A cura del SOCS (Struttura Operativa CAI Scuola) e della Sezione del CAI di Bolzaneto, il 17 febbraio 2026 è stato organizzato a Genova il Convegno “I bivacchi delle Alpi 1925–2025 – Storia, progetti, usi, futuro”.
Riportiamo qui l’intervento conclusivo di Giacomo Benedetti (Vicepresidente Generale CAI), ricco di riflessioni e stimoli, con utili traduzioni nel mondo della Scuola. Ci troviamo esperienza, visione, consapevolezza, responsabilità, senso del limite.
I bivacchi: accoglienza e responsabilità
di Giacomo Benedetti
(pubblicato su caiscuola.cai.it il 21 febbraio 2026)
Buonasera a tutte e a tutti, ringrazio la Sezione CAI di Bolzaneto per l’invito e per aver costruito questo momento di riflessione collettiva su un tema che, a prima vista, potrebbe sembrare specialistico, ma che in realtà interroga in profondità il nostro rapporto con la montagna. Arrivo alla fine di una serata intensa, ricca di contributi, di storie, di esperienze vissute. Una di quelle serate che corrispondono perfettamente molto al modo in cui il CAI affronta le cose: mettendo insieme competenze diverse, sensibilità differenti, punti di vista che non sempre coincidono ma che, proprio per questo, costruiscono senso.
Il mio intervento non vuole aggiungere contenuti a quelli che abbiamo già ascoltato. Vorrei piuttosto provare a fare un gesto semplice e necessario: ricomporre. Mettere in relazione ciò che è stato detto e provare a capire che cosa ci portiamo a casa, non individualmente, ma come comunità.
Perché il Club Alpino Italiano, prima ancora di essere una grande organizzazione nazionale, è una famiglia. Una famiglia fatta di persone che discutono, a volte si confrontano duramente, ma che condividono una stessa responsabilità verso la montagna.
Parlo da Vicepresidente Generale del CAI, con delega ai rifugi e alle opere alpine, ma parlo anche da uomo di CAI, cresciuto dentro questa comunità, che sa bene che ogni scelta che facciamo in montagna non riguarda mai solo una struttura o un progetto, ma il messaggio che lasciamo a chi verrà dopo di noi.
Ed è per questo che il bivacco non è mai un oggetto neutro. È una presa di posizione. Racconta un’idea di montagna e, insieme, un’idea di come una comunità decide di stare in montagna.
Se dovessi condensare tutto in una sola frase, direi questa: nel CAI non costruiamo bivacchi solo per ripararci dal freddo, ma per ricordarci chi siamo. Con questo spirito, provo ora a restituire una lettura complessiva di ciò che abbiamo ascoltato questa sera.
Il bivacco come misura, non come attrazione Il bivacco nasce per rispondere a una condizione limite. Nasce dove non è possibile, e spesso non è nemmeno desiderabile, costruire altro.
Non nasce per essere cercato, ma per essere trovato quando serve. Questa distinzione, che può sembrare sottile, è in realtà decisiva.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda del modo di guardare alla montagna. Sempre più spesso ogni luogo viene letto come una possibile meta, ogni struttura come un’attrazione, ogni presenza umana come un servizio da offrire e da consumare. Il bivacco si colloca volutamente fuori da questa logica. È una struttura che non promette esperienze, non garantisce comfort, non offre scorciatoie. Offre solo ciò che è strettamente necessario: un riparo, una possibilità, una seconda chance in caso di difficoltà. In questo senso il bivacco non facilita la montagna, ma la rende più leggibile. Ricorda, con la sua stessa essenzialità, che l’alta quota resta un ambiente severo, dove la responsabilità individuale non può essere delegata a una struttura.
Come Vicepresidente Generale del CAI, sento molto forte la necessità di chiarire un equivoco che negli ultimi anni emerge con una certa frequenza. Bivacco e rifugio non sono due gradini della stessa scala. Non rappresentano una progressione, né una gerarchia. Sono due risposte diverse a due esigenze diverse, che parlano linguaggi differenti. Il rifugio è un presidio territoriale stabile. È una infrastruttura civile della montagna, inserita in una rete, affidata a una gestione, capace di svolgere funzioni molteplici: accoglienza, sicurezza, informazione, cultura, educazione ambientale. Il bivacco, invece, è una struttura minima, non gestita, spesso collocata in luoghi estremi, dove ogni scelta progettuale ha conseguenze immediate. È pensato per l’uso alpinistico, per la sosta forzata, per l’emergenza. Nulla di più, ma anche nulla di meno.
