    200 MA (dolomia norica in Dolomiti e Prealpi) = 200 km
    550 MA (Cambriano, l’esplosione di vita sulla terra) = 550 km fa
    Leggere di Eelco Rohling “Oceani: una storia profonda” edizioni Ambiente, lo trovate anche nelle biblioteche, in cui sono descritti i vari episodi ‘terra-palla-di-neve’ ossia glaciazioni precedenti il paleozoico.
    Tutte le variazioni che ci sono state, in termini temporali umani, sono delle VARIAZIONI LENTISSIME in cui gli ecosistemi hanno avuto il tempo di adattarsi. La variazione da 280 a 420 ppm della concentrazione di CO2 in 200 anni NON E’ UN FLESSO E’ UNA FORZANTE A SCALINO. Se non siamo nella m…a più completa è semplicemente per l’acidificazione degli oceani che stanno assorbendo CO2 negli strati superficiali.
    Seguito nel prossimo post.

  8. Rileggo ora i commenti.
    Riporto alcuni dati (copia/incolla di una semplice ricerca in rete).
    “Negli ultimi 500 milioni di anni (Fanerozoico), la concentrazione di CO₂ in atmosfera ha subito variazioni drastiche, passando da livelli molto alti (oltre 3000-5000 ppm) a livelli relativamente bassi (sotto i 300 ppm), influenzando pesantemente il clima terrestre. La tendenza generale a lungo termine è stata una diminuzione, interrotta da picchi ciclici. La concentrazione di CO2 durante il Paleozoico (541-252 milioni di anni fa) è stata generalmente molto più elevata di quella attuale, con oscillazioni significative. Si stima sia stata, in media, diverse volte superiore ai livelli pre-industriali con picchi che hanno superato i 5000 ppm in epoche come il Cambriano, per poi diminuire drasticamente nel Carbonifero. 
    • Inizio Paleozoico (Cambriano-Ordoviciano): I livelli di CO2 erano estremamente alti, favorendo un clima serra (greenhouse) con concentrazioni che potevano essere oltre 10-15 volte superiori a quelle odierne.
    • Paleozoico inferiore (ca. 500-400 milioni di anni fa): Livelli estremamente elevati, stimati tra 3.000 e 9.000 ppm, molto più alti di oggi. Nonostante l’alta CO₂, le temperature non erano estreme a causa di un sole meno luminoso.
    • Carbonifero (ca. 350-300 milioni di anni fa): La diffusione delle prime grandi foreste ha causato un drastico crollo della CO₂, scendendo dai 2000 ppm a livelli simili o inferiori a quelli pre-industriali, innescando una grande era glaciale.
    • Mesozoico (era dei dinosauri, 250-66 milioni di anni fa): I livelli di CO₂ sono tornati a salire, raggiungendo picchi nel Triassico (220-200 Ma) e nel Cretaceo, caratterizzando un clima “serra” molto caldo.
    • Cenozoico (ultimi 66 milioni di anni): Tendenza generale alla diminuzione della CO₂ e raffreddamento del pianeta.
    o Picco Eocene (51 Ma): Un massimo termico ha portato la CO₂ a circa 1600 ppm.
    o Raffreddamento Oligocene/Miocene (34-15 Ma): La CO₂ è scesa sotto le 700 ppm, portando alla formazione della calotta antartica.
    • Quaternario (ultimi 2,6 milioni di anni): La CO₂ è rimasta bassa (tra 180 e 280 ppm), oscillando tra ere glaciali e periodi interglaciali. 
    Confronto con l’attualità La concentrazione attuale (superiore a 420 ppm nel 2023-2024) è la più alta da 800.000 anni a questa parte, ma geologicamente superiore a quella degli ultimi 14 milioni di anni. La velocità di aumento attuale è tuttavia senza precedenti nel record geologico.”
    Considerazioni nel prossimo post.

