Deus ex machina

Deus ex machina
di Lorenzo Merlo
(scritto il 26 ottobre 2020)

Vendetta
Secondo la lettura esoterica della vicenda umana siamo dentro la dimensione del male. Tutta la storia, così come comunemente la intendiamo, è storia del male. Il diavolo cristiano, le egregore esoteriche, i voladores toltechi non sono invenzioni della fantasia, non sono parole di ciarlatani, né suggestioni buone per il pasto degli ignoranti. La loro presenza ha l’età delle più antiche scritture degli uomini. Già nei Veda – ca. XX secolo a.C. – l’argomento è centrale. Si tratta piuttosto di entità che si nutrono della nostra energia. Vampiri metafisici il cui scopo è indurci a vivere cattivi sentimenti e a provare cattive emozioni. Così facendo dominano il nostro campo d’azione che in una parola può essere chiamato Io.

Il prodotto delle basse vibrazioni del male

L’Io è l’espressione di una personalità che si ritiene – consapevolmente o inconsapevolmente – separata dal resto della realtà, dal mondo, dal cosmo.

Così, quando la nostra dimensione è limitata dalle maglie dell’egoismo siamo obbligati al dualismo, al meccanicismo, al materialismo, alla loro scienza e, soprattutto, alla perpetuazione della Storia così come comunemente la riconosciamo, sia essa intesa come storia umana, generazionale, personale: una spirale senza inizio né fine di salti e interruzioni, ognuno dei quali a ben guardare sottostà alla logica egoica. Ognuno dei quali rispetta la dinamica energetica della vendetta.

Come si procedesse a scatti le epoche personali, generazionali e storiche si susseguono contraddicendo consuetudini e valori dei loro stessi padri. L’illuminismo ha rinnegato la storia precedente senza apprezzarne le ragioni che l’hanno indotto a generarne di nuove; le rivoluzioni filosofiche, politiche, culturali abbattono il contesto dalle quali sono state generate.

R. Lee Ermey nel film Full Metal Jacket diretto da Stanley Kubrick. Modalità di vita ordinaria secondo la concezione ordinaria della realtà

Se egoico riferisce l’Io in quanto entità, dominio, campo, concezione, a suo modo è impersonale o generale. Egoismo allude invece al presunto e inconsapevole o scontato diritto di operare per prevalere su altri egoismi, su altra personalità, su altre persone, su altre unità. Con fare egoistico si svolgono le vite individuali di quasi tutti noi. E, necessariamente, anche tutti gli enti sociali e le istituzioni che creiamo. Individualmente ci opponiamo al nostro prossimo e non perdiamo occasione per offrirgli la nostra disapprovazione. Un’azione che origina dalla propria concezione, atta a dimostrare un diritto superiore, che genera separazione, segue la via del male. Diverso è quando la disapprovazione è sostituita da una rinuncia a eleggersi detentori del vero, ovvero quando la propria attenzione opera il riconoscimento dell’altro nella sua natura e dignità d’essere, nella sua identicità sostanziale a noi.

Si tratta di rinunciare persino alla rinuncia, di liberarsi dallo stesso desiderio di perfezione, che può essere una forma di egoismo raffinato, e di credersi superiore agli altri” (1).

La disapprovazione e il suo implicito giudizio negativo e squalificante non è nient’altro che una forma di vendetta all’acqua di rose. La cui sostanza però, semplicemente in percentuale maggiore, è la medesima di colui che per soddisfare se stesso compie scelte e atti di sopraffazione nei confronti dell’atro. Dinamiche che conosciamo individualmente tutti. Ne seguono prevaricazioni, menzogne, falsità, inganni, coercizioni, impiego della forza fisica e metafisica, umiliazioni, violazioni, vessazioni, ingiustizie, pretese, diritti. Che li compia un individuo o una delle istituzioni da esso create nulla cambia nella sostanza. Neppure attraverso il moralistico diritto di stato e tutti i suoi fratelli minori. Se lo spirito dell’Io anima la sua missione di dominio, la vendetta appare come lo strumento disponibile allo scopo. In questi termini è il motore della storia, il deus ex machina della nostra vicenda nel piccolo e nel grande. Lo è stato nel passato e lo sarà nel futuro. La collana aumenta così, inesorabilmente, le sue perle. Da quelle semplicemente meschine a quelle orribilmente sorprendenti, ma tutte composte dalla medesima molecola della separazione.

Il destino come scelta di una concezione del mondo

Ragione e fede
Ma non sembra che tutto ciò preoccupi gli uomini. È una conseguenza però di quel dominio satanico citato all’inizio. Esso opera per impedirci di scorgere la porta stretta della conoscenza, come ebbe a dire il Cristo. Attraverso essa gli uomini possono accedere al regno dei cieli, ovvero a quella dimensione sottile in cui si vive l’unione con il Tutto. In cui attraverso il sentire percepiamo le più sottili energie di conoscenza appunto.

