Gli accademici si raccontano

Voluto dall’allora Presidente Generale del CAAI, Giacomo Stefani, nel 2013 si svolse a Torino un convegno che aveva l’intento di collegare la letteratura alpinistica all’attività degli Accademici. Il tema del convegno era: Gli Accademici si raccontano. I relatori: Spiro Dalla Porta Xydias per l’anteguerra, Ugo Manera dal 1945 fino agli anni ’60 e Pietro Crivellaro per gli anni ’70 e successivi. Dante Colli era il moderatore del dibattito. Ecco la relazione di Ugo Manera.

Gli accademici si raccontano
(dal dopo guerra agli anni ’60: fine dell’alpinismo eroico e borghese: il grande alpinismo diventa proletario)
di Ugo Manera

L’alpinismo è avventura e, come tutte le avventure, invoglia i protagonisti a raccontarle; a non tenere solo per sé le emozioni vissute ma a trasmetterle e a farle vivere ad altri attraverso il racconto scritto.

Più l’avventura è stata intensa, incerta, colma di rischi e maggiore è la spinta che prova l’attore a raccontarla perché non vuole che quelle emozioni, quelle paure e quei successi e insuccessi che fanno parte del patrimonio della propria vita vadano persi nell’oblio. La maggioranza delle persone “normali” poi non ha cercato né cercherà mai di vivere grandi avventure ma si emoziona ed esalta nel leggere quelle raccontate da chi le ha vissute. Questo è un ulteriore stimolo che spinge i protagonisti a raccontare.

Gli accademici, per diventare tali, hanno privilegiato un alpinismo di ricerca e di elevata difficoltà: quel modo di scalare montagne che propone l’avventura più intensa, emozionante e spesso rischiosa; è normale perciò che molti accademici abbiano cercato di raccontare le esperienze vissute sulle pareti. Le pubblicazioni sulle quali pubblicare i racconti alpinistici sono state, in molti periodi, esclusivamente quelle edite dal CAI e dalle sue Sezioni. E’ sempre esistita anche la strada più impegnativa del libro autobiografico; impresa che non ha scoraggiato gli accademici che in molti hanno inciso su questa traccia la storia delle loro avventure.

Rivista Mensile del CAI, settembre-ottobre 1946

Il periodo che prendo in esame è probabilmente il più povero di pubblicazioni alpinistiche di tutta la storia dell’alpinismo. Gli Annuari del CAAI uscirono in quegli anni con parsimonia: contiamo solo l’annuario del 1955 che, oltre ai regolamenti, contiene un’illustrazione dei bivacchi fissi e nessuna notizia alpinistica e quello del 1963 ancora dedicato ai bivacchi e con un elenco di spedizioni alpinistico–esplorative compiute da accademici dal 1949 al 1962. Nessun racconto di scalate, stanti le ristrettezze economiche, non c’era spazio per la letteratura alpinistica. La stessa Rivista Mensile del CAI, nell’immediato dopoguerra, per alcuni anni non venne inviata ai soci e riprese ad essere la pubblicazione per tutti solo dal 1949; erano ancora lontanissime nel futuro le pubblicazioni alpinistiche private. Malgrado lo stentato riavvio la Rivista Mensile (ne uscivano però solo 6 numeri all’anno) divenne presto la testimonianza principale dell’evoluzione dell’alpinismo italiano e dal 1950 fino a oltre metà degli anni ’70, conta molti numeri che sono i migliori della sua storia. Sulla Rivista Mensile hanno scritto molto gli accademici che spesso sono stati protagonisti anche nei comitati di redazione della stessa. Attraverso questi scritti cercherò, oltre che una traccia letteraria, anche le testimonianze dell’evoluzione alpinistica di quegli anni.

Il grande alpinismo, che appare dalle testimonianze scritte dei primi 40 anni del secolo scorso, è un alpinismo “eroico” mosso da ideali “grandi” tra i quali prevalgono coraggio, abnegazione e senso del sacrificio estremo. La caratteristica “eroica” è stata figlia di quei tempi non solo per l’alpinismo, ma nella nostra attività era alimentata da una realtà effettiva quella che per compiere imprese di alto livello ci voleva effettivamente un coraggio enorme per affrontare i rischi elevatissimi in quanto, con i mezzi di assicurazione di allora, la caduta del primo di cordata si poteva risolvere molto spesso in tragedia. L’altra componente che caratterizzava l’eroicità delle imprese era una forma retorica di esaltazione dell’individuo e delle nazionalità che invase tutti i campi e alimentò le immani tragedie del ventesimo secolo.

