I 110 anni della cresta sud-est dell’Aiguille Blanche

I 110 anni della cresta sud-est dell’Aiguille Blanche
di Alberto Benini e Pietro Corti
(pubblicato su Vertice n. 38 – 2023)

Nella suggestiva cornice del rifugio Porta, ospiti della favolosa Iris Gherbesi, un manipolo di privilegiati ha potuto ascoltare in un pomeriggio dello scorso settembre 2023, il racconto di uno dei pezzi più avvincenti e rilevanti della storia alpinistica del Monte Bianco. Tutto nasce dall’incontro con una figura a dir poco singolare, quella di Alberto Procovio che ci ha fatto l’onore di una sua visita ai Piani Resinelli, per la rievocazione dei 110 anni (un anniversario che è ovviamente solo un pretesto, come afferma implicitamente la bizzarria della ricorrenza) dell’apertura della via sull’Aiguille Blanche da parte di suo zio, Carlo Prochownick, di Aldo Bonacossa e (nientemeno) di Paul Preuss.

Anche se Preuss non ha mai visitato la Grignetta, i due sulle rocce alle spalle del rifugio Porta erano di casa. Prochownick ci ha pure aperto diverse vie: una temutissima, il camino Andreoletti, e una invece molto popolare, lo Spigolo della Crocetta. E poi Arturo Andreoletti e Carlo Prochownick sono fra i precursori (1908) delle arrampicate sui Corni di Canzo.

Ma andiamo con ordine. La rilettura della guida Monte Bianco di Gino Buscaini ci ha messo sotto gli occhi il complesso lavorìo che sottende alla salita della cresta integrale di Peutérey (a quell’epoca spesso indicata come Peteret) e il significativo contributo di Paul Preuss alla divinazione di questa grande classica del Monte Bianco.

La pagina della Rivista mensile del CAI del 1909 con la notizia dell’ascensione al Corno di Canzo Occidentale.
Le copertine dei volumi di Casara e di Messner dedicati a Preuss. Curioso il titolo di quello dell’alpinista alto-atesino, che sembra volersi mettere in secondo piano definendosi “curatore” dell’opera.

Scrive infatti Buscaini: “I tentativi di ascensione a questa cresta furono avvincenti e ricchi di storia. Iniziarono con l’ascensione al Pic Gamba di Preuss e Vallepiana [compagno di Preuss all’Università di Monaco, NdR] il 20 luglio 1913“. Gli stessi il 28 luglio fanno anche la prima della cresta sud-sud-ovest dell’anticima dell’Innominata, proprio di fronte alla Aiguille Blanche.

Nel suo bel libro dedicato alla ricostruzione della figura dell’alpinista austriaco, Preuss l’alpinista leggendario (1942 e, in nuova edizione con prefazione di Bonacossa, 1970) Severino Casara scrive in proposito: “La via nuova dalla Brèche delle Dames Anglaises è l’anello di congiunzione del grandioso itinerario alla vetta del Bianco per la cresta di Peteret, concepito da Preuss l’anno precedente“. In questa logica esplorativa si inserisce anche l’ascensione solitaria all’Aiguille Noire che precede quella alla Blanche. Il libro di Casara riporta in proposito una spiritosa testimonianza proprio di Aldo Bonacossa: “Quando io e l’amico Carlo Prochownick giungemmo a Courmayeur, Preuss stava partendo per salire l’Aiguille Noire da solo […] era allora questa scalata circondata da una certa fama, perché complicata e lunga, tanto che anche anni dopo la comitiva degli accademici, riuniti a Courmayeur per il congresso annuale, vi aveva bivaccato in discesa. […] Arrivando in vetta egli avrebbe issato la sua camicia bianca. […] Infatti alle 10 precise qualcosa di bianco apparve sulla vetta dell’Aiguille Noire con grande stupore di alpinisti e guide locali. Alle 17 sedevamo già al caffè con lui più fresco di noi“.

II manifestino invito alla bicchierata del 3 settembre 2023 al rifugio Porta promossa dalla Comunità Montana (grafica di Lolla Pellegrino).

