Delfinato mon Amour

Ho una particolare predilezione per il Delfinato. Montagna severa e scabra, relativamente poco antropizzata, collima alla perfezione con il mio carattere (altrettanto spartano e ruvido) e, in più, combacia con la mia ricerca di spazi solitari e silenziosi. Naturalmente anche in Delfinato ci sono luoghi molto affollati, ma, se si esce da soliti “giri”, ci si sente davvero “soli” con la montagna.

Ciò accade in particolare nella tarda primavera, quando l’orda scialpinistica è già scemata e quella alpinistica sta ancora scaldando i motori. L’alta quota consente di realizzare ottime discese in sci per tutta la primavera fino a giugno inoltrato: anzi in certi passaggi è necessario attendere il totale assestamento nevoso.

Clicca per ingrandire

Fiuto d’alta montagna e capacità di sapersela cavare anche su terreni ostici (spesso con quel tipo di difficoltà alpinistiche dove ci va “mestiere” più che estro talentuoso) sono condizioni imprescindibili per procedere in sicurezza.

Nel mio periodo di più intenso amore per i raid in sci sono riuscito a completare anche questo meraviglioso anello in Delfinato. Bazzicavo già da tempo nel giro della Rivista della Montagna (sempre da collaboratore esterno) ed anche questo articolo convinse Giorgio Daidola, il creatore di Dimensione Sci (il prestigioso annuario della Rivista della Montagna dedicato allo sci) ad ospitarmi una volta di più nelle “sue” pagine.

Ci conoscevamo già, io e Giorgio, all’interno di quel clima meraviglioso che fu il CDA dei tempi d’oro, ma gli articoli confluiti in Dimensione Sci hanno rafforzato notevolmente la nostra conoscenza, che si è poi prolungata fino ai giorni attuali, come sistematico dialogo su tutti i risvolti del meraviglioso mondo dello sci (Carlo Crovella).

L’apertura dell’articolo sulla Rivista della Montagna n. 104, gennaio 1989. La crestina finale al Pic de Neige Cordier. Foto: L. Perazzone.

Delfinato mon Amour
di Carlo Crovella
(pubblicato su Dimensione Sci-Rivista della Montagna n. 104, gennaio 1989)
Foto di Carlo Crovella, salvo diversa indicazione.

Nota 2021: rispetto agli anni ’70-80, il vecchio refuge dell’Alpe du Villar d’Arene è stato sostituito da un nuovo e più comodo fabbricato che si trova in fondo al pianoro, proprio alle pendici del Pic de Chamossière. E’ in genere gestito da metà marzo a metà maggio e da metà giugno in poi (tel. 0033.0476799466): negli altri periodi il locale invernale è sempre disponibile. Più in generale, chi fosse interessato a percorrere il raid deve prudenzialmente riverificare i recapiti, che risalgono alla stesura originaria dell’articolo. In particolare la bibliografia sul Delfinato si è arricchita di testi più recenti, fra i quali spiccano le bellissime Toponeige edite da Volopress di Grenoble.

Se l’ingresso d’onore per il massiccio del Delfinato è costituito dalla Vallouise, con il suo celebre palcoscenico del Glacier Blanc che conduce al trono supremo della Barre des Écrins, la valle che s’incunea a settentrione da Villar d’Arène non dev’essere di certo considerata come la porta di servizio. Fuori dall’orbita di importanti stazioni turistiche (la funivia di La Grave interessa infatti solo i terreni a nord-est della Meije), la valle di Villar d’Arène custodisce gelosamente le caratteristiche più salienti del Delfinato. Le fanno da sfondo montagne selvagge e severe, sorrette da poderosi ghiacciai che si adattano con mille risvolti alle aspre pieghe del terreno. Sono montagne solitarie che poco amano essere frequentate da comitive numerose: a differenza del Dôme de Neige (spalla nevosa della Barre) che accoglie frotte di scialpinisti come fosse una star hollywoodiana ad una conferenza stampa, le cime che coronano la valle di Villar d’Arène si concedono soltanto a interviste private.

Grande Ruine: itinerari sciistici. Foto Camp to Camp.