  9. Senza una netta conversione alle centrali nucleari di nuova generazione (non solo in Italia, ma in tutta Europa), non c’è una vera soluzione a tutti questi problemi, per cui si continuerà a barcamenarsi… L’alternativa di tappezzare il territorio con le fonti rinnovabili (pannelli e/o pale), oltre che esteticamente brutta, non convince perché viene considerata troppo aleatoria per le esigenze produttive. L’attuale situazione per cui i nostri rifornimenti energetici  dipendono da soggetti terzi (nel caso del gas, poco rileva che si tratti della Russia o degli USA , perché sempre soggetti “terzi” sono) ci lascia in balia di  “ricatti” di ogni genere… L’unica soluzione strutturale è il nucleare pulito di nuova generazione: tagliamo alla radice il problema. Chi ha paura per la diffusioni di radiazioni in caso di incidente, sappia che l’Italia del nord è già oggi circondata da oltre 20 centrali francesi, svizzere, tedesche e slovene. La più vicina all’Italia, una centrale slovena, è a 100 km dal confine! Sull’altra versante, quello nordoccidentale, mi pare che la centrale francese sia a 150 km o poco più dal confine. Insomma basta un vento di intensità “media” e le radiazioni ci coinvolgono in pochissimo tempo.
    Per cui allo stato attuale, siamo esposti al rischio come se avessimo le centrali in Italia, ma in realtà non le abbiamo e quindi non ne beneficiamo in termini di produzione di energia.

  10. “stai davvero sostenendo che i castori costruiscano le loro dighe senza alcuna intenzione funzionale”
    Giuseppe non giocare con le parole.
    Certo che i castori costruiscono le dighe per stabilizzare l”altezza delle pozze e rendere più sicure le loro tane, però non lo fanno in base a un ragionamento.
    Se un castoro lo metti in un posto dove ci sono fiumi e pozze ma non alberi non sposta i sassi per fare le dighe.
    A partire dal neolitico (circa) l’uomo ha modificato tutti gli ambienti naturali in cui è arrivato in tutti i modi possibili che è riuscito ad escogitare per poterci vivere.
    Possiamo anche paragonare l’azione di costruzione della nicchia dell’uomo a quella degli altri animali, ma il problema è che la “nicchia” è l’intero pianeta e la velocità della costruzione molto maggiore della velocità di adattamento di qualsiasi ecosistema.
    Il che ha già portato all’estinzione di migliaia di specie e stiamo ancora accelerando…sarebbe interessante paragonare intensità e velocità di questa estinzione di massa a quelle delle precedenti (non che io sia in grado di farlo!)
    Tutto ciò non è un grosso problema per il pianeta (che se ne frega) né per la biosfera (che comunque alla fine si adatta), ma per noi si. Sopratutto perché insistiamo a non rendercene conto, con articoli come questo.

  11. Cara Grazia, non ho dubbi che il professor Ferlito sia una persona di grande cultura e che ascolterei volentieri.
    Fra l’altro mi piacerebbe moltissimo tornare a vedere con i miei occhi la Sicilia e la zona dell’Etna in particolare – ma perché mai si dirà scendere quando si fa riferimento al recarsi in questi luoghi non l’ho mai capito – che visitai l’ultima volta da (ormai) fin troppi anni e dove ho lasciato un frammento di cuore.
     
    Tuttavia, nel mio intervento non ho messo in discussione la sua persona, ma alcune affermazioni contenute nell’articolo. E altre ne avrei potuto sottolineare.
    Questo nello spirito scientifico invocato dall’incipit, dove ciò che conta non è l’autorevolezza di chi parla, ma la verificabilità di ciò che viene detto.
     
    Pertanto, nello specifico, se ritieni che le osservazioni che ho fatto – ad esempio sul GWP della CO2, sulle sue bande d’assorbimento o sull’uso della media dei 120 anni – siano errate, sarò felice di discuterle con te nel merito.
     
    @16
    Matteo, in realtà la questione non è semplicemente “semantica“.
    In biologia evolutiva esiste il concetto di “costruzione della nicchia” (niche construction), che descrive proprio il modo in cui molti organismi modificano a proprio vantaggio l’ambiente in cui vivono.
     
    Sul fatto che ciò avvenga “intenzionalmente e secondo un progetto” possiamo discutere, chiarendoci sia il significato di intenzionalmente che di progetto.
     
    Ad esempio, stai davvero sostenendo che i castori costruiscano le loro dighe senza alcuna intenzione funzionale, in modo del tutto casuale (senza un progetto) e senza rispondere alle loro esigenze immediate?

  12. Giuseppe, ti invito a scendere – in tuti i sensi, non solo in Sicilia – per incontrare il Professor Ferlito, che sono certa ti farebbe piacere ascoltare, considerata la sua vasta cultura, non limitata alle Scienze Geologiche.

