Gian Piero Motti, prima dell’estate

Gian Piero Motti, prima dell’estate (RE 035)
(presentazione a L’ultima avventura)
a cura de La Discarica dei Sogni (RadioRust Station)
(andato in onda il 15 maggio 2020)

Gian Piero Motti il Principe, Gian Piero Motti il profeta del Nuovo Mattino. Gian Piero: un uomo, innanzitutto. Così profondo, enigmatico, visionario e melanconico. Un uomo elegante e fragile, che con la sua nostalgia d’infinito si è fermato a metà strada, tra il bordo di una sconfinata primavera e l’inizio di un’estate luminosa. Forse anche un uomo solo, soprattutto, proprio come capita sempre a chi esce fuori dal gregge, a chi ha il coraggio di gettare uno sguardo diverso e lungimirante, volando alto, oltre ad un presente sempre più ovvio e piatto.

Gian Piero Motti, a sin, in vetta alla Ciamarella con Piero. Foto: Arch. Famiglia Motti.

La complessità di Gian Piero Motti e l’importanza della sua eredità culturale e filosofica non permettono e non consentono di inquadrarlo in un ritratto esauriente. Anzi, sarebbe ingiusto tentare un’operazione simile. E qui, semplicemente, ci stiamo appuntando delle coordinate sul palmo della mano, per iniziare a cercarlo forse, in una rotta senza destinazione ma aggrappata a una direzione.

Gian Piero Motti nasce a Torino nel 1946 e nel corso degli anni dimostra di essere un giovane di raffinata sensibilità culturale: scrittore e filosofo, ha saputo unire un’intensa e notevole attività alpinistica a una rara e insuperata capacità di analizzare, approfondire e raccontare la montagna e i suoi protagonisti. Ma non da un punto di vista meramente tecnico, ma andando a leggere nelle pieghe della roccia, sotto la pelle e nella psiche dei suoi protagonisti e ancor prima andando a scavare in fondo a se stesso.

Come scrive Enrico Camanni nella sua preziosa cura al volume I falliti e altri scritti, edito da Vivalda, tutti i suoi scritti non esprimono tanto la volontà di raccontare l’alpinismo secondo i canoni narcisistici, ma piuttosto il bisogno di comprenderlo in profondità, nell’intento di renderlo più umano. Per questo in ogni suo lavoro è raro trovare l’ossessiva descrizione di un passaggio, di un tiro di corda o di un problema tecnico. La competenza tecnica e la sensibilità storica eccezionali servivano a Motti ad abbozzare il quadro per spingersi immediatamente più in là, tra i pensieri e i sentimenti degli alpinisti.

Gian Piero Motti sullo spigolo ovest del Becco di Valsoera. Foto: Ugo Manera.

A Gian Piero Motti va riconosciuto un lavoro enorme, accurato, generoso e infaticabile, fatto di articoli, recensioni, introduzioni, traduzioni, commenti e monografie. Ho incominciato a leggere i suoi scritti all’epoca della mia formazione alpinistica, quando avevo 14 anni più o meno. Chiaramente non ho conosciuto Gian Piero, almeno non fisicamente, ma ho sovente immaginato di vederlo arrampicare, leggero e garbato, proprio come sapeva esserlo anche con una penna in mano. In fondo, mi chiedo, attraverso la sua scrittura, non arriviamo ad essere in contatto in un certo senso, a essere così vicini lo stesso?

Ci sono una lucente poesia e un’oscura inquietudine che emergono discrete ma pulsanti dalle sue pagine, una delicatezza di pensieri e di ragionamenti così fuori moda e fuori tempo fortunatamente, e per questo da essere oggi straordinariamente attuali e immortali.

Gian Piero Motti conosceva il valore e il peso delle parole, per questo le usava nel modo giusto: sapeva che è necessario essere onesti per scrivere davvero.

Scrive ancora Enrico Camanni: “Motti cresce negli anni incerti del dopoguerra, diventa uomo nel clima austero dell’alpinismo torinese degli anni Sessanta, leggendo Cesare Pavese e ascoltando Bob Dylan. Comincia ad arrampicare molto giovane, da studente, e lo fa già da subito con eleganza e dedizione assolute […]. Ma la roccia non gli basta, è avido di apprendere e di capire: studia senza posa, s’interroga, si documenta, […] corre sempre oltre ogni moda e banalizzazione”. Egli era un alpinista del pensiero, con l’impellente bisogno di elaborare anche intellettualmente e spiritualmente la propria passione, alternando azione e meditazione, impegno e attesa, partecipazione e distacco. Pochi altri alpinisti si sono svelati così generosamente, rivelando anche i propri limiti e le proprie speranze. Poche vite si possono leggere così intensamente tra le sue pagine.

Nelle ultime righe della sua introduzione al volume, Enrico Camanni riporta anche le conclusive parole di Andrea Gobetti, apparse sulla Rivista della Montagna del 1983: «Torino non premia i suoi figli più delicati, alti e fragili artisti se non con il dono dell’oblio, il dono di dimenticare la sua grata di strade diritte come sbarre per chi vive le sue storie d’un giorno, la sua vita d’impegni, di piccole sfide ai semafori, di rancori e ricordi sperduti sotto la cappa grigia, confusi nella nebbia… Tardi, fino a tardi nella notte si continuò a essere tristi, nella città delle officine, perché quell’uomo alto, fragile e bello non aveva sopportato il nostro dolore quotidiano ed era andato via senza dirci altro che Itaca è nel sole».

Era il 21 giugno, il giorno più lungo, quando la primavera diventa estate e il sole ricomincia il suo viaggio verso la notte.

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Gian Piero Motti, prima dell’estate ultima modifica: 2020-12-09T05:30:57+01:00 da GognaBlog
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