Il centro è di pietra

Torinese, cagliaritano, operaio, editore, fotografo, scrittore, commentatore, Maurizio Oviglia è anche tanto altro. Qualcosa del suo universo emerge da questa intervista a 360° a una delle figure italiane che molti conoscono e che tutti apprezzano.

Il centro è di pietra
(intervista a Maurizio Oviglia)
di Lorenzo Merlo
(23 aprile 2021)

Sardità
Della tua biografia, cosa emerge per primo, quando ti si chiede di presentarti?
Sicuramente che sia un chiodatore di vie sportive. E poi la Sardegna. La gran parte mi identifica con queste due parole, associate tra loro.

A volte dimentichi la tua origine territoriale e culturale e ti senti solo sardo?
Sono da 35 anni esatti in pianta stabile in Sardegna, più due anni iniziali di vai e vieni. Eppure non credo di potermi definire sardo. Per esserlo devi esser nato in Sardegna, non è solo una forzatura un po’ folkloristica dei sardi più indipendentisti. Dopo tanti anni vissuti su questa terra capisco cosa intendano, quando dicono che un “continentale” non potrà mai definirsi sardo e, anzi, è quasi un’offesa se lo fa. Per essere sardo devi portare nel DNA tutta la storia di questo popolo ed io, per quanto posso identificarmi e avere empatia per i sardi, non lo sono. E non potrò mai esserlo. Anzi sono un piemontese, un Savoia… quindi peggio che mai!
Mi sento ospite di questa terra, penso di averne colto almeno in parte l’essenza, ho ricambiato negli anni come ho potuto.

Maurizio Oviglia, calcare e ginepri

Oltre ad essere Accademico, sei Istruttore di Arrampicata libera del Club Alpino Italiano, ma anche tanto altro. Quanto premono in te il grande alpinismo, quello esplorativo, la ricerca del tuo limite sportivo, l’attività didattica? Qualcosa prevale? Come gestisci la ressa dell’immaginazione che precede le realizzazioni?
Come tutti ho avuto varie fasi nella vita: quella alpinistica, quella esplorativa, quella sportiva e quella attuale, che definirei estetica. Ma l’esplorazione ha sempre prevalso e caratterizzato ogni mia attività, sia che andassi a salire una big wall in Venezuela sia che mi dedicassi a una nuova falesia dietro casa. O a qualche blocco nella macchia mediterranea.
Non ho mai perso la voglia di partire, qualsiasi cosa andassi a fare. L’importante è fare, creare qualcosa, per me stesso e per gli altri.

A 20 anni, quello che poteva essere il suo ultimo giorno. Sulla Nord delle Courtes furono investiti da una frana e si salvarono per miracolo. Foto: Valerio Bertoglio.

Dopo circa 35 anni di presenza sull’isola consumati scalando, scrivendo libri e articoli, tenendo conferenze, girovagando ed esplorando, ci sono ancora zone che vuoi esplorare per l’arrampicata?
Se me lo domando in modo razionale, direi di no. Infatti son stato più volte sul punto di lasciare la Sardegna. Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, passare l’autunno della mia vita in Trentino, visto che i miei primi 25 anni invece li ho trascorsi in Piemonte. Però poi, qualcosa da fare di nuovo lo trovo sempre. Ovunque vada trovo stimoli, le idee non mi sono mai mancate. Ciò che mi spaventa di più, non ci crederai, è ripetermi. Non mi piacerebbe continuare a fare cose che ho già fatto perché in qualche modo ho deciso di finire i miei giorni su quest’isola.

Senza togliere nulla a chicchessia, per molti, forse si può dire per tutti – sebbene in corsivo – il tuo lavoro è un punto di riferimento scalatorio tanto per i sardi quanto per i continentali. C’è qualcosa della cultura alpinistica che avevi in te che si è sedimentata sull’isola?
Forse la componente “altruista”. Ho iniziato da alpinista e come la gran parte di questa categoria ero profondamente egoista. Pensavo a me stesso, a fare le mie vie, a vivere le mie avventure. Conoscendo i primi arrampicatori sardi ho imparato a lasciare i chiodi, non quelli brutti e storti che non riuscivo a togliere. Quelli nuovi. All’inizio mi sembrava un grande spreco. Poi, anche dall’egoismo in parte si guarisce. Col tempo è nata l’idea di chiodare falesie bene, non per me, ma per gli altri, per i turisti. Questa è una cosa che ho maturato in Sardegna e che, tanti miei amici del nord, non hanno. Possono capirla, quando vengono in Sardegna l’apprezzano, ma a casa loro non ce l’hanno.

