Fabrizio Manoni a Campo Base 2023

Campo Base esplora il rapporto tra uomo e natura, i temi legati alla cultura della montagna e dell’outdoor.

Il Festival Campo Base 2023, giunto alla terza edizione, propone pratiche di riconnessione con l’ambiente naturale per affermarne la centralità nell’esperienza umana. Campo Base vuole stimolare un pensiero che possa essere efficace nel presente e capace di immaginare futuri possibili per coloro che verranno.

Personalità dello sport, pensatori e scienziati sono invitati al Festival per condividere le proprie esperienze, per aprire a percorsi di senso e per stimolare riflessioni. Le arti e le creazioni degli artisti sono per noi strumenti per sintonizzarci verso nuove percezioni e importanti catalizzatori di energie.

Il campeggio è comunità temporanea, punto di partenza per esplorare il territorio della Val D’Ossola fatto di valli e montagne meravigliose, ricche di cultura e saperi.

il Festival si svolgerà dall’1 al 3 settembre 2023 a Oira, nei pressi del fiume Toce, presso l’ex-cava diventata il Tones Teatro Natura. La sera di venerdì 1 settembre 2023 sarà ospite speciale Fabrizio Manoni.

Così Fabrizio Manoni si autopresenta:
“Sono nato a Premosello-Chiovenda in Val d’Ossola nel 1963 e sono Guida Alpina del gruppo di Macugnaga-Monte Rosa. Ho scalato tanto in vita mia. Centinaia di vie in tutte le Alpi. Era quello che sognavo di fare da ragazzino e l’ho realizzato.
Un posto particolare va alle mie solitarie. Sono state quasi tutte “on sight” rubando un termine legato all’arrampicata su roccia, vale a dire senza averle mai salite prima e senza assistenza esterna. Eccone qualcuna:
– Sperone Frendo all’Aiguille du Midi con partenza a piedi da Chamonix in 5 ore (1984);
– Cervino, parete nord, via Schmid in 4 ore e mezza con molta neve fresca perché allora non c’erano le informazioni sulle condizioni delle pareti come avviene oggi (1987);
– concatenamento dei tre grandi pilastri del Mont Blanc du Tacul in giornata;
– Alpamayo (Ande Peruviane), via diretta Francese, andata e ritorno dal campo base (1987);
– Oschapalca (Ande Peruviane), parete sud, prima solitaria (1987);
– Punta della Rossa (Alpi Lepontine), via del Nuovo Millennio;
– Pizzo Fizzi (Alpi Lepontine), via Sfizzi della Vita;
– Pizzo delle Piodelle (Alpi Lepontine), via Tensegritá;
– Rocce del Gridone (Alpi Lepontine), via Amici per sempre.
In cordata con altri alpinisti ho aperto vie o contribuito ad aprirne nelle gole di Gondo, e nelle Alpi Lepontine sul Cornera, sul Crampiolo, sul Fizzi, sul Clock Staffel  e sul selvaggio Pizzo Pioda di Premia. Nel gruppo del Monte Rosa con la Superdiretta al Triangolo della Jazzi (7a obbligatorio) e poi ancora sull’appartata parete ovest della Laugera. Poi ancora vie di misto e ghiaccio sulla nord del Fletchhorn e sulla Est della Weismiess. Recentemente con Luca Moroni e Tommy Lamantia ha aperto Ruck&Roll, difficoltà elevate e protezioni lontane, sulla grande parete est del Mittelrück. Per noi ossolani una delle pareti più iconiche delle nostre montagne.
Ho al mio attivo vie in velocità come la Cassin al Badile seguendo il lungo percorso originale (ben più lungo di quello che si segue ora) in 2.40 e poi la Nord est del Badile concatenata dopo 4 ore di auto ed un breve pisolino con la Nord della Cima Ovest di Lavaredo lungo lo Spigolo degli Scoiattoli.
In Himalaya ho scalato in prima assoluta la mitica parete nord dello Shivling. Difficoltà estreme e 8 bivacchi consecutivi. Sempre in stile alpino sono stato sull’enorme Sperone sud del Nuptse, ho tentato la difficilissima parete nord del Talay Sagar e sono stato più fortunato sugli 8463 metri del Makalu sopravvivendo ad un bivacco all’addiaccio durante la discesa a circa 8000 metri. Sono uscito indenne anche da un altro duro bivacco questa volta a 8600 m sul versante nord dell’Everest.
Negli ultimi mesi ho salito il Gran diedro del Lesino, una parete avvolta in un alone di mistero e di cui si parlava da anni e sempre sui Corni di Nibbio ho aperto una linea sul Torrione di Bettola. Ho raddrizzato la mia diretta al Triangolo della Jazzi trasformandola in una Superdiretta con scalata expo.
Qualche settimana fa ho realizzato Lepontinexpress, una traversata di 17 ore no stop su pareti e creste delle montagne di Devero dove è stato girato un breve documentario che mostrerò a Campo Base”.