Fino alla seconda guerra mondiale poi la maggior parte degli alpinisti accademici proveniva dalla borghesia, poche le eccezioni anche se di grande livello, limitate per lo più alla Lombardia. Nel dopo guerra c’è un netto cambio di tendenze, molti sono i giovani operai provenienti dalle fabbriche in ricostruzione che si avviano alla montagna, non solo per andare intruppati nelle gite sociali delle sezioni CAI, ma per avviarsi a grandi imprese di valore assoluto. E’ uno stravolgimento: anche i proletari compiono scalate estreme e diventano accademici.

Gli scampati all’immane tragedia della guerra di eroismi ideali ne hanno le tasche piene: si diventa più consapevoli che la vita è meglio rischiarla il meno possibile. Non che scompaia d’un tratto l’alpinismo eroico stile anni ’30, che continua a influenzare per anni la prosa di molti nuovi scalatori, ma è in declino e spesso appare più come espressione retorica che come ideale sentito e vissuto.

Di questa evoluzione cercherò di rilevare le tracce nelle testimonianze scritte da vari accademici.
La Rivista Mensile dei primi anni del dopo guerra aveva un comitato di redazione composto da accademici ad eccezione di Adolfo Balliano e Giovanni Bertoglio che ne furono redattori per molti anni. Troviamo infatti: Presidente Carlo Negri con Renato Chabod, Massimo Mila, Michele Rivero, tutti accademici. La Rivista non ha molte pagine, gli articoli sono pochi ma alcuni hanno spunti interessanti; sul numero settembre–ottobre 1946 troviamo un bel racconto di Matteo Campia sulla sua celebre via della parete sud del Corno Stella portata a termine il 15 luglio 1945, sette anni dopo il primo tentativo. Un racconto semplice e diretto, privo di retorica, recita di scalata tecnica senza fronzoli ma con un velo di rimpianto nostalgico per tanti anni perduti a causa della guerra. Nel numero di dicembre dello steso anno una commemorazione di Giusto Gervasutti, caduto nel medesimo anno, fatta da Renato Chabod nel suo stile diretto ed essenziale. Sulle Riviste uscite nel 1947 pochi sono i racconti di scalate, i più rivolti al passato, scarsa l’attualità e non emergono personaggi e storie nuove. Tra le firme di accademici troviamo Guglielmo del Vecchio che racconta l’invernale della gola Nord-est del Jôf Fuart (12 febbraio 1946), Piero Ghiglione, Carlo Sicola.

Nella raccolta del 1948 ancora protagonisti gli accademici: Carlo Negri racconta della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey, della cresta des Hirondelles alle Grandes Jorasses e del Pizzo Trubinasca da nord, racconto quest’ ultimo scarno e tecnico ma sentito, con ricordi essenziali anche legati alla fine della guerra.

Riccardo Cassin rivive i suoi “Ricordi Lontani” con sottile nostalgia condita da retorica semplice e sincera, tra gli altri anche un ricordo di Gervasutti.

Molte le “prime” raccontate da Guglielmo del Vecchio sulla Rivista del 1949, compiute con Mauro Mauri. Sono cime dolomitiche importanti: Croda del Toni, Monte Popera, Cima Auronzo. Racconti in prima persona piuttosto retorici e autocelebrativi. Compaiono più volte anche le firme di Giorgio Rosenkranz e Massimo Mila che dà una sua visione sul perché si va in montagna.

Iniziano gli anni delle ripetizioni delle grandi vie della fine degli anni ’30 e inizio anni ‘40, è un assedio, i giovani emergenti vogliono confrontarsi con i campioni del passato. Carlo Ramella e Guido Pagani sono titolari sulla Rivista Mensile di una Cronaca Alpina fatta molto bene, meticolosa e dettagliata che sprona certamente gli scalatori a inserirsi nelle liste dei ripetitori che si allungano sempre più.

Nel comitato di redazione prevalgono sempre gli accademici (4 su 5); nel 1953 redattore è sempre l’ing. Giovanni Bertoglio. Nel comitato di redazione: avv. Cesare Negri, avv. Renato Chabod, avv. Michele Rivero e Toni Ortelli. Ho riportato i titoli per evidenziare l’estrazione borghese di quegli accademici ma sulle pagine delle riviste troviamo i racconti di altri protagonisti giovani provenienti da una diversa classe sociale. Essi si lanciano in ardite ripetizioni ma si avviano anche verso il nuovo, oltre i livelli raggiunti dai grandi predecessori.