Anche boulder

Anni fa ho frequentato molto la Sardegna. Non solo per scalare. In grande misura le persone comuni – in particolare i cittadini – non dimostravano di amare il loro territorio, anzi, spesso lo disprezzavano. Nei tuoi primi anni sardi, ovvero verso la fine degli scorsi anni ’80, hai mai avvertito qualcosa del genere?
Più che altro non lo conoscono. Quando vado dal mio parrucchiere, visto che il calcio non mi interessa, dobbiamo parlare d’altro. Così gli parlo della sua terra. E quando vuole scoprire posti nuovi o sapere qualcosa, ne parla con me. Mi dicono spesso, non solo i parrucchieri: tu conosci la Sardegna meglio di un sardo!

E poi c’era una sorta di fierezza sarda mista forse a invidia e timore per il continentale. Ammesso che abbia colto giusto, quanto le nuove generazioni sono andate oltre quella mentalità? O quanto si è rinforzata?
Beh, c’è una grande differenza tra chi vive nelle città, chi sulle coste (che in estate hanno un grande flusso turistico) e chi nell’interno. Come è anche in Corsica. Frequento spesso il Supramonte e l’Ogliastra: la mentalità di cui parli non è molto cambiata. C’è un modo di approcciarsi a questa gente tutto particolare, basato sul rispetto. E lo ritengo giusto. I continentali, purtroppo, si pongono sempre in una situazione di superiorità. E partire col piede sbagliato, in queste zone, non è una bella mossa. C’è un detto qui che recita più o meno “all’asino sardo lo freghi una sola volta”.

Cardo d’Argento al Festival di Trento 1998 per la Guida ai monti d’Italia, Sardegna (CAI-TCI, 1997). Da sinistra, Giovanni Kappenberger, Mauro Corona, xy, Maurizio Oviglia.

Gognablog ha più volte denunciato la realizzazione di ferrate in territorio sardo. Tanto nella realizzazione (materiali e disposizione degli ancoraggi), quanto nell’abuso professionale dell’autore (nessun titolo professionale) e anche nel sito di allestimento (zone protette). Qual è il tuo pensiero, e come hanno reagito i sardi?
Sono sempre stato scettico verso le ferrate. Non ne ho mai fatte, salvo, e controvoglia, quella del Colodri per scendere. Non mi piacciono. È un approccio alla montagna che non mi stimola e che, per quanto ne dicano i ferratisti, reputo profondamente diverso dall’arrampicata, sia alpinistica che sportiva. Non è sufficiente dire che gli scalatori usano i chiodi o la corda per accomunare le due esperienze. Chi lo fa ignora secoli di cultura alpinistica che sono alla base della nostra attività. Ciò detto, non ho la vocazione del crociato che hanno altri miei colleghi, non sono una guida ma un volontario del CAI, ed in fondo non sono neanche così convinto che una ferrata deturpi più di una strada o di altri scempi che regolarmente passano sotto silenzio. Penso tuttavia che nella realizzazione di una ferrata ci si dovrebbe attenere alle norme vigenti. Se gli enti proposti danno parere favorevole e si fanno le cose in regola ci possono anche stare, ma con moderazione e solo in alcuni siti. Altrimenti perché non fare una ferrata per salire sull’Aguglia, sul Cusidore od ovunque? Perché negare a tutti di arrivare dove ora solo il loro sguardo arriva?
Come hanno reagito i sardi? Male. Perché le ferrate danno a molti la possibilità di frequentare spazi che altrimenti sarebbero prerogativa solo degli scalatori. Quindi se prima li fai godere di una parete ridotta a misura d’uomo e poi gliela togli, per giunta venendo dal nord (dove è pieno di ferrate) è ovvio che qui non la prendano molto bene.
Sull’abusivismo mi avvalgo della facoltà di non rispondere. È un argomento molto delicato e attualmente molto caldo, dunque non vorrei essere frainteso.

