Gli inizi – 2

Gli inizi – 2
di Gian Piero Motti
(pubblicato in La storia dell’alpinismo) (GPM-SdA-05)

L’evoluzione del rapporto tra alpinisti cittadini e guide montanare
Prima di passare alla cronaca dei fatti è bene concludere il lungo discorso introduttivo in cui si è voluto dare un quadro generale del fenomeno alpinistico analizzandone i moventi, le componenti psicologiche e sociali permanenti e gli aspetti più evolutivi. In tal maniera, in seguito, il seguire la cronaca risulterà più semplice, senza la necessità, ogni qual volta si presenti l’occasione, di ritrattare argomenti già esposti. Un semplice richiamo sarà sufficiente a riportare alla memoria o alla consultazione dei concetti già esaminati.

Ritornando all’analisi precedente è interessante osservare come le classi sociali meno abbienti nel Settecento fossero abbastanza escluse dalla grande cultura dell’epoca. Non per nulla la Rivoluzione francese fu realizzata non solo dal proletariato ma anche dai grandi strati della piccola e media borghesia, la quale cercava gli “strumenti” per accedere alla cultura e quindi anche al potere. Effettivamente in seguito la cultura ebbe più diffusione, anche perché le pubblicazioni scientifiche furono molto numerose ed accessibili.

La comitiva DeSaussure al Colle del Gigante (1787). Foto: Public Domain Mark

Alla luce di questi fatti, nella nostra indagine storica scopriremo dapprima un’iniziativa tipicamente cittadina e di carattere scientifico, dove le guide montanare se ne stanno in secondo piano al livello di esecutori di ordini. Da essi non giunge alcun rapporto creativo, escludendo forse la magnifica ribellione di Jean-Antoine Carrel (detto il «Bersagliere») nei confronti dell’alpinista inglese Whymper. Una ribellione però nettamente influenzata dallo spirito del cittadino Giordano e del canonico Carrel, uomini di grande cultura. Comunque in seguito durante l’analisi della conquista del Cervino, il problema sarà esaminato a fondo ed ulteriormente chiarito.

Vi è poi uno scorrimento sui due piani, un’epoca in cui la guida tende a portarsi al livello del cittadino ed assume anche compito ideativo e creativo, fino a giungere ad un accordo paritario e quasi perfetto, foriero di magnifiche realizzazioni portate a termine da cordate “miste” su tutta la catena alpina ed anche oltre le Alpi, sui monti dell’Asia e dell’Africa. Segue poi un primo distacco, non ancora netto, incarnato dalla figura del celebre alpinista inglese Mummery, il quale proprio idealizzando questo distacco porterà l’azione dalla “vetta” alla “parete”, dalla conquista di una cima lungo la via più accessibile alla ricerca della via più difficile per salirvi.

A mano a mano che si procederà nella fase romantica dell’alpinismo, il distacco si farà più marcato, fino ad essere netto tra guide montanare e cittadini senza guida. Allora l’iniziativa sarà presa indipendentemente da ambedue le parti: il cittadino realizzerà da solo ed in pieno tutto il suo impulso creativo e conoscitivo, senza alcun appoggio proveniente dalla guida montanara. Le guide, trovandosi isolate e forse un po’ contagiate dalla mentalità cittadina, sapranno anch’esse esprimersi in modo creativo, si renderanno indipendenti dal rapporto clientelare intrecciato con il cittadino ed assumeranno una robusta iniziativa personale. Ne risulterà un periodo magnifico, in quanto ciascuno saprà esprimere il meglio nell’ambito del proprio spirito creativo, finalmente liberi gli uni da inibizioni e paure, gli altri da interessi economici e commerciali.

In seguito, purtroppo, le guide non sapranno mantenere questo spirito combattivo e, anche per necessità di vita in montagna, si piegheranno ancora al professionismo, abbandonando quasi totalmente il loro spirito creativo e prestandosi come accompagnatori di quei cittadini che non si sentiranno di affrontare ascensioni da soli e senza guida. Invece l’alpinismo cittadino senza guida esaspererà sempre di più il suo distacco ed il suo carattere individualista, che tutt’oggi perdura, giungendo ad una serie di realizzazioni stupefacenti.