  13. “Modificare l’ambiente a proprio vantaggio (reale o presunto) è una forma di adattamento, così come lo sono le modificazioni biologiche a fronte di mutamenti ambientali.”
    E’ una questione semantica, Giuseppe, comunque diciamo che l’essere umano è l’unico animale che nella sua evoluzione ha imparato a modificare l’ambiente intenzionalmente e secondo un progetto per adattarlo alle proprie esigenze immediate. Cosa che non fanno castori, formiche, virus ed elefanti.
    E le loro “creazioni” non sono ingegneristicamente ben progettate, come non sono ben progettati un osso o la struttura tubolare di un bambù o il tronco di un albero; anche se resistono molto bene agli sforzi in una data direzione sono una cosa molto differente da un ponte

  14. Ah, questo è sempre possibile, Piero lo Scognomato, ma diventa quasi una certezza per coloro che parlano senza entrare nel merito delle questioni.
    E a prescindere dal grado di “cultura tecnica“, pensa un pò 🙂

  15. Non è che siamo noi commentatori ( Però con “buona cultura tecnica” ) ad essere come le :”Legioni di imbecilli” di cui parla Eco in un celebre passo ?“i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar, dopo un bicchiere di vino, …”https://www.dsbga.unict.it/docenti/carmelo.ferlito

  16. Matteo, dobbiamo intenderci sul significato della parola adattamento.
     
    Modificare l’ambiente a proprio vantaggio (reale o presunto) è una forma di adattamento, così come lo sono le modificazioni biologiche a fronte di mutamenti ambientali.
    La prima opera su scala temporale pari all’arco di vita di un singolo individuo o qualche generazione; la seconda su migliaia di anni (escludo dal discorso le mutazioni, che sono altra cosa).
     
    Entrambe queste forme appartengono alla razza umana, ma non in modo esclusivo.
    Ci sono molti esempi di esseri viventi che modificano l’ambiente: imenotteri come formiche e api, termiti, roditori, che costruiscono complesse tane ingegneristicamente molto ben progettate.
    Nei boschi, le specie fungine elaborano gli scarti legnosi producendo nutrimento per altre piante e organismi del suolo, che a loro volta produrranto altri scarti da elaborare.
    Su scala planetaria, i cianobatteri, qualche miliardo di anni, fa hanno modificato profondamente la composizione dell’atmosfera, rendendo possibile la vita così come la conosciamo (però ci hanno messo parecchio tempo, eh 🙂 ).
     
    Ciò che distingue gli esseri umani non è la capacità di cambiare l’ambiente in sé, né la scala dei cambiamenti che possono operare, ma la velocità con cui lo fanno.
    Un’altra possibile differenza sarebbe la consapevolezza di ciò che facciamo, anche se, in molti casi, nutro qualche dubbio sulla sua reale esistenza 🙂

  17. “Trovo buffo affermare che gli umani siano gli “unici esseri viventi a essere così lenti ad adattarsi” dopo che abbiamo colonizzato ogni angolo di terra emersa”
    Giuseppe, perché? In realtà siamo l’unico essere vivente conosciuto in grado di cambiare l’ambiente per adattarlo a se’ anziché adattarsi lui, anche se in realtà un po’ si modifica anche lui, in particolare penso agli adattamenti fisici (e ai relativi problemi) derivati dall’agricoltura e dall’allevamento.
    Siamo l’unico animale che ha provocato, in un tempo breve peraltro (20000 anni), l’estinzione di massa di un mucchio di animali (tra cui almeno 2 se non 3 specie affini alla nostra con cui avevamo convissuto per centinaia di migliaia di anni), desertificazioni e adesso mutamenti climatici.
    Come sempre, il maggior problema è proprio la miglior capacità, se usata senza criterio: quella di cambiare l’ambiente.

  18. Cara Grazia, parlo per me, ma sarei ben felice di “parlare verbalmente in presenza dell’autore” di questi temi, restando però nel merito degli stessi.
    Infatti non serve essere “anche un fisico” per discutere un articolo divulgativo come quello proposto: è sufficiente un minimo di cultura (possibilmente tecnica, nel caso specifico).
     
    Qui non si tratta di “volersi assoggettare a una voce unica che pretende di affermare il vero” “preferendo farci ciechi piuttosto che alzare lo sguardo verso la luce” (qualunque cosa voglia dire) ma di verificare la base di certe affermazioni, utilizzando lo “spirito scientifico” invocato proprio dall’incipit all’articolo stesso.
     