Salsedine
Sul tuo sito c’è anche uno spazio dedicato alla questione della corrosione/tenuta dei fix e della chiodatura e uno alle novità ad esso relative. Qual è lo stato delle cose al momento?
È un grande casino che ho denunciato sin dal 2012, quando è scoppiato. Nel senso che si è rotto un chiodo a Cala Gonone, un tedesco è precipitato e si è rotto la spina dorsale. In sintesi, la gran parte delle falesie sul mare sono chiodate con acciaio inox AISI 304. Che, a posteriori, si è scoperto essere del tutto inadatto. I chiodi possono spezzarsi – che non vuol dire che si spezzino tutti ­– e quelli a rischio visivamente non sembrano avere grossi problemi. Ora sarebbe tutto da richiodare, ma chi lo fa? E a spese di chi? Si dovrebbe richiodare almeno in acciaio inossidabile AISI 316. E in titanio per le falesie più spugne di salsedine.

1982, epoca d’oro in Valle dell’Orco.

C’è poca o tanta differenza di corrosione tra regione costiera e interno? Le pareti esposte al maestrale ne risentono maggiormente?
Non è solo una questione di trovarsi sul mare, più o meno distanti. È la tipologia del calcare che fa la differenza. Grotte e strapiombi, dove l’acqua piovana non arriva, sono le pareti più a rischio. E dove arriva il maestrale o lo scirocco, portando la salsedine, peggiora la situazione. Paradossalmente, una placca grigia affacciata sul mare come può essere la Poltrona di Cala Gonone, non ha problemi. Quindi la questione non è così semplice, ci sono tante variabili che, come dico io, non possono essere tutte analizzate da chi sta dietro una scrivania o in laboratorio. Nonostante sia quasi tutti i giorni in parete spesso continuo a stupirmi dell’imprevedibilità dei fenomeni di corrosione.

Per chi volesse chiodare o richiodare in Sardegna, c’è qualche informazione che è opportuno conosca?
Oggi se vuoi fare il chiodatore non puoi più essere come una volta, cioè uno scalatore che recupera il materiale più a buon prezzo (meglio regalato) e lo pianta su una roccia vergine. Devi realizzare qualcosa di sicuro che duri. E per farlo non devi badare a spese. Altrimenti è meglio che lasci perdere. Ho sentito qualche chiodatore di fuori che si è giustificato dicendo: “io ho portato quello e quello ho piantato. Poi i locali se lo richioderanno, se vogliono”. Ecco, ognuno fa ciò che vuole, ma se stai chiodando in una zona turistica dove poi vengono centinaia di scalatori a ripetere le tue vie, non è molto corretto. E non parlo solo di materiali utilizzati, ma del modo di chiodare, la distanza, il posizionamento, la pulizia.

Richiodatura delle falesie di Isili, 2020. Foto: Cecilia Marchi.

Riscontri qualche peculiarità di stile, comportamento, consapevolezza ambientale tra gli scalatori europei che frequentano le falesie sarde o hanno ampiamente lavorato per realizzarle?
Purtroppo non sempre, anzi. Ti faccio un solo esempio. Avevo segnalato su Pietra di Luna di non chiodare nelle grotte rompendo stalattiti e scalatori stranieri se ne sono tranquillamente fregati di questo “consiglio”. Anzi se glielo dici nuovamente proprio passi per un rompicoglioni e basta. Idem per i tagli dei ginepri con la motosega. Non parlo di rami, ma di ginepri interi magari in mezzo a una via. Fortunatamente sono pochi esempi, ma purtroppo sono chiodatori seriali e recidivi. Puoi dirglielo quanto vuoi ma fanno finta di non sentire… Il risultato non si è fatto attendere. Sono cominciate le ordinanze dei comuni di Baunei, Urzulei, Oliena: ora non è più possibile chiodare senza prima chiedere il permesso. Abbiamo (avevamo) una grande e preziosa libertà e non siamo (stati) capaci di tutelarla. Perché c’è chi nel suo paese non ha (più) questa libertà e viene a prendersela a casa nostra. Ma fosse solo chiodare ancora ancora, ma distruggere lo trovo inaccettabile.

Berobocop, la via dedicata da Maurizio Oviglia a Patrick Berhault sulla falesia di casa, Cala Fighera, Cagliari. Foto: Cecilia Marchi.

Libri
Hai recentemente pubblicato la guida di Jerzu/Ulassai e Baunei, sport climbing e stai richiodando il sito di Isili in collaborazione con le relative amministrazioni. Quando queste hanno scoperto che gli scalatori erano un bene da curare?
Ciò è capitato solo in Ogliastra. Almeno nella mia esperienza. In questa terra, non mi spiego perché, c’è la consapevolezza, più che altrove, che le amministrazioni locali debbano investire per avere un ritorno turistico. E hanno anche superato la paura, che hanno invece altrove, di avere una qualche responsabilità in caso di incidente. È come se un Comune si tirasse indietro dal finanziare un campo di atletica perché poi chi lo utilizza potrebbe farsi male.