Sull’ultimo numero del 1950 troviamo un articolo di Iosve Aiazzi che racconta la seconda salita della via Vinatzer-Castiglioni compiuta con Baldassare Alini nei giorni 18-19-20-21 agosto 1949, salita drammatica, osteggiata dal maltempo, conclusasi con l’uscita effettuata grazie ad una corda buttata dall’alto dai soccorritori dopo che i due si trovarono bloccati negli ultimi metri dal camino finale ostruito dal ghiaccio e reso insuperabile con la loro attrezzatura. La prosa è semplice, un po’ ingenua, volta a descrivere più gli aspetti tecnici della scalata che le sensazioni ed emozioni. Non c’è drammaticità ricercata né forme retoriche stile alpinismo “eroico”, forse anche perché il bagaglio culturale di chi scrive non lo consente ma proprio per questo il racconto appare vero e interessante e dà pienamente la percezione della dimensione e drammaticità dell’impresa.

Aiazzi fa parte di quel gruppo “terribile” di monzesi, tutti di estrazione popolare, giovanissimi (alcuni non superani i 20 anni) che senza timori reverenziali si scatenano in una incredibile serie di imprese estreme.

Cima Sud di Pratofiorito, parete est, via Aste-Susatti

Meglio ancora il valore e il coraggio di questi giovanissimi vengono evidenziati dal racconto di una serie impressionante di scalate apparso sulla Rivista N° 3-4 1951 a firma Andrea Oggioni: Dalle Dolomiti al Monte Bianco. Oggioni racconta della seconda salita del Croz dell’Altissimo per la via Oppio compiuta con Walter Bonatti e Iosve Aiazzi a fine giugno 1949 in 55 ore trascorse in parete. Poi della ripetizione della via Cassin al Badile con Iosve Aiazzi e Baldassare Alini all’inizio di agosto 1949, salita drammatica avversata dal maltempo con 73 ore trascorse in parete. Le avversità non frenano gli scatenati giovani, poco dopo ferragosto attaccano la Ratti-Vitali sulla Ovest della Noire di Peutérey: con Oggioni ci sono Bonatti ed Emilio Villa che morirà poco dopo per una caduta ai Corni del Nibbio in Grigna. La salita si svolge senza intoppi se non la consueta perdita dell’itinerario di discesa che provoca un bivacco imprevisto. Ritornati a valle ripartono subito con un quarto compagno: Mario Bianchi per la Cassin alla Walker delle Grandes Jorasses. I protagonisti sono stanchi, con equipaggiamento scarso e consunto e la scalata li impegna allo stremo. In 54 ore portano a termine la seconda scalata da parte di scalatori italiani di quella che in quel momento è considerata la scalata al top di tutte le Alpi. Sempre nello stesso scritto Oggioni racconta della salita alla via Cassin alla Cima Ovest di Lavaredo compiuta con Aiazzi nel 1950 in 15 ore.

Anche la prosa di Oggioni è semplice e diretta, racconta soprattutto l’azione, non c’è nessun tentativo aulico di esaltare le emozioni dei momenti di drammaticità o di esultanza per l’obiettivo raggiunto: il bagaglio culturale dello scrittore non lo consente ma il racconto rimane avvincente forse proprio per l’immediatezza a l’assenza di retorica.

Sullo stesso numero della Rivista compare il racconto dell’accademico Pino Gallotti di una ripetizione dello spigolo nord del Pizzo Céngalo. E’ uno scritto molto più vario e fiorito di quelli di Oggioni perché parte da una base letteraria evidentemente più ampia: ma risulta meno interessante.

Ho divorato tutti questi articoli 50 anni fa quando, con sconfinato entusiasmo, iniziavo la mia carriera di scalatore, oggi rileggendoli trovo che il loro interesse rimane immutato e ciò mi induce ad alcune considerazioni di carattere personale: allora le pubblicazioni alpinistiche erano poche e privilegiavano il racconto delle ascensioni da parte dei protagonisti, erano apprezzate dal mondo degli alpinisti che le collezionavano con cura. Oggi di pubblicazioni dedicate all’alpinismo ce ne sono molte: quelle ufficiali del Club Alpino e quelle edite da privati. La Rivista (non più mensile) del CAI è lontanissima dai successi degli anni migliori, c’è di tutto ma i temi alpinistici d’avanguardia sono quasi assenti e trattati in modo piuttosto spento. Lo Scarpone è un giornale di notizie spesso prolisso, soffocato dalla retorica celebrativa dei buoni sentimenti. Fa eccezione a questo standard la nuova edizione degli Annuari dell’Accademico.

Maggior fortuna non hanno le principali riviste private in continua affannosa modifica editoriale nella disperata ricerca di lettori disposti a sottoscrivere l’abbonamento. Su queste riviste è quasi scomparsa la relazione di ascensione scritta dal protagonista; gli spunti di letteratura alpinistica, sia di basso che di alto livello, sono rarissimi, prevale il notiziario asettico e le stesse ricerche storiche sono fatte più con l’ottica del saggio giornalistico (di medio e basso livello) che attraverso la rigorosa ricostruzione storica con il racconto avvincente degli avvenimenti; si punta spesso al sensazionale, poco al racconto “vero” dei fatti.