Forse non andiamo lontani dal vero, riferendo a Preuss il termine “visionario”, se pensiamo che per la realizzazione dell’integrale (qualcosa come 3.200 metri di dislivello e 5.500 di sviluppo) dovremo aspettare Adolf Göttner, Ferdinand Krobath e Ludwig Schmaderer (28-31 luglio 1934, 21 anni dopo i tentativi di Preuss!); in seguito Richard Hechtel e Günther Kittelmann, il 24-26 luglio 1953, ripeterono l’impresa ma salendo per la cresta sud della Noire e non per la sua via normale. E’ a questo itinerario comprensivo di cresta sud dell’Aiguille Noire che oggi viene riferito il titolo di “cresta integrale di Peutérey. Dopo la seconda ascensione (Andrzej Pietsch, Lechoslaw Utracki, Jerzy Warteresiewicz e Stanislaw Worwa, 31 luglio-4 agosto 1957) è rimarchevole la terza ascensione (settembre 1958) di Kurt Diemberger e Franz Lindner in 5 giorni, girando anche il film Monte Bianco. La grande cresta di Peutérey, Genziana d’Oro a Trento nel 1962. Per la cronaca: prima invernale Michel Feuillarade, Yannick Seigneur, Arturo e Oreste Squinobal, Louis Audoubert e Marc Galy (22-26 dicembre 1972): quest’exploit seguì quello di Bruno Allemand, Gianni Calcagno, Guido Machetto e Alessandro Gogna, 8-17 febbraio 1971, che arrivarono in vetta al Pilier d’Angle e non proseguirono; prima solitaria René Desmaison (10-12 agosto 1972); prima salita in giornata Jean-Marc Boivin (27 luglio 1983); prima solitaria invernale Christophe Profit (17-18 febbraio 1984).

Il récit di Bonacossa
Vale la pena di riprendere il récit pubblicato (in inglese) sul volume XXVIII (1914) di The Alpine Journal in cui il Conte dà notizia dell’ascensione e che (salvo errori) non è mai stato tradotto e pubblicato in italiano (grazie, Matilde, per la traduzione!):
Lasciata Courmayeur alle 2 del mattino il 26 agosto 1913 con un portatore, si sono fermati al bivacco della Brenva alle 2.25 del pomeriggio (qui Bonacossa intende la zona in cui sarà eretto molti anni dopo, 1929, il bivacco della Brenva, NdR). Hanno attraversato il ghiacciaio in 1 ora e 40 molto carichi perché senza portatore, diretti al bivacco inferiore delle Dames Anglaises, che era in buono stato dato che era stato appena usato dal gruppo Mayer-Dibona (anche qui Bonacossa per “bivacco inferiore delle Dames Anglaises” non intende una costruzione, bensì un preciso luogo per bivaccare, NdR). Partiti il 27 agosto all’una e 40 del mattino. In pochi minuti sono arrivati al grande canalone tra l’Aiguille Blanche e le Dames Anglaises, neve terribile: soffice e instabile. Hanno attraversato con difficoltà la crepaccia terminale a causa del buio, poi con i ramponi su per la parte sinistra del canalone, molto ripido e molto inarcato da solchi dovuti a cadute di sassi. Verso le 4 del mattino si sono diretti verso le rocce che scendono dalle Dames Anglaises. Poco dopo, un’enorme caduta di massi ha cancellato le loro tracce nel canalone.

Dopo aver arrampicato per diverse ore sulle rocce, sono scesi lungo il margine del canalone di buon passo, nonostante la neve morbida e pericolosa. Bivacco inferiore delle Dames Anglaises raggiunto alle 2 del pomeriggio.

28 agosto. Dopo una buona notte hanno lasciato i sacchi a pelo al bivacco e si sono messi in marcia all’una e mezza del mattino. Prima in salita, seguendo le pedonate del giorno precedente, in seguito grazie ai ramponi. Il canalone è molto ripido, almeno quanto quello del Piz Céngalo. All’inizio si sono tenuti sulla sinistra, poi nel mezzo, alla fine sulla destra. Neve a volte dura, poi morbida e pericolosa; costante rischio di caduta massi. Attraverso delle rocce levigate fino al piccolo spazio tra l’Isolée (l’ultima delle Dames Anglaises) e la cresta sud-est dell’Aiguille Blanche, che qui si erge con un salto insuperabile (da notare che in questo luogo nel 1932 sarà costruito il bivacco Craveri, NdR). Fermata dalle 5.20 alle 5.45 del mattino. Discesa sul lato del Fresnay [dizione corrente all’epoca per Frêney, NdR], circa 75 metri, zigzagando sulle rocce più atroci – non un appiglio affidabile – poi traversata verso un piccolo camino in direzione del Monte Bianco. Su per il camino – non molto difficile, ma pieno di rocce franose – verso una piccola spalla visibile dallo spazio nominato sopra.

