Franco Miotto

Franco Miotto
[Malles (BZ), 1932- Limana (BL), 7 ottobre 2020]
di Ivo Rabanser
(dal suo profilo facebook, 9 ottobre 2020)

Conobbi Franco Miotto anni fa a Trento, al Festival della Montagna. Lo guardai da lontano, lasciando vagare libera la mia immaginazione: un fisico asciutto malgrado la non più giovane età, pelle abbronzata e un viso segnato da un’esistenza vissuta senza mezze misure. Ebbi una piacevole sensazione di autenticità. Mi venne da pensare: di certo non è il tipo che maschera il vuoto di una frase con un sorriso artificioso.

Franco Miotto e Ivo Rabanser

Provai a figurarmelo, nascosto dietro un mugo, a spiare un branco di camosci, a contarli e a riconoscere gli esemplari più belli, i soli a interessarlo. Osservai le sue mani e pensai a quelle dita artigliate che nervosamente avranno frugato la scarna roccia del Burèl alla ricerca di un appiglio, saggiandone poi la solidità – poiché l’ultimo chiodo era maledettamente lontano ed una caduta sarebbe stata fatale. Nella sala illuminata dal neon, i suoi occhi non erano semichiusi come quando vagava sulle montagne, dove la luce del sole è troppo forte e acceca la vista. Pur non essendo quello il suo ambiente abituale, fra tante persone desiderose di stringergli la mano e di complimentarsi per le sue strabilianti imprese, mi sembrava che non gli dispiacesse affatto di essere al centro dell’attenzione.

Rifugio Casera Ditta, Franco Miotto con il gatto Paghera, 4 maggio 2008

Voleva essere il più forte, Franco Miotto, e non uno dei tanti, quindi le sue vie dovevano vincere le pareti che nessun altro era riuscito a scalare. Ma oltre ad essere il primo, su quelle pareti voleva metterci dentro qualcosa di suo. Voleva la lotta, quella vera, aspra, “essere o non essere”. Non potevano interessargli ripetizioni di vie già fatte, dove tutto era già stato detto. Potevano al massimo servire per fargli comprendere l’alpinismo. Ma di alpinismo non poteva di certo trattarsi, in quanto privato dello spirito di scoperta e di conquista. Per Franco non c’era alcun dubbio: alpinismo è quando il gioco si fa duro e non vi è più nessuno a cui poter delegare alcunché. È quando passi intere giornate sotto una parete con il binocolo a sognare vie da fare, e poi corri a casa a preparare i chiodi che serviranno, perché quella parete ti è entrata dentro, ti chiama ghignante: “Provaci se hai il coraggio”. Alpinismo è quando si diventa strateghi, per trovare una soluzione quando sembra che non ci sia più alcuna possibilità di andare avanti, architetti quando calano le tenebre e bisogna inventare un luogo sicuro dove passare la notte. Quando, sfibrati da una pesante giornata in parete, si pensa con inquietudine a cosa ci riserverà il domani. Quando i dubbi e l’ansia mordono il cuore e minano il morale, le difficoltà non accennano a diminuire, i chiodi non entrano nella roccia e l’uscita sembra irraggiungibile. Quando si tratta innanzitutto di sopravvivere, di tornare a casa. Come quella volta dopo la ‘diretta’ al Col Nudo, quando tutto stracciato, con le mani ferite, dimagrito di tredici chili in quattro giorni, tornò a casa rispondendo alla moglie preoccupata: “Io torno sempre a casa la sera”.

Rifugio Casera Ditta, 29 luglio 2007. Da destra, Andrea Gobetti, Franco Miotto, Adriano Roncali, Giuliana Gobetti, Paolo Cossi, Guido Faoro, Alessandro Gogna, Guya Spaziani.

Franco aveva imparato nei lunghi anni di bracconaggio a sopravvivere negli ambienti. E doveva anche guardarsi alle spalle, per non finire nella rete di chi, desideroso di vendetta, aveva giurato di acciuffarlo prima o poi. Disprezzava le battute di caccia collettive e tributava all’animale abbattuto gli onori che sentiva di dovergli, come succedeva agli antichi cacciatori. Aveva imparato ad osservare i pendii scoscesi e le ripide pareti, ad indovinare quale traccia il capo branco avrebbe imposto agli altri camosci per sfuggire al pericolo. Con un colpo da maestro abbatte il più bel camoscio che avesse mai visto. E fu l’ultimo colpo che per sua volontà detonò nell’aria. Mentre si avvicinò per recuperare la bestia morente fu folgorato: “tutto quello che non aveva mai visto gli fu chiaro in un momento.”

E allora Franco divenne alpinista. Alpinista di razza, abituato come era a pensare in grande. Non era più un ragazzo, avendo già passato la soglia dei quarant’anni, eppure riuscì a concepire e realizzare itinerari di massima arditezza. Voleva la partita grossa, lasciare una traccia: “Vedere i punti deboli. Avere l’intuito, l’intelligenza di capirli, e poi, tac! Ecco la via logica”. Era animato dentro da una vitalità deflagrante e aveva sempre in testa una via da tracciare, più dura, più difficile, più bella. “Io ho voluto passare dove non passavano gli altri, andare dove non andavano gli altri, mi impegno allo spasimo per raggiungere il massimo, e dopo divento dipendente, schiavo”.

Franco Miotto e Ivo Rabanser

Dopo pranzo ci sedemmo insieme e Franco mi parlò delle sue montagne, secondo lui le più belle delle Dolomiti e del mondo, dove ancora si poteva praticare un alpinismo come lo intendeva lui! Con trascinante passione mi raccontò di un territorio pressoché inesplorato, pareti che rappresentano il massimo dell’emozione, il massimo dell’ambiente, indescrivibili a parole.

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Franco Miotto ultima modifica: 2020-10-10T05:44:06+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Franco Miotto”

  1. 5
    Gio tex says:

    Giotex: 
    Francesca, visto i danni che hanno fatto anno le religioni…direi per fortuna…

  2. 4
    Marco Furlani says:

    Uomonon facile alpinista di bravura superba 

  3. 3
    Francesca says:

    Io, non sono stata alpinista, bensì una camminatrice instancabile. Uomini che hanno un rispetto quasi religioso della Natura, io ne conosco pochissimi.. purtroppo vivendo mio malgrado in città

  4. 2
    Ezio Costa says:

    Nel 2002 o 2003 ero studente ad ingegneria a Milano, nell’ambito di una serie di conferenze sulla montagna organizzate da un gruppo di studenti, venne Franco Miotto a presentare le sue stupende fotografie e a parlare delle sue esperienze di montagna. Io rimasi affascinato.
    Era da poco uscito il libro di Luisa Mandrino su di Lui: “La forza della natura – Franco Miotto l’uomo dei viaz”.  Aveva con sé alcune copie, ne acquistai una. Mi scrisse una dedica: ” da una vita aspra rinasca la speranza per i giovani F.M.”

  5. 1
    Alberto Benassi says:

    Bello questo ricordo Miotto fatto da Rabanser.
    Con Miotto sulla fine degli anni 80  ebbi uno scambio epistolare. Gli scrissi per avere informazioni sulla via dei Bellunesi allo Spiz di Lagunaz e lui mi rispose con una bella lettera dove mi dava consigli per la via . A quel tempo la via non era stata ancora ripetuta. Mi mandò anche  il  racconto dell’apertura della via e uno stralcio della sua attività alpinistica .
    Conservo ancora queste lettere.

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