Non è comunque sufficiente presentare le credenziali di giornalista per essere immediatamente introdotti alla loro corte. Bisogna provare, con abili domande, di conoscere le tecniche più sofisticate del mestiere. Solo così è possibile cogliere le sfumature più profonde ma anche più ricche del vero “stile Oisans”. Queste montagne offrono la loro versione più genuina nella tarda primavera quando, alla piacevole utilità degli sci nei tratti in discesa, è possibile abbinare la libertà di una montagna pulita e solitaria.

Si tratta dunque di uno scialpinismo particolare, fatto di lunghi silenzi e di valloni glaciali incontaminati. La conformazione del terreno, che presenta sempre versanti arcigni, condisce questa attività con una considerevole componente alpinistica, da non sottovalutare assolutamente. L’esperienza che risulta dalla somma di tutti questi elementi, non può lasciare indifferenti, a tal punto che, percorrendo un itinerario, l’occhio fugge già alla ricerca di altre possibili avventure. Così è possibile collegare le cime più importanti con un tour ad anello che, pur sconfinando in altri bacini orografici (Glacier Blanc, Vallone des Etançon), mantiene il suo baricentro nella valle di Villar d’Arène. Il giro compiuto nel senso qui descritto permette di affrontare le maggiori difficoltà alpinistiche (Pic des Agneaux, Col du Pavé) durante la salita e, contemporaneamente, di gustare i terreni sciisticamente migliori (Glacier des Agneaux, Glacier de la Grande Ruine) in fase di discesa. Così impostato, l’itinerario prevede una tappa (la terza) con un dislivello piuttosto considerevole (2000 metri), ma nel corso di quella giornata non si incontrano difficoltà alpinistiche che fanno perdere tempo. In ogni caso, è anche possibile ridurre il tour a soli tre giorni, tornando a casa dopo il Pic de Neige Cordier o rinunciando alle prime due tappe per puntare direttamente alla Grande Ruine. Durante il mese di giugno i rifugi del massiccio sono in genere custoditi solo durante i weekend: è comunque a disposizione il locale invernale, che solitamente non è fornito di materiale da cucina, cosa che impone di portare con sé il fornello. Inoltre, se si prevede di toccare il refuge du Glacier Blanc in periodo presumibilmente affollato, è bene prenotare per telefono. La complessità dell’itinerario, e non solo quella tecnica, richiede una notevole conoscenza dell’alta montagna, unitamente a rassicuranti previsioni meteorologiche.

Grande Ruine: itinerario sciistico. Foto Camp to Camp.

Il tour in pratica
Al solito, prima di passare alla descrizione del percorso vero e proprio, ecco qualche informazione essenziale, da leggere con attenzione.

I rifugi. Quelli che ci interessano, sono in tutto sei: il refuge de l’Alpe du Villar d’Arène 2079 m del CAF di Briançon, 65 posti e un locale invernale con 25 posti; il refuge du Glacier Blanc 2550 m del CAF di Briançon, 130 posti e un locale invernale con 40 posti, tel. 0033/92452407; il refuge des Écrins (Caron) 3170 m del CAF di Briançon, 120 posti e un locale invernale con 24 posti, tel. +33 4 92 23 46 66; il refuge Adéle Planchard 3173 m, di proprietà della STO, 20 posti e un locale invernale con la stessa capienza; il refuge du Chàtelleret 2225 m del CAF d’Isère, 80 posti e un locale invernale di 30, tel. +33 4 76 79 08 27; e per finire il refuge du Lac du Pavé 2843 m del CAF, 20 posti e un locale invernale della stessa capienza.

Telefoni utili. Cominciamo dai bollettini meteo, che vengono registrati tre volte al giorno: quello di Briançon è su https://meteofrance.com/previsions-meteo-france/briancon/05100, quello di Grenoble su https://meteofrance.com/previsions-meteo-france/grenoble/38000. Per chiamare il soccorso bisogna comporre il 92/211085. La Società delle guide di Briançon risponde al numero +33 4 92 20 15 73, il CAF di Briançon al +33 4 92 20 16 52, il CAF di Grenoble al +33 4 76 87 03 73.

Col de la Casse Déserte: approccio dal versante Est. Foto Camp to Camp.