Quando chiediamo a un bivacco di fare ciò che dovrebbe fare un rifugio – più posti, più comfort, più dotazioni – lo stiamo snaturando. E allo stesso tempo stiamo indebolendo il senso stesso del rifugio, che rischia di perdere la sua funzione di presidio strutturato. Tenere distinta questa differenza non è un esercizio teorico: è una scelta di responsabilità.
Progettare bivacchi: una responsabilità, non un esercizio di stile Negli ultimi decenni abbiamo visto nascere bivacchi molto diversi tra loro.
Alcuni hanno funzionato bene nel tempo, integrandosi nel contesto e svolgendo la loro funzione senza creare problemi. Altri, invece, hanno mostrato rapidamente i loro limiti. Strutture sovradimensionate, costi elevatissimi, soluzioni tecnologiche complesse, difficoltà di manutenzione, aspettative sbagliate da parte degli utenti: sono tutte criticità che abbiamo imparato a conoscere anche attraverso l’esperienza diretta.
Qui entra in gioco una parola chiave, che per il CAI è centrale: responsabilità. Ogni bivacco è una decisione che impegna una comunità per decenni. Non è solo un progetto architettonico o ingegneristico: è una scelta culturale, economica e ambientale che produce effetti nel tempo. La domanda che, come CAI, abbiamo imparato a porci è volutamente semplice, quasi brutale: questa struttura reggerà davvero lassù, negli anni, senza trasformarsi in un problema per chi verrà dopo?
Da questa consapevolezza nasce il lavoro sul cosiddetto “Bivacco CAI”. Non un modello rigido e uniforme, ma una proposta culturale e tecnica, costruita a partire da alcune convinzioni maturate nel tempo. I principi sono pochi ma chiari: sobrietà progettuale, essenzialità funzionale, controllo dei costi, facilità di manutenzione, rispetto profondo del contesto ambientale e paesaggistico anche grazie all’utilizzo di materiali riciclati e riciclabili.
Il “Bivacco CAI” non cerca l’effetto speciale. Non ambisce a diventare un’icona architettonica. Non vuole competere con il paesaggio, né imporsi su di esso. Accetta consapevolmente di essere discreto, quasi silenzioso. Perché il suo compito non è raccontare la montagna, ma esserci quando serve, senza pretendere nulla in cambio. In questo senso, la sobrietà non è una rinuncia, ma una scelta culturale e politica molto precisa.
Guardando al futuro, sappiamo che il bivacco sarà sempre più chiamato a confrontarsi con cambiamenti profondi.
Il clima è più instabile, gli eventi estremi sono più frequenti, la montagna è frequentata da un numero crescente di persone, con livelli di preparazione molto diversi.
In questo scenario, il bivacco potrebbe apparire come una risposta rassicurante. Ma è proprio qui che occorre vigilare.
Se il bivacco diventa una meta, se viene percepito come un luogo da raggiungere più che come una risorsa da utilizzare in caso di necessità, rischia di perdere la sua funzione originaria.
Il bivacco deve continuare a trasmettere un messaggio chiaro e onesto: qui non tutto è garantito, ma tutto è affidato alla tua responsabilità. Vorrei chiudere tornando su una parola che, in filigrana, ha attraversato tutta questa serata: responsabilità.
Nel Club Alpino Italiano siamo abituati a parlare di tecnica, di sicurezza, di strutture, di progetti. Ma se togliamo questi elementi dal loro contesto più profondo, rischiano di diventare solo procedure. Il CAI, invece, non è fatto di procedure: è fatto di persone. Ed è per questo che mi sento di dire una cosa semplice, ma per me decisiva: nel CAI non tutto è garantito, ma tutto è affidato alla nostra responsabilità.
Responsabilità verso la montagna, innanzitutto. Una montagna che non ci appartiene, che non è un fondale, che non è un parco giochi. Una montagna che ci precede e che ci sopravviverà.
Responsabilità verso le persone che la frequentano oggi. Quelle esperte, certo, ma anche quelle che si avvicinano per la prima volta, che cercano nel CAI non un servizio, ma un orientamento, un esempio, una misura.