Le grandi avventure in montagna raramente sono raccontate in prima persona dai protagonisti ma vengono confezionate per i lettori attraverso domande ed interviste condotte da giornalisti o pseudo giornalisti specializzati di montagna. E’ come se Andrea Camilleri, invece di raccontare e animare con il suo straordinario linguaggio le avventure del commissario Montalbano, rispondesse alle domande di un giornalista sulle inchieste del celebre commissario; non avrebbe mai raggiunto lo straordinario successo editoriale.

Ritornando al nostro viaggio nel passato attraverso il racconto degli accademici, i giovani emergenti, con l’inizio degli anni ’50, non si accontentano più delle grandi ripetizioni, vanno oltre, si lanciano nell’apertura di nuove vie estreme. Nella collezione 1951 della Rivista Mensile troviamo due importanti testimonianze: il racconto di Luciano Ghigo della prima ascensione della Est del Gran Capucin e quello di Giovanni Mauro sulla prima ascensione del Pilier Gervasutti al Mont Blanc Tacul ove cadde nel 1946 il “Fortissimo”.

Sono due tra le più importanti imprese del periodo, una condotta dall’ormai noto Walter Bonatti, l’altra da Piero Fornelli, giovanissimo operaio torinese. I racconti sono scritti dai due secondi di cordata. Quello di Ghigo è lineare, senza fronzoli, non si prefigge null’altro che raccontare in modo preciso l’importante ascensione, obiettivo che appare raggiunto. Il racconto di Mauro, forse condizionato dall’emozione derivata dal fatto di aprire la via dove cadde Gervasutti, è farcito della più tradizionale retorica di un alpinismo d’altri tempi.

Anche nelle Dolomiti vengono superati i limiti stabiliti nel passato: alla Cima Su Alto lo specialista delle Calanques: il marsigliese Georges Livanos, con Robert Gabriel, vince il gran diedro nei giorni 10-11-12 settembre 1951. Racconta l’impresa sulla Rivista Mensile nel fascicolo 5-6: il suo racconto è stringato e tecnico e al termine non esita a dichiarare la loro via come la più difficile aperta fina ad allora nelle Dolomiti.

Non passa un anno che i monzesi ripetono la via Livanos e ne confermano le difficoltà: Andrea Oggioni e Iosve Aiazzi compiono l’impresa il 30 giugno e primo luglio 1952; Aiazzi lo racconta nel suo stile semplice sull’ultimo fascicolo della Rivista del 1952.

Andrea Oggioni scrive di due importanti imprese nel 1953: la prima invernale della via Costantini-Apollonio al Terzo Pilastro della Tofana di Rozes e la prima del gran Diedro della Brenta Alta nelle Dolomiti del Brenta, sempre in compagnia del fedele Iosve Aiazzi. E’ un ulteriore salto di qualità: dalle grandi ripetizioni alle vie nuove e prime invernali.

Dalle pagine della Rivista, edizione 1954, compare un nuovo protagonista accademico destinato a notevoli imprese: Armando Aste, con il racconto della sua prima salita alla parete est della Cima di Pratofiorito nella Val d’Ambiez nel Brenta (31-7 e 1-8 1953 con Fausto Susatti). Aste è un credente devoto e nel suo racconto cerca di far emergere la sua visione mistica.

Sempre nel 1954, sul fascicolo 9-10 vi è un lungo resoconto di Piero Ghiglione della tragica spedizione al Monte Api che costò la vita all’accademico Giorgio Rosenkranz, a Roberto Bignami e Giuseppe Barenghi. Ghiglione racconta i fatti in modo schematico e monotono, senza emozioni: non rende gli aspetti drammatici di quella spedizione.

Inizia in quegli anni l’assalto generalizzato alle grandi pareti nella stagione invernale, in pochi anni le vie che hanno fatto la storia dell’alpinismo estremo vengono percorse in inverno, sull’ultimo numero della Rivista del 1955 troviamo il racconto di Enrico Peironel della prima invernale, con Carlo Mauri, della via Supersaxo sulla parete nord del Breithorn Occidentale, racconto preciso della salita senza spunti di particolare interesse. Ritorna Andrea Oggioni nel 1956 a raccontare la “prima” della via della Concordia alla parete est della Cima d’Ambiez compiuta con Josve Aiazzi, Armando Aste e Angelo Miorandi nei giorni 30 giugno e primo luglio 1955. Il nome che venne dato alla nuova via vuole evidenziare il clima di collaborazione tra la cordata di Oggioni e quella di Aste casualmente dirette al medesimo obiettivo. L’accademico monzese in quell’occasione manifesta la sua gioia per esser lì a respirare l’aria delle cime dopo mesi di lavoro in raffineria di petrolio a respirare gas nocivi.