L’alpinista Fabrizio Manoni: “Dopo aver scalato il mondo ho riscoperto la mia Ossola”
di Teresio Valsesia
(pubblicato su lastampa.it il 4 giugno 2023)

Oltre trent’anni di grande alpinismo non solo sulle Alpi, ma anche sulle montagne extraeuropee. Per la carriera di Fabrizio Manoni questo è un curriculum di notevole rilievo, ma non unico. Al suo attivo c’è anche un bivacco compiuto sull’Everest nel 2007, a 8600 metri di quota, a soli trecento metri dalla vetta. «Per fortuna – ricorda – non c’era bufera. Ma il freddo era intenso. Non so come ho fatto a sopravvivere».

Fabrizio Manoni, alpinista di Ornavasso e guida alpina di Macugnaga

Manoni svolge la sua attività di guida, accompagnando sulle Alpi i suoi tanti fedeli clienti. E’ anche autore, con Paolo Stoppini, Davide Borelli e Maurizio Pellizzon, di alcune pubblicazioni sulle arrampicate sportive delle pareti del Verbano Cusio e Ossola. Vie impegnative, oggi molto gettonate non solo dai giovani.

Dunque, dall’Everest alle montagne di casa: negli ultimi anni c’è stato anche un ritorno alle origini, con alcune salite sulle cime che sovrastano Ornavasso, paese dove abita con la moglie Marisa. In passato l’articolata catena che divide la Bassa Ossola dalla Val Grande non ha mai attirato molto interesse da parte degli alpinisti sia perché le quote sono limitate, sia perché le pareti sono «sporcate» da erba e arbusti. Però ci sono dei campanili «puliti». Rocce invitanti per la loro verticalità, a portata di mano, ma dimenticate. Un caso particolare è stato quello della parete ovest del Lesino, che guarda l’Ossola, vinta già nel 1948 da tre giovani di Ornavasso, Nicola Rossi, Giuseppe Oliva e Sergio Olzeri.

«Sono seicento metri di dislivello, una parete dall’aspetto repulsivo», dice Manoni, che l’ha salita con Felice Ghiringhelli, un compagno di scalate che predilige le cime della Bassa Ossola. Si tratta di un grande diedro che si erge sopra la «Faiera», ossia la misera baita dove aveva vissuto per anni in piena solitudine Angela Borghini di Anzola, la «Vegia dul Balm» che nel 1932 Giovanni Cenzato aveva definita sul Corriere della Sera «l’ultima selvaggia delle Alpi».

Solitaria e marginale, lei e le sue capre. Il rustico rifugio è ancora visibile poiché si trova più in alto della grande frana che anni fa è arrivata appena sopra il paese di Nibbio. Comunque la «selvaggità» si è conservata intatta fino a oggi su tutte queste montagne. «Abbiamo bivaccato ai piedi del diedro del Lesino – aggiunge Manoni – Gli ornavassesi avevano usato un tronco per superare il primo risalto di rocca. Noi abbiamo dovuto sfoderare tutta la tecnica piazzando due friend e un chiodo nelle fessure. Nella parte iniziale abbiamo trovato tre chiodi, chiaramente successivi al 1948. È stata l’unica traccia di altri scalatori. Il tratto mediano di 150 metri è stato il solo facile. Poi abbiamo superato delle difficoltà non elevatissime, ma delicate e anche molto esposte. Dopo otto ore siamo arrivati in cima al Lesino ritornando alla base fra rododendri, prati ripidissimi e canali umidi».

Fabrizio Manoni

A questa avventura recentemente se ne è aggiunta un’altra, poco più a sud, sempre sulla catena dei Corni di Nibbio, su una parete di 300 metri, sull’ardita guglia del Torrione di Bettola, alto 1600 metri, complicato e poco invitante, ma ancora vergine. Bella da vedere dal fondovalle ossolano, anche questa parete, però è molto impegnativa nel suo sviluppo, e richiede dei passaggi di V e VI grado. In totale 12 ore fra marcia di avvicinamento (su sentieri esili e ripidissimi) e scalata vera e propria. Con Manoni c’era ancora Felice Ghiringhelli. Tutti e due affascinati dall’esplorazione di angoli sconosciuti. «Sono una guida del glorioso gruppo di Macugnaga – conclude – ma svolgo poco la professione poiché perennemente impegnato a esaudire i miei sogni alpinistici».