Bibliografia. André Bertrand, Le Haut Dauphiné à ski, Denoël, Parigi 1984. Lucien Devies, François Labande, Maurice Laloue, Le Massif des Écrins (guida alpinistica), Arthaud, Lione 1981. Didier & Richard, Massif des Écrins (randonnée pédestres et a ski), Grenoble 1981.

Cartografia. Indispensabili sono: Didier & Richard 1: 50.000 f. 6, Massif des Écrins e IGN 1: 25.000 f. 241, Meije-Pelvoux.

Dati essenziali e consigli utili. La località di partenza è Le Pié du Col 1700 m, il dislivello complessivo del giro ammonta a 5930 m, la difficoltà d’insieme è OSA. Sono indispensabili corda, piccozza, ramponi e attrezzatura alpinistica. Non va dimenticato neanche il fornellino.

Accesso. Da Briançon sì risale la Valle della Durance e si valica il Col del Lautaret. Si scende quindi verso La Grave e si imbocca il bivio (segnalato) per Le Pié du Col. Non si raggiunge il paese, ma ci si tiene lungo il torrente e si percorre la strada sterrata fino al suo termine. L’ultimo tratto della carrozzabile è attualmente in disordine per via dei lavori relativi alla prossima costruzione di una diga.

Col de la Casse Déserte: itinerario di discesa lungo il versante ovest. Foto Camp to Camp.

Le tappe
1 – Salita al refuge de l’Alpe du Villar d’Arène 2079 m
Punto di partenza: Le Pié du Col 1700 m
Dislivello: 380 m
Tempo: 1.30 – 2 ore

Salita: dal parcheggio delle auto si percorre il sentiero, ampio e segnalato, che porta direttamente al rifugio.

Col du Pavé: itinerario di salita dal versante ovest (Etançons). Foto Camp to Camp.

2 – Traversata del Pic des Agneaux (Cima nord-ovest)
Punto di partenza: refuge de l’Alpe du Villar d’Arène 2079 m
Dislivello: 1550 m in salita; 1080 in discesa
Tempi: 8-9 ore in salita; 3.30 – 4 ore in discesa

Salita: dal rifugio ci si dirige vero il Col d’Arsine 2376 m. All’altezza del colle conviene costeggiare l’alta morena frontale del Glacier d’Arsine per poi imboccare l’evidente valloncello (posto a est dei laghetti), che conduce verso il ghiacciaio. A quota 2465 m si svolta decisamente verso sud-est (e poi est) e, valicando alcune morene laterali, si raggiunge il Glacier Roué d’Arsine. Lo si risale in sci lungo il suo lato orientale, al fine di evitare una piccola seraccata. Ritornando un po’ verso sud-ovest, si passa ai piedi della guglia rocciosa innominata e quotata (IGN) 3129 m. Svoltando di nuovo verso sud-est, si guadagna il colletto a destra della guglia quotata 3266 m. Occorre quindi scendere il ripido canale sul lato opposto (è opportuna una corda doppia) per giungere sul Glacier du Casset.

Veduta panoramica della sezione settentrionale del percorso. Foto Camp to Camp.

Calzati gli sci, è necessario aggirare un nodo di crepacci per poi infilarsi (in direzione ovest) nel vallone glaciale che conduce al Pic des Agneaux. I plateaux terminali sono difesi da un’ampia seraccata il cui superamento si presenta delicato. Sono possibili tre diversi itinerari. Da destra a sinistra di chi guarda, questi sono: 1) si risale uno stretto couloir (45°) compreso tra i seracchi e la cresta rocciosa che, delimitando a nord il Glacier du Casset, lo divide dal Glacier Supérieur d’Arsine. È la soluzione che consigliamo, perché, appena fuori dal canale, si giunge facilmente in vetta per semplici pendii. 2) Si può anche superare direttamente la seraccata, che è però raramente in condizioni. 3) Infine, è pure possibile rimontare il ripido pendio (45°) a sud della seraccata, fino alla base della cima rocciosa degli Agneaux, per poi traversare sopra i seracchi. È decisamente sconsigliabile portarsi sulla cresta divisoria con il Glacier du Monetier: la discesa su quest’ultimo ghiacciaio, infatti, è particolarmente problematica (ripido canale).