Walter Bonatti, prima Accademico, poi Guida alpina, è stato uno dei più grandi esponenti dell’alpinismo di quel periodo, rari sono però i suoi scritti al di fuori dei libri autobiografici. Sulla Rivista Mensile volume 3-4 1957 c’è un lungo racconto della salita al Monte Bianco del Natale 1956 con il tenente Silvano Gheser. Durante la salita si incrociarono con i giovani Jean Vincendon, francese, aspirante guida e François Henry studente belga. Il maltempo violentissimo si scatenò prima dell’arrivo in cima al Bianco, l’ascesa si trasformò in dramma: Bonatti e Gheser si salvarono a stento con gravi congelamenti per il militare, i due giovani d’oltralpe morirono dopo lunga agonia mentre i soccorritori tentavano inutilmente di raggiungerli. La tragedia sollevò un vero e proprio caso giornalistico. La scrittura di Bonatti è scorrevole, di piacevole lettura e rende bene il dramma vissuto.

Bonatti nel raccontare le proprie avventure non ripete lo stile dei suoi contemporanei, mentre negli scritti degli scalatori di punta del periodo si nota uno scostarsi sempre più netto dagli accenti eroici del passato e gli episodi drammatici occupano lo spazio dovuto senza avvolgere tutta la pratica dell’alpinismo, nella prosa di Bonatti notiamo esattamente l’opposto, egli è animato da individualismo esasperato, l’alpinismo per lui è soprattutto sofferenza da vincere con ferrea volontà, abnegazione e coraggio. Raramente nei suoi scritti vengono evidenziati momenti di gioia e spensieratezza, tutta l’attenzione è concentrata sugli aspetti drammatici. Sembra che la montagna riservi solo lotte all’ultimo sangue con la catastrofe sempre incombente, non c’è mai autoironia e divertimento; sembra un ritorno al passato con la montagna scuola di vita che ti tempra impegnandoti sempre ai limiti dell’esistenza. Contrariamente ad esempi del passato però la scrittura di Bonatti, pur esprimendo una visione eroica dell’alpinismo, è scorrevole ad avvincente e rifugge da manifestazioni retoriche di maniera.

I piloni del Mont Blanc du Tacul

La scalata su roccia negli anni ’50 diventa sempre più tecnica, si ricorre molto all’artificiale con largo impiego dei chiodi: entreranno presto nel gioco anche i chiodi a pressione con il conseguente perforamento artificiale della roccia. Quasi sempre la tecnica mal si sposa con i voli della fantasia, così le nuove imprese diventano sempre meno “eroiche” fino a esprimere dei veri e propri “anti eroi” come Georges Livanos, Le Grec. Nel suo bellissimo libro Al di là della nerticale, Livanos è dissacrante, autoironico, pungente. Spesso prende in giro proprio la rappresentazione epica dell’alpinismo che piaceva tanto a molti grandi alpinisti.

Giuseppe Dionisi sull’ultimo numero della Rivista del 1958 racconta della spedizione alla Cordillera Blanca (alla quale partecipavano, oltre lo stesso Dionisi, gli accademici Piero Fornelli, Luciano Ghigo, Giuseppe Marchese) culminata con la salita del Nevado Ranrapalca 6162 m. Il racconto è molto formale condito di retorica e non offre spunti intersanti.

Nelle Alpi, negli anni a cavallo del 1960, due sono i temi dominanti: l’apertura delle super direttissime sulle pareti dolomitiche e le grandi invernali. Sono caduti tutti i tabù, si dimostra che anche le vie più ostiche si possono vincere nella stagione fredda. Giorgio Redaelli ci racconta la prima invernale alla Livanos-Gabriel alla Cima su Alto e l’apertura della formidabile via sulla parete sud della Torre Trieste. La prima, compiuta con Roberto Sorgato e Giorgio Ronchi dal 18 al 22 febbraio 1962, ci è descritta sulla Rivista Mensile di settembre-ottobre 1962; la seconda, realizzata con Ignazio Piussi dal 6 al 10 settembre 1959, la troviamo raccontata sul numero di marzo 1964 sempre della Rivista Mensile. Redaelli racconta di queste due imprese al top quasi divertendosi, allegramente, senza auto esaltazione, evidenziando sì i momenti critici ma senza mai drammatizzare. Quelle pareti sono lì per essere salite, ci si impegna al massimo, si soffre e si rischia ma non per questo ci si sente eroi.

