I 95 anni della via Solleder-Lettenbauer

Il 7 agosto del 1925 Emil Solleder e Gustav Lettenbauer realizzarono, sulla parete nord-ovest della Civetta, quella via che è passata alla storia come l’inizio ufficiale dell’epopea del VI grado. Per celebrare questa ricorrenza, a distanza di 95 anni, è un piacere rileggere l’interessante articolo di Franco Brevini, pubblicato su Alp del luglio 1989.

La parete nord-ovest della Civetta

Mi permetto di aggiungere alcune considerazioni personali. Si pensa, giustamente, all’epopea del VI grado come ad un “affare” prettamente dolomitico o quanto meno esclusivo delle Alpi orientali. In effetti così è stato in gran parte, sia nei prerequisiti (gli alfieri della cosiddetta Scuola di Monaco si fecero le ossa sulle Alpi calcaree austriache) sia nelle più fulgide realizzazioni della stagione del VI grado in senso stretto.

Quando si parla alle vie di quella specifica fase storica, il pensiero corre immediatamente alle lisce e strapiombanti pareti dolomitiche: Nord della Cima Grande, Nord della Cima Ovest, Sud della Marmolada, solo per citare le prime che vengono in mente. Difficoltà pura di arrampicata.

La parete nord-ovest della Civetta in veste invernale

Eppure non è un caso che l’attenzione di Solleder si sia inizialmente indirizzata verso la Nord-ovest della Civetta, la Parete delle Pareti (“die wand aller wände”, per dirla in termini germanici).

Il quadro ideologico che confezionò l’epopea dei VI grado, cioè il concetto dell’impegno al limite massimo delle possibilità umane, richiedeva un contesto adeguato e lo trovò nella Nord-ovest della Civetta. La morfologia di quella parete, la discutibile qualità della roccia e l’esposizione ai quadranti settentrionali la presentano ancor oggi come il palcoscenico ideale per una rappresentazione wagneriana: è lo scenario tipico della sfida umana al fato.

Una parete del genere pare più simile alle Alpi occidentali che alle consorelle dolomitiche. Se ne era già accordo Giusto Gervasutti che ripeté la Solleder nel 1935, dopo un precedente tentativo (1932) frustrato dall’incidente del suo occasionale compagno di cordata.

Emil Solleder

Nel suo libro Scalate nelle Alpi, quando accenna al tentativo del ’32, il Fortissimo paragona la Nord delle Grandes Jorasses, che aveva visto direttamente solo pochi giorni prima, con la Nord-ovest della Civetta, che in quel momento gli si para davanti agli occhi: “Ambedue rappresentanti, nelle loro diverse caratteristiche, il miglior campo d’azione che un alpinista possa desiderare ad estinguere la sua ansia di avventure e di lotte. Colui che riuscirà a placare il suo respiro affannoso sulla sommità di ambedue potrà ben dirsi fortunato e pago”.

E’ indiscutibile che il VI grado sia noto come un fenomeno tipico delle Alpi orientali e delle Dolomiti in particolare. Però anche nelle Occidentali, seppur con un ritardo, vennero realizzate delle imprese di tutto rispetto.

Ma forse non si arrivò all’esaltazione ideologica che emerse in altri scenari geografici. Probabilmente ha ragione Brevini che, nel suo articolo, ricollega il tutto al noto uderstatement della borghesia torinese: non a caso “esageruma nen” è una classica affermazione subalpina (Carlo Crovella).

Emil Solleder (a sinistra) e Gustav Lettenbauer

Die wand aller wände
di Franco Brevini
(pubblicato su Alp n. 159, luglio 1989)

“Die Wand aller Wände” (La parete delle pareti): così la chiamavano i tedeschi. Domenico Rudatis la definiva il “Regno del sesto grado” e c’è da credergli se lo scrittore e alpinista veneto del sesto grado fu salutato come “il Profeta”. Certo è difficile immaginare una montagna altrettanto fatidica della Civetta nei due decenni in cui il grande alpinismo si affacciò alla terra nondum cognita delle difficoltà estreme.