E responsabilità, soprattutto, verso chi verrà dopo di noi. Perché ogni bivacco che costruiamo, ogni rifugio che ristrutturiamo, ogni sentiero che tracciamo o manteniamo, è un messaggio lasciato nel tempo. Il CAI è una famiglia proprio per questo. Non perché siamo tutti d’accordo, non perché abbiamo le stesse idee, ma perché accettiamo di discutere, anche duramente, sapendo che le decisioni che prendiamo non sono mai solo individuali.
In una famiglia si può sbagliare, ma non ci si sottrae alla responsabilità delle proprie scelte. E si prova, insieme, a correggere la rotta. Il bivacco, più di ogni altra struttura, rende visibile tutto questo. È essenziale, sobrio, privo di mediazioni. Non promette nulla, ma chiede molto. Chiede rispetto, consapevolezza, preparazione.
Difendere il senso del bivacco significa difendere il senso del limite. E difendere il limite, oggi, è forse uno degli atti più controcorrente e necessari che possiamo compiere.
Se il Club Alpino Italiano ha ancora un ruolo nel presente e nel futuro, non è perché costruisce più strutture degli altri, o perché è più visibile, ma perché continua a custodire questa idea di montagna: una montagna che non si consuma, ma si attraversa; che non si semplifica, ma si comprende.
E questo, permettetemi di dirlo, è un compito che possiamo assumerci solo insieme. Come comunità. Come famiglia.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.



“struttura recentemente rinnovata e diventata particolarmente attrattiva” “Proprio in questa zona, negli ultimi mesi, si sono registrati diversi interventi di soccorso, un numero che non ha precedenti negli ultimi anni.”
https://www.planetmountain.com/it/notizie/alpinismo/bivacco-fiamme-gialle-dolomiti-soccorso-alpino-invita-a-massima-attenzione-nella-pianificazione-delle-escursioni-in-quota.html
Chissà se in cabina di regia stanno valutando quanto sta accadendo o se sperano che basti qualche proclama nel corso dell’ennesimo convegno per invertire la tendenza.
Questo tipo di bivacchi esiste già, un esempio l’ho citato nei miei commenti precedenti (3 e 4). A fare la differenza con il passato ci sono molti aspetti, non ultimo l’enorme cassa di risonanza, spesso negativa, che hanno gli “influencer” sui social nel propagandare queste strutture. Risultato: nel caso del Fanton sono già decine ormai gli interventi di recupero, spesso con elicottero, di sprovveduti che si recano in tali strutture senza la più pallida idea di cosa sia un sentiero di montagna e che alla prima difficoltà chiamano l’elicottero. Chi sosteneva che lassù non ci sarebbe mai andato nessuno, non aveva fatto i conti con la realtà dei social.
Consiglio anche la rilettura di questo articolo
https://gognablog.sherpa-gate.com/meno-manufatti-tecnologici-piu-esperienze/
che mi trova molto d’accordo sul contenuto.
Peverelli. Avere opinioni e’ legittimo. Personalmente la mia opinione rispetto alla tua domanda è negativa. Il Vice Presidente nel suo intervento ha chiarito bene cosa si intende tradizionalmente per bivacco e cosa lo distingue dal rifugio. Non ha molto senso introdurre una terza categoria ibrida: il bivacco diciamo “turistico”, questa è la conseguenza probabilmente inaspettata di alcune scelte che forse hanno puntato troppo sul sensazionale più che sul funzionale. Bastavano probabilmente alcune accortezze di forma e strutturali date dal committente ai progettisti per contenere il fenomeno. A volte si può sbagliare anche in buona fede e animati da sincero entusiasmo e spirito di innovazione. Chi è senza peccato…le esperienze servono anche come test per capire come certe scelte possono influenzare i comportamenti. Il bivacco a mio parere va preservato nella sua funzione primaria evitando di stimolarne un suo uso improprio magari da parte di persone che non hanno le capacità necessarie per muoversi su certi terreni. Poi se qualcuno ci va a passare la notte per fare un’esperienza va bene, niente di male, ma bisogna evitare che diventi una moda. Altra cosa è eventualmente la costruzione o il ripristino di “ricoveri” “rifugi non custoditi” o come si vogliono chiamare manufatti che funzionano come posto tappa lungo cammini o traversate che sono diventate oggi una realtà molto popolare e frequentata. Direi che tre categorie di strutture bastano: bivacchi, rifugi non custoditi, rifugi custoditi. Penso sarebbe meglio ridurre gli ibridi che generano confusione nella percezione e nell’uso da parte dei frequentatori e aggiungono una ulteriore confusione in un panorama già abbastanza confuso per conto suo.