A un’altra formidabile invernale è dedicato il racconto di Toni Hiebeler apparso sull’ultimo numero della Rivista 1963, la prima invernale della Solleder al Civetta: suoi compagni i soliti Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli. E’ un lungo articolo ove Hiebeler racconta in modo discorsivo e leggero la grande impresa, certi episodi sono descritti ricorrendo al paradosso e all’ironia, non c’è dramma e le gesta descritte sono lontane dall’essere epiche.

Rivista Mensile del CAI, n. 6 del 1968, dedicata al CAAI

Ancora l’inverno come protagonista: Corradino Rabbi ci racconta la prima invernale del Pilier Gervasutti al Tacul (28 febbraio 2 marzo 1965), bella impresa compiuta con Gianni Ribaldone, grande promessa dell’alpinismo torinese, caduto poco più di un anno dopo con due allievi della scuola di alpinismo G. Gervasutti di Torino.

Un lungo ricordo commosso dei protagonisti scomparsi nella tragedia del Pilone Centrale del Frêney da parte di Pierre Mazeaud compare sul numero di settembre del 1964, i fatti ed i sentimenti sono ben rappresentati dall’autore malgrado qualche scivolone nel melodrammatico.

Gli accademici in quegli anni hanno raccontato le loro avventure anche su altre pubblicazioni oltre che sulla Rivista Mensile, ma su quest’ultima troviamo i pezzi più significativi che danno, attraverso i fatti e le emozioni, anche una testimonianza significativa dell’evoluzione dell’alpinismo. Nel 1968 esce un numero della Rivista dedicato all’Accademico, il N° 6 del mese di giugno. Molti sono gli articoli scritti dagli Accademici e l’attualità è rappresentata dal racconto di Andrea Mellano delle salite alle tre grandi Nord: Cervino, Eiger, Grandes Jorasses, dal resoconto della seconda salita della via Hasse alla Torre Innerkofler, ad opera di Marino Stenico e Donato Zeni, scritto da Marino Stenico e la relazione di Gino Buscaini sulla prima salita della Aguja Saint- Exupéry in Patagonia. Racconto semplice e piacevole quello di Mellano che dà la giusta sensazione della dimensione e dell’impegno delle imprese senza scivolare nella retorica drammatica. Piuttosto sugli aspetti tecnici che su quelli emotivi è lo scritto di Stenico e una relazione di viaggio è quello di Buscaini.

Nel suo libro I giorni grandi Walter Bonatti racconta la sua salita invernale al Cervino: via nuova diretta, in solitaria e in inverno, in una sola salita le tre componenti qualificanti dell’alpinismo di punta di quegli anni. Il racconto è essenziale nella sua efficacia e avvincente: come in quasi tutte le rappresentazioni di Bonatti prevalgono volontà, sofferenza, rischio. Con questa impresa il grande scalatore pone la parola fine al suo alpinismo estremo, quasi come se oltre al limite da lui stabilito non fosse possibile creare nulla di più grande. Bonatti ha solo 35 anni e dopo poco meno di 20 anni di dedizione totale all’alpinismo chiude; è difficile capire questa rinuncia anche se egli ne dà ampia spiegazione.

Al di là delle spiegazioni fornite forse l’alpinismo bonattiano con quest’ultima impresa giunge effettivamente al capolinea. Bonatti non si è convertito all’uso del chiodo a pressione, anzi di questa “moda” è critico feroce, ma l’esempio che egli porta in contraddizione non guarda avanti, è rivolto al passato: ad una visione classica dell’alpinismo, e sì che fughe in avanti già si manifestano in quegli anni nell’alpinismo inglese e più ancora provengono dagli scalatori americani. Ma Bonatti questi esempi non li cita.

Negli anni a seguire molte cose cambieranno, verrà rivendicato con forza il ritorno all’arrampicata libera contrapposta alla scalata tecnologica, al dramma e alla sofferenza, cosi evidenziati nelle avventure raccontate da Bonatti. Verrà contrapposta una realtà più ludica e dissacrante. Un esempio è il Nuovo Mattino di Gian Piero Motti e compagni.

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Gli accademici si raccontano ultima modifica: 2020-12-25T05:08:42+01:00 da GognaBlog

61 pensieri su “Gli accademici si raccontano”

  1.  

    Si comunica che il commento del Sig. Roberto Agostini Bols pubblicato sul nostro blog in relazione all’articolo Gli accademici si raccontano di Ugo Manera in data 28.12.2020 alle ore 18.04 è stato rimosso. Il commento, dal cui contenuto la Redazione prende assolutamente le distanze, non condividendo affatto le valutazioni in esso espresse e il tono adottato, è frutto di una valutazione personale dell’autore del commento, priva di alcun riscontro oggettivo con la realtà. Appena ne siamo venuti a conoscenza abbiamo provveduto ad eliminarlo.
    Ci scusiamo quindi con gli amici dell’agenzia di comunicazione Cervelli in Azione, che da anni curano con grande professionalità e passione la Rivista mensile del CAI Montagne360, volendo con questo messaggio rinnovare la stima che questa Redazione ha sempre nutrito nei loro confronti e nei confronti del lavoro che l’agenzia svolge a sostegno di tutto il mondo CAI.

  2. Cominetti. Infatti sei un operaio della montagna, o almeno ti piace presentarti come tale ?saluti dalla tua Liguria, trasformata in Macondo dalla pioggia. 

  3. Caro Pasini, ho sempre notato con disappunto chi si lava le mani dopo avere pisciato. Ho sempre pensato che avesse un cattivo rapporto con il proprio “uccello”. Io le lavo prima e dopo no. Questione di gusti.

  4. Crovella. Carlo, quanti ricordi. Ero un giovane consulente alle prime armi. Incontrai un mitico e temutissimo capo del personale Fiat nei bagni dell’Isvor in via Dante, ambiente tutto maschile dove si formavano gli operai e i tecnici. Mi guardò arcigno e mi disse “ Mi dicono che lei è un ragazzo brillante. Facciamo un test. Come si riconosce in bagno un impiegato da un operaio?” “Non saprei dottore, dall’abbigliamento, da come parla? “Lasci perdere. Glielo dico io. Lei deve ancora fare esperienza. Impari a osservare le persone, L’operaio si lava le mani prima di fare pipì perché ha le mani sporche e siccome poi se le sporca di nuovo, non ritiene di doversele lavare una seconda volta, l’impiegato se le lava sempre dopo.” Nei cessi della Fiat ho imparato che per capire noi umani contano di più i comportamenti che non le apparenze o le parole. Ciao

  5. @54 Pasini: chapeau! Analisi molto professionale, di cui condivido il contenuto e le conclusioni. Preciso che M360 è in edicola, mi pare al prezzo di 3,40 euro (non sono certo). Non sono pubblicamente noti i feedback di mercato, ma sinceramente credo che ne vendano 10 copie (al mese) in tutta Italia, forse meno. La scelta “autogrill” è deliberatamente voluta dalla Presidenza che, come ho già ricordato, ha concluso la precedente redazione (Giorgetta, per chi lo conosce) e ha varato l’attuale modello (che non sto a ripetere: appalto agli assemblatori con contenuti gratuiti dei soci). M360 non è altro che un bollettino sezionale ampliato a livello nazionale. Questo vuole la Presidenza, questo vuole la grande pancia elettorale del CAI. L’unica cosa da fare è dare una spruzzata di qualità con 2-3 articoli “belli” ogni numero.
     
    Cmq concordo che ormai non procediamo oltre a livello di nostro dibattito: chi vuole tirarsi su le maniche è ben accetto. Io non credo nell’ipotesi di “far saltare il banco” (cioè nuova rivista di alto profilo), ma non dovete convincere me, bensì la Presidenza. Avanti! A piangervi addosso perché ci sono solo mucche e fiori non succederà mai nulla, nella rivista resteranno mucche e fiori.
     
    PS: nell’ambiente metalmeccanico torinese anni ’70-80 echeggiava una frase dalla sala presse di Mirafiori su fino ai piani altissimi di Corso Marconi (sde della direzione FIAT prima del Lingotto): “Daine nen da manca ai soegn!” (Più o meno: non dare spazio ai sogni, non correre dietro ai sogni…). Leggende metropolitane, non confermate da riscontri oggettivi, raccontano che perfino l’Avvocato l’abbia citata in qualche riunione… Sapeste quante volte me lo sono sentito urlare addosso (non a caso uso il verbo urlare…). Una volta collaboravo (da giovanissimo economista, consulente esterno) ad un piano di riassetto operativo di un pezzo di Mirafiori e il capo sala presse mi ha letteralmente scorticato vivo con quella frase. Lì ho imparato che i sogni sono una cosa (bella, ma aleatoria), il pragmatismo è tutt’un’altra cosa e fra i due è più importante quest’ultimo. La Juventus “operaia” (centrocampo: Furino-Tardelli-Benetti, tre mastini) ha vinto di più della Junventus “artistica”. PS2: a proposito di salse acide, mi domando: voi non avete mai lavorato in ambienti operativi? A Torino altro che bicarbonato si deve imparare a mandar giù… per questo viene la pelle da rinoceronte. Buona giornata a tutti.

  6. Cominetti. E’ vero. Costa 3.90 € mi pare. Io non l’ho vista esposta nelle edicole che mi capita di frequentare. Hai idea, o qualcuno ce l’ha, di quante copie vende ? Se va a tutti i soci ha una tiratura altissima ( a proposito dello smaltimento ?) 

  7. Pasini, M360 è in vendita nelle edicole. Infatti ha un prezzo di copertina. 
    Concordo con Di Natale sull’inadeguatezza del paragone qualitativo con Autogrill, ma ci trovo un collegamento.  Quando sei in autostrada e hai fame, se non ti sei portato qualcosa da casa, sei costretto a sfamarti in Autogrill alle condizioni che quest’ultima azienda ti impone. Trovo lo stesso concetto applicato a M360. 
    Infine, siccome non mi trovo d’accordo con nessuna delle “soluzioni” proposte mi chiedo (e poi la smetto) che tipo di carta utilizza M360. Sembra molto plastificata ma non brucia se non quando il fuoco è ben avviato. Si smaltisce (visto che è incollezionabile e su questo mi sembra che siano d’accordo in molti) con la carta o con la plastica? Anche disfarsene è un problema. Grazie.

  8. Gli Autogrill sono stati concepiti per vendere cibo e fare cassa, non per educare il palato degli avventori, quindi il tuo paragone dovrebbe essere sbagliato, almeno per chi concepisce il CAI come organismo formativo.
    In realtá il tuo accostamento è probabilmente e tristemente azzeccato.

  9. Come ho già detto, non sono socio CAI e sono fuori da questa disputa “in seno al popolo”.  Avendo oggi un po’ di tempo causa pioggia e una certa curiosità, ho sfogliato le ultime annate disponibili in pdf sul sito e le ho confrontate con altre riviste di montagna straniere che guardo con una certa regolarità.  Ho trovato conferme di quanto dice Crovella. Non siamo di fronte ad un prodotto che deve andare sul mercato, ma all’organo di una associazione. Quindi siamo in una diversa dimensione della produzione editoriale. Si percepisce inoltre molto bene che rispecchia probabilmente i gusti e gli orientamenti della maggior parte degli associati. Lo dimostrano la proporzione tra pezzi alpinistici e pezzi non alpinistici, il taglio dei titoli, degli occhielli, l’impaginazione, il linguaggio,  il carattere e i corpi prescelti, il materiale iconografico (mediamente modesto ma a volte buono, tuttavia spesso sacrificato dalle dimensioni ristrette dell’impaginazione). I temi proposti e gli autori non sono mai troppo controversi o provocatori, si percepisce che non c’è una linea editoriale forte, ma un onesto lavoro di collazione di contenuti abbastanza classici entro schemi consolidati. Quindi gusti e scelte tradizionali, volti non tanto a “colpire e attirare” ma a non scontentare un pubblico ampio. Certamente il prodotto è ben lungi dall’essere “glamourous” , non so in edicola quanto venderebbe, ma non si può dire neppure brutto e imbarazzante. Una dignitosa modestia, un po’ come la cucina degli autogrill o dei motel: non fa male, ti nutre, ma non ti fa certo sognare, perché non è questo il suo obiettivo. Oggi anche molti media sul mercato ottengono il successo proprio rispecchiando e legittimando il pubblico, non proponendo modelli elevati da ammirare come ideali. L’idea di inserire, accanto al panino Camogli o Fattoria, qualche pezzo più sfizioso e magari più moderno potrebbe anche funzionare (lo fa anche Autogrill con grande prudenza). Un “progresso senza avventure”. Certamente un rovesciamento radicale comporterebbe un cambiamento di schema e sicuramente sarebbe un bell’azzardo. Potrebbero eventualmente tentare con qualche numero speciale, per vedere come va.  Ultimamente le spinte ad aprire luoghi tradizionali” come una scatoletta di tonno” non hanno dato grandi esiti  e hanno portato indietro invece che avanti e quindi è comprensibile lo scetticismo di Crovella (depurato dei sughi acidi con i quali ogni tanto, non sempre, condisce i suoi piatti, ma questo fa parte dello stile dello chef e i lettori dallo stomaco sensibile avrebbero dovuto ormai imparare l’uso del bicarbonato, un grande antinfiammatorio tra l’altro, che dovrebbe ottenere l’approvazione anche dai nostri seguaci delle medicine naturali ed olistiche che imperversano in Totem e Tabù. Domani è un altro giorno rosso. 

  10. E se invece il livello della rivista fosse tenuto volutamente basso per permettere a tutti i soci di scrivere la loro senza sfigurare più di tanto? Un altro prezzo da pagare per avvalersi della collaborazione gratuita del volontariato. E magari coi soldi risparmiati occuparsi di altro per allargare il consenso. Due piccioni con una fava.

  11. Ognuno persegue l’avanguardia che predilige. È risaputo che non sono mai stato gramsciano (anche se ne conosco la visione, non fosse altro per i suoi trascorsi torinesi), ma, proprio per questo, oggi come oggi sono infiniramente più proiettato verso il futuro. Lucidamente. Ciao!

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