La guida alpina ossolana, con il compagno Andrea Lanti, ha anche aperto una nuova via di salita sul Triangolo della Jazzi, sopra Macugnaga. Così Manoni racconta a Monica Conforti come è cambiata la “sua” montagna.

Fabrizio Manoni apre una nuova via nel Gruppo del Rosa
di Monica Conforti
(pubblicato su gazzetta.it/montagna il 13 agosto 2022)

Una vita da camoscio fra le Alpi, l’Himalaya e le Ande. A 24 anni Fabrizio Manoni scala in solitaria la Nord del Cervino, poi è la volta dell’Himalaya dove sale in vetta al Makalu e vince l’Everest con un bivacco all’addiaccio a 8600 metri di quota. Un alpinista la cui principale caratteristica è la versatilità fra roccia neve e ghiaccio. Riuscire a trovare spazio per aprire nuove vie in un mondo dove tutto sembra già fatto è una vera dimostrazione di conoscenza del territorio e delle sue indiscutibili modifiche. Manoni, ambassador Salomon, vive la sua montagna anche fra la storia che ne ha caratterizzato le linee di salita e le grandi imprese.

Fabrizio Manoni

Raccontaci da cosa è nata la nuova via che hai aperto.
“Bisogna partire dal fatto che per ogni alpinista aprire una nuova linea di salita è uno dei momenti più belli. La ricerca di una parte di montagna che nessuno ha mai toccato prima, e che in ogni istante è una sorpresa, diventa un sogno realizzato. Oggi sicuramente non è più come prima, le linee di salita, quelle più logiche e facili sono state aperte, bisogna trovare una via di passaggio sul difficile tenendo sempre presente di non andare a toccare o attraversare vie già esistenti. Tornando alla nuova nata,  è una salita sul Triangolo della Jazzi, a ridosso della grande parete est del Monte Rosa. È stata aperta il 15-16 giungo 2022 da me e Andrea Lanti, giovane aspirante guida alpina macugnaghese. La scelta della linea che ha richiesto tempo e attenzione soprattutto per non toccare una via storica salita il 28-29 giugno 1959 da due cordate condotte da Mario Bisaccia e dalla guida alpina di Macugnaga Pierino Jacchini. La via arriva fino a 3400 metri di quota con un avvicinamento di 1500 metri. Si sviluppa su 600 metri, in 13 tiri e con una difficoltà massima di 7a. Una via non facile soprattutto a causa dell’ambiente isolato, dell’elevato grado tecnico e della difficoltà di piazzare protezioni. Sono fattori che impongono cautela e padronanza del grado”.

In arrampicata sul Triangolo della Jazzi

Oggi tu e altri alpinisti trovate ancora l’entusiasmo di aprire nuovi itinerari, ma la montagna è diventata davvero pericolosa?
“La montagna indubbiamente è cambiata: la parete est del Rosa sulla quale sono stati aperti grandi itinerari su ghiaccio come il ‘canalone Marinelli’, la via Brioschi, la via dei Francesi ha cambiato caratteristiche e quelle vie storiche sono quasi impercorribili. A Macugnaga venivano da tutta l’Europa per scalare la parete est, oggi per fare salite un tempo gettonatissime bisogna saper aspettare le giuste condizioni, che non tutti gli anni si presentano. Lo zero termico è spesso a lungo oltre i 4000 metri e questo dovrebbe già dirla lunga sulla scelta di un itinerario: le salite di misto devono essere ‘protette’ dal freddo o almeno da un rigelo notturno. Il cambiamento climatico ha accelerato certe mutazioni. Avevo individuato un bel seracco da cui salire per una nuova via e nel giro di pochi anni è praticamente sparito, da lì non si può più passare. Dovremo abituarci a non poter più ripetere delle vie classiche o fare certi itinerari con maggiore attenzione”.

Quali sono i tuoi consigli da esperto alpinista e Guida alpina?
“Sicuramente bisogna responsabilizzarsi, usare il buon senso e non voler affrontare a tutti i costi una via o una salita che non ha più le caratteristiche con cui è nata. Ci sono moltissime belle aree nuove dove godere tutta la bellezza della montagna. Partendo da questo dato di fatto, suggerisco di informarsi nei centri Guide sulle condizioni delle vie o degli itinerari, anche i sentieri in quota possono essere insidiosi. Poi studiare bene il bollettino meteo e lo zero termico prevalente nel periodo e le condizioni del manto nevoso. Nonché disporre di tutta l’attrezzatura necessaria per affrontare anche gli imprevisti. A tutto questo bisogna aggiungere la saggezza di saper rinunciare. Il rischio zero in montagna non esiste e ogni scelta richiede anche un po’ di umiltà, non è un peccato tornare indietro. Per esempio anche io e Andrea, durante l’apertura di questa nuova via, abbiamo dovuto interrompere la salita e ripararci al rifugio Sella a causa di un temporale. Sono cose che possono accadere. Se poi non si è sicuri e non si conosce la zona è meglio affidarsi a dei professionisti”.