Refuge de l’Alpe du Villar d’Arène

Discesa: dalla vetta nevosa (Agneaux Blanc) si raggiunge la sella compresa tra le due cime degli Agneaux. Ci si affaccia sul versante sud-ovest (Glacier Blanc) e si contorna, sul Glacier Tuckett Supérieur, la cima rocciosa puntando al Col Tuckett. Valicato quest’ultimo, si scende in sci il ripido pendio sottostante e si pone piede sul Glacier du Monetier. Lo si percorre in direzione sud-sud-est, bordeggiando la rocciosa cresta spartiacque, fino a guadagnare il Col du Monetier che, parallelo al senso di marcia, si trova alla propria destra.

Riportatisi sul versante Glacier Blanc, occorre percorrere (sci in spalla) la “Cengia di Monetier” che può risultare delicata, specie se molto innevata. La cengia, lunga un centinaio di metri, taglia orizzontalmente i salti di roccia che difendono l’accesso al colle. Al suo termine è possibile calzare gli sci, e divallare con interessanti scivolate lungo il Glacier J. Gauthier e il successivo valloncello, fino al refuge du Glacier Blanc.

Il gruppo Meije-Pic Gaspard visto dalla Grande Ruine.

3 – Traversata del Pic de Neige Cordier 3613 m
Punto di partenza: refuge du Glacier Blanc 2550 m
Dislivello: 1065 m in salita; 1370 m in discesa. Ad essi occorre ancora aggiungere 930 m di risalita
Tempi: 4.30 – 5 ore per la salita; 4 ore per la discesa e 3 – 3.30 ore per la risalita

Salita: dal rifugio si percorre l’itinerario che, risalendo il fianco sinistro orografico del Glacier Blanc, conduce al refuge des Écrins 3170 m. Poco prima di questo rifugio, in corrispondenza (quota 3035 m) del vallone glaciale che scende dal Pic de Neige Cordier, si svolta a destra e si risalgono i ripidi pendii che conducono al Col Emile Pic 3491 m.

Dal colle conviene raggiungere, con un ripido traverso, la cresta nord della montagna, che si risale fin dove possibile con gli sci. Se innevate, le ultime roccette possono richiedere l’uso dei ramponi.

Discesa: ritornati al Col Emile Pic, si svolta a destra per discendere il ripido e crepacciato Glacier des Agneaux. Nonostante la presenza di ampi crepacci, l’itinerario si snoda in un ambiente affascinante, proponendosi come una delle più “ruggenti” discese dell’Oisans. All’altezza di un piccolo pianoro (3100 m) è necessario portarsi progressivamente verso la propria destra, fino a lambire lo sperone roccioso che scende dal Pic d’Arsine. L’uscita dal ghiacciaio avviene scendendo un ripido canale compreso tra i seracchi e una costa rocciosa, al fine di raggiungere l’evidente morena laterale destra a circa 2770 m. (Attenzione: la seraccata è pressoché impercorribile frontalmente!). Dalla morena occorre discendere il successivo vallone (pericoli oggettivi sotto i seracchi) traversando verso nord-ovest. Conviene tenersi alti sulla sinistra: infatti il salto di rocce e cenge erbose (da percorrere senza sci) è più facile sul suo lato occidentale, appunto a sinistra scendendo. Si raggiunge così il Glacier de la Plate des Agneaux a quota 2247 m. Di qui, svoltando a destra, è possibile ritornare alle auto percorrendo l’interminabile Pian de l’Alpe.

Salita alla Grande Ruine: sullo sfondo sbuca la Barre des Ecrins.

Risalita: chi intende invece risalire al refuge Adèle Planchard ha a disposizione tre possibilità: 1) il sentiero estivo che inizia proprio di fronte: malagevole ed esposto (tratto di roccette), è sconsigliabile soprattutto se innevato; 2) il percorso sciistico “largo” attraverso il Glacier de la Casse Déserte e il Col de Neige (innominato su IGN, a nord della quota 3389 m), lungo ma sicuro; 3) il percorso sciistico intermedio ai primi due, che consiste nel risalire il Glacier de la Plate des Agneaux fino all’inizio di una corposa morena (quota 2472 m), parallela al senso di marcia. Ci si porta quindi sotto il fianco della montagna in corrispondenza di una serie di canali incassati tra le rocce. Li si risale, sci ai piedi, e si contorna la bastionata (2825 m su IGN) sia a destra che a sinistra. Per i successivi, ripidi pendii si punta al culmine della dorsale dove sorge il refuge Adèle Planchard.

