Elogio del bel rischio

Elogio del bel rischio
(un incipit coraggioso in tempo di società securitaria)
di Davide Rogora (Centro Studi Materiali e Tecniche – Sezione di Legnano del CAI) (pubblicato su Le Alpi Venete, autunno-inverno 2021-2022 e su lozaino.it n. 13)

Materiali e tecniche sono il pane quotidiano degli approfondimenti che il Centro Studi del nostro Club svolge per missione. L’aspettativa, in genere, si orienta subito verso prove di laboratorio, rilievi di campagna, misure, strumenti e via discorrendo. Ma anche i metodi e i manuali per descriverli sono co­stante oggetto d’attenzione, nella speranzosa ricerca di novità, a cui dedicare scrutinio e valutazioni su forma e contenuti.

Titolo:Valanghe. Come ridurre il rischio
Autore:Philippe Descamps, Olivier Moret
Anno:2019
ISBN:978 88 55470 001
Pagine:247
Dimensioni:19 x 22.5 cm
Copertina:Flessibile
Peso: 590g

Il titolo di questa modesta raccolta di considerazioni e riflessioni, così intrigante e ambizioso, è direttamente mutuato dall’occhiello che accompagna la prefazione dell’opera di Philippe Descamps e Olivier Moret che s’intitola: Valanghe, come ridurre il rischio. È subito grande la curiosità di approfondire l’argomento proposto in questa opera edita nel 2020 da Versante Sud con la traduzione di Marco Romelli e una supervisione tecnico-scientifica a cura di Luca lacolettig. Il manuale si presenta con una copertina accattivante, vuoi per il punto di rosso dominate scelto dai curatori, quanto per la potenza evocativa della magnifica fotografia di Garrett Grove (1): lo sciatore colto nel bel mezzo del lastrone che ha staccato, ben chiarisce subito e senza equivoci, per quale pericolo gli autori cercheranno di insegnarci una strategia di autotutela.

La copertina dell’edizione italiana del testo di Werner Munter che nel 1992 si diffuse, per iniziativa del Servizio Valanghe Italiano, e rivoluzionò l’approccio al tema delle ‘’valanghe sportive’’ anche a sud delle Alpi.
 

Il volume si presenta con una serie di accorgimenti che prefigurano un’aspettativa d’uso prolungato, proprio come si addice a un manuale che, se ben riuscito, dopo la prima lettura stimola numerose e ripetute consultazioni. Avventurandoci oltre i preliminari, notiamo che gli autori desiderano dichiaratamente dimostrare che i metodi di riduzione del rischio (da valanga) sono relativamente facili da applicare e possono essere appresi a diversi livelli di approfondimento, in ragione del bagaglio di esperienze e di esigenze di ciascuno. Quella che hanno scelto e prediligono è la suite ideata, sviluppata e perfezionata col passare degli anni da Werner Munter. Classe 1941, Munter è una figura che per molti non richiede alcuna presentazione, se non il ricordare che opera nel settore da oltre mezzo secolo facendo propria la missione di rendere più efficaci le strategie da attuare per evitare di perdere la vi­ta in una valanga.

Il testo è articolato in sette capitoli e un’appendice. Si comincia con l’illustrazione dettagliata della griglia qualitativa per la valutazione dei rischi, articolata sui tre parametri dirimenti: Condizioni, Terreno, Gruppo. Sono declinati sulla scala temporale dei tre momenti significativi in una gita: a casa, sull’itinerario, in un preciso punto del pendio. Da cui, la dizione in uso di “Regola del 3×3”. La parte più ambiziosa, però, interviene nel momento in cui si passa dal qualitativo al quantitativo, introducendo i cosiddetti Metodi di Riduzione: per Principianti (debutante, in francese), Elementare e Professionale. Codificati dai rispettivi acronimi MRD, MRE e MRP. Questi sono gli strumenti proposti per stabilire, dato un certo livello di pericolo (secondo la scala universalmente codificata su cinque gradi dei bollettini valanghe), quali scelte operare per gestire il rischio che si ritiene di poter assumere, attenuando il potenziale distruttivo cui si sarebbe esposti in caso di valanga. E come lasciano intendere gli aggettivi scelti per distinguerli, essi operano in ordine proporzionale: il più semplice adatto ai meno esperti, il più sofisticato riservato ai navigati, in una logica di progressività dell’apprendimento.