Ossola. Otto tiri “per non dimenticare”
di Paolo Crosa Lenz
(pubblicato su mountcity.it il 31 agosto 2020)

Una grande parete di buona roccia, alta 400 m, in uno dei luoghi più remoti e appartati delle Alpi. E’ la Punta Laugera 2995 m, la più elevata lungo la catena spartiacque tra la valle Anzasca e la valle Antrona. E’ una montagna poco conosciuta: troppo faticosa per gli escursionisti e dall’accesso lungo e complesso per gli scalatori. Alla base della parete vi è una piccola lingua glaciale che sopravvive a fatica nel caldo estivo. Qui, il 20 agosto 2020, è stata tracciata una nuova via alpinistica di scalata sulla parete ovest-sud-ovest. Non una “vetta” di falesia, ma alpinismo vero, di stampo classico. Autori sono stati Paolo Stoppini di Vanzone, Fabrizio Manoni di Ornavasso e Simone Antonietti di Baceno. Racconta Manoni: “È una bella via di difficoltà contenute ma omogenee (dal 4b al 6a+), di grande respiro nel solitario vallone di Mondelli. Sono otto tiri di corda dai 40 ai 60 m che portano sull’anticima. La roccia è eccellente”.

Punta Laugera, parete ovest-sud-ovest. In giallo, via Pennati-Ratti; in rosso, Per non dimenticare. Foto: Paolo Stoppini.

Era da tempo che l’idea circolava negli ambienti alpinistici locali. Ricorda Stoppini: “Negli ultimi due anni ho fatto diversi giri ad osservare le principali pareti situate tra l’alta Valle Antrona e la Valle Anzasca (Laugera, Antigine, Cingino nord e sud, Saas, ecc.) sui loro vari versanti alla ricerca di una parete sulla quale aprire una via, da dedicare a mio papà Primo e a tutti i suoi soci contrabbandieri che passavano sotto queste pareti con la bricolla in spalla nei loro tragitti tra Mattmark, Sass Grund e Vanzone o Ceppo Morelli; da qui anche il nome scelto per la via: Per non dimenticare”. E’ la terza volta nella storia dell’alpinismo che gli scalatori mettono le mani su quella roccia. Sono tutti nomi di prim’ordine dell’alpinismo italiano. Il 16 luglio 1950 i Ragni di Lecco Davide Pennati e Giovanni Ratti percorrono il colatoio centrale. Ratti non è da confondere con Vittorio Ratti, l’alpinista che, con Gigi Vitali, ha aperto nel 1939 la storica via Ratti-Vitali sulla parete ovest dell’Aiguille Noire de Peutérey nel massiccio del Monte Bianco. Negli anni ’50 la via è stata ripetuta con una variante dall’alpinista verbanese Tino Micotti. Oggi il nuovo itinerario tracciato dagli ossolani dimostra sia la vitalità del nostro alpinismo sia come i monti dell’Ossola offrano ancora opportunità per la pratica di un alpinismo esplorativo e di ricerca.

Il luogo e il nome della montagna hanno rilievo nella storia dell’Ossola. Il vallone di Mondelli è stato un itinerario storico all’epoca del contrabbando di sigarette, i ”camminatori della luna” che trovarono occasione di riscatto economico in valli povere di montagna. Il nome Laugera richiama al “laveggio”, la pietra ollare con cui per secoli sono state realizzate stufe e stoviglie. Il toponimo è stato assegnato alla montagna da Riccardo Gerla, alpinista milanese che, alla fine dell’Ottocento, esplorò a lungo questi monti. Sulla parete nord-est della montagna vi è una via tracciata il 7 agosto 1946 da Aldo Bonacossa e Gigi Vitali. 