Oggi (L’«oggi» di Motti è riferito al 1977, tuttavia le considerazioni fatte in queste pagine possono risultare valide anche attualmente, NdR) forse comincia a farsi sentire un certo risveglio da parte di alcune guide montanare e si inizia a vedere il risorgere di un orgoglio un po’ sopito: non per nulla, come in seguito vedremo, l’iniziativa di alcune grandi realizzazioni di questi ultimi anni sarà ripresa da cordate esclusivamente valligiane. Resta però il sospetto più che legittimo che queste imprese non siano condotte unicamente per spirito d’avventura, ma soprattutto per crearsi nell’ambiente alpinistico una certa fama e notorietà, molto utili, nel “lavoro” da professionista per procacciarsi i clienti.

Caratteri dell’alpinismo cittadino oggi e i rischi di strumentalizzazione dell’alpinismo
Non si creda che l’ambiente cittadino sia così “puro” come molti vogliono far credere. Molte imprese oggi ((L’«oggi» di Motti è riferito al 1977, tuttavia le considerazioni fatte in queste pagine possono risultare valide anche attualmente, NdR) vengono concepite e portate a termine non certo per spirito avventuroso e come conquista individuale dell’ignoto, ma unicamente per raggiungere fama e notorietà, il che equivale a pubblicità e guadagni. Ormai molti cittadini vorrebbero unicamente vivere in montagna e soprattutto “di montagna», facendo dell’alpinismo la loro ragione (economica e spirituale) dì vita. Per ora sembra che l’unico modo (anche se un po’ avvilente), a meno che non si voglia fare la guida, sia quello di “vendere” il proprio alpinismo, commercializzando ed industrializzando la propria attività alpinistica, prestando il proprio nome alle industrie del settore a fini di reclamizzazione. Ne nasce un modo di andare in montagna e di vedere l’alpinismo assolutamente falso, “gonfiato” da riviste e da quotidiani (quando non dalla televisione), che confezionano per il grosso pubblico profano un’immagine mistificata e non vera dell’alpinista, a volte anche ridicola e degna di romanzi d’appendice.

Foto: Public Domain Mark

Eppure, almeno per ora, sembra che questo debba essere l’unico compromesso possibile per chi all’alpinismo vuole dedicare tutto il suo tempo fisico ed intellettivo. Anche in questo caso la soluzione ideale non sembra possibile. Da un lato esiste il mestiere di guida, che permette attraverso lo svolgimento della professione la realizzazione di guadagni e quindi la possibilità di vivere in montagna e di montagna, con buona sicurezza economica. Però si richiede una notevole rinunzia all’iniziativa personale e creativa, per soddisfare le legittime aspirazioni del cliente. Dall’altro lato l’iniziativa personale e l’intento creativo sono più o meno salvi, però anche il cittadino a volte si vede “costretto” a tentare un’impresa, che in quel preciso momento può garantirgli fama e notorietà e quindi, tradotto in termini vili, denaro ed accordi pubblicitari. Insomma, anche se il cittadino vuole salvare l’iniziativa personale e se effettivamente desidera dedicare tutto il suo tempo all’alpinismo, deve vendersi ai meccanismi produttivi. Infatti il “simpatico” ingranaggio delle società industriali non permette certo dispersioni e parassitismi di alcun genere. Si sa poi che oggi la pratica alpinistica risulta assai dispendiosa (anche perché la diffusione del tecnicismo e dell’arrampicata artificiale hanno invertito i valori dell’alpinismo, creando una grande necessità di attrezzatura specializzata, un tempo inutile, a tutto vantaggio delle industrie del settore) e richiede molto tempo libero e denaro.

E poi si deve anche dire che oggi l’alpinismo, come mercé vendibile alle masse, ha visto notevolmente accrescere il suo valore, facendo gola a numerose forze di potere di vario colore politico, le quali ne vedono forse una nuova ed efficiente valvola di scarico per dar sfogo alle pressioni interne al sistema.

La società industriale sta infatti vivendo la sua crisi più acuta e dilacerante: le masse (e non solo le masse, ma anche i quadri dirigenti) accusano alienazione e stanchezza, poiché giustamente non si crede più in alcuni valori, rivelatisi falsi, una volta reputati sacri ed intangibili. La cultura si è ormai diffusa a tutti gli strati sociali, con l’evidente risultato che le masse stanno attuando una chiara presa di coscienza della loro situazione. Oggi i vari meccanismi compensatori e sublimatori delle tensioni accumulate (una volta efficientissimi) non riescono più a tenere il passo. La più potente arma che le forze di potere avevano nelle loro mani, ossia quella di non far pensare le masse, propinando loro divertimenti confezionati e sport a misura di sistema (il famoso panem et circenses), sta registrando un netto fallimento. La più grande insoddisfazione dilaga in tutti gli strati sociali per il modo di vivere in cui ci si vede costretti.

Ora molti “pensano” o cercano di pensare con il proprio cervello. Costoro non possono più ritenersi appagati dalle idiozie propagate dai media ed anche dalla pratica di sport dove impera la stessa ideologia produttiva e competitiva del sistema. Ci vuoi altro. Ecco che allora si tira anche in ballo l’ecologia, il ritorno alla Natura, la vita rustica, la moda del cascinale di campagna, l’amore per la terra. Forse è un po’ tardi, ora che quasi tutto è andato distrutto… comunque a mali estremi si reagisce sempre con estremi rimedi.

Ecco come si spiega allora lo straordinario interesse per la montagna e per l’alpinismo. Certo l’alpinismo oggi è forse l’unica attività rimasta (e accessibile a molti) che permette di ritrovare l’avventura ed anche conseguente-mente di compensare il grosso bagaglio di frustrazioni da subire quotidianamente. L’invito che quest’attività assai gratificante porge alle masse è allettante: aria pura, ambienti incontaminati, silenzi inimmaginabili in città, spazi sconfinati, possibilità di lottare, magnifica sensazione di libertà individuale dove si riesce finalmente a combattere, ad emergere, a valere, dove ci si sente «qualcuno», riacquistando tutta un’autostima perduta nello squallore delle gerarchie aziendali e burocratiche. Non importa se poi una volta ritornati al piano quotidiano si dovrà ancora subire in silenzio; anzi, per quanto assurdo ciò possa sembrare, più grande sarà il bagaglio delle frustrazioni subite ed accumulate e più potente sarà la molla che riporterà all’alpinismo.

La comitiva De Saussure. Foto: Public Domain Mark

Il risultato visibile è che tutta la catena alpina sta subendo un’aggressione (invernale ed estiva) violenta ed un po’ affannosa, che non ha precedenti, dove ciascuno cerca di farsi spazio a gomitate. Tutti vogliono vincere, tutti cercano il loro giorno da leone, costi quel che costi, scaricando nell’alpinismo torrenti di violenza repressa, inasprendo ancor più la contraddizione Uomo-Natura, esacerbata dallo sfrenato desiderio di affermazione e di vittoria. Purtroppo le Alpi stanno diventando un gigantesco luna-park ed una pattumiera di colossali proporzioni. Le vie di scalata sono appesantite da tonnellate di ferro forgiato (leggi chiodi da roccia), il più delle volte inutili ai fini della scalata. E, cosa ancor più grave, gli incidenti sono innumerevoli, richiedendo al soccorso alpino uno sforzo organizzativo che non ha precedenti. Un sacco di gente si ferisce seriamente e si uccide o per aver “tirato troppo la corda” o per emulare, senza averne la capacità, quegli stessi campioni dell’alpinismo proposti come idoli e come eroi dai mezzi d’informazione.

Fin quando si propone l’emulazione di un tennista o di uno sciatore, la cosa non è poi così grave. Al massimo saranno incrementate le vendite di sci e di racchette, con la ridicola creazione di tanti soldatini in divisa sui campi da tennis e da neve. Potrà poi scapparci qualche distorsione e qualche frattura…

Ma se invece si comincia a strumentalizzare l’alpinismo estremo, proponendolo come un’attività da tutti raggiungibile e senza illustrare non solo i pro e i contro, ma anche la lunga e difficile preparazione che richiede pazienza e sacrifici, non ci si stupisca se dovesse aumentare il numero di coloro che in montagna ci lasciano la pelle. Ma è anche vero che, il più delle volte, chi ha grandi interessi non bada al sottile e con qualunque mezzo cerca di rendere facile ciò che è difficile o peggio di illudere, presentando come facile ciò che invece non lo è affatto.

Conclusa l’analisi della crisi odierna che l’alpinismo sta vivendo, potremo finalmente passare alla cronaca più diretta e concreta dei “fatti”, vedendo a poco a poco come si sia giunti, proprio attraverso i fatti, all’alpinismo di oggi, lungo una interessante storia evolutiva dove sarebbe riuscito assai difficile orientarsi senza la chiave teorica di questo discorso introduttivo.