Pietra di luna – Supramonte, la nuova guida delle falesie tra Siniscola e Cala Gonone.

Con la partecipazione delle amministrazioni, penso attirate dall’incremento turistico, lo scalare perde un po’ della sua spontaneità d’origine?
Bisogna distinguere. La nostra generazione ha conosciuto un’arrampicata profondamente diversa da quella attuale. È sbagliato, e comunque utopistico, pensare che niente possa o debba cambiare e che qualunque cambiamento sia negativo e porti con sé una perdita di valori. L’arrampicata di oggi, ce ne dobbiamo fare una ragione, è profondamente diversa da quella che abbiamo conosciuto negli anni Ottanta. Ciò non vuol dire che esista solo l’aspetto sportivo. Non tutti pensano solamente alla performance. Ciò che facevamo noi e la filosofia con cui ci approcciavamo alle rocce esiste ancora, ma i terreni sono differenti, sempre più distanti. La mentalità sportiva è diventata preponderante su certe falesie che rispondono a determinati requisiti, che fanno sì che chi proviene dalle palestre indoor si trovi a proprio agio. Ma, nello stesso tempo, ha liberato altri spazi che possono essere terreno di gioco per chi cerca altro. O potrebbero conoscere una riconversione. L’esempio più calzante sono le falesie granitiche. Fino a poco tempo fa, qui in Sardegna, erano molto poche e non interessavano a nessuno. Ora c’è un gruppo nutrito di appassionati della scalata su granito, sia con gli spit che senza spit. Così nascono piccole falesie in uno stile o nell’altro e talvolta misto. Significa che in una falesia a fix o resinati, trovi dei tiri trad [Trad sta per tradizionale, ma di fatto, nella maggioranza dei casi, corrisponde al concetto di clean climbing, arrampicata pulita, ovvero scalate con il solo impiego di protezioni veloci: friend e nut. NdR]. Non è più il tempo della contrapposizione falesia-montagna, tutto questo è ormai superato. Anche le vie lunghe sportive, dopo un periodo di relativo boom, oggi vedono sempre meno gente. Non era difficile prevederlo.

Baunei Sportclimbing, la nuova guida dedicata alla zona di Baunei.

Sempre recentemente, insieme a Eugenio Pinotti, hai pubblicato anche un nuovo Pietra di Luna – Supramonte, falesie [ma con qualche tri, tetra e penta-tiro, NdR] che riguarda la fascia più a mare tra Siniscola, a nord, e Baunei, a sud. Ci sono ormai troppi siti/falesie/tiri in Sardegna per continuare a pubblicare una sola guida per le falesie? Lo stesso problema si pone per le vie lunghe?
Indubbiamente. Direi, anzi, che è poco realizzabile un libro che raccolga tutte le falesie della Sardegna, a meno di non fare una scelta (soggettiva) delle migliori. Pietra di Luna del 2012 aveva 650 pagine. Quanto dovrebbe averne una Pietra di Luna del 2021, contando che le vie sono quasi raddoppiate? E quanto dovrebbe costare? Per le vie lunghe il discorso è leggermente diverso. Con Pietra di Luna – multipitches, 2014, avevo fatto una scelta classica. Tracciati e relazioni in stile alpinistico per ogni via. Un lavoro di anni, che oggi andrebbe completamente rifatto. Pensa che per tante vie avevo solo un disegno, senza punti di riferimento. Immagina di riportare quel disegno su una foto: impossibile se non sei l’autore della via o, se non hai ripetuto tu stesso la via. Ed è proprio quello che ho fatto per l’80% delle vie! Ora non me la sento più di seguire quella modalità, considerato il ritorno economico che non mi ha permesso neanche di rientrare di quanto ho speso per realizzarla. Mi spiace solo una cosa: per la prossima edizione vorrei lasciare ai posteri un libro sulle vie lunghe, anche incompleto, ma senza errori. E, purtroppo, nell’edizione del 2014 ne erano sfuggiti diversi.