    Il quale, piaccia o no, considera irrilevante che le affermazioni provengano da c.d. “pensiero unico” o di c.d. “controinformazione” (qualunque cosa esse siano).
    Su questo punto, Grazia, riguardo articolo e tua risposta al mio commento, mi dispiace dire che non ci siamo.
     
    Quanto alla domanda, “Se davvero crediamo che la variazione dei parametri terrestri sia imputabile agli umani, perché continuiamo le nostre attività?“, che trovo interessante, possibili risposte possono essere trovate ad esempio nel principio di inerzia, nel nostro limitato orizzonte temporale, nel nostro guardare principalmente al proprio interesse, e, ultimo ma non ultimo, negli enormi interessi economici che, riguardo a questo tema, manovrano “una voce unica” (questa sì) volta al mantenimento dello status quo.
     
    Trovo altresì buffo, da chi si considera illuminato, il tanto esecrare la c.d. BigPharma quanto il tollerare la c.d. BigOil.
     
    P.S.
    E, sì, in termini geologici, “la colonizzazione degli umani” è iniziata proprio ieri.
    La scala temporale con cui il Pianeta pensa è diversi ordini di grandezza maggiore rispetto a quella di noi effimeri.

  19. Continuando a ribadire che sono certa che nessuno dei commentatori  sarebbe in grado di parlare verbalmente in presenza dell’autore negli stessi termini, mi amareggia osservare quanto sia facile trasformare qualunque spazio in un’arena. 
    Giuseppe, ora sei anche un fisico?
    Quando è cominciata la colonizzazione degli umani? Ieri, forse?
    Conosco pochissime persone che sono in grado di cambiare rotta velocemente e, nella maggioranza dei casi, lo fanno in seguito a un trauma.
    Molto diversa è l’attitudine di qualunque altro animale o essere vivente.
    Se davvero, poi, si crede fermamente che la variazione dei parametri terrestri sia solo imputabile agli umami, vorrei capire perchè, di grazia, seguitiamo le nostre attività indisturbati – e non diamo per cortesia, la responsabilità a terzi.
    Il volersi assoggettare a una voce unica che pretende di affermare il vero non è altro che la prova di quanto siamo fragili, preferendo farci ciechi (come in Cecità di J. Saramago) piuttosto che alzare lo sguardo verso la luce.

  20. E perché ha scelto come limite proprio 120?
     
    Perché se avesse scelto, ad esempio, gli ultimi 30, invece di 6 millesimi di grado all’anno avrebbe dovuto scrivere 20 millesimi, quindi meno in accordo con la narrazione che vuole sostenere. Così diluisce l’accelerazione recente, chè è uno dei punti cruciali del fenomeno.
    Il che è un buon segnale di quanto poco di scientifico ci sia in questo articolo.
     
    Ma, fra le (tante) affermazioni imbarazzanti, la vera perla è quando parla dell’effetto della CO2 scrivendo che “lo stesso IPCC […] ha dato alla CO2 il valore di 1 cioè il più basso possibile“.
    Ignorando (forse) che il GWP è un rapporto fra la capacità di riscaldamento di un gas e quello della CO2, ma che non dice nulla sul suo effetto assoluto, che dipende dalle quantità, dai tempi di permanenza, dalla sovrapposizione fra bande di assorbimento e di emissione, ecc. (e no, non è che la CO2 “può assorbire esclusivamente quattro frequenze di radiazioni infrarosse“, ma i moti rotazionali spalmano queste frequenze in bande e, indovina dove le bande della CO2 sono posizionate rispetto allo spettro di emissione della Terra?).
    Un pò come dire che un oggetto da 1 chilogrammo è il “più scarso possibile“. Salvo cambiare idea quando ti cade su un piede 🙂
     
    Tuttavia, ho apprezzato molto la citazione finale a Primo Levi.
    Il quale, sottolineando che “il destino ultimo di ogni carne” è diventare “un rimasuglio ridicolo” ci richiama all’umiltà.
    Ma l’umiltà non è credere di essere componente irrilevante di ciò che accade sul Pianeta che abbiamo la fortuna di occupare, ma avere la consapevolezza che le nostre azioni hanno, invece, delle conseguenze, e non solo su noi stessi.
    E assumercene la responsabilità.
     