Intestazione del #2 di SVI-Notizie, Novembre 1997, con lo stralcio dell’articolo di Renata Pelosini che illustrava l’allora inedito (in IT) Metodo delle Riduzioni di W. Munter. Clicca per ingrandire

Il secondo capitolo è interamente dedicato al metodo denominato “Professionale” che, ridotto all’osso, consiste nel calcolare un rapporto: sopra, a numeratore, un valore compreso fra 2 e 16 che esprime il potenziale del pericolo, in funzione del grado del bollettino; sotto, a denominatore, un numero da calcolare come prodotto di coefficienti codificati che esprime, in funzione delle scelte individuali e collettive, il massimo grado di attenuazione possibile del potenziale di pericolo. Svolta la divisione, per risultati minori di 1 si intende che la rischiosità della situazione analizzata è “socialmente accettabile”, ovvero secondo Munter paragonabile a guidare nel traffico. Viceversa, per risultati via via maggiori dell’unità, l’interpretazione del dato è un avviso sempre più perentorio che suona all’incirca così: “… data la posta in gioco, il rischio assunto non è giustificabile…“. Nel terzo capitolo si affrontano gli strumenti necessari e la metodica associata per “far da sé” la stima del grado di pericolo, e conseguentemente la determinazione del potenziale associato: il Nivocheck. Senza voler far torto all’encomiabile lavoro dei previsori che per mestiere si dedicano a ciò, questa competenza è utile per specializzare a livello locale il dato sinottico del bollettino, ovvero per stimare il grado in regioni non assistite dai servizi di previsione organizzati.

Il mazzo di carte da gioco “Snow Safety Game” © ispirato al Metodo delle Riduzioni concepito da Werner Munter e sviluppato da Rolf Westerhof e lo Snow Safety Center. La metafora del ‘’giocarsi le carte giuste’’ è resa un’azione concreta, attraverso un gioco da tavolo, per esercitare la capacità a prendere le decisioni corrette. È senza dubbio uno strumento didattico, ma è possibile utilizzarlo anche per allenare la reattività, semplicemente introducendo un fattore volontario di velocità nella reazione.
https://www.snowsafety.nl/zx53f7/

Il quarto capitolo è dedicato alla disamina delle discipline sportive oltre allo scialpinismo che implicano la frequentazione di terreni innevati. Tutti possibili utenti dei metodi proposti, per esempio nel fuoripista, a patto di considerare minimi accorgimenti interpretativi delle regole di base.

Nel quinto capitolo sono illustrate le tecniche di autosoccorso e le caratteristiche delle dotazioni tecniche necessarie, sia quelle indispensabili sia quelle accessorie. Il sesto capitolo tratta sommariamente un’analisi retrospettiva degli incidenti più gravi avvenuti in Francia negli ultimi vent’anni e in Svizzera negli ultimi dieci, con lo scopo di offrire una sorta di validazione del metodo propugnato illustrando come la gran parte di essi sarebbe stata predicibile (dunque evitabile? NdA) anche ricorrendo al solo Metodo di Riduzione Elementare. Il settimo capitolo consiste di una ricca e commentata elencazione di fonti consultabili per qualsivoglia approfondimento. Essa, infatti, spazia attraverso la sitografia per i bollettini nivometeo, i portali con le reportistiche sulle condizioni delle gite dichiarate dagli utenti, le risorse cartografiche digitali, la letteratura di riferimento e financo l’elencazione delle Organizzazioni di interesse che operano nel settore e la localizzazione dei principali campi permanenti di addestramento alla ricerca con ARTVA. Ultima ma non meno importante, l’appendice raccoglie una retrospettiva storica sull’evoluzione delle scale di difficoltà per la classificazione degli itinerari scialpinistici; nove schede che sono a tutti gli effetti gli strumenti di lavoro e un glossario con tutte le definizioni necessarie. Infine, il testo è corredato da due accessori fuori testo, su cartoncino 10,5×15 cm che possono diventare, qualora plastificati a cura dell’utente, dei veri e propri ausili da campo. Vi si trovano infatti stampati recto e verso: il Nivocheck e l’MRP sull’uno o il 3×3 e il grafico per applicare l’MRD/MRE sull’altro.