Non a caso, osservando i tuoi libri, si può dire che non badi a spese. A parte l’enorme impegno che c’è dietro la realizzazione, rilegatura e carta sono scelte per durare, impaginazione, grafica, foto, topo e mappe per soddisfare estetica e passione, e dai testi si sente modestia e preparazione. Cosa vuol dire fare guide così? Cosa non sospettano le persone che non si occupano di editoria e di raccolta dati?
C’è tanto lavoro in un libro, se fatto bene e non scopiazzato. Per quello mi arrabbio con gli autori che sostengono che il ricavo della vendita di un libro finanzi la chiodatura, e pubblicizzano questa idea cercando di fare leva sulla coscienza delle persone. L’acquisto di un libro finanzia solo in piccola parte chi lo ha realizzato. Normalmente l’autore prende il 10 per cento del prezzo di copertina da cui deve detrarre le tasse, se il libro è dichiarato e ha una casa editrice. La maggior parte di chi lo compra, pensa invece che se paghi 20 euro, 20 puliti vadano in tasca all’autore. Senza contare quelli che sono convinti che chi scrive guide sia ricchissimo. Mah, vabbè…

In apertura su Camaleontica, 7a+ trad on sight, Punta Cusidore. Foto: Rolando Larcher.

In entrambe le nuove guide, si trovano le relazioni di nuovi siti. Cosa segnalare in particolare?
Come novità segnalo alcuni siti di Lanaitto, sino ad oggi inediti, le falesie di Lula e la Fonte Sa Mela sul Monte Albo che tu conosci bene.

In una delle ultime edizioni di Pietra di Luna – falesie, ho pensato che avevi troppo striminzito la voce avvicinamento, tanto da faticare a trovare la strada. È una critica solitaria – sono così imbranato?
No, me l’hanno fatta in tanti. Però ho sentito anche lamentele di scalatori che non hanno trovato il sentiero per Cala Goloritzé e se la sono presa con me. E come sai, il sentiero per Goloritzé è un’autostrada! Sicuramente la grafica di Pietra di Luna ha influito abbastanza sui testi sintetici, ma è anche vero che in Sardegna dovresti dedicare due pagine per l’avvicinamento a certi siti, solo per chi è abituato a muoversi su sentieri segnati. Oggi c’è il gps e molti pretendono le coordinate. Alcuni ragazzi hanno visto delle foto che ho pubblicato sui social e mi hanno detto: bella falesia, mi dai il “punto”? Come se una volta avute le coordinate google, senza alcuna altra informazione, fosse sempre facile arrivarci.

A breve uscirà il tuo Guida alla sicurezza in arrampicata sportiva, Maurizio Oviglia Edizioni. Quando esattamente? E perché hai voluto dedicarti a questo tema?
Pur occupandomi di questo tema in seno alla Scuola Centrale del CAI, spesso tenendo lezioni sulla chiodatura e sui materiali, questo non è specificatamente il mio campo, né quello che mi appassiona di più. Tuttavia, con la mia attività di chiodatore e blogger, sono diventato velocemente un punto di riferimento per tanti scalatori, soprattutto delle nuove generazioni. Mi trovo spesso a rispondere a tantissimi messaggi privati di persone, nella maggioranza neofiti, che mi chiedono spiegazioni su come devono comportarsi quando trovano una sosta piuttosto che un’altra. Generalmente le manovre base, come farsi il nodo o fare il passaggio della corda in sosta, vengono insegnate sia dalle guide, dai corsi CAI e anche dagli istruttori FASI nelle palestre. Quello che – quasi – nessuno insegna è come comportarsi di fronte a soste non convenzionali o a materiali non sicuri. Il fatto poi che anche l’acciaio inox possa spezzarsi ha mandato in crisi chi ha iniziato sotto la guida di persone che gli hanno ripetuto continuamente che stavano facendo lo sport più sicuro del mondo. Come fare dunque a riconoscere il pericolo in un’attività sicura? Voglio scrivere una guida – non un manuale! – proprio su questo, mi son detto! In realtà, come tutti gli alpinisti, sono convinto che la sicurezza stia dentro noi stessi, non nei materiali, ma, a mio parere, è un concetto veramente difficile da far assimilare a chi inizia nelle palestre indoor. Chi ha cominciato con l’alpinismo lo impara presto, ma i ragazzi dove lo possono assimilare? Nella mia idea c’è un libricino da leggere ma con tante figure, snello, non un tomo da 600 pagine come si trova in giro, che potesse sostituirsi a youtube e ai tanti piccoli guru della rete. Una scommessa, ne sono consapevole, ma come nell’arrampicata anche nell’editoria bisogna osare.