    P.S. Trovo buffo affermare che gli umani siano gli “unici esseri viventi a essere così lenti ad adattarsi” dopo che abbiamo colonizzato ogni angolo di terra emersa 🙂

  21. Ho qualcos’altro da aggiungere.
    Sono d’accordo con MS quando ha etichettato l’autore come “tizio”. Infatti specifica “Università di Catania” senza degnarsi di precisare quale ruolo vi ricopre e in quale facoltà/dipartimento. Professore, ricercatore, rettore, bidello? Scienze matematiche fisiche e naturali, Giurisprudenza, Lettere e filosofia?
    Poi, quando parla dell’aumento delle temperature medie negli ultimi 120 anni è impreciso. Non specifica quando sono avvenuti gli eventi più significativi, se un anno o 120 anni fa. E perché ha scelto come limite proprio 120? Forse perché in quella data ci sono eventi favorevoli alla sua tesi? Inoltre non ci basta conoscere il dato degli ultimi 120 anni, vogliamo anche quello degli ultimi 50, 30, 10. 
    Tenendo sempre presente che, più che le temperature medie, ad essere importanti sono quelle estreme perché sono quelle che causano danni. 
    Prende in giro una previsione di Al Gore del 2006, non le conclusioni più recenti del professor Parisi che come scienziato è più autorevole di Gore.
    Anche sul fatto che la banchisa polare goda di ottima salute avrei da ridire visto che staterelli da niente come Cina, Russia e Stati Uniti d’America stanno cercando di mettere le mani, o meglio le navi, su rotte artiche fino a pochi anni fa impraticabili per ghiaccio.

  22. Sono perplessa per la profusione di epiteti.

    E anche su quanto scritto da Massimo Silvestri: gli ecosistemi naturali impiegano decine di migliaia di anni per adattarsi? Ne hai mai osservato uno?

    Gli unici esseri viventi a essere così lenti ad adattarsi, proprio in virtù della  millantata intelligenza che li porta ad attardarsi pure sulla forma di un pane da acquistare, sono proprio gli umani!!

  23. la vulgata giornalistica e politica ne attribuisce la responsabilità pressoché unica o comunque determinante all’effetto serra della CO2 prodotta dalle attività umane. 

    I giornalisti e i politici? Sono il 99% degli scienziati che studiano il clima che concordano sulle cause del riscaldamento globale. Anzi alcuni politici tendenzialmente negano non solo la causa ma proprio l’effetto! 
    Comunque ammetto di aver abbandonato la lettura dopo questo incipit da ciarlatano.

  24. Sull’aumento da 280 a 430 ppm in soli 200 anni ha già scritto bene MS.
    Dove l’autore scrive che non esistono esperimenti sull’influenza della CO2 sull’ambiente circostante è una stupidaggine solenne. I primi esperimenti per dimostrare che la CO2 riscalda l’ambiente circostante sono cominciati nel 1859 per opera dello scienziato alpinista irlandese John Tyndall. Poi nel 1896 il chimico e fisico svedese Arrhenius riprese gli studi di Tyndall e, se da un lato smentì le previsioni più catastrofiche, dall’altro confermò l’idea di base che la CO2 riscalda l’atmosfera. In seguito nel corso del XX secolo varie università confermarono questa conclusione e quando una rete di università mondiali conferma una conclusione ci sono ottime possibilità che questa sia vera.
    Processi come l’oscillazione dell’asse terrestre e la variazione periodica dell’orbita riscaldano o raffreddano il clima ma hanno una periodicità di 25.800 e 40.000 anni quindi sugli ultimi 300 anni sono ininfluenti.
    Dove l’autore dice che le stazioni di misura omette colpevolmente di dire che la stazione di riferimento per la misura della CO2 è il Mauna Loa che si trova in pieno oceano Pacifico ed è uno dei luoghi meno inquinati del mondo, o comunque uno di quelli che possono concorrere al titolo di “meno inquinato”. 
    Quando l’autore insiste sulle temperature medie io mi concentrerei su quelle estreme perché sono quelle che causano danni. Quando un’ondata di calore che nessun uomo ricorda cancella il 40% del raccolto agricolo di una regione, quando in Somalia c’è una siccità che dura da 5 anni, quando l’agricoltura della Nigeria (il paese più popoloso dell’Africa) sta per entrare in crisi causa la siccità agli abitanti di quelle aree importa poco se alcuni decenni fa eventi più freddi hanno mitigato l’aumento della temperatura media del pianeta negli ultimi 120 anni.
    Quando in città abitate da milioni di persone le temperature massime aumentano di “solo” 3 gradi passando dai consueti 44-45 a 47-48 ai loro abitanti importa poco se la differenza tra le temperature minima e massima rilevate sul pianeta è di 150 gradi: importa che la loro città sta diventando invivibile.
    Dove l’aumento delle temperature estreme moltiplica i tifoni, le alluvioni, la siccità, alle persone che vi abitano importa poco se a Vostok si tocca il record di freddo.
    Il peggio deve ancora arrivare e arriverà quando il ghiaccio sciolto rilascerà metano, un gas serra più potente della CO2, e batteri sconosciuti. 
    Infine consiglio almeno la lettura di “La fisica del cambiamento climatico” di Lawrence Krauss.