1927. Emil Solleder ha salito da due anni la Nord-ovest insieme a Gustav Lettenbauer, firmando la prima via di sesto grado. Quegli impressionanti sei chilometri di pareti compresi tra la Torre Coldai e la Torre Venezia sembrano terra bruciata per gli alpinisti italiani. Non mancano i tentativi di ripetizione, ci si prova perfino il grande Comici, ma le prime cordate che rimettono le mani sugli appigli di Solleder sono tutte austriache o germaniche. Gian Piero Motti ricorda come alla base della parete l’orgoglio nazionalista teutonico avesse piazzato un cartello di spregio verso i nemici di un tempo, che dalle trincee della prima guerra mondiale erano per di più usciti vincitori: «Questa parete non è pane per gli italiani».

Pino Prati, il Campanil Basso di Brenta e la faccia della morte. Prati precipiterà appena due mesi dopo aver posato per questo quadro di Dario Wolff.

La pacifica riscossa cominciò sulle pagine della Rivista del Centro Alpinistico Italiano. Rudatis aveva studiato ingegneria a Torino, assieme a Renzo Videsott, il futuro direttore del Parco nazionale del Gran Paradiso. Con lui avrebbe tracciato due anni dopo un’ardita via sullo spigolo sud-ovest della Cima Busazza: il primo atto di quella riscossa. Ma soprattutto a Torino aveva capito il valore di un veicolo come la Rivista, allora monopolio degli occidentalisti, poco disposti a riconoscere l’importanza dell’ambiente dolomitico. L’articolo che nel 1927 Rudatis pubblicò sull’organo del CAI non lasciava dubbi fin dal titolo: Rivelazioni dolomitiche. Era una corposa monografia del gruppo della Civetta, in cui il ventinovenne originario della Val Cordevole (pur essendo nato a Venezia) rivolgeva un inequivocabile appello agli alpinisti d’Italia: «Poche [montagne] soddisfano il confronto [con le cattedrali] con tanta formale perfezione e profondo simbolismo quanto la Civetta, che nella severa e solenne armonia della sua architettura sublimemente protesa verso il cielo ad invocare la congiunzione del mondo terreno col divino, si sente davvero esprimere con muta sovrumana eloquenza, come nel più sacro dei santuari, l’unica, somma ed arcana Verità».

Rudatis cominciava prudentemente con toni alla Ruskin, salutando nelle montagne le «cattedrali della terra». Ma su quell’elementare romanticismo, quasi d’obbligo all’epoca, innestava già la componente mistica ed esoterica che tanta parte avrebbe avuto nella sua battaglia per il sesto grado.

L’immagine dell’alpinista come cavaliere dell’ideale percorre la cultura tedesca a cavallo del secolo. Lo testimonia il rifiuto dei mezzi tecnici di un “purista” come Paul Preuss, il quale era solito legarsi in cordata con un nodo che si sarebbe sciolto in caso di caduta. Ma a vincere sarebbe stata l’altra anima, quella faustiana del dominio della natura mediante la tecnica. Due invenzioni tennero a battesimo il sesto grado e nei primissimi decenni del nuovo secolo decretarono la superiorità della cosiddetta “Scuola di Monaco”: il chiodo da roccia e il moschettone. Il primo pare sia stato introdotto in forme non dissimili dalle attuali da Hans Fiechtl, il secondo da Otto Herzog, noto ben prima dei film di Stallone con il tempestoso nome alpinistico di Rambo. Dopo essersi preparati sulle pareti calcaree del Tirolo, i tedeschi scesero nelle Dolomiti. Fino al 1930 la loro supremazia sarà incontrastata.