In discesa sul Glacier des Agneaux durante la quarta tappa del tour.

4 – Grande Ruine 3765 m e traversata del Col de la Casse Déserte 3484 m
Punto dipartenza: refuge Adèle Planchard 3173 m
Dislivello:590 m in salita + 80 m per il colle; 1620 m in discesa
Tempi: 3 ore in salita; 4.30 – 5 in discesa

Salita: dal refuge Planchard si pone piede sul Glacier Supérieur des Agneaux e se ne risale il bacino terminale, compreso tra ardite guglie rocciose. Lasciati alla propria destra prima il Col du Diable 3567 m e poi la Brèche Giraud-Lézin 3666 m, si punta alla cresta est della Pointe Breevort 3765 m. Abbandonati gli sci (possibile crepaccia terminale), si sale in cresta e per essa si giunge in vetta.

Discesa e salita al Col de la Casse Déserte: si scende il Glacier Supérieur des Agneaux fino a quota 3380 m. Ci si porta progressivamente a destra e si valica il Col de Neige 3350 m. Si traversa orizzontalmente il Glacier de la Casse Déserte, puntando all’evidente insellatura del colle, per raggiungere il quale occorre risalire senza sci un ripido couloir poggiando sul suo fianco sinistro. Il couloir può essere difeso da una terminale a volte delicata.

Discesa: dal colle si scende un primo pendio piuttosto ripido e successivamente, tra numerosi crepacci e seracchi, la parte alta del Glacier de la Grande Ruine al fine di contornare alla base (3148 m) la cresta ovest della Pointe Breevort. Si attraversa orizzontalmente verso nord fino ad uscire dal ghiacciaio (2950 m) in corrispondenza della base della cresta ovest della Pointe Maitre. Fuori dal ghiacciaio, è necessario divallare lungo i ripidi pendii (pericolo di valanghe) che costituiscono il fianco destro orografico del Ravin de Charreirou, fino a quota 2300 m, dove conviene reperire il sentiero che conduce, tra balze rocciose, al refuge du Chàtelleret.

Una “fiabesca” Barre des Écrins vista dal Pic de Neige Cordier.

5 – Traversata del Col du Pavé 3558 m
Dislivello: 1300 m di salita; 1840 in discesa
Tempi: 5.30 ore in salita; 4-4.30 ore in discesa

Salita: dal refuge du Chàtelleret, puntando a nord, occorre portarsi sul Glacier des Etançon, ai piedi della Meije. Lo si attraversa lasciando a sinistra il refuge du Promontoire, in direzione est-nord-est, per raggiungere la base del versante occidentale del Pavé. L’ultimo tratto prima del colle, piuttosto ripido, obbliga a piegare leggermente a sinistra sotto la bastionata della Meije orientale: con un traverso ascendente a destra si tocca la sommità.

Guido Mec Maccarrone nel superamento della terminale per accedere al Pic des Agneaux.

Discesa: ci si cala sul Glacier du Pavé. Il primo tratto, di circa 80 m, può costringere a togliere gli sci, la sua esposizione però (est) esclude in pratica la possibilità di trovarlo ghiacciato. Dopo aver superato la terminale, conviene discendere il ghiacciaio nel centro: un grande crepaccio a quota 3250 m circa può essere oltrepassato a sinistra, contro le rocce del Pic Gaspard. Giunti al termine del ghiacciaio, per raggiungere il Lago del Pavé si possono seguire due soluzioni. È consigliabile scendere i ripidi pendii che calano direttamente verso lo specchio d’acqua solo quando le rocce montonate sono sufficientemente coperte da uno strato nevoso sciabile in sicurezza. Altrimenti è necessario portarsi sulla gobba morenica situata sulla sinistra orografica e percorrerla fino all’altezza del lago, che si contornerà a sinistra. Passati a fianco del refuge du Pavé 2840 m, l’itinerario migliore impone di risalire leggermente il costone che sorregge la bastionata della Pointe Emma-Pointe des Chamois, finché non si riesce a traversare orizzontalmente portandosi in corrispondenza dello sperone del Pic Nord des Cavales, dove si incontra l’itinerario che conduce al Col du Clot des Cavales. A questo punto, voltando a sinistra, si percorre l’intero vallone del Pavé e il successivo Pian de l’Alpe, dove si rintraccia il sentiero che riporta a Le Pié du Col.