Su Aikido, 7a, falesie di Su Sussiu, Ulassai. Foto: Fabio Erriu.

Sulla questione della gradazione. La tendenza alla compressione che la dimensione sportiva e la non cultura alpinistica delle generazioni iniziate all’arrampicata senza passare dalla via, ovvero dalla trafila che tutti abbiamo fatto fino ad anni recenti, non solo ha modificato lo standard qualitativo preesistente, ma ha anche generato una disomogeneità a volte sorprendente. È un falso problema che si aggiusta approcciando i siti con l’intenzione di trovare la misura della falesia o ha invece un significato culturale e anche pratico che in qualche modo richiede un intervento?
Io sono sempre stato per una ponderata omogeneizzazione. Che non vuol dire livellare i gradi storici a quelli attuali ma tenere conto che non ci possono essere a pochi metri di distanza due 6b che hanno più di mezzo grado di differenza. Se parti da questo principio difficilmente ci saranno grandi “errori”. Ciò però è possibile farlo quando in una regione o zona c’è una figura carismatica che, più o meno democraticamente, decide come si debbano dare i gradi. Nella realtà invece non è così. Tante piccole realtà, ognuna con la propria storia e i propri gradi. E non è sempre un male.

Maurizio Oviglia su Horizon, 7a. Capo Pecora. Foto: Sara Oviglia.

Pietra cristallina
Quali sono i numeri che si possono ricordare per dimensionare l’arrampicata in Sardegna? Per collocarla nel panorama dell’arrampicata italiana ed europea?
Non saprei proprio. Da cosa dovremmo partire per fare una stima? Dal numero di libri che vende il mio editore? Sicuramente nell’ordine di un terzo, o meno ancora, dei numeri che fanno Arco e Finale Ligure. Probabilmente siamo la terza destinazione di arrampicata in Italia. In Europa direi sicuramente inferiori a Spagna e Grecia e forse anche Francia.

Cosa ha dato la Sardegna al panorama dell’arrampicata?
Niente che non ci fosse altrove. Ma un mix di natura, arrampicata, cultura e tradizioni che fa la differenza.

L’arrampicata trad è presente nel cuore degli scalatori sardi o è quasi solo una moda che svanirà per restare ancor più di nicchia?
Nel cuore dei sardi non direi, a parte eccezioni che confermano la regola. Al 95 per cento dei sardi piace la scalata sportiva. Poi c’è chi, e ha più o meno la mia età, ogni tanto fa una via al Cusidore. Ma per me quello non è “trad”, è scalata alpinistica. Una moda… cosa è una moda? È un modo di dire, che sotto intende un qualcosa di negativo. Il Nuovo Mattino è stata una moda? Probabilmente la vecchia generazione pensava cosi. Oggi si scrivono decine di libri su questa “moda”. Ci sono i corsi e ricorsi, oggi c’è una certa riscoperta del clean climbing ed è logico si sia sviluppato soprattutto sui monotiri. Questa modalità ha permesso di attrarre a questo gioco, che non è nuovo, ragazzi cui la scalata sportiva stava stretta e cui l’alpinismo non interessava e non interessa minimamente.

Maurizio Oviglia, granito e trad.

Quanti siti ci sono di arrampicata trad? Hanno peculiarità che occorre sapere?
Direi non più di una decina di falesie, quasi tutte sviluppate da me. Come tutti i siti trad/clean climbing, hanno una catena al termine e nient’altro. Per me è importante che i tiri trad non abbiano nulla di intermedio, né spit, ovviamente, ma neanche chiodi o qualsiasi protezione lasciata. Il gusto è proteggere interamente il tiro.

Pastori e locali come stanno vivendo la crescente presenza degli scalatori? La condivisione del loro territorio?
Contrariamente a quanto si potrebbe credere, direi bene. Il pastore non è l’essere incazzoso con la roncola o il fucile, che ti spara quando entri nel suo territorio. Sovente è un personaggio invisibile che c’è da qualche parte, ma tu non lo vedi, e ti guarda con curiosità. E che qualche volta si avvicina, fa una battuta e scuote la testa. Sinché rispetti il suo lavoro e i suoi animali, non si generano incomprensioni.