Rimane sempre, a mio avviso, aperta la questione fondamentale. Ci sono molte persone che vogliono vivere la montagna con escursioni verso obiettivi escursionistici e non alpinistici e passare una o più notti in strutture non gestite. Al momento l’offerta di tali strutture (parlo almeno per le alpi centrali che conosco meglio) è dominata dai bivacchi (capanne private e rifugi autogestiti ci sono ma sono poschissimi).
Mi sembra chiaro a tutti coloro che hanno qualche anno di esperienza montana e un po’ di consapevolezza che questo sia un uso improprio del bivacco, ma rimane comunque aperta la questione, c’è una domanda di vivere così montagna, il CAI può/vuole soddisfarla? La riteniamo legittima? O è una degenerazione da combattere?
A me sembra un ottimo modo di andar per monti, sostenibile sia ecologicamente che socialmente, che può avvicinare ed educare alla montagna i giovani ecc…
Certo è diverso da quello a cui siamo abituati e forse il problema è cecare di far coesistere questo modo di vivere i bivacchi con quello più strettamente alpinistico, ma quindi mi chiedo: se il CAI costruisse “bivacchi” senza senso alpinistico, un po’ più comodi per agevolare gli escursionisti che vogliono farsi una notte in montagna andrebbe bene?
Come sempre ho più domande che opinioni😊
E’ perché sono sì un caiano, ma un caiano sano, un caiano vero. Certo che non condivido tutto dell’attuale CAI generale, anzi scorgo molti difetti. Il CAI in aera torinese mi piace molto perché percepisco che ha mantenuto molto dell’impostazione originaria. Ovvio, difetti ce ne sono anche nelle migliori famiglie… Ergo il mio CAI ideale è un CAI che, a livello nazionale, ripristini lo spirito del CAI originario (spirito che io percepisco molto vivo nel CAI di area torinese). Ci riuscirà? Mah…
Se sei a favore di un Cai sano (non ci crederai ma lo sono anch’io) significa che non “concordi” con questo Cai qui. Quello intendevo.
Ho ben presenti tutti i tuoi pensamenti sull’argomento. Tranquillo.
Non sono “contro” il CAI, tutt’altro, ma sono a favore di un CAI “sano” e affinché ridiventi sano, il CAI deve per forza smagrarsi e perdere tutte le sovrastrutture (“i falsi soci” e tutto quello che ruota intorno a costoro) che lo snaturano. Ma mi stupisce che tu ti stupisca “ora” di queste mie tesi: sono decenni che affermo queste tesi pubblicamente, mi pare di averle anche scritte esplicitamente sul Blog, sia in articoli che in vari commenti…
PS: è vero quanto sottolineato da Pasini. Parlare genericamente di CAI è improprio, per le enormi dimensioni del CAI stesso, per la sua estensione all’intero territorio nazionale e per le notevoli differenze fra i diversi “centri decisionali”. I quali a loro volta magari cambiano “visione strategica” nel tempo per il semplice avvicendarsi delle persone al loro interno. Inoltre fra tutte le Sezioni dislocate sul territorio italiano ci possono essere differenze abissali, spesso figlie delle caratterizzazioni locali. Io sono complessivamente molto soddisfatto dell’ambiente CAI che esiste a Torino (parlo sia delle due Sezioni cittadine, che frequento entrambe, sia delle Sezioni dell’hinterland), perché l’ambienta torinese del CAI ricalca complessivamente lo spirito originario del CAI, pur con le variazioni dovute ai tempi.
Crovella: un caiano contro il Cai.
I principi enunciati mi sembra siano validi e condivisibili, in particolare la difesa della “sobrietà” rispetto al “sensazionale” (che non esclude la modernizzazione equilibrata delle strutture) e la sottolineatura della differenza tra rifugio e bivacco. Essendo il Cai un’organizzazione grande e articolata ci possono essere sensibilità diverse e ci possono essere pure degli errori, come viene detto nell’intervento, anche se commessi in piena buonafede. La valutazione delle conseguenze di certe scelte nel corso del tempo può anche portare ad una valutazione diversa da quella iniziale. Nessuno è perfetto, notoriamente, e la riflessione critica non significa colpevolizzazione, come purtroppo oggi spesso accade in un mondo dove la polarizzazione domina soprattutto il confronto virtuale.