Risalendo in cordata il Glacier du Casset verso la vetta degli Agneaux.

Variante: se le condizioni della neve e del tempo dovessero sconsigliare la traversata del Col du Pavé, è comunque possibile ritornare nel vallone omonimo valicando il Col des Chamois. Lo si raggiunge all’altezza del Glacier des Etançon, a quota 3100 m circa, traversando verso est e successivamente sud-sud-est.

Contornata alla base la cresta occidentale della Pointe des Aigles si entra nel valloncello che si restringe in un couloir incassato nei pressi del colle. L’ultimo tratto di salita deve essere affrontato sci a spalle. Dal colle, affacciatisi sul versante Pavé, occorre scendere il ripido ma ampio canale che porta sul lago. Questo tratto, data l’esposizione a est, richiede qualche cautela. Ora ci si ricollega all’itinerario principale.

21
Delfinato mon Amour ultima modifica: 2021-04-16T05:30:00+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Delfinato mon Amour”

  1. 4
    Paolo Montaldo says:

    Grazie Carlo, che bei ricordi riemergono dal tuo racconto

  2. 3
    Lorenzo Barbiè says:

    Non posso che confermare le caratteristiche e la complessità di questi raid scialp in Delfinato, che si sviluppano in ambienti d’alta montagna aspri e grandiosi. Un ricordo indelebile, condiviso dall’autore di questo articolo, è stata la nevicata notturna ad inizio giugno quando eravamo all’Adele Planchard, cui seguì una giornata luminosa di sole pieno e 30 cm di fresca, che ci permisero di salire alla Grande Ruine su terreno intonso.

  3. 2
    Renzo Stradella says:

    Renzo Stradella
    Complimenti sia a Carlo per l’articolo sia a Roberto per il commento. Entrambi mi hanno ricordato l’ambiente ruvido del Delfinato. Facendo un rapporto si può dire che l’Oisan sta al Monte Bianco come il Gran Paradiso sta al Monte Rosa.           Fu nel 1949 che ci andai per la prima volta, per salire il Pelvoux in gita sociale del CAI Torino. Da allora il Delfinato è stato la meta di innumerevoli gite. In particolare ricordo una Grande Ruine, 01.04.1950 direttamente da Arsine,  plenilunio, salita lunga lunga lunga che non finiva mai, 2000 metri e passa di dislivello. C’erano Paolo Bollini, Mao Quagliolo, colei che sposai l’anno dopo, sfido io, dopo una prova così…

  4. 1
    Roberto Aruga says:

    L’articolo di Crovella mi richiama alla mente mille ricordi legati al  Delfinato. Tra le mille osservazioni che si possono fare su questo gruppo alpino mi limito a sottolineare il forte senso di isolamento che ti comunica. Lo senti particolarmente intenso quando l’itinerario che hai scelto ti obbliga a muoverti ben prima della luce del giorno. Mentre nella maggior parte dei massicci alpini da una parte o dall’altra vedi le luci dei paesi di fondovalle, nel Delfinato vedi solo la luce delle stelle e della tua frontale. Il motivo è abbastanza semplice: nel Delfinato le valli interne si addentrano tra le quinte montuose in modo profondo, con strette giravolte, impedendoti ogni visuale sulle valli principali e sul mondo abitato. E questo isolamento si è rispecchiato nel relativo ritardo dell’esplorazione alpinistica rispetto agli altri grandi gruppi alpini, ritardo puntualmente ripetutosi in occasione della seconda esplorazione, quella scialpinistica.

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.