Alpinismo in Valdossola
di Paolo Crosa Lenz, Fabrizio Manoni
Editore: Grossi
Collana: Mondo alpino
Data di Pubblicazione:  1 dicembre 2002
EAN: 9788885407824
ISBN: 888540782X
Pagine: 176

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Programma Campo Base 2023

VENERDI’ 1 SETTEMBRE 18.30 Campo Base Festival si aprirà al pubblico con un aperitivo di benvenuto e una tavola rotonda sui temi dell’ecologia, realizzata con CI SARA’ UN BEL CLIMA, collettivo nato nel 2020 con l’obiettivo di creare un coinvolgimento più ampio e inclusivo attorno alla causa climatica ed ecologica.
20.30 prima il benvenuto ufficiale alla terza edizione del Festival in compagnia di Alessandro e Elena Gogna, poi un momento di approfondimento con FABRIZIO MANONI, assoluto protagonista delle montagne ossolane, guida alpina di professione, ha scalato e aperto diverse grandi vie sulle Alpi e non solo, dalla parete nord del Cervino in solitaria all’avventura sull’Everest, con il bivacco più alto nella storia dell’alpinismo.
21.15 DAVID BACCI e CAI EAGLE TEAM, un momento di dialogo, tra Alaska e Patagonia, alla ricerca di pareti inviolate sull’Himalaya e sulla parete sud del Denali. David Bacci fa parte del celebre gruppo alpinistico dei Ragni di Lecco e attualmente è membro della giuria del progetto CAI Eagle Team, iniziativa pensata dall’alpinista Matteo Della Bordella insieme al Club Alpino Italiano, con l’obiettivo di trasmettere ai giovani le conoscenze tecniche e il patrimonio culturale fondamentali per diventare interpreti dell’alpinismo moderno.
22.30 Dj set ORIL & ALEMARO e di BUNNY tutti giovani e promettenti musicisti ossolani.
SABATO 2 SETTEMBRE
18.30 L’esploratore FRANCO MICHIELI sarà ospite a Tones Teatro Natura per presentare il suo ultimo libro “Per ritrovarti devi prima perderti. Guida tecnico-filosofica all’orientamento naturale”, in cui racconta decenni di esplorazioni grazie all’orientamento naturale nei più differenti ambienti della Terra.
19.00 Concerto di ADDICT AMEBA, un collettivo musicale formato da dieci elementi che mescola afro, ethio jazz, psych rock e musica latina.
20.30 “Il paradosso dell’acqua”, dialogano tra loro saranno ALEX BELLINI, famoso esploratore con una spiccata attenzione all’ambiente, SOFIA FARINA, ricercatrice, meteorologa dell’Università di Trento e attivista per il clima e la montagna con Protect Our Winter e CIPRA e SARA SEGANTIN, scrittrice, divulgatrice e attivista ambientale. Incontro centrato sull’importanza delle risorse naturali, senza distogliere lo sguardo dalle mille emergenze contemporanee, tra inquinamento, siccità e spreco.
22.00 VENERUS in concerto. Artista talentuoso ed eclettico contribuito ha contribuito ad innovare la scena musicale contemporanea: anima libera dalle etichette del genere, cantautore, polistrumentista e producer, sa unire sound soul e R&B all’elettronica, con uno stile unico e originalissimo.
23.00 STEVE PEPE Dj set tra un eclettico mix di stili e sonorità elettroniche e psichedeliche.
DOMENICA 3 SETTEMBRE
Dalle 13 alle 18, nel piccolo villaggio rinato di Ghesc, adornato dai Pani del desiderio realizzati durante i giorni del festival con l’artista ILARIA TURBA, con degustazione di vini, cibo e musica. Barbarella e Savoy-Hard accompagneranno l’intero pomeriggio con un movimentato dj set back to back. Partecipa alla giornata di festa MADRE PROJECT con DAVIDE LONGONI.
LA RAMPOLINA E LO CHEF DAVIDE MINOLETTI A CAMPO BASE FESTIVAL
Per Davide Minoletti e lo staff de La Rampolina il cibo è condivisione e contatto con il territorio. Anche quest’anno il cibo a Campo Base sarà curato e pensato ad hoc. Sarà la montagna che incontra il lago, riscopre piatti della tradizione e contemporaneamente sperimenta scegliendo con consapevolezza nel rispetto dell’ambiente

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Fabrizio Manoni a Campo Base 2023 ultima modifica: 2023-08-29T05:55:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Fabrizio Manoni a Campo Base 2023”

  1. Con Manoni, detto Manetta, ho fatto i corsi guida. Ne ho un ottimo ricordo come persona e alpinista e, dj a parte, sicuramente varrà la pena vederlo lì, a casa sua.

  2. Fabrizio Manoni è uno dei più grandi alpinisti del mondo, non servono molte altte parole….

  3. Di solito i dj set iniziano quando sta succedendo qualcosa che era più interessante del dj set.
    Infatti, mi sono sempre chiesto perché inizino.
    Parere strettamente personale, ma mai sopportato i dj.

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