Sul Pesce, Marmolada. Regalo per i suoi 50 anni. Salito on sight (tiri più difficili da secondo di cordata) con Rolando Larcher. Foto: Rolando Larcher.

Pulsazioni
Che film ti tengono lì e quali fuggi?
Adoro i film psicologici e odio gli horror, o comunque i film violenti.

Cosa ti altera?
Sono un idealista. Per dirla con Gaber, tutto ciò che è di destra.

Segno zodiacale e ascendente?
So solo che sono dei Gemelli.

Hai mai avuto a che fare con i guaritori sardi?
No, mai.

La cosa piemontese che più ti manca?
La montagna e il vitello tonnato. Oppure una montagna di vitello tonnato.

La cosa sarda che più cerchi?
La lealtà nell’intendere l’amicizia.

Una figura totem della scalata e una della cultura del mondo? Con tanto di motivazione.
Patrick Berhault per la sua coerenza. Robert Wyatt per la sua musica e il suo modo semplice e quasi infantile di donarla agli altri.

Cosa osservi nelle persone?
L’entusiasmo, la passione.

Qual è stato il sito sardo di arrampicata che più ti ha emozionato?
In passato forse Punta Pilocca, nell’era recente Capo Pecora.

Cosa hai nel cassetto sardo che preme di più? E in quello più grande, che tutto contiene?
Nulla che non scopra domani. Mi innamoro strada facendo e non vivo più di sogni. Ho una certa età. Ahahah.

Quanti tiri ci sono in Sardegna contando anche quelli delle vie?
Oddio, avevo contato solo quelli della guida del 2012. Erano 3.600.

Quanti ne hai chiodati, quante punte consumate, quanti fix, resinati, resina, catene?
Ho smesso quei conteggi ormai da 20 anni.

Quanti ne hai scalati?
Quasi tutti. Ma non vivo male quelli su cui non riesco. Li faranno altri, non c’è problema.

I tre che ricordi per primi e perché?
Sicuramente non i più difficili. Nella mia autobiografia ho scelto 60 vie sulla base delle emozioni ed è stato già difficile. Odio le classifiche e mi era piaciuta molto la canzone che Daniele Silvestri [La classifica, Unò-dué, 2002. NdR] aveva dedicato a questo argomento.

Maurizio Oviglia su Silent Pride, terzo tiro, Punta Garibaldi. Foto: Paolo Contini.

Che libri hai sul comodino?
Diversi! Ma non riesco a leggerli! Non ho più tempo per leggere, scrivo soltanto. So che è molto brutto, spero di riscoprire il piacere di leggere più avanti.

Tre libri di alpinismo/arrampicata che cercheresti di salvare.
Uno degli ultimi, Push di Tommy Caldwell. In passato Bonatti, Gobetti, Motti, Amy.

Saresti d’accordo nel promuovere tra gli scalatori l’abitudine a portare con sé un contenitore dove raccogliere piccole spazzature spesso presenti sui sentieri e alle basi delle scalate, per poi cestinarli opportunamente? Magari un simboletto sul sito, un articolo, un richiamo. In modo che, insieme al portamagnesite, al chalk bag, divenga dotazione individuale anche un simpatico forgotten little tink bag, un clean climbing bag, pikking bag, un fishing bag, un my time bag, un garbage on sight?
Beh! Certo!

Cos’è l’armonia?
Ti risponderei con la citazione di Caro Diario che ho messo come incipit a Pietra di Luna qualche anno fa: sono felice solo in mare, tra un’isola che ho appena lasciato e un’altra che devo ancora raggiungere.

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Il centro è di pietra ultima modifica: 2021-05-27T05:05:00+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Il centro è di pietra”

  1. 5
    roberto bozzo says:

    Oviglia n°1 !
    A fine i ntervista gli viene chiesto se sarebbe d’accordo a sensibilizzare gli utenti dell’outdoor verso la raccolta dei piccoli rifiuti che spesso vediamo abbandonati. Dopo aver visto di recente lo scempio di escrementi e fazzoletti alla base dell’ Aguglia di Goloritze, a pochi metri da dove partono le 3 vie più frequentate, direi che il problema rifiuti è più vasto e incontrollabile di quel che si pensi, ormai troppi individui senza nessuna passione vanno a farsi parancare sulle rocce dopo averne imbrattato per bene la base.

  2. 4
    grazia says:

    Amo le storie come questa che trasmettono serenità e rispetto tra culture diