Giorgio Cantaloni

Giorgio Cantaloni

Giorgio Cantaloni ci ha lasciati l’11 gennaio 2023. Nasce a Cervara di Trento il 6 gennaio 1950. Gli donano gli sci a 10 anni, così va in tram a sciare a Grotta di Villazzano sul prato innevato della zia. È un frate francescano a insegnargli, assieme ad altri “bòciazzi”. Ancor prima, a 8 anni, si ritrova in cima alla via Onta dei Bindesi, con la mamma sotto che non lo vede. Dopo averlo redarguito, alcuni alpinisti lo legano e lo calano. Adolescente inizia ad arrampicare a Carbonare in un burrone dove con alcuni amici, di nascosto dai genitori e con cordacce del bucato, riesce ad aprire delle vie, senza escludere alcun mezzo artificiale: come quando supera un tetto mettendo i chiodi tramite una vera e propria impalcatura di fortuna. Poi però inizierà a scalare seriamente con Marcello Rossi e Heinz Steinkötter.

Ai primi anni Settanta, l’esplorazione della Valle del Sarca si può dire ormai lanciata a tutta velocità, le pareti di fondovalle non sono più un tabù per nessuno, la corsa si sta aprendo. In questa valle ora inizia un movimento autonomo, di studio, di ricerca, e di progresso in senso sportivo.

Chiara e Giorgio Cantaloni

Il 17 marzo 1972 Marcello Rossi, Andrea Andreotti e Giorgio Cantaloni aprono la via delle Miralde alla Parete Zebrata. «Passando di qua, queste pareti mi attiravano, ma allora alpinismo voleva dire Dolomiti, pareti dove si arrivava su una cima», racconta Rossi. «Già era trasgressivo pensare di aprire una via sulla Parete Zebrata che finisse su ghiaioni a metà montagna». Per contrappasso lo stesso Cantaloni e Steinkötter si avventurano sul lontano Canfedin per chiudere il conto con un bel pilone roccioso (il futuro Pilastro Lucia) sulla destra della parete principale. I due, su idea del tedesco, partono il 6 maggio 1972 con l’intenzione di uscire in giornata, ma le difficoltà non lo permettono. Trovano per bivaccare una bella grotta: attorno ci sono mughi a sufficienza per fare fuoco tutta la notte. Nonostante il suo tipo di lavoro (professore di educazione fisica) Cantaloni fuma parecchio e dà fondo alle sue riserve di sigarette. Nella notte per di più nevica e la mattina dopo fa un freddo cane. Privi anche dei guanti, i due si mettono in tasca dei sassi ancora caldi dal falò notturno per trovare un po’ di conforto durante la discesa in doppie. Giunti a Terlago, Cantaloni smania per una sigaretta. Riesce a trovarne una, ma è un’Alfa, notoriamente l’ultimo stadio del fumatore incallito, praticamente catrame puro. La fuma con avidità. Torneranno un altro giorno per terminare la via, dedicata a Lucia (la mamma di Giorgio), fino alla vetta.

Il 4 e 5 agosto 1974 Giorgio Cantaloni, Franco Gadotti e Guido Stanchina salgono per la bella e compatta parete il Pilastro Sud della Cima Brenta Occidentale che chiamarono la via Martina. Il pilastro si trova al centro della parete sud della Cima Occidentale, a destra (est) del Campanile dei Brentei. Arrampicata molto sostenuta ed esposta su roccia solida e tagliente. Altezza del pilastro circa 200 m; chiodi usati 13, lasciati 3 più un cuneo. Difficoltà: V+, l passo di A2.

Pochi giorni dopo, il13 agosto, Giorgio Cantaloni, Franco Gadotti e Guido Stanchina a comando alternato, salgono per lo Spigolo Nord raggiungendo la Cima Maria Luisa e denominano la via Mariacandida. Altezza circa 300 m, roccia levigata e generalmente buona; chiodi usati 21, di cui 7 lasciati. Difficoltà: V+, passaggi di VI° e A2.