Horace-Bénédict de Saussure: più scienziato che alpinista
Durante tutto il Cinquecento, il Seicento e metà del Settecento, non si incontra praticamente alcun episodio degno di nota e di rilievo, ai fini di costruire una storia alpinistica. Si sa, però, che i più facili valichi delle Alpi erano assai frequentati per motivi disparati: spedizioni militari, commerci di contrabbando, semplici viaggi di montanari, pellegrinaggi, ecc. Ma questo accadeva già fin dal Medioevo. Alcuni documenti dell’epoca testimoniano i fatti: i valichi delle Alpi erano battuti da migliaia di persone, un fatto quindi che verrebbe a sfatare molte leggende che vogliono il contrario. D’altronde è risaputo che dopo il Concilio di Trento (1545-1563), vi fu tutto un fervore mistico che spinse numerosi monaci verso i monti, non solo per ritirarsi in vita claustrale e per erigervi monasteri, con compito di assistenza ai viandanti e ai pellegrini, ma anche per cancellare ogni resto di cultura pagana che ancora vi fosse rimasto. Sappiamo che la cultura celtica aveva una fortissima radice sulle Alpi Occidentali, testimoniata da numerosi reperti: graffiti, incisioni rupestri, coppelle, altari sacrificali, costruzioni megalitiche adibite ai riti magici e al culto. A volte la cultura si era insediata anche a quote notevoli, comunque in luoghi piuttosto impervi e ben lontani dal fondovalle. In ogni caso i monaci furono molto solerti nel cercare ogni traccia di paganesimo, distruggendo poi o modificando. Molti studiosi, davanti a numerose incisioni rupestri cruciformi, sono propensi appunto a credere ad un’opera modificatrice, successiva a quella originale.

Ma certo non possiamo inserire nel filone alpinistico un fenomeno di tal genere. Piuttosto, alcuni scrittori un po’ pignoli e minuziosi nelle loro ricerche, sottolineano l’importanza della figura di Conrad Gessner, scienziato svizzero, studioso in scienze naturali, il quale dimostrò un vivo interesse per la natura alpina, che lo portò non solo a compiere la seconda ascensione del Monte Pilatus, ma anche a scrivere un trattatello, dal titolo De admiratione montium, nel quale ha trasfuso tutto il suo amore di naturalista ed il suo interesse di scienziato per le bellezze delle Alpi Svizzere. Tuttavia, in un passo del suo scritto, si può trovare un invito molto esplicito a salire i monti, non solo per studiarli ed ammirarne la bellezza, ma anche per la “soddisfazione di un ottimo esercizio fisico e di un arricchimento spirituale”. Se si pensa all’epoca in cui ciò fu scritto (intorno al 1550), Gessner potrebbe veramente essere considerato il «padre spirituale» dell’alpinismo, o per lo meno colui che intuì e comprese il forte richiamo che scaturiva dalla natura alpina.

La comitiva De Saussure. Foto: Public Domain Mark

Alcuni sottolineano anche la figura di Johann Jakob Scheuchzer, matematico e scienziato svizzero del primo Settecento, considerandolo l’erede di Gessner. Anche se Scheuchzer non compì vere e proprie ascensioni, tuttavia viaggiò a lungo per i monti e le valli della sua bella Svizzera, lasciando scritti e racconti molto interessanti che contribuirono non poco al sorgere di un vivo e nuovo interesse per i monti.

Comunque, da quasi tutti gli studiosi del settore, la data d’inizio dell’alpinismo e della sua storia, vien fatta coincidere con la prima ascensione del Monte Bianco nel 1786. Anche se su quest’impresa epica e leggendaria sono stati versati fiumi di inchiostro a proposito e a sproposito, tuttavia si impone un’analisi approfondita dei fatti, in quanto l’evento sarà determinante per la futura evoluzione dell’alpinismo.

Il perno centrale su cui ruota tutta la storia della conquista è la figura dello scienziato e naturalista ginevrino Horace-Bénédict de Saussure. Con un piccolo sforzo immaginativo possiamo ricostruire l’ambiente ginevrino del pieno Settecento ed anche possiamo tracciare idealmente il carattere di quest’uomo abbastanza eccezionale, vivo, ambizioso, intelligente, aperto verso tutti i rami del sapere, desideroso di avventure e di nuove esperienze. Ricco e di famiglia aristocratica, desiderato dai migliori salotti dell’epoca, De Saussure incarna alla perfezione l’immagine del nobile uomo di scienza del «secolo dei lumi». Indubbiamente doveva essere persona dotata di un forte carattere, capace di accentrare su di sé l’attenzione di altri. Come già si è detto, De Saussure era scienziato, più esattamente naturalista, molto appassionato di geologia. Comunque, a quel tempo, l’atmosfera ed i suoi fenomeni erano l’oggetto preferito dei suoi studi. Studi che avevano portato a scoperte di grande interesse, ma che erano stati condotti al suolo. Ci si chiedeva ora quali scoperte avrebbe dato lo studio condotto a quote molto elevate, dove sicuramente vi sarebbero state variazioni di pressione. L’unico mezzo possibile per compiere esperimenti del genere, era dunque salire molto in alto. Vi era chi, dotato di un coraggio che rasentava l’incoscienza, si era parecchio innalzato con un pallone di carta riempito di aria calda, ma con scarso successo. Un tentativo di innalzarsi ancora più in alto, quasi a ricordo del mitico Icaro, intorno al 1770, finì in una tragedia.

De Saussure forse non era un uomo molto coraggioso nell’azione, certamente era più audace nel concepire, come anche più avanti dimostrerà spingendo altri alla conquista del Monte Bianco. Egli voleva un modo abbastanza sicuro e poco rischioso per portarsi ad una quota così elevata da potergli permettere di effettuare con tutta calma la serie dei suoi esperimenti. Forse i suoi studi non erano unicamente condotti con freddo e calcolato razionalismo, ma anche con tutta una passione ed un amore per l’avventura di sapore tipicamente romantico. Dai suoi scritti, frutto di anni e anni di viaggi abbastanza avventurosi sulla catena alpina, prende corpo il carattere di un uomo attento e sempre curioso, osservatore minuzioso, amante del bello e del nuovo, ricercatore inquieto dell’ignoto.

Oggi una certa critica vuoi sottolineare come fosse facile per uomini di questo genere raggiungere una condizione ideale per conoscere e vedere l’ignoto. Indubbiamente la condizione sociale assai agiata di De Saussure, la sua enorme disponibilità di tempo e di denaro, facilitarono non poco il suo “viaggio” nella sfera della conoscenza. La critica dice che chiunque altro, sottratto alle dure necessità vitali e posto in quella condizione ideale, sarebbe stato capace di agire nello stesso modo e con gli stessi risultati. Insomma, non si vuole esaltare l’uomo, ma piuttosto considerare le possibilità che furono date all’individuo. La critica è giusta, ma in altra sede fu anche detto che non tutti coloro a cui è stato dato talento, avrebbero saputo far fruttare il gruzzolo ricevuto.

Va anche detto che questi uomini si avvicinarono alle Alpi assai timorosi e in condizione di inferiorità emotiva, che cercarono di superare con uno spiegamento di forze massiccio e poco elegante, servendosi abbondantemente del denaro. È lo stesso spirito di chi nell’epoca si accingeva a certe esplorazioni polari o di terre ancora sconosciute, in Africa ed in Sudamerica. L’importante era riuscire nell’impresa. Ed è lo stesso spirito che ritroveremo nell’alpinismo himalayano di tutto il primo periodo. Il discorso sul “come” l’impresa veniva condotta e sulle sensazioni che si sarebbero provate «durante» la salita, allora era impensabile. La salita era null’altro che un gravoso tributo di fatica e di pericolo (per altro ben poco avvertito) per giungere alla vetta agognata. Se vi erano mezzi (leciti ed illeciti) per agevolare lo sforzo della salita, all’epoca essi erano i benvenuti. D’altronde anche oggi il rapporto non è molto mutato in un certo alpinismo di conquista, che cerca sempre la “performance” ad ogni costo, aiutandosi a piene mani con tutto ciò che la raffinata tecnica attuale può fornire.

L’importante è sottolineare come a De Saussure interessasse raggiungere la vetta, non per il piacere della salita o per l’avventura in sé (forse si sarebbe anche fatto portare a spalle, pur di arrivarci), ma per le possibilità di studio che la stessa vetta, posta ad altissima quota (4810 m) gli offriva. Come sempre le aspettative saranno poi superiori alle reali possibilità.

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Gli inizi – 2 ultima modifica: 2022-05-25T05:24:00+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Gli inizi – 2”

  1. 1
    Matteo says:

    Interessante. L’unica frase su cui ho da eccepire è la frase: “Non per nulla la Rivoluzione francese fu realizzata non solo dal proletariato ma anche dai grandi strati della piccola e media borghesia”
    La rivoluzione francese fu eminentemente borghese e il proletariato fu cooptato e usato come carne da cannone.
    La medesima dinamica si è riproposta nell’alpinismo, con le guide come meri esecutori di ordini e senza alcun ruolo creativo. Solo successivamente iniziarono a prenderselo, progettando e proponendo salite nuove, ma sempre per accaparrarsi i clienti.
    Carrel ne è un perfetto esempio essendo stato fortemente spinto (e pagato) da Quintino Sella e Giordano perché salisse dal versante italiano

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