Quindi, considerato che anche nella bistrattata Italia la dottrina 3×3 di Munter circola almeno dal 1992 (2), quando grazie alla vitalità del Servizio Valanghe Italiano vedeva la luce il testo che più di ogni altro, nonostante qualche difetto di traduzione, contribuì a rivoluzionare l’approccio sportivo alla nivologia e alla prevenzione degli incidenti, i più schizzinosi potrebbero snobbare l’opera con la superficiale formula: niente di nuovo sotto il sole. Si trovano invece svariati motivi per approfondire la lettura e valutarne in dettaglio pregi e difetti. Fra i primi spicca sicuramente l’accurato apparato illustrativo. Le figure, gli schemi e le fotografie sono ben studiati, di elevata qualità e curati nei particolari; realizzati appositamente per agevolare in modo coerente l’apprendimento dei concetti illustrati. Un tratto distintivo è la presenza di sei esempi applicativi, distribuiti nei primi capitoli con la funzione di mostrare passo passo dove e come utilizzare le nozioni, gli strumenti e gli accorgimenti appena spiegati. Qui una critica si può muovere su alcune scelte relative al layout d’impaginazione che non ha privilegiato una maggiore dimensione di alcune riproduzioni cartografiche, rendendo meno agevole l’osservazione dei dettagli che invece vorrebbero essere enfatizzati nel testo.

Sopra e sotto, recto e verso del cartoncino fornito fuori testo (da plastificare) con la griglia di analisi 3×3 e i metodi grafici di riduzione per Principianti (MRD) ed Elementare (MRE). Clicca per ingrandire.

È interessante ricordare che la metafora delle “carte da giocarsi” per gestire il rischio e attenuare il potenziale di pericolo è sempre stata centrale nella didattica, tante che il team ispirato dall’olandese Rolf Westerhof, alla conferenza internazionale per lo studio della neve (International Snow Science Workshop, ISSW) del 2014 a Banff, in Canada, presentava proprio un mazzo di carte concepito specificamente come ausilio per l’addestramento ai metodi di Munter. L’agevolazione al calcolo previsto nel metodo Professionale fu invece offerta, già nel 2012 da Woodsie, attraverso l’App Avalanche Risk. Nel testo si coglie anche qualche lacuna nelle istruzioni per la redazione del Nivocheck e qualche imprecisione (es. l’attribuzione delle origini del metodo di scavo a V (3) «… venuto dalla Columbia Britannica…») o sbrigativa superficialità (es. quindici righe, di una sola colonna, per spiegare i metodi di ricerca ARTVA dei tre cerchi e della microgreca, con zero figure). Non manca qualche errore sfuggito ai correttori delle bozze e piccole ingenuità di traduzione non intercettate alla revisione tecnica. Si nota pure un’estrema franchezza nell’esprimere esplicito apprezzamento per gli strumenti di qualche marchio in particolare (per es. relativamente agli ARTVA) o nel censurare trovate di marketing (es. diodi riflettenti e droni), cosa inconsueta nei manuali di origine nostrana, sempre timorati di non pestare i piedi a nessuno. Da qualche indizio s’intuisce, infine, che l’aggiornamento del 2018 operato sul testo (l’edizione originale, per Guerin è del 2016) non ha coinvolto tutti i capitoli o gli argomenti ma è concentrato sulla messa a giorno dei dati presentati nella sezione dedicata all’analisi retrospettiva degli incidenti registrati. Gli autori non cedono alla tentazione di quantificare e comparare la capacità predittiva dei metodi proposti (i.e. numero di incidenti evitati se il metodo fosse stato applicato) rispetto al portfolio di quelli, assai numerosi, che via via nel tempo sono nati (4) e hanno preso piede, non senza l’insorgenza di qualche argomentata polemica (5). Si limitano a osservare che col senno del poi la maggior parte degli incidenti si sarebbe collocata in “zona rossa”.

Sopra e sotto, recto e verso del cartoncino fornito fuori testo (da plastificare) con i parametri e lo schema di calcolo per il metodo Professionale (MRP) e la lista strutturata per la compilazione del Nivocheck. Clicca per ingrandire.

Pur riconoscendo che in Italia le tecniche di soccorso sono ben insegnate, non si può non notare l’impietoso parere espresso sull’approccio alla gestione del rischio, valutato insufficiente se comparato a quello svizzero. Parole che fanno riflettere, magari infastidiscono anche, ma se dopo tre edizioni europee (Davos 2009, Grenoble 2013 e Innsbruck 2018) della conferenza ISSW, il paese che abbraccia quasi tutto l’arco sud-alpino non ha ancora ospitato questa importante “réunion” di esperti e praticanti, e il prossimo appuntamento europeo nel 2024 troverà casa in Norvegia… qualche possibilità di miglioramento nel nostro “sistema” sussiste per certo. Per chi desiderasse ascoltare dalla viva voce degli autori i contenuti del manuale, è possibile avvalersi della presentazione da essi svolta presso l’ENSA di Chamonix (6). Concludendo, si tratta di un testo che pur non introducendo alcuna innovazione sostanziale offre la possibilità di conoscere o ripassare concetti fondamentali da praticare quanto più possibile sul terreno, in modo da incrementare il proprio bagaglio d’esperienza e poter godere di tutte le bellezze del terreno d’avventura innevato, “bel rischio compreso”, senza ipocrisie securitarie ma in conscia assunzione di responsabilità individuale.

Werner Munter

Note
(1) – Prova ne sia che essa fa da biglietto da visita anche sulla copertina dell’o­pera di Bruce Kay: Autonomy, Mastery and Purpose in the Avalanche Patch, 2015.

(2) – Risale invece al 1997 la diffusione, attraverso l’articolo di Renata Pelosini comparso su SVINotizie (il foglio informativo che all’epoca si proponeva di diffondere tempestivamente le novità fra gli sportivi appassionati della neve) anche del Metodo delle Riduzioni. L’impianto concettuale era già così come lo ritroviamo oggigiorno, mentre i valori numerici dei singoli fattori di riduzione, così come i criteri per sceglierli dovevano… maturare con l’esperienza d’uso!

(3) – Frutto di una collaborazione svizzero-norvegese:

https://www.researchgate.net/publication/320980221_V-Shaped_Snow_Conveyor_Belt_Approach_to_Snow_Transport

(4) – NivoTest (Bolognesi), Stop-or-Go (Larcher), SnowCard (Engler and Mersch), Obvious Clues (McCammon and Atkins):

https://www.researchgate.net/publication/228767233_Comparing_avalanche_decision_frameworks_using_accident_data_from_the_United_States

(5) – Particolarmente intensa fu quella sviluppatasi intorno all’Avaluator:

https://www.researchgate.net/publication/265819758_PITFALLs_INDEVELOPMENT_OF_AVALANCHE_ACCIDENT_RiSK_REDUCTION_tools

(6) – https://youtu.be/JOFHuDwCHIE (in francese).

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Elogio del bel rischio ultima modifica: 2022-05-13T05:05:00+02:00 da GognaBlog

16 pensieri su “Elogio del bel rischio”

  1. 16

    Sono d’accordissimo con quanto dice Cagnati e nel mio commento si capisce.
    Nel 1986 sono finito sotto una valanga uscendone vivo per miracolo e di quell’esperienza ho fatto tesoro. Ho anche iniziato a pensare quello che, secondo Borello, canadesi e statunitensi pensavano nella stessa epoca, ma non lo sapevo. Mi ero formato con il Colonnello Telmon e il servizio Meteomont nel 1983 a Corvara ma era l’epoca dello sci estremo e sciavo con Debenedetti, Vallençant, Bourbousson, Decamp, Kostner e altri non scarsini e mi sentivo come superman. 
    Mi piacciono i carciofi ma so che non sono di stagione a febbraio. C’è chi li acquista da certi ortolani geneticamente modificati ma io aspetto la stagione giusta.

  2. 15
    Alberto Borello says:

    Buona sera a tutti.
    Premesso che non voglio polemizzare con alcuno, ma mi sembra un po’ fuori luogo l’intervento di Marcello nei confronti del Dott. Cagnati, che ho riascoltato molto volentieri, la cui tranquillità d’esposizione mi permette di cogliere meglio l’essenza del pensiero.
    In un mondo che corre, per correre sempre di più, fa piacere trovare qualcuno che si muove più lentamente.
    In fin dei conti l’importante è il contenuto che però, a mio modesto parere, se ci viene illustrato con calma ci permette una maggiore attenzione.
    Detto questo, personalmente non ho nulla contro coloro che studiano i fenomeni evolutivi del manto nevoso mediante algoritmi e modelli matematici, non sarebbe possibile in altro modo.
    Però, d’altro canto, chi si occupa di sicurezza sa che la mente umana usa molto raramente algoritmi per trarre non importa quali conclusioni, ma si basa, nella maggior parte dei casi, su scelte euristiche.
    Quindi mi sembra opportuno, dopo una infarinatura tecnica indispensabile, cecare di elaborare un metodo empirico che ci allontani il più possibile da bias negativi che rendano le nostre euristiche fallaci e quindi inservibili.  
    È pur sempre vero che l’avventura esiste perché esiste il rischio, che l’avventura è libertà e che, quindi, sarà sempre una scelta individuale quanto ognuno vorrà essere libero di rischiare.
    E si potrebbe andare avanti su questo “leitmotiv” fino alle calende greche!
    Ad esempio: quale importanza ha, nell’insegnamento dei canoni di scurezza (che poi possono essere estremamente variabili in quanto non riconducibili ad un valore univoco), il fatto che se non riconosco il pericolo non saprò mai a quale rischio andrò incontro?
    La gente va in montagna, nella maggior parte dei casi, per divertirsi e non ha voglia di fasciarsi la testa con formule più o meno complesse.
    Fin dagli anni ottanta del secolo scorso gli statunitensi e i canadesi hanno dato più importanza al fattore umano e alle dinamiche di gruppo che al fattore tecnico.
    In Europa si è cominciato, timidamente, a tener conto di questi fattori dall’inizio del terzo millennio e se oggi si è raggiunta una certa consapevolezza lo si deve scuramente all’opera, per me innovativa, di personaggi come il Dottor Cagnati e al metodo PENSA(E)VAI.

  3. 14

    Egr. Sig. LA DINAMICA DEL PODCAST, non volevo assolutamente prendermela con Cagnati o altri esperti. Semplicistico a me sembra teorizzare così a lungo e a fondo (sembra una contraddizione ma non lo è) quando sappiamo tutti che l’esperienza è ecresta la migliore consigliera. So benissimo che sotto le valanghe ci finiscono anche le guide e gli esperti che le studiano ma il motivo lo imputerei all’elevata frequentazione del terreno innevato. Più ci vai, più aumenta il rischio di fare un errore ma più esperienza fai. È tutto collegato e condito anche da una buona dose di culo.
    Il problema è che a nessuno piace avere la pazienza di farsi l’esperienza per abbassare a livelli accettabili il rischio. Tutti vogliono tutto e subito e allora il teorizzare è benvenuto perché rassicura. 
    Faccio la guida da quasi 40 anni, vivo tutto l’inverno e buona parte della primavera sulla neve, ho imparato più cose sulla neve spalandola che ai corsi Aineva (utilissimi, intendiamoci), eppure mi sembra di scoprire cose nuove a ogni gita che faccio. Capisco che istruire chi si avvicina alla frequentazione dell’ambiente innevato vada fatto in qualche modo, con metodo e didattica ideali (lo faccio anch’io) e che la teoria (testi, articoli, modelli, esercitazioni, ecc) rivesta sicuramente grande importanza, ma è la pratica quella che poi serve esercitare il più possibile. Ma ci vuole tempo! E per crederlo occorrono modestia e umiltà.  Sicuramente lo studio della neve e le sue dinamiche aiuta ma, lo ribadisco: serve tanta pratica sul campo per mettere in essere quello che si sa. Serve sperimentare, sbagliare, provare e sapere rinunciare. Troppa teoria, l’ho visto più volte, da una falsa sicurezza che se anche conosci tutte le trappole e come evitarle ce ne sarà sempre una ad aspettarti al varco. Speriamo di no, ovviamente. 
    Ho trovato il podcast interessante sotto certi aspetti, ma l’ho ascoltato durante un lungo viaggio in automobile. Suggerirei di essere più sintetici.

  4. 13

    Egr. Cominetti,
    liquidare l’opinione di esperti e studiosi confutandola con la visione semplicistica del “ci vuole esperienza”, dando per sottointeso che sia l’unica cosa che conta, porta facilmente all’obiezione che, se parliamo di terreni innevati, resta da spiegare come mai persone dotate di “tutto un bagaglio tecnico indispensabile che solo con tempo, dedizione, oltre a modestia e umiltà si può acquisire” restino sotto le valanghe. E, contrariamente a quanto anche qualcuno qui dentro continua a sostenere, queste persone sono spesso tra i coinvolti.
    “Oggi se dobbiamo appellarci all’euristica e agli algoritmi è meglio stare a casa” Visto che si chiamano appunto “trappole euristiche”, forse sarebbe meglio evitare di appellarsi all’euristica e cercare invece di usare quegli “algoritmi” che esimi studiosi dell’argomento hanno formulato proprio per evitare che scattino (ad es. quelle proposte da Tremper). 

  5. 12

    Mi sono ascoltato tutta l’intervista a Cagnati che, tolti i mah, i bon, i va ben e gli alora,  sarebbe durata un terzo, e l’ho trovata di una banalità sconcertante. I motivi che portano all’elevazione del rischio di essere travolti da valanga sono assolutamente concreti e reali, su questo non si discute, ma l’impressione che i manuali vari e gli esperti vogliono dare, è quella che siccome chiunque può andare sulla neve a divertirsi, debba poterlo fare a prescindere da tutto un bagaglio tecnico indispensabile che solo con tempo, dedizione, oltre a modestia e umiltà si può acquisire. E anche così non sarà mai abbastanza perché l’elemento neve presenta ancora una grossa parte di imprevedibilità. 
     
    Quando Marco Albino Ferrari era direttore di Alp, avevo proposto alla redazione un articolo che parlava proprio delle dinamiche di gruppo (per chi ha ascoltato il podcast) e delle carenze logistiche come elementi fondamentali che concorrevano allaccadimento di molti incidenti in montagna, ma era stato ritenuto impubblicabile. Forse i tempi non erano maturi. Poi arrivò Mark Twight con il suo Confessioni di un serial climber a dare uno scossone ai perché certi incidenti accadono. 
    Oggi se dobbiamo appellarci all’euristica e agli algoritmi è meglio stare a casa.
    Peace and love, of course.

  6. 11

    Personalmente ho trovato molto interessante il libro oggetto dell’articolo. Non voglio entrare nel merito della discussione su quanto attuabili siano i modelli prevalentemente matematici, ma nel podcast abbiamo discusso con Anselmo Cagnati di quanto siano fallaci i modelli basati sull’euristica, che nel caso delle valanghe è basata su un “apprendimento negativo”, e quindi spesso inutile se non dannoso.
    Per chi lo desidera, l’intervista si può ascoltare qui:https://open.spotify.com/episode/0ZCCjpeNvLAPV0OQUQqEEZ?si=0Xiy433sT8-kEb3fNfp1ZA

  7. 10
    Carlo Crovella says:

    Temo che anche in questa chat si registri uno dei tanti esempi di incomunicabilità generazionale, accentuata dal confronto-contrasto fra mentalità analogica (quella dei “vecchi” come me) e digitale (delle generazioni più giovani della mia). Questi concetti (analogico e digitale) vanno qui intesi in senso metaforico, ma anche in senso stretto (uso app, formule matematiche, calcoli, fiducia nel modello tecnologico ecc).
    Il punto, quindi, non è mettere in discussione se si debba o meno insegnare ad approcciare la montagna in modo consapevole. Figuratevi se io discuto una affermazione del genere! In quanto istruttore molto convinto (caianamente inteso), mi batto da una vita (40 anni consecutivi su 60 anagrafici) per diffondere l’approccio consapevole all’andar in montagna. Tuttavia non credo che tale approccio si concretizzi attraverso le modalità descritte in questo libro (o, in altri risvolti, da altri autori). Roba troppo teorica, eterea, alla fin fine… aria fritta. Viceversa, insegnare agli allievi (di scialpinismo) ad aver sempre un paio di guanti in più nello zaino (asciutti e caldi), o altre mille astuzie del genere, è ai miei occhi infinitamente più importante che scervellarsi in formule matematiche, ghiribizzi tecnologici, app e mica app. 
     
    E’ giusto che ciascuno porti avanti i discorsi in cui si riconosce. Fate i vostri, ma lasciate ai vecchi, finché sono ancora attivi, il diritto di agire come piace a loro. Oltretutto mi pare che, in genere, i sostenitori di questi approcci “moderni” (qui come in altre mille occasioni di dibattito) non siano istruttori coinvolti nella struttura e soprattutto nell’ideologia caiana. Non è chiaro quindi a cosa puntiate. Pensate forse di modificare la mentalità di una struttura elefantiaca che, a livello nazionale, mi pare conti più di 10.000 istruttori (considerando tutte le discipline CAI, non solo scialpinismo)? Fatica improba…

  8. 9
    monaco says:

    per Alberto,
    tanti dei temi di cui parli, sono sviluppati nel libro e in maniera molto organica.
     io ne consiglio vivamente la lettura. scommetto che il giudizio finale sara’ ben diverso dai pre-giudizi.
     
    per quanto riguarda la parte ”algoritmica”, questa e’ in realta’ piuttosto marginale, e ”pesante” da mettere in atto solo nel metodo proposto ai professionisti (ripeto…professionisti).
    quella proposta allo sci-alpinista ”medio” e’ molto semplice, non sostituisce il cervello, e anzi aiuta a non farsi fregare dalla classica trappola ”ci son passato 100 volte, cosi’, ed e’ sempre andata bene”.
     
    ai miei studenti cito sempre Wilde: “l’esperienza e’ la somma dei nostri errori”
    ma mentre in arrampicata/alpinismo gli errori possono essere piccoli/medi…e pian piano s’impara, senza farsi troppo male…le valanghe sono invece ”binarie”, ed e’ raro sopravvivere ai propri errori.
     
    poi si possono citare lo sci-alpinismo primaverile e i suoi vantaggi, o il fatto che se si sta su, e dominati da, pendii sotto i 30 gradi, le placche a vento invernali si rompono ma non scivolano. benissimo.
    pero’ la gente in inverno ci va uguale. e sotto i trenta tendenzialmente non ci vuole stare.
    si puo’ pensare ”fatti loro” (ma poi cosi’ non la pensano i prefetti). non e’ meglio vale educarli a un approccio responsabile ?
     

  9. 8
    albert says:

    Ormai esistono anche le carte valanghe storiche consultabili online , persino le webcam panoramiche, ad esempio del passo San Pellelgrino, fanno capire dove sono i pendii da cui scaricano le valanghe dopo le prime nevicate intense. Sono i versanti che si puliscono per primi e fanno vedere le lingue delle valanghe.Aiuta molto andare con conoscitori locali( veci e boci assieme  giovani prestanti  frenati dai passi lenti ma esperti).Ultimamente, dopo chiusura impianti ma tarde nevicate di maggio, gli skialper non estremi si sono trovati a esercitare salita e discesa su neve fresca e sotto fondo di neve dura di pista residua.Altro paio di maniche per i ciaspolisti…che in  discesa sono rallentati.

  10. 7
    Alberto Borello says:

     
     
     
    Buonasera a tutti.
    Senza nulla togliere a Werner Munter che ha studiato e studia ancora adesso per perfezionare il suo metodo 3×3, credo che sistemi troppo complicati, che richiedono molte risposte a molti quesiti, non risolvano il problema dell’affrontare i pendii nevosi con un rischio accettabile (sappiamo tutti che il rischio zero esiste solo nel caso di una rinuncia totale) perché poche persone li usano, per i più svariati motivi, ma, essenzialmente, perché alla nostra mente non piacciono gli algoritmi.
    Mi piace il pensiero di Giorgio Daidola e Carlo Crovella, che saluto entrambi, perché mi sembrano allineati con una visione più empirica che tecnologica del pericolo valanghe.
    Personalmente credo che se si vuole, veramente, aiutare tutti (esperti e principianti, professionisti e dilettanti, istruttori e guide, etc.) a frequentare il mondo innevato bisogna restringere la formazione a pochi concetti di univoca interpretazione, facilmente memorizzabili e, soprattutto, verificabili empiricamente.
    Bruce Tremper, statunitense, utilizzò, un anno prima del 3×3 di Munter, una matrice 3×4 molto più semplice e intuitiva. Inoltre il suo ultimo libro (credo sia l’ultimo) intitolato “Valanghe – Quello che devi sapere” apre il primo capitolo non con valutazioni tecniche ma con: “Quanto è pericolosa la nostra mente?”.
    Nel 2000 il canadese Ian mcCammon creò ALPTRUTH e nel 2004 FACETS le sei trappole euristiche sdoganate dal bell’articolo dei Dottori Chiambretti e Cagnati pubblicato sulla rivista del CAI a febbraio 2010.
    E, ancora del Dottor Cagnati, la trasposizione italiana, PENSA(E)VAI, del sistema ALPTRUTH: affidabile, facile da memorizzare, basata su dati empirici di facile e veloce reperimento.
    Credo che oggi la tecnologia, indubbiamente utile in fase di studio e per una ristretta schiera di
    addetti ai lavori, tenda a fornire metodi di valutazione del rischio talmente complessi da allontanare l’utente da quel contatto sensoriale con la neve che è stato, per noi che abbiamo già una certa età, Il metodo per convivere con i fenomeni valanghivi.

    Oggi mi sembra si stia passando oltre con poche conoscenze pratiche, molta teoria e un sempre maggior numero di ordinanze di divieto di accesso a zone montane per pericolo valanghe.

  11. 6
    Carlo Crovella says:

    Vedo che non sono l’unico Vecchioscarpun. Le statistiche arruffate del passato si sposano con una visione fondata sulla praticaccia, il cui succo è stato ben sintetizzato in un commento precedente. Le visioni “moderne” si fondano su una fiducia cieca negli algoritmi, intesi anche in senso lato. Fiducia che mi lascia perplesso. Andar per i monti, in particolare sulla neve, è cosa di esperienza epidermica e di ragionamento pratico più che di “intelligenza artificiale”.

  12. 5
    albert says:

    2)..pendenze modeste , spazzaneve e cristiania e discesa a mezza costa, inversione  da fermi e ci si diverte ugualmente.Indispensabile invece una buona compagnia.Pentito di aver regalato i miei Silvretta a cavo anni 70…montati su sci di seconda mano da discesa.Solo per una attravversata  ci siamo dati poi il titolo di imprudenti. Essere consapevoli di essere mezze tacche  dilettanti senza stile a volte aiuta a tenersi lontani dai rischi.

  13. 4
    monaco says:

    il libro ha piu’ piani di lettura.
    ci si puo’ tranquillamente fermare al capitolo 1, accontentarsi del Metodo di Riduzione Debuttante (e.g. sotto ai 30 gradi per rischio 3, annunciato o constatato sul posto)
    …e sciare tutta la vita senza stress (ma almeno avendone capito il perche’).
     
    chi e’ curioso, piano piano leggera’ gli altri capitoli.
    personalmente i ”calcoli” del Metodo di Riduzione Professionale li ho fatti rare volte, in situazione incerte, stando bene attento a non farli pendere arbitrariamente dal lato ”si va!”, ma usandoli appunto come uno strumento in piu’ rispetto all’esperienza (che puo’ giocare brutti tiri in particolare in posti ”familiari”).
     
    come giustamente scrive l’autore dell’articolo, le informazioni si trovavano gia’ piu’ o meno tutte prima (e, soprattutto negli articoli scientifici, con ancora piu’ dettagli e rigore).
    il merito del libro e’, secondo me, quello di riunirle in una forma facilmente fruibile, e con piu’ piani di lettura adatti a debuttanti/navigati, pigri/snow_nerds, etc.

  14. 3

    Daidola for President!

  15. 2
    Giorgio Daidola says:

    Tutto perfetto ma decisamente complesso. Se lo scialpinismo è divertimento non deve essere trasformato in un tormentone di calcoli. Per evitarlo basta  accontentarsi delle pendenze modeste  in inverno e rivalutare lo sci di tarda primavera, quando i rischi, se la neve ha subito un buon rigelo notturno, sono davvero minimi per non dire inesistenti. Le statistiche confermano che gli incidenti  avvengono soprattutto in gennaio e febbraio. In questi mesi meglio frequentare gli altopiani, non le pareti. I veri sciatori estremi lo hanno sempre saputo. Purtroppo avviene esattamente il contrario e  si è convinti di farla franca riempendo tabelle di numeri o sciando più veloci delle valanghe.

  16. 1
    monaco says:

    libro estremamente ben fatto.
    lo avevo consigliato nei commenti alle statistiche farfelues del nostro KK tuttofare:
    https://gognablog.sherpa-gate.com/attenzione-alla-salita/#comment-63171
     
    unito alle carte che colorano i pendi oltre i 30, 35, 40, 45 gradi
    (qui in Francia: https://www.geoportail.gouv.fr/donnees/carte-des-pentes , in Italie non so)
    permette una scelta dell’itinerario molto efficace in funzione del bollettino valanghe
    (e ovviamente di quanti si constata sul posto)
     

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