Forse l’accesso all’uscio sottile è riservato a pochi, forse è da concepire disponibile a chiunque. Certo è che ognuno con il proprio gradiente di talento specifico può realizzare il proprio percorso. Come ogni scalatore frequenterà solo le difficoltà ad esso idonee. Così come ogni uomo può compiere tutte le azioni ed essere adepto a tutti gli insegnamenti.

Perdono
Accettazione è il termine con il quale una generica referenza della cultura orientale precisa un indice evolutivo dimostrativo della liberazione dai vincoli egoici e dalle imposizioni egoistiche. Si tratta di essere nella realtà non attraverso il proprio giudizio, ovvero di creare una realtà che non subisca l’onta fangosa di noi stessi. Un’epochè fondata sulla consapevolezza dell’illusione dualista, e radicale, in quanto necessaria all’evoluzione. Che nulla ha a che fare con l’astensione dal giudizio. Essa allude alla non identificazione di noi stessi con il nostro giudizio.

Dall’altra parte del mondo, dalla Mesoamerica, l’accettazione assume la sua presenza e la sua forza in occasione dell’emancipazione da ciò che viene detto Importanza personale. Latitudini lontane e opposte ma medesima proposta evolutiva.

Rendersi conto che le cose più fondamentali della realtà sono fuori dalla giurisdizione del pensiero e della volontà costituisce per molte culture l’inizio della maturità” (1).

Qualcuno ci guarda e non vede ciò che vediamo noi

Essere liberi da se stessi, dal conosciuto è un passo compiuto verso l’infinito o regno dei cieli che sia. È una modalità di superamento della storia così come credevamo fosse e non potesse essere altro. È la disponibilità di tutte quelle energie che il male ci succhiava portandoci a credere di essere qualcosa o qualcos’altro. Obbligandoci a vivere in uno degli opposti a pensare che una verità superiore sia raggiungibile e potesse definitivamente annientare la parte altra. Obbligandoci perciò a crederci liberi nonostante ci concedesse soltanto i movimenti limitati al piano della giostra che avevamo scambiato per vita vera.

Nel nostro contesto, cristiano, è il Perdono a contenere le doti necessarie a condurre la Storia personale e umana verso le vibrazioni superiori, non si tratta di un’esperienza intellettuale, non serve un’ideologia per compierlo, per esserlo. Non si tratta neppure di un imperativo morale – questa volta cristiano nella sua comune accezione bigotta che nulla ha a che fare con la parola di Cristo – da rispettare pena il peccato e l’inferno. Quest’ultimo, uno stato, una dimensione prima di divenire luogo che ognuno può descrivere e tracciare secondo il proprio gradiente di talento artistico. Si tratta piuttosto di un’espressione naturale in quanto consapevolezza incarnata dell’illusione materialistica, positivistica, meccanicistica, razionalistica. Illusione in quanto catena al corpo morto dell’ego, verità in quanto deus ex machina del male e dell’inferno.

Perdono dunque come viatico per attraversare la porta stretta. In quanto piena consapevolezza che siamo universi diversi, che i sentimenti, le esigenze, la biografia di ognuno, se entro il quadrato del dualismo non può che dare vita a relazioni di irreversibile conflitto.

Educazione e formazione

Evoluzione
Perfino il pensiero occidentale, prima con Nietzsche (Übermensch) e poi con la Fenomenologia di Husserl, è arrivato ad ammonirci su cosa significhi pensare che la realtà sia qualcosa di diverso da una nostra creazione. Nonostante la portata della loro chiarezza la marea egoica sommerge ancora la nostra natura divina, noi stessi, la possibilità di andare oltre la storia così come l’abbiamo conosciuta, il vivere una vita paradisiaca, essere Uno con lo spirito della vita. E con loro Jung. Con il suo Principio di individuazione ha, anch’egli – insieme a non pochi esoteristi, senza contare scuole e tradizioni egualmente orientate – evidenziato l’illusione della storia egoica.

In coda alla speciale classifica della conoscenza, sempre l’Occidente e in particolare la fisica quantistica hanno incrinato le definitività della meccanica classica. La realtà non si compone solo di parti separate e misurabili, essa è entro la relazione e, come questa, varia. Il quantificabile e tutte le due forme sono il manifestato materiale di uno spirito unico. Anche con essa possiamo comprendere quanto la cultura di separazione nella quale siamo cresciuti e abbiamo elaborato il nostro vero, sia arbitraria se dal campo amministrativo lo trasferiamo a quello relazionale, umano appunto. Anche essa ci dice che tutto è Uno.

Sembra un gioco

Come ce lo dice la Pnei (Psiconeuroendocrinoimmunologia) non potremo più separare il corpo fisico dal vissuto che lo abita. Non potremmo più credere che cattivi sentimenti, egoici ed egoistici comportamenti non contino nulla: essi sono all’origine di patologie, malesseri e perpetuazione di vite dolorose. La paura, il rancore, l’odio, l’arroganza, l’invidia e i vizi capitali nel loro complesso sono le forme delle gabbie diaboliche. Nostro progetto di vita è prenderne coscienza e liberarcene. L’evoluzione nostra, e soprattutto sociale, è liberarsene. Come i terrazzamenti di una montagna non sono stati compiuti dal lavoro di uomini che pensavano a se stessi ma ai propri discendenti. In quella visione ampia e aerea essi trovavano la forza per sostenere la fatica delle loro vite.