  25. Lo definirei articolo spazzatura scritto (pagato?) solo per poter dire tutto va ben madama la marchesa.
    Scrivere una montagna di numeri veri ma generare confusione tra milioni, migliaia e centinaia di anni
    Quando uno ha espresso perle come:
    “Gli altri elementi presenti in atmosfera sono in proporzioni così scarse da non venire nemmeno definiti in % ma in ppm (parti per milione)…la CO2 è tra questi…quindi questi 100-120 ppm di CO2 sarebbero responsabili dell’effetto serra che avrebbe prodotto lo sbandierato disastro del climate change.”
    lo inviterei a dare una bella respirata di atmosfera contenente anche solo 200 ppm di H2S e venirmi a dire quanto ha trovato irrilevanti queste scarse le tracce…
     
    Comunque le considerazioni non tengono in conto gli effetti locali del sistema, che sono poi quelle che contano e che sono costitutivi di un sistema, quello atmosferico, che è tutto effetto locale (visto che lo spessore dell’atmosfera è diciamo 20 ppm del raggio terrestre).
    A fronte di un aumento di 1°C della temperatura media terrestre, a Varese la media degli ultimi 10 anni si è alzata di 2.8°C rispetto alla media 1871-1900, mentre la media annuale del 2022 e di 2.6°C più alta di quella di 55 anni fa. Temperature misurate nello stesso posto e nello stesso modo.

  26. @1 L’uso del termine “questo tizio” rende inaccettabile e tecnicamente scorretto colui che lo usa. 

  27. Tra le favole dell’Antropocene c’è per esempio l’erosione  marina che sarebbe un fenomeno preoccupante in questi anni. Negli ultimi duemila anni è accaduto esattamente il contrario: basta considerare la posizione di Ravenna Pisa e Ostia che hanno perduto il porto che avevano sul mare. Del resto tutto il litorale tirrenico era costellato di dune e lagune costiere che soltanto il turismo balneare ha colonizzato in anni recenti. Ora il mare riprende quello che la prepotenza degli uomini gli aveva sottratto.

  28. Appena ho capito l’antifona ho lasciato perdere la lettura, sicuramente sbagliando, ma tant’è! Mi limito ad osservare che 500 milioni di anni fa (MA) dalle ricostruzioni geologiche l’atmosfera conteneva 6000 ppm di CO2, 15 volte di più del valore attuale. La comparsa delle piante fotosintetiche che assorbivano CO2 ha portato alla formazione delle rocce carbonifere 350 MA fa, con una prima riduzione a meno di 1000 ppm. Nel Terziario (triassico, giurassico, cretacico) la concentrazione è di nuovo aumentata oltre 2000 ppm per emissioni vulcaniche ma in questo caso la concentrazione si è ridotta per la fissazione stabile della CO2 nelle rocce calcaree con gli organismi marini: le Dolomiti hanno questa origine! Dopo un lungo periodo, circa 30 MA, attorno a 500-600 ppm, negli ultimi 2 MA la concentrazione si è abbassata a 280-300 ppm e infatti ci sono state 4 glaciazioni nell’ultimo MA. Ora siamo a 430 ppm. E allora dove sta il problema? Sta nel fatto che l’aumento da 280 a 430 ppm si è verificato in meno di 200 anni cosa che in termini geologici è meno di un batter di ciglia e gli ecosistemi naturali per adattarsi a questi cambiamenti necessitano decine di migliaia di anni! Per cui ciò che dice questo tizio, anche se tecnicamente corretto, è inaccettabile! Saluti. MS

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