Specialmente l’apertura del cosiddetto Diedro Martini alla Cima alle Coste è prologo di altre più impegnative e grandiose vie nella Valle del Sarca. Ciò che prima di tutto attrae l’attenzione guardando la parete est del Monte Brento 1545 m è un immane e orrido universo giallo e strapiombante la cui salita ancora è di là da venire; a sinistra è una ciclopica parete grigia (si chiamerà Pilastro MaGro) esposta a est-nord-est e a sinistra ancora si dispiegano le Grandi Placconate del Brento già percorse dalla via Graziella. Un punto debole di questa muraglia è una linea di fratture tra gli strapiombi gialli e il Pilastro MaGro, che la vecchia volpe Heinz Steinkötter individua subito. Sotto la sua regia si svolgono tre tentativi, fino a che dall’1 al 4 novembre 1974, Giorgio Cantaloni, Franco Gadotti, Giovanni Groaz e lo stesso Heinz salgono la via degli Amici, VI+ e A1, 23 lunghezze, 70 chiodi. La via inizia nel gran canalone che delimita a sinistra il grande zoccolo di placche basali. Prosegue in un profondo e orrido camino per diverse lunghezze e infine guadagna l’uscita prima con lunghe traversate ascendenti su placconate assai esposte di roccia solidissima, poi grazie a un marcato diedro leggermente inclinato: una grande classica di 800 m lungo la linea più logica dell’intera parete, un potente viag­gio su una parete repulsiva, uno dei pilastri fondamentali del grande alpinismo in valle. La ripeterà quattro anni dopo (20-21 maggio 1978) la cordata di Marco Furlani e Valentino Chini con un bivacco poco sotto l’uscita. I due avevano sempre visto la cordata che ha aperto la via degli Amici come una squadra di semidei ai quali non avevano osato neppure rivolgere la parola. Quella volta che Furlani deglutendo si è rivolto a Cantaloni per un consiglio sulla ripetizione, quello gli ha risposto lapidario: “Bocia, pòrtete vinti ciòdi!”. Anche Marcello Rossi per loro era in quell’Olimpo di eletti. E di certo la ripetizione della via, pur consolidando il mito, glieli ha finalmente un po’ avvicinati.

Andrea Andreotti (da sinistra), Giorgio-Cantaloni e Franco-Gadotti, dopo la salita al Sorasass (Pasqua-1974).

Ci racconta qualcosa Giorgio Cantaloni nella sua casa di Borgo Valsugana. Intanto sottolinea che l’idea è totalmente di Heinz Steinkötter. Poi ci confida che, andando all’attacco più volte, le ultime lo fanno in auto sulla strada forestale. Questa è chiusa da un lucchetto che loro tranciano, ma fin qui sarebbe ancora niente, perché per impedire a chiunque di perseguirli sostituiscono il lucchetto rotto con uno loro! In un tentativo sono solo in due, Cantaloni è in testa nel grande camino: c’è una lastra abbastanza instabile, pianta un cuneo, ci sale con la staffa, poi martella un altro cuneo… e a quel punto precipita assieme alla lastra. Miracolosamente non succede nulla né a loro né alle corde, ma non possono fare altro che scendere. Tornano con il rinforzo di Groaz e Gadotti: tocca a quest’ultimo la risoluzione del passaggio chiave, in libera, giusto prima della grande traversata. Cantaloni sostiene che lui da capocordata quel tratto non l’avrebbe mai fatto. L’ultimo giorno sono ormai senz’acqua e hanno la gradita sorpresa di vedere che Rossi si sta calando dall’alto verso di loro. Assicurato da Andreotti, messo lì anche a fare da “palo” alla corda che lo sostiene, Rossi porta agli amici un tanicone di acqua, che è quello che permette loro di affrontare in serenità l’ultimo ostacolo del diedro appoggiato.

Cantaloni ci racconta pure di aver ripetuto con Gadotti (7a ascensione) la Canna d’Organo di Detassis. Con orgoglio, nel racconto di un’infame lotta per la sopravvivenza lungo la via, ci confida che lui e Franco sono stati i secondi (dopo Heinz Steinkötter) a fare la salita “senza voli”. Secondo lui Gadotti, che ammira in modo sconfinato, è un grande liberista, sia per le sue doti naturali sia per il fatto che non è molto bravo a mettere i chiodi… gli manca la tecnica, e in più non s’impegna. Gadotti manovra il martello non facendo lavorare di polso la massa battente bensì come tentando di “schiacciare” i chiodi… Ovvio che poi sia contento quando riesce a fare anche 50 metri senza mettere niente! Andrea Andreotti per lui è forse un po’ meno bravo di Marcello Rossi, ma più coraggioso e dinamico. Marcello ha il grande problema di non gradire quando dorme fuori casa… figuriamoci in un bivacco! Una volta è con lui nelle cuccette del rifugio Tosa e nel sonno lo sente urlare “Frena, frena, frena!”. “Cossa gh’èlo, Marcello?”. “Frena, frena!”. Marcello è in pieno incubo e sta svegliando tutto il rifugio… Poi è normale che, mentre stai dormendo sodo, lui ti scrolli per le spalle e ti chieda “Ehi, stai dormendo?”. “Ostia, no… STAVO dormendo”.

Stregato evidentemente dalle atmosfere selvagge del Brento, Cantaloni ci torna, questa volta con Rossi. È il 18 aprile 1975, a entrambi interessa l’enorme placconata a sinistra della via degli Amici, più precisamente individuano il vago spigolo che divide le placconate dalla parete vera e propria. È lo Spigolo Betty (1300 m di sviluppo, V+, VI e A1), l’allora fidanzata di Giorgio, e anche questo richiede un bivacco su una bella terrazza a metà parete. Hanno tutto il tempo per prepararlo, si mettono comodi con le corde come cuscino: peccato che nella notte le braci del loro falò mal spento rischino di bruciare le corde. Se ne accorgono appena in tempo!

Cantaloni ebbe a che fare anche con il progetto di salire l’inviolata parete del Monte Brento. Tac tac tac, batti e ribatti con il martello, allora non c’erano i trapani e si forava tutto a mano con un punteruolo da edilizia: 15/20 minuti per un piccolo foro dove piantavamo un chiodino dall’aspetto poco sicuro e avanti così per giorni e giorni, a volte sotto un sole implacabile e altre in un freddo bestiale.

Cantaloni si costruiva con un amico i chiodi a pressione. Per testarli tutta la compagnia ebbe un’idea geniale. Una sera alla palestra della Vela ne piantammo uno a un metro da terra, prendemmo una vecchia corda che fissammo da una parte al chiodo e dall’altra al gancio di un vecchio Maggiolone Wolkswagen. Cantaloni partì a tutto gas e dopo quindici metri la corda si tese: il chiodo tenne. L’amico innestò la retromarcia, ripeté l’operazione alcune volte, noi stavamo per giudicare il test più che sufficiente, ma lui volle dare un ultimo colpo. Ripartì con il motore a pieni giri, la corda si tese ma questa volta il chio­dino si sfilò e partì come un proiettile rom­pendo il lunotto posteriore del Maggiolone, passando a pochi centimetri dalla testa del guidatore e conficcandosi nel parabrezza. Non ce la facevamo più dal ridere! Giorgio smontò bianco come il latte: se il chio­dino fosse passato pochi centimetri più in là invece del parabrezza avrebbe centrato il suo cranio ma, come si suole dire, tutto è bene quel che finisce bene.

Cantaloni racconta volentieri della sua prima invernale nell’inverno 1974-1975 della prima invernale alla via delle Guide alla Presanella.

Con Romano Nesler, un primo tentativo disperato, come disperata è la levigatezza dei lastroni di granito e la neve che blocca le fessure e il freddo che indurisce i movimenti. Un bivacco penoso, chiodi impossibili, slavine. Il ritorno si rende necessario. Poi andrà meglio la seconda volta e il tramonto sulla vetta, dopo tre giorni di lotta, sarà indimenticabile. Cantaloni ci è riuscito, con Franco Gadotti e Mario il Mite Zandonella.

Lo stesso Cantaloni rievoca poi, con sempre più passione, la salita invernale alla via Preuss del Crozzon di Brenta, fatta con Marcello Rossi: una serie infernale di camini ghiacciati, sotto l’incubo di brutto tempo e neve per più giorni (1978). Avevano scelto di salire in stile alpino, senza saccopiuma, sperando di uscire in giornata: invece Rossi ritrova nella sua cantina le scarpette interne degli scarponi doppi mangiate da topi o tarme, perciò salirà con quelli normali… e tutti e due hanno a che fare con una grossa nevicata dopo la prima notte in parete. E sottolinea che le notti durano 15 ore… “Non mi alzo mai scattante, figuratevi d’inverno dopo un bivacco… mi sembra d’essere in coma… anche se qualcuno dice che lo sono anche adesso, un po’…”.

Nel 1977 farà parte della vittoriosa spedizione di don Arturo Bergamaschi al Latok II 7108 m: personalmente raggiungerà l’Anticima Sud, solo una sessantina di metri più bassa della vetta (Ezio Alimonta, Toni Masé e Renato Valentini, 28 agosto 1977).

Un malore improvviso aveva portato via la figlia Chiara il giorno 2 gennaio 2023 a soli 42 anni. Chiara Cantaloni di Borgo Valsugana, ricercatrice senior dell’Eurac di Bolzano era stata trovata morta nel suo appartamento a Trento dalla madre Teresa. A nulla erano serviti i soccorsi, chiamati dalla madre: per la giovane donna non c’era stato più nulla da fare. Giorgio Cantaloni, il papà di Chiara, è deceduto pochi giorni dopo, alla fine di una lunga lotta con un male incurabile.

Giorgio Cantaloni era stato uno stimato professore di educazione fisica del Cfp Enaip di Borgo Valsugana. Anche lì rimarrà il suo ricordo: perché chi lo ha conosciuto non può dimenticare un uomo come lui.

Intervista di Marco Furlani a Giorgio Cantaloni (11 gennaio 2018)


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Giorgio Cantaloni ultima modifica: 2023-05-27T05:16:00+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Giorgio Cantaloni”

  1. 1
    Carlo says:

    Che bello questo alpinismo passato senza lasciare grosse impronte, senza vanagloria….quanta differenza con quello moderno tipo she moves mountain!!

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