Quella che ormai, per alcuni, può essere definita la cantilena dell’uomo nuovo, del nuovo paradigma, è a tutto ciò che allude. Secondo quella che oggi, gli spiriti limitati entro corpi di sola materiale, è considerata un’utopia, l’uomo nuovo non avrà bisogno di lottare per la democrazia, di occuparsi dell’ambiente, di torturare il capitalismo per dimostrare che da esso non può uscire alcuna goccia di verità, di domandarsi le cause dei propri malesseri e malattie. Non sente l’esigenza del proselitismo. Sa che la meta non è la meta ma il cammino. Condivide, il pensiero di René Girard (1923-2015) ovvero, che si procede per emulazione e l’esempio di donare è tutto ciò che possiamo permetterci. Tutto ciò su cui possiamo contare. L’uomo del nuovo paradigma esprime amore, gratitudine, salute, solidarietà e fratellanza, unione. Esprime cioè un fatto che oggi sappiamo solo nominare senza essere in grado di esserlo, né sospettare lo si possa essere, se non per piccoli frammenti della nostra vita. Questi sì, prova provata di dove possiamo evolvere.

Il compito può essere affascinante, e questo è ciò che io definirei creatività: il superare l’inerzia della mente e della storia” (1).

Note
(1) Raimon Panikkar, La nuova innocenza, Gorle (Bg), Servitum, 2003, p. 19.
(2) In filosofia, epochè è l’atto di ‘sospensione dell’assenso’, considerato dagli antichi scettici come necessario data l’assoluta incertezza di ogni conoscenza concernente la realtà esterna.

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Deus ex machina ultima modifica: 2020-12-31T04:22:36+01:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Deus ex machina”

  1. 4
    lorenzo merlo says:

    Puoi dire come?

  2. 3
    Ivo says:

    La meccanica quantistica è una evoluzione della meccanica classica nel senso che si evolve da essa;non la piega.

  3. 2
    lorenzo merlo says:

    Bello.
    Certo, non si tratta di dare per certo e definitivo il superamento di questa dualistica storia.
    Piuttosto di riconoscere il possesso di noi di entità energetiche.
    Di riconoscere le condizioni in cui ciò può e non può accadere.
    “Gli dei, gli archetipi, le “forze vibrazionali” le si chiami come si vuole non sono di alta o bassa lega. Tutte sono necessarie”.
    Certo, ma a cosa? La loro ragione, sia logico-positivistica che metafisico-simbolica, risiede nel segreto interpretativo per andare oltre la concezione egoica di sé e del mondo. In pratica per ridurre la condizione di pena. Ovvero, costituiscono l’individale premessa alla realizzazione di una socialità fondata su uomini consapevoli di sé, di essere terminali della natura e non separati o contro questa.
    Di raggiungere consapevolezze utili affinché quel rapimento malefico-emozionale riduca le sue possibilità di successo su di noi. Riduca il suo potere di farci perdere il controllo di allontanarci dal nostro stesso centro, dal punto in cui la vita e la direzione per percorrelrla è più che mai chiara. I cattolici la chiamano essere in grazia di dio. Da noi, oggi, riferito con  essere in stato di grazia.
    Quindi, certo, è impossibile eliminarle. È però possibile passare dal subirle (egoico-vittimistico) a sfruttarle (evolutivo-aumento forza e indipendenza, riduzione vulnerabilità).
    I due mondi che scaturiscono dalle due prospettive sono differenti.
    A noi la scelta.
     

  4. 1
    Michele says:

    Ammesso e non certo che io abbia colto correttamente il cuore del discorso, mi trovo in disaccordo sulla visione “malefica” di emozioni a cui si fa riferimento. “Le forze a vibrazione bassa” avevano per i Greci un preciso posto nel Pantheon. Sono Archetipi come lo sono quelli a “vibrazione alta”.
    Per loro erano tutti quanti Dei /Dee con i loro Naturali e necessari ( Ananke ) scopi.
    L’io nel processo di individuazione deve prendere coscienza degli dei che lo muovono, di non essere “padrone in casa propria ” ( Freud ) per poter realizzare se stesso.
    Gli dei, gli archetipi, le “forze vibrazionali” le si chiami come si vuole non sono di alta o bassa lega. Tutte sono necessarie 
    Il mio punto è proprio questo: apprendere come usarle, e non pretendere di eliminarne alcune ( cosa impossibile) 
     
    E riguardo all’unione vs separazione sono persuaso dall’idea degli alchimisti medievali quando affermano ” solo ciò che è stato accuratamente separato può essere unito ” 

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