Io sono convinto (e da ‘mo…) che le due mani sappiano benissimo cosa fanno l’una e l’altra, solo che il CAI è costretto a correre dietro alle adesioni dei soci (sia nuove che confermate) perché il contributo finanziario che gli passa lo Stato è in qualche modo parametrato alle dimensioni (= numero dei soci totali). Di conseguenza il CAI deve strizzare l’occhio alle “nuove” generazioni che, rispetto a noi matusa, sono ‘più eccitabili di fronte alle innovazioni tecniche (vedere i commenti riportati in merito al bivacco Fanton). E quindi il CAI si barcamena…
Per questo motivo, ma non solo sul tema “bivacchi”, io sarei per rendere il CAI completamente indipendente dalla Stato (attenzione scrivo Stato e non governo: il contributo viene erogato a prescindere dal colore politico del governo in carica). Riportare il CAI alla natura di una qualsiasi associazione privata significherebbe slegarlo da questi vincoli. Ovvio che la quota associativa individuale aumenterebbe (rispetto all’attuale) e questo determinerebbe un violento snellimento del numero di soci. Ma io (mi pare di averlo già detto fino alla noia) preferisco un CAI di soli “veri” appassionati del CAI, che, per soddisfare la personale passione di far parte del CAI, sono disposti a pagare anche 200 o 300 euro all’anno anziché gli attuali 50 (che in media si pagano oggi). Cioè liberiamoci dei falsi soci (come li chiamo io) e potremo ragionare finalmente solo fra “veri” soci del CAI. Ma questo significherebbe snellire violentemente anche l’apparto e nessuno lo vorrà mai. Da ciò deriva che il CAI vuole tutto e il contrario di tutto e innesca dei cortocircuiti, non solo sul tema bivacchi. Scrivo queste cose con dispiacere, perché io sono un genuino fautore del “vero” CAI (inteso come associazione di soli appassionati di montagna): so che soci “veri” ce ne sono tantissimi, per questo mi dispiace che si inneschino questi cortocircuiti.
La mia impressione (confermata anche da fatti contingenti) è che nel Cai la mano destra non sappia cosa fa la mano sinistra.
Qui ne abbiamo l’ennesima prova.
Dopo appena due minuti, puntuale come una scarica di seracchi sul Grand Couloir della Brenva alle due del pomeriggio nel giorno di Ferragosto, ecco che spunta il primo commento di Carlone…
E’ proprio “quello” il caso dolente! Quel caso di specie ha creato un polverone pazzesco, rispetto al quale il CAI (che, in precedenza, ha rilasciato tutte le autorizzazioni interne, cui si sono poi aggiunte quelle esterne connesse al rispetto della generale normativa dell’edilizia) non può starsene zitto, visto che, ponendo i timbri e le firme autorizzative, il CAI si è caricato di ogni responsabilità sull’idea. In più, ora uno dei “piani alti” viene a declamare che il CAI ha o deve avere una visione molto spartana sul tema bivacchi. A questo punto, di totale confusione, è comprensibile che i lettori non addentro alle specifiche dinamiche di “quel” caso di specie, possano concludere che il drappello di soci torinesi che hanno ideato e costruito “quel” particolare bivacco, hanno agito fuori o addirittura “contro” le direttive CAI. Delle due l’una: o il CAI autorizza anche le idee innovative e, autorizzandole, le fa proprie e allora deve aver il coraggio di dirlo apertamente a tutti; oppure il CAI tiene una posizione molto rigorosa sul tema bivacchi (posizione che, sul piano ideologico, io condivido), ma allora NON conceda autorizzazioni a idee che escano da tale posizione.
“Questo signore del Cai sembra che non sappia che esiste un certo bivacco Gervasutti…”
Ah! Tu quoque, Cominetti! Io mi meraviglio di te, che sei una guida cosí esperta. Non devi stuzzicare il can che dorme!
Cosí ci beccheremo un bel bombardamento a tappeto di ottantasette commenti, a replica. Anzi, facciamo conto pari: 100-commenti-100.
😀 😀 😀
P.S. Mi ritiro dal forum finché non tornerà la pace.
La famiglia la lascerei stare.
Questo signore del Cai sembra che non sappia che esiste un certo bivacco Gervasutti….
Lo so, lo so, qui se n’é parlato tanto, ma probabilmente lui non c’era.