Il tracciato della via di Solleder e Lettenbauer

Oggi i pesantissimi moschettoni, i chiodi massicci, le corde di canapa e le pedule di tela fanno sorridere. Ma è con quei reperti ormai archeologici che il sesto grado fece la sua comparsa sulle Alpi. E dove loro usarono cinque chiodi oggi se ne incontrano dieci volte tanto. Se la frustrazione per la sconfitta bellica ebbe certamente un peso nelle imprese austriache e tedesche degli anni entre deux guerres, non meno decisive risultarono le mitologie diffuse dal nazionalismo montante. Le cordate germaniche tracciavano vie sempre più ardite dalla Furchetta, al Civetta, al Sass Maor, mentre a dispetto del ritorno dei fasti di Roma imperiale la razza latina sembrava segnare il passo. In questo clima di frustrazione si colloca l’azione di Rudatis, che ebbe una duplice funzione: svolse un’attiva propaganda a favore del gruppo della Civetta, aprendo la strada alle imprese di Tissi, Andrich, Carlesso, Faè, Ratti, Cassin, compiute nei dieci anni che seguono la sua monografia sulla Rivista mensile, e fornì alla riconquista italiana i suoi contenuti ideologici. Rudatis fu uno strano insieme di positivismo e irrazionalismo. Ingegnere, studioso dei meccanismi della percezione visiva, detentore di brevetti sul cinema e sulla televisione a colori, fu nel contempo influenzato dalle correnti irrazionalistiche che percorrevano la cultura europea della fine del secolo.

La cresta nord della Civetta in un disegno di Domenico Rudatis.

Del resto anche Freud non era forse un positivista, che con gli strumenti della scienza cercava di annettere le zone oscure della psiche? In una certa misura Rudatis testimonia della diffusione nell’alpinismo dolomitico italiano delle stesse mitologie tragico-cupe imperanti oltralpe: Nietzsche e in particolare la “volontà di potenza”, che all’epoca era l’unico aspetto del filosofo ampiamente divulgato. Questi influssi risulteranno meno vistosi sull’alpinismo occidentale, soprattutto nell’ambiente torinese, dove una solida tradizione borghese e liberale, da cui sarebbe uscita la figura di Gobetti, opponeva i suoi argini al dilagare di queste correnti di pensiero. Ma in Rudatis c’era un’altra componente, destinata probabilmente a riscuotere una fortuna ancora più vasta: la componente mistico-esoterica. Studioso delle filosofie orientali e delle pratiche yoga, l’alpinista veneto proiettava la scalata in un clima ascetico che può ricordare le esperienze condotte nella California degli anni Sessanta. L’incontro con la spiritualità orientale gli veniva probabilmente dalla stessa cultura tedesca: basti solo ricordare che Siddharta di Hermann Hesse è del 1922.

«Bisogna ritrovare nella montagna l’essenza indomita e primordiale della natura e della vita. Bisogna saper ricavare dall’arrampicamento ben più del record sportivo, tendere a compierlo solo come sforzo, come interiore violentamento dei propri limiti, come mediazione di un atto puro di potenza, per trascenderlo, per purgare l’azione dalla brama, dall’emozione, dalla passione e risuscitarla come arbitrio, come giuoco».

Ho tra le mani un libro che Rudatis pubblicò nel 1985, otto anni prima di terminare la sua lunghissima esistenza, che lo aveva condotto per lungo tempo a New York. Si intitola Liberazione, è edito da Nuovi Sentieri. In copertina un’incisione di Dario Wolff mostra una montagna-donna disegnata con gusto prerafaellita e un corteo di adepti che si dirigono alla sua volta varcando una quinta di rupi. A ogni pagina del libro si rinnova l’appello a identificare «l’ascesa esteriore con l’ascesa interiore».

«Perciò ambizioni, sentimenti e pensieri che formano la corrente del vivere sociale non ci seguirono dall’attacco alla tregua della vetta violata al tramonto e fino alla sosta finale tra i massi, dopo aver violentato l’abisso.
L’arrampicata deve essere un cominciamento per muoversi liberamente in questa corrente, per staccarsi dal tappeto del destino nel cui centro la danza degli eventi folleggia ipnotizzante sui piedi del caso. […] Che importa in sé un’arrampicata? forse poco. Ciò che importa è la potenza che sappiamo destare in noi, giocando col pericolo, quando la volontà si vuole per intero».

Rudatis faceva leva su elementi non dissimili da quelli della mitologia cattolica della montagna. Ma offriva un paradigma di religiosità laica, che, nel suo carattere individualistico ed elitario, poteva agevolmente sposarsi con le mitologie superomistiche di marca nietzscheana. La figura del sestogradista che si libra nel ciclo, elevandosi sopra il profanum vulgus, è rimasta l’emblema di questa età di eroismo e inquietudine, in cui i destini generali stavano inclinando rapidamente verso la catastrofe.

Attilio Tissi, agordino di nascita (1900), assieme al compagno di Giovanni Andrich effettò la prima salita senza bivacco della via Solleder alla Civetta. Iniziò ad arrampicare poco prima dei trent’anni e presto divenne l’elemento propulsore della “scuola bellunese” iniziata da Francesco Zanetti, accanto a Videsott, Rudatis, i fratelli Zancristoforo, Alvise Andrich, Emani Faè e Furio Blanchet.
Grande arrampicatore libero, nel 1931 scalò lo spigolo ovest della Torre Trieste, nel 1932 salì la parete nord-ovest del Pan di Zucchero e l’anno seguente firmò la sua via più famosa sulla Sud della Torre Venezia. Durante la Resistenza partecipò alla lotta di liberazione e dopo la guerra venne eletto Senatore della Repubblica nelle liste socialiste. Morì per un banale incidente sulla Torre Lavaredo, il 22 agosto 1959.
A fronte il “Cristallo”, nevaio sospeso sulla Nord-ovest della Piccola Civetta dove passa la storica via “Haupt-Lömpel” del1910. Foto: Marco Scolaris.

Haupt-Lömpel, 1910: in Sesto ante litteram?
di Manrico Dell’Agnola
All’alba del 19 settembre 1985 Giuliano De Marchi e Alessan­dro Masucci escono in vetta alla Piccola Civetta, che è più bassa di soli 13 metri rispetto la cima principale, dopo un gior­no e una notte passati sulla grande parete. Hanno ripetuto la via Haupt-Lömpel, che valuta­ta da tutte le guide di difficoltà inferiore al V pare abbia dato, ai non certo inesperti scalatori, qualche problema. Non conten­ti, il 30 agosto di due anni dopo ritornano alla ricerca del pas­saggio originale nella parte bassa, quella sotto il nevaio sospeso chiamato Cristallo, in quanto la prima volta, a causa delle condizioni della parete, erano approdati al nevaio pen­sile percorrendo per sbaglio la variante Ratti-Esposito. La via originale fu così trovata, la rela­zione dei primi salitori coinci­deva perfettamente, anche la .valutazione d’insieme “estre­mamente difficile” calzava, ma non coincideva certo il grado V-. Considerata la complessità, la pericolosità, la lunghezza, l’esposizione e anche i passaggi in se stessi, che come afferma tuttora De Marchi «se non sono sesto, poco ci manca», quel V- non torna. Così i due valenti ed esperti alpinisti decisero di ren­dere noto al “popolo dei cro­daioli” questa loro scoperta, che senz’altro sconvolge un po’ la cronologia delle prime miti­che vie di sesto grado, e conse­gna alla storia il percorso origi­nale, ignorato sino ad allora e ritrovato in base a ima serie di logiche considerazioni. Per un approfondimento consultare il numero di febbraio 1988 della Rivista Mensile del CAI.

Franco Brevini

Franco Brevini
Docente di letteratura moderna e contemporanea all’Università della Calabria; alpinista da trent’anni, ha pubblicato due guide alpinistiche dedicate al Gran Paradiso. Negli anni Settanta ha diretto la rivista Rassegna Alpina 2 che contribuì fortemente al dibattito nel mondo alpinistico.

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I 95 anni della via Solleder-Lettenbauer ultima modifica: 2020-08-07T05:47:59+02:00 da GognaBlog

1 commento su “I 95 anni della via Solleder-Lettenbauer”

  1. 1
    Umberto Vilfredo says:

    Gervasutti, friulano trapiantato a Torino, facilitò la convergenza delle due mentalità e accompagnò l’evoluzione anche a ovest

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