Ora si attraversa una sporgenza orizzontale verso delle rocce facili. Su per queste rocce quasi in linea retta fino alla cresta: il gruppo si muove veloce e di conserva. Cresta raggiunta, senza difficoltà, alla base del grande gendarme. Molto più giù sì scorgeva l’ometto eretto dal gruppo Gugliermina, Zanutti, Lampugnani, Ravelli. Su per un piccolo tratto della cresta, poi velocemente sul pendio lato Brenva caratterizzato da rocce innevate, tuttavia non difficile (qui e là pericolo di caduta massi), finché non hanno potuto passare sotto il grande gendarme e raggiungere il crinale che scende da quello a sud della vetta, subito di fronte a un piccolo spazio ben visibile. Da questo spazio inizia una gola/canale che si distende su per la parete di fronte al ghiacciaio della Brenva. Ora su per la cresta fino ad alte rocce, coperte da neve verso la fine, ma senza difficoltà fino a raggiungere la cresta sud-est poco prima di una piccola forcella. La discesa dalla forcella è riuscita tramite la traversata del pendio della Brenva (il pezzo peggiore dell’intera ascensione). Ora su per la cresta, su rocce buone e facili, poi sul pendio del Fresnay, finché non diventa una cresta di neve. Qui si sono tenuti un paio di metri sotto la cresta del pendio del Fresnay, non difficile grazie alla moderata pendenza, ma con qualche rischio (mezzo metro di neve su ghiaccio marcio).

Cima raggiunta all’una del pomeriggio: nebbia; fermata di 40 minuti sulla costola di roccia che strapiomba sulla parete del versante Brenva. Ripartiti all’1.45. La cresta nevosa nord-est è in pessime condizioni, il pendio della Brenva tappezzato di neve, rocce coperte di ghiaccio. Obbligati per tutto il tempo a muoversi uno alla volta. Il bivacco superiore a 3700 metri completamente coperto dalla neve (anche qui, nessuna costruzione, NdR). Hanno attraversato il più velocemente possibile le terrazze di neve alla base della parete, fra frequenti cadute di sassi. Fermata dalle 5.40 alle 6.25 del pomeriggio al bivacco della notte precedente. Molto pericoloso il tratto delle rocce alla base del canale. Fermati per la notte sul lato sinistro del ghiacciaio Brenva, continuata la discesa a Courmayeur il mattino successivo.

La parte più difficile e pericolosa dell’ascensione è il grande canalone alto quasi 700 metri che conduce allo spazio tra l’Isolée e la Blanche. La cresta sud-est in sé è facile. È molto meglio iniziare dalla capanna Gamba [oggi rifugio Monzino, NdR]: il bivacco è superfluo e il canalone che da quel lato conduce all’intaglio è meno ripido”.

La cresta di Peutérey vista nel suo complesso dal versante Brenva. Foto: Courtesy: camptocamp.org.

Come si vede dall’asciutta prosa del conte, l’ascensione appare più pericolosa che difficile. Appena necessario sottolineare, come risulti, fra le righe, che molti nomi importanti si dessero da fare su quelle creste e pareti in un clima di entusiasmo e scoperta che, non è difficile immaginarlo, stava fra la collaborazione e la competizione, in un campo d’azione che all’epoca doveva apparire sterminato.

La Blanche secondo Casara
Arrampicano ora in uno degli ambienti più fantastici del Bianco. Davanti a loro la cima del gigante e, a destra la grande muraglia ghiacciata del Mont Maudit che cala al Col de la Fourche […] In basso l’impressionante voragine del ghiacciaio della Brenva, irto di seracchi e intagliato da profondi crepacci.

Sembra un paradosso il fatto che egli [Preuss], pur avendo durante quest’estate guidato come capo cordata, senza nessuna fatica per 28 ore su ghiaccio e roccia l’ascensione dell’Aiguille Blanche per la meravigliosa cresta sud-est, da lui concepita e condotta a termine in modo brillante, dovette essere, da bambino, sorvegliato affinché non compisse alcuno sforzo essendo di assai debole costituzione, e alcuni anni dopo dichiarato inabile dalla commissione militare di leva, a causa di ‘debolezza costituzionale’”.

La cresta e il tracciato di ascensione di Preuss e compagni

Il libro di Casara, ripreso oggi, dopo molti anni (l’edizione originale, abbiamo detto è del 1942), a parte qualche ridondanza che disturba un po’ la nostra fretta di arrivare in fondo al più presto, riesce ad attribuire alla figura di Preuss molti dei chiaroscuri che dovevano convivere in questo giovane uomo (non dimentichiamolo!) mancato a soli 27 anni, proprio alla fine di quella stagione 1913, il giorno 3 ottobre, mentre arrampicava in solitaria sullo spigolo nord del Mandlkogel. La modernità di Preuss non poteva certo sfuggire a Reinhold Messner, che ha trovato una consonanza profonda nel primo e più efficace propugnatore dell’arrampicata libera, e che gli ha dedicato il volume L’arrampicata libera di Paul Preuss, uscito nel 1987.

Ore 10 del 28 luglio 1911. Preuss si accinge a salire in libera la vergine parete est del Campanil Basso (didascalia originale tratta dal libro di Casara da cui provengono anche le foto di arrampicata delle pagine finali dell’articolo).

Preuss nel ricordo di Aldo Bonacossa
Riproponendo il suo libro nel 1970, come abbiamo detto, Casara chiese a Bonacossa di scrivere un testo introduttivo, proprio in virtù della conoscenza diretta che il Conte aveva di Paul Preuss, una conoscenza maturata in parete e che contribuiva a restituire all’austriaco la figura di alpinista a suo agio su tutti i terreni, e non solo nell’arrampicata su roccia.

Circa il 1908 Monaco di Baviera era il centro mondiale dell’arrampicamento; esistevano però colà anche degli alpinisti completi come il famoso Hans Pfann che aveva al suo attivo grandi vie nel Monte Bianco e la prima solitaria della allora temutissima Cresta di Zmutt del Cervino. L’amore per le scalate, facili o difficili che fossero, passava dalla Casa Reale (cui apparteneva ad esempio la regina Elisabetta del Belgio, moglie di re Alberto) fino ai più umili: c’erano banchieri, professori universitari, scrittori, ufficiali, e persino spazzacamini. Pur essendo i bavaresi i più allegri tra i germanici (la famosa Oktoberfest!), i cultori del vero alpinismo erano in generale piuttosto di tipo serio, vorrei dire wagneriano; i conferenzieri, raccontando le loro imprese più o meno per allora di genere estremo, uscivano volentieri in frasi quali: «A questo passo non c’era altra scelta che il vincerlo, perché il ritorno era impossibile»; oppure «Qui mi trovavo tra la vita e la morte…» Frasi che venivano ascoltate religiosamente, sia pure con un boccale di birra davanti, da un pubblico perfettamente consapevole della situazione dell’oratore, quasi immedesimandosi in lui in quel momento decisivo.

Lo schizzo orografico relativo al versante meridionale dei Bianco, tratto da Gino Buscaini, Monte Bianco, CAI-TCI 1994.

In questo ambiente piombò da Vienna un biondino dalla figura slanciata, ma piuttosto esile, sempre pronto ad una risata spontanea fuor dei denti un po’ sporgenti, l’austriaco Paul Preuss laureando universitario. In pochi mesi il suo nome era divenuto noto tra gli alpinisti dapprima come eccellente arrampicatore, poi come conferenziere. Laddove gli altri leggevano con viso severo parole gravi, questo biondino raccontava tutto spontaneamente, con battute divertenti; un passo, che per gli altri sarebbe stato quasi la soglia dell’aldilà, era per lui il momento più spassoso della giornata sul quale ci faceva magari una bella risata: il viennese allegro, non il nibelungo tragico. La grande maggioranza degli ascoltatori trovava che era quasi blasfemo scherzare su certi argomenti così seri, sì che talvolta si udiva un mormorio di disapprovazione […].

Preuss era un alpinista totale, anche come glacialista e sciatore alpino. […] Nel Monte Bianco aveva al suo attivo importantissime primizie tra cui eccelleva la cresta sud-est dell’Aiguille Blanche de Peutérey, raggiunta non come ora dal Frêney, bensì dal più aspro versante della Brenva, per il gran canalone su per il quale ammirai quel giorno la sua perfetta lieve tecnica di ramponista. Insomma, un alpinista completissimo. Uno tra i pochi, anche ora a più di mezzo secolo di distanza, che sapesse scendere liberamente sulla roccia i passi più difficili vinti in salita“.

Alberto Procovio e la moglie Hisae Oguchi al rifugio Porta.

E gli altri?
Se la figura di Aldo Bonacossa ha da tempo trovato una sua stabile collocazione nei piani più alti della storia dell’alpinismo italiano, meno nota è certamente quella di Carlo Prochownick dalla quale siamo partiti.

Nel necrologio che gli dedicò sulla Rivista Mensile del CAI del 1967, Bonacossa che lo ebbe a lungo come compagno di cordata, rimpiangeva il fatto che per ragioni di lavoro “si appartò definitivamente, come già parecchi altri, dai monti e dai compagni di una volta fino alla morte“. E ricordava:

Nelle Dolomiti Carlo aveva già un notevole curriculum: nelle Pale di San Martino prime salite e parecchie nuove vie, anche assieme al nostro caro Guido Bertarelli, e guidata a diciassette anni la prima politicamente italiana della allora reputatissima parete sud della Marmolada (dico politicamente perché le due guide della prima salita, Bèttega e Zagonèl, erano allora – 1901 –  sebbene italianissime, sudditi austriaci). Ma poi era passato definitivamente verso occidente alle grandi montagne miste, diventando perfetto glacialista e perciò alpinista completo. Tanto più che in quegli anni fu forse il miglior sciatore di montagna in Lombardia: tecnico, deciso, resistentissimo”.

La sua famiglia, di origini ebreo-polacche, guidata dal capostipite Herman era giunta a Milano da Lipsia nel 1880 per impiantarvi un’attività di produzione di cravatte. All’avvicinarsi delle leggi razziali il nonno, come testimonia Alberto Procovio, mise tutta la famiglia in fila per portarla a battezzarsi in Sant’Ambrogio. E dovette usare evidentemente altre premure per italianizzare il cognome (ma non il marchio della ditta che Prochownick rimase!) e mettersi così al riparo dalle persecuzioni razziali.

Ecco dunque spiegata la ragione del cambio di cognome. I suoi due figli, Carlo (1891-1967), appunto, e Luigi (padre di Alberto) ne continuarono l’attività che poi venne presa in carico dall’unico erede Alberto fino alla sua definitiva chiusura. Alberto, classe 1931, ricorda lo sfollamento a Caglio, nel triangolo lariano, dove suo padre Luigi lo mise al riparo negli anni della Repubblica Sociale e dove sua madre svolse una silenziosa, ma costante attività antifascista.

Due ritratti dell’ing. Aldo Bonacossa, ufficiale del Genio ed istruttore di sci del Regio Esercito nei corsi «skiatori» che si tennero sulle montagne al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta fra il 1915 e il 1918.

Non eravamo soli quel giorno al rifugio Porta: idealmente collegati con noi c’era a Losanna l’ultima figlia di Aldo Bonacossa, Silvia Sella Bonacossa, e a Londra suo figlio Andrea Sella, professore del dipartimento di chimica del University College di Londra. E per poco non è riuscito a raggiungerci Alessandro, figlio di Andrea. Alla prossima, dunque.

Prochownick e Parissenti sulla prima terrazza (didascalia originale). L’immagine si riferisce alla ripetizione della via Tomasson sulla Sud della Marmolada compiuta da Prochownick a soli 17 anni.

Codicillo curioso
Per continuare a giocare sul rapporto fra le guglie della Grignetta e le elevazioni della Cresta di Peutérey, ricordiamo che si deve a Luigi Gaetano Polvara e a Vittorio Ponti, i primi salitori della Nord della Guglia Angelina, la prima ascensione (29 agosto 1920) della Punta Castelnuovo 3601 m, la più elevata delle Dames Anglaises. Mentre il Casati cui è dedicata la prima punta (3592 m) a sud della Brèche Centrale è proprio Giacomo, primo percorritore della Cresta Segantini e vincitore del “passaggino” fra Primo e Secondo Magnaghi, che scalò la punta con la guida Giuseppe Pedranzini il 5 agosto 1902 e che morì l’anno successivo alla Piramide Vincent. Gli è dedicata l’omonima piramide sul versante occidentale della Grignetta, dove si trova (e il cerchio si chiude) lo spigolo, una delle classiche più belle delle Grigne, che porta il nome di Ugo di Vallepiana, che lo salì con Giovanni Gandini e che fu il primo compagno di Preuss sulle guglie del Monte Bianco.

Sopra, Ugo Ottolenghi di Vallepiana in divisa da ufficiale del III Alpini. Sotto, durante la prima ascensione al Pic Gamba (didascalia originale).
Sopra, Alberto Benini. Sotto, Pietro Corti
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I 110 anni della cresta sud-est dell’Aiguille Blanche ultima modifica: 2024-06-13T05:59:00+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “I 110 anni della cresta sud-est dell’Aiguille Blanche”

  1. E’ sempre un piacere e un onore poter andare indietro nel tempo, accompagnando per il tempo della lettura avventure e frammenti di vissuto. 

  2. È un racconto stupendo, che descrive un mondo perduto e pieno di fascino e di mistero.
     
    Hic sunt leones. A quei tempi lassú c’erano i leoni.
    Guai a chi sgarrava!

  3. Leggo con tanto entusiasmo! Non sono necessari commenti 
    Saluti e grazie per questi indelebili  ricordi di un altro mondo 

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