Se la causa è quella citata (e non escludo che sia così), allora il CAI, dopo aver autorizzato i vari suoi “suoi” bivacchi con le “nuove” forme accattivanti, deve poi avere il coraggio di difenderli in pubblico, senza lasciare i promotori delle singole iniziative esposti al pubblico ludibrio, per la sensazione generale che tali promotori si siano mossi senza chiedere le dovute autorizzazioni a chi di dovere dentro al CAI o, addirittura, in esplicito contrasto con la volontà e i principi del CAI.
Crovella, è inutile fare troppi giri di parole e tentare di nascondersi dietro ad un dito: i bivacchi ipertecnologici, architettonicamente accattivanti in modo da strizzare l’occhio alle nuove generazioni fanno parte del progetto, assieme alle nuove ferrate e ad altre iniziative, di raccattare più tessere possibili. Tutto il resto è pura dialettica di facciata che si discosta dalla realtà.
Se i piani atri del CAI hanno queste posizioni, che a tavolino condividono, devono però:
1) Accentrare nel solo CAI (comprese tutte le sue propaggini: CAAI, Sezioni, Sottosezioni ecc) il controllo esclusivo e la responsabilità di costruire, ristrutturare, mantenere e gestire i bivacchi. In particolare: NON bivacchi privarti, sia di istituzioni non CAI che di privati cittadini, perché in tal caso il CAI perde il controllo su questi “altri” bivacchi.
2) D’altra parte, però, i vertici dei CAI, se davvero investiti dell’esclusivo controllo sui bivacchi, facciano poi rigorosamente rispettare i suddetti severi parametri a qualsiasi iniziativa interna al CAI e relativa ai bivacchi. Ergo: non possono essere autorizzate iniziative non conformi a tali parametri. Se invece (come è successo molte volte in passato e come succede anche ai giorni nostri), il CAI, nelle sue propaggini, legittima iniziative relative ai bivacchi anche fuori dai suddetti severi parametri, allora tutte queste parole sono davvero solo aria fritta. Nel caso di iniziative già concretizzate, dove chi rappresentava il CAI ha “firmato”, non possiamo prendercela con i promotori delle iniziative, se tali iniziative non sono coerenti con i severissimi parametri espressi da un “piano lato” del CAI.
In altri termini: se il CAI punta a imporre detti criteri severi sui bivacchi, deve essere l’unico soggetto che gestisce bivacchi (= NO a bivacchi privati) e deve però imporre al suo interno detti parametri severi a ogni iniziativa targata CAI sui bivacchi, sennò chi viene legittimato (come ripetutamente accade) NON ha poi delle “colpe” in merito. Quindi anche il CAI deve essere assolutamente coerente al suo interno.
Ecco alcune recensioni relative al bivacco. Se fossi nel vicepresidente Cai magari prima di riempire l’aula di frasi fatte proverei ad informarmi.
Bivacco bellissimo! Oltre che per l’estetica e la posizione (perfetta per godersi l’alba), anche per la comodità all’interno. Sono presenti 12 cuccette con materasso (abbastanza comodo) e spazio per mettere zaino, scarpe e vestiti. Il punto forte è sicuramente la tavola nella parte bassa del bivacco, con la vetrata che regala una veduta spettacolare sulla val Baion.”
.
Esperienza immensa. Bivacco spettacolare dal design moderno e di qualità. Posizionato ai piedi del paradiso in un contesto magnifico.
Una FIGATA!!! STUPENDO!!! Una struttura bellissima, innovativa, funzionale e super accogliente.
.
Il bivacco Fanton, uno dei tanti bivacchi di ultima generazione, smentisce parola per parola quanto quanto sbandierato nell’intervento del vicepresidente.
Tra l’altro se lo cercate su Google, viene definito come “alloggio turistico”. La sensazione è che questi che vivono ai “piani alti” siano completamente estranei alla realtà dei fatti.
La riduzione del bivacco a ricovero di emergenza fa parte della stessa mitologia dell’eroismo sportivo che da qualche tempo inquina l’alpinismo. In sostanza il bivacco si dovrebbe distinguere solo per la modalità della gestione: un rifugio incustodito come il rifugio era un bivacco custodito. Anche in questo caso il problema sta altrove e dipende dalle folle che hanno scoperto la montagna. La finzione dell’emergenza potrà provocare qualche contesa tra escursionisti e rocciatori sull’occupazione del bivacco, ma non risolverà il problema dell’affollamento. I numeri degli uni e degli altri è destinato a crescere.