Ferruccio Svaluto Moreolo

”Sono solo in balia del mio essere uomo, con il suo coraggio e le sue paure.
Ma anche con la sua forza e la consapevolezza di ciò che sta facendo
(Ferruccio Svaluto Moreolo)”.

Giovedì mattina, 8 aprile 2021, è stato rinvenuto il corpo senza di vita di Ferruccio Svaluto Moreolo. La sera precedente verso le 20.30 la Stazione del Soccorso alpino del Centro Cadore, la sua stazione, era stata allertata per il suo mancato rientro da un’escursione scialpinistica sugli Spalti di Toro, in territorio di Domegge di Cadore.

Creato immediatamente un “campo base” al Rifugio Cercenà erano partite le diverse squadre con sci e pelli di foca, cui si erano uniti nel corso delle ore il Soccorso alpino di Pieve di Cadore e della Guardia di finanza di Auronzo e Cortina, con unità cinofile, anche molecolari, mentre dal versante udinese si muovevano il Soccorso alpino di Forni di Sopra e del Sagf di Tolmezzo. Le ricerche sono proseguite senza esito nella notte, in un’area dove quasi mai c’è copertura telefonica. Alle 6 del mattino dell’8 aprile decolla l’elicottero dell’Air Service Center per effettuare un sorvolo e trasportare in quota le diverse squadre. Ed ecco che poco dopo i soccorritori a bordo individuano il corpo, all’imbocco di Forcella Segnata. Questo, recuperato dall’eliambulanza del Suem di Pieve di Cadore, è stato trasportato a valle, per poi essere accompagnato nella cella mortuaria.

Ferox, accanto a una sua scultura e con in mano il suo libro

Ferruccio, guida alpina, presidente del Gruppo rocciatori Ragni di Pieve di Cadore, aveva 61 anni, faceva parte del Soccorso alpino dal 1989, è stato tecnico di elisoccorso per 25 anni e tecnico di centrale operativa fino all’anno scorso.

In questa disgrazia, il Soccorso Alpino bellunese perde davvero una figura di grande riferimento. Per questo si è stretto con grande emozione al dolore dei familiari e della figlia Irene.

Alex Barattin (CNSAS) ricorda uno dei suoi migliori: «Era un uomo squadra, c’era sempre, aveva un grande cuore».

I funerali sono stati tenuti ieri mattina, sabato 10 aprile, a Domegge, nella Chiesa Parrocchiale di San Giorgio. Non fiori ma offerte da devolvere a favore del CNSAS – Centro Cadore.

Sono moltissimi gli interventi sui social. In molti ricordano Ferruccio per i suoi insegnamenti e la sua professionalità. “Una persona buona, sempre disponibile a collaborare con la scuola di Lozzo con entusiasmo e sempre con il sorriso. Abbiamo assieme a lui tanti bei ricordi delle giornate di fine anno scolastico a Pian dei Buoi. Grazie Ferruccio per la tua disponibilità, per quello che ci hai insegnato sulla montagna” viene riportato in uno dei tanti commenti in suo ricordo. «Ci stringiamo al dolore dei suoi familiari e della figlia Irene e ci uniamo alle loro lacrime» le parole commosse dei colleghi.

Da Ferruccio a Ferox
di Gianfranco Nonno Valagussa

Anni ’80
– Ciao nonno, son Checco.
– Ciao Checco, tutto bene?
– Sì dai, vengo a Milano con Ferruccio, mi troveresti mica da dormire…?
– Certo, sento subito se qualcuno ha la casa libera e ti richiamo.
– Checco… casa trovata, quando arrivate?
– Venerdì primo pomeriggio, dove ci troviamo?
– Esci dall’autostrada per Viale Zara, vai verso il centro e ci troviamo all’edicola in Piazzale Lagosta…
– Va ben.

Cena e notte a casa di Marina, zona Vigorelli. Sabato pomeriggio Parco Sempione, al sole tra hippie e indiani metropolitani, frisbee e chitarre. Mmmm… vago profumo di “mariagiovanna”.

Ferruccio: – Sì, nonno, le Marmarole sono le nostre montagne, c’è tanto da fare e sono belle e selvagge.
Nonno: – Certo, dopo quei giorni tra bivacco Tiziano e Rifugio Baion dalla Sandra con il Luca Visentini, il Claudio Cima e il resto della banda è impossibile non pensare di tornarci…

Primi anni ’90
Abbiamo appena passato una notte davanti al fuoco. Bivacco Gervasutti, notte stellata. Le rituali birre con le solite sigarette, allora fumare non era una scelta di campo, era la normalità. Oggi salita alla Cima Cadin degli Elmi, domani la più impegnativa Cima del Cadin di Vedorcia. Avremmo dovuto tornare a casa ma l’atmosfera pulita ci fa riconsiderare l’opportunità di restare, spersi su queste costiere di periferia. Per me sono scogliere come tante, ma Luca ha bisogno di concludere perché il nuovo volume sulle Dolomiti d’Oltrepiave si sta rivelando più complesso di quel che si prevedeva.

Ferruccio Svaluto Moreolo

Al mattino partiamo e in effetti la salita diventa articolata, il ricorso alla corda è inevitabile. Raggiungiamo l’ultimo tratto prima della cima infrattandoci in un canale marcissimo che ci deposita in vetta. Panorama selvaggio, avventura garantita. Fermi sulle rocce finali non ci resta che rompere il silenzio con qualche battuta.

Portata dal vento arriva una voce, sembra che chiami “nonnooo”. Guardo Luca che mi guarda – Sentito? – Sarà il vento… Lo stesso vento che a breve distanza sembra gridare “Lucaaaa”.
Ben, provo a girarmi in direzione della corrente d’aria che spira dal Cadin degli Elmi. Una figura si muove sulla vetta. – Son Ferruccio, tutto bene? Oh cazzo..
– Sì, cosa fai?
– Mi hanno chiamato che vi aspettavano a casa.
– Adesso scendiamo, ci dispiace, ci vediamo al Padova per una birra.

Ritorno silenzioso, direttamente giù dalla forcella mirando al sentiero che ci porta al rifugio di Ferruccio in Prà di Toro.
– Scusa tanto Ferruccio, ma non pensavamo che avrebbero chiamato, ti abbiamo fatto fare una corsa per niente…
– Beh – risponde sottovoce guardandosi intorno come chi manifesta un inconfessabile segreto – meglio su là per niente che qui a dar via birre…

Sempre negli stessi anni
– Nonnooo, dove andate?
– Ciao Ferruccio. Ecco la nostra grande guida… – sorrido girandomi verso gli altri che mi seguono – Andiamo alla Torre Laura, voglio salirla per mettere la relazione nella guida che sto preparando.
– Bravi, in Marmarole si vedono i veri alpinisti. Io Campanile Comunello e poi vediamo…

I pascoli di Pian dei Buoi alla base del Ciarido salgono fino alle rocce, come nelle più celebrate Dolomiti. Ferruccio non è un corista, si esprime da solista, da gran conoscitore delle musiche nostrane. Mentre saliamo verso lo stesso canale descrive fiori e racconta storie di personaggi locali al cliente che accompagna. Le Dolomiti in Marmarole non sono solo roccia e sport.

– Ferruccio, ci vediamo al Ciareido per una birra quando torniamo.
La mano alzata a salutare e il suo sorriso sono una risposta inequivocabile.
– L’ultimo che arriva paga da bere – gli grido, lui mi risponde sicuro – Cosa vi ordino?
Ci siamo capiti.

Ferox

Qualche anno fa…
Ore 8, partenza per Mel, appuntamento sotto casa mia a Domegge, andiamo al “Pelmo d’Oro” perché tra gli altri premiano Ferruccio. C’è il sole nella piazza e rivedo Luca. Prima dell’inizio mi giro per vedere chi c’è. Due file dietro riconosco la zia Caterina con Maria sorridenti. La zia è stata l’iniziatrice di Ferruccio alla montagna, Maria, che sappia io, la sicura compagna di sempre.

Il filmato che presenta la nostra Guida Alpina ne fa un ritratto fedele: alpinista, sportivo, scultore e, alla fine della premiazione, anche poeta che legge una sua creazione. Mi chiedo se mi sono perso qualcosa negli ultimi dieci anni. Mentre lo avvicino arriva un signore che gli chiede un autografo, lui sorride e gli dice “firmo col mio nuovo nome, Ferox.” Eh sì, forse mi sono perso un pezzo di storia. Salutati gli amici vado verso Ferox che si è seduto in disparte vicino a una donna.

– Ciao Ferruccio, vado a mangiare. Capisce il mio sguardo e dichiara: – Lei è Betty.
Ho capito, il tempo passa per tutti. Me ne vado, tutte queste novità mi fan girare la testa: scultura e poesia ci stanno, il cambio di nome lo facciamo passare, ma una nuova compagna mi destabilizza. Troppe novità. Mi giro mentre mi allontano e lo vedo felice, distaccato come sempre. Ritorno e gli chiedo a bruciapelo “se ci starebbe a fare una serata sull’alpinismo con Gogna e Mauro”.
– Certo, ci sentiamo.
La serata sarà bellissima, fuori dalle rime e con tanta improvvisazione, forse troppa.

Ferox

Tre anni fa
– Ciao Nonno, hai un minuto?
– Per te anche due… Ridiamo.
– Sai ho scritto una cosa, un romanzo, volevo fartelo vedere.
– Cazzo, certo, manda per mail, sto partendo per Milano ma appena arriva lo leggo.

Mi sento davvero lusingato, grande Ferruccio! Oh scusa Ferox…

Mi regalerà qualche mese dopo una delle prime copie con una formidabile dedica, di quelle che si conservano come un tesoro.

Anno scorso
– Ciao nonno, domani hai da fare?
– Nessun appuntamento.
– Andiamo a Forcella Scodavacca che c’è quello spigolo mai salito che ti dicevo?
– Se pensi che riesco a starti dietro volentieri. Cosa porto?
– Chiodi e martello.
– Ok, ore?
– Sei. Passo a prenderti.
– Bien, a domani.

Mentre saliamo dichiara la volontà di dedicarlo al mitico Livio Deppi scomparso quell’estate. Bel pensiero. Mentre progrediamo è un continuo apprezzamento sulla qualità della roccia, sul fatto che stranamente nessuno aveva mai messo gli occhi su quel lato e che in Dolomiti ci sono ancora tante cose da fare, vie nuove da aprire. Gli rispondo che non ho mai avuto dubbi, ma chi deve trasmettere valori e far crescere competenze indirizza i giovani all’approccio sportivo, alla ricerca del grado e non dell’ambiente, della montagna, della solitudine, dell’avventura. Concorda ma non risponde e mi rimane un dubbio… Chiariremo poco dopo guardando una sua vecchia via che sale a semicerchio tra giallo e grigio proprio sotto lo spallone ovest. Il vertice di quella sua via si conclude insieme ad un’altra tracciata negli anni Trenta dai carnici. Nel corso di una mia ripetizione trovai un solo chiodo all’inizio della lunga fessura e le difficoltà dichiarate di terzo grado si rivelarono di quarto e quinto costringendoci a soste precarie e rinvii su nut. Allora accenna al solito discreto sorriso di conferma dichiarando: – L’ambiente fa grado.
Ci guardiamo intorno per una verifica geologica proprio sotto un raponzolo di roccia.

7 aprile 2021
Sono all’incirca le 21.30, arriva un messaggio sul cellulare “auto con lampeggiante stanno salendo a Cercenà, è successo qualcosa?” “Non so, adesso sento” “I nostri del soccorso sono irraggiungibili”. Poco dopo… “Stanno cercando Ferruccio”.

8 aprile 2021
Scoprirò che non sono il solo ad aver sognato Ferruccio in questa notte intermittente.

Alle sei passa l’elicottero nel mattino più freddo di questa primavera senza contatti sociali, e la notte è stata gelida.

Alle nove siamo in piazza, non si riesce a stare soli, le domande cercano risposte che arriveranno poco dopo. Ferox non c’è più.

9 aprile 2021
La morte di un alpinista si porta sempre dietro una coda di domande cui difficilmente si riesce a dare una risposta. Ognuno ha un proprio ricordo, un aneddoto da raccontare. Generalmente un alpinista, un grande alpinista, come Ferox è difficilmente riassumibile in poche parole.

Si potrebbero elencare le vie salite e in questo caso non basterebbe un grosso volume. Si potrebbero raccontare le sue avventure alpinistiche negli altri continenti. Sottolineare i contenuti del suo romanzo, delle sue poesie, delle sue sculture. Approfondire le sue scelte di vita, a tratti estreme e a tratti di una paurosa normalità. Si potrebbe citare la sua malattia che non ha mai placato la sua voglia di arrampicata, di sci.

Oggi
E’ tra un’ombra e l’altra di vino rosso che Dario, montanaro-cacciatore-alpinista, mi racconta di quando lui, ventenne, portò il più giovane amico Ferruccio a effettuare la sua prima invernale. Anno 1975, ramponi e piccozza in prestito. Partenza presto, come s’usava allora, direttamente da casa. Obiettivo Spalti di Toro, Forcella Segnata, nelle immediate vicinanze dell’affilato Campanile di Toro, in vista del più celebre urlo di pietra della Val Montanaia. Una giornata piacevole ed allegra nei ricordi più vividi che mai del capocordata. Il cerchio si è chiuso a Forcella Segnata su quell’intaglio ormai irriconoscibile dopo più di quarant’anni, nella stessa gelida stagione.

A me rimangono dei semplici ricordi di un uomo che non ha mai cercato sconti dalla vita. Un semplice alpinista che cercava solo di vivere nel modo migliore le sue passioni.

«Fin da piccolo mi arrampicavo ovunque si potesse salire: piante, muri, pareti erbose, aiutato moralmente da una corda di canapa di 7 metri, alcuni chiodi da ferramenta, e da compagni che uno dopo l’altro perdevano la fiducia in loro stessi, abbandonandomi al mio destino.
Sopravvissuto a queste esperienze, mia zia, grande amante della montagna nonché cittadina del mondo pensò bene di rovinarsi la vita dicendo ai miei genitori: “Lo porto io in montagna, così lo tengo d’occhio…”, ma probabilmente perdette la vista, quando vide che mi arrampicavo a fianco al cavo della ferrata senza nemmeno usarlo come sicurezza.
Dopo diversi anni il CAI di Pieve di Cadore con la collaborazione dei Ragni, organizza un corso di roccia. Il corso fu fondamentale perché mi diede i rudimenti di tecnica ma soprattutto mi fece conoscere i compagni di tante avventure future. Torniamo un attimo indietro di qualche anno: al mio paesello c’erano alcuni alpinisti definiti di stampo classico, ed io ero affascinato dai loro maglioni di lana color rosso fuoco e dai loro racconti, e cercavo in ogni modo di corromperli per farmi portare in montagna. Però ad ogni appuntamento si inventavano ogni sorta di scuse, la classica era che sarebbe piovuto, ma alzando lo sguardo il cielo diventava sempre più blu. Finché un giorno una combinazione miracolosa di eventi fece in modo che finalmente il mio sogno di salire una montagna stesse per realizzarsi. Non andò però come mi aspettavo. Attaccammo la cengia di Ball sul Monte Pelmo. L’alba ci era fuggita di mano da diverse ore e lo spettro di una ritirata prematura già tormentava i miei compagni di cordata. Io, in balia del loro volere e della loro macchina, fui costretto all’ennesima sconfitta. Però il poco fatto bastò come scusa di festeggiamento al rifugio Venezia…
Quello che avvenne dopo la prima bottiglia non lo ricordo, però capii cosa voleva dire alpinismo eroico: cioè eroico era riuscire a tornare a casa sani e salvi dopo aver svuotato i bar di mezza provincia (Ferruccio Svaluto Moreolo)».

23
Ferruccio Svaluto Moreolo ultima modifica: 2021-04-11T05:24:00+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “Ferruccio Svaluto Moreolo”

  1. 8
    Patrizia Pedron says:

    Quanta umiltà nei tuoi occhi. Quanta grandezza nel tuo sorriso. Quale umanità nel tuo cuore. Negli anni in cui ho avuto la fortuna di lavorare con te non ti ho mai sentito perdere la pazienza; mai alzare la voce anche di fronte a chi si permetteva di essere poco rispettoso.  Mi hai insegnato tanto, Fero. Davvero molto. Senza parlare: solo con i gesti, la presenza, gli sguardi.
    Non sono riuscita a salire per darti un ultimo saluto: la vita mi ha portato lontano dalle Marmarole. Il tuo viso splendente rimarrà per sempre impresso nella mia anima e la tua voce ridente riecheggerà in me fino al nostro prossimo incontro.
    Buon viaggio amico.

  2. 7
    Alberto Benassi says:

    Si la via LIANA alla Tofana di Rozes è proprio una gran bella via a dimostrazione della visione e delle capacità degli apritori. La ripetemmo in una nuvolosa e fredda giornata di settembre.

  3. 6
    Riva Guido says:

    Cavolo, l’avessi avuta io ai miei tempi quella pistola spara spit che tanto vi avrà fatto ridere!

  4. 5

    La via Liana sulla Rozes è davvero splendida, specie se con uscita in vetta per la classica Dimai. 
    Ho dei ricordi di Ferruccio da morire dal ridere ai tempi di Cliffhanger nel ’91. Ma era uno che al momento opportuno sapeva essere serio quanto bastava e era una persona maledettamente in gamba e di raro spessore umano. 
    La malattia che lo divorava non riusciva a spegnere il suo entusiasmo. Chissà cos’ha pensato quando è partito per la sua ultima gita.

  5. 4
    "Bibo" Stramacci says:

    Sono finito a Grea di Cadore quasi per caso nel 1972. Avevo una tendina  e il sacco a pelo. D’allora ogni anno torno su in quel paesino delizioso per godermi le montagne e salutare i tanti amici del posto. Uccio era un ragazzino simpatico, vivace, fratello minore di Checco e Marica che facevano parte della comitiva di coetanei dell’epoca. Ricordo che mimavamo incontri di boxe citando i massimi italiani dell’epoca: lui si prese naturalmente il nome di quel simpatico ciccione che era Bepi Ros. 1980, all’incirca. Ferruccio mi viene a trovare d’inverno a Roma. Fa parecchio freddo: cappotto, sciarpa, cappello… ma lui gira tranquillo con una maglietta di cotone. Usciamo di sera per una passeggiata a Trastevere. C’è una pizzeria che frequento con passione:la Piccola Montecarlo. C’è d’attendere e rimaniamo fuori in attesa. A un certo punto non me lo trovo più accanto. “Ferruccio, Ferruccio dove sei?”. “Sono qui sopra!” Alzo lo sguardo e lo vedo al terzo piano del palazzo. “Scendi giù pazzo che non sei altro, qui non sei sulla roccia, qui ti sparano in testa”. Dopo la pizza, ci avviamo verso il Tevere per una passeggiata digestiva. Sul lungo fiume vi è un cornicione di una trentina di centimetri  di spessore, lungo  chilometri e sotto un vuoto di una quarantina di metri. E’ inutile dire quale fu il percorso scelto da Uccio. Per me che ho le vertigini pure a salire  sulla scaletta di casa potete capirmi… Caro Ferruccio, ci siamo visti due estati fa per l’ultima volta e mi hai regalato il tuo libro. Stanotte l’ho riaperto  e nella tua dedica mi hai scritto parole di grande affetto e stima. Per me è stato un onore e un privilegio averti avuto come amico. Continuerò, assieme a mia moglie Laura, a volerti bene e quando tornerò su, in ogni cima che mi troverò davanti, sono certo, anzi certissimo di ritrovare il tuo volto sorridente.

  6. 3
    emanuele menegardi says:

    Una delle più belle vie nella zona delle Tofane è la via Liana di Ferruccio Svaluto Moreolo e Rebeschini del 1998, sempre su roccia ottima e con belle placche e strapiombi. Quest’estate sarebbe bello ricordare una bella persona, “il Ferox” ripetendo la sua via!

  7. 2
    Maria says:

    Dolore!
    Caro Ferox
    abbraccia la mia Valentina.

  8. 1
    albert says:

     Giustamente si scrive che “La morte di un alpinista si porta sempre dietro una coda di domande cui difficilmente si riesce a dare una risposta.”
    Se invece e’ un “poco famoso “praticante della massa,  non appartenente ad una qualche associazione e con curruculum  ignoto di imprese,o un neofita alle prime uscite incappato nell’incidente,  spesso  i commenti chiedono”il pieno pagamento delle spese di soccorso” e  si fanno ipotesi  sui suoi presunti errori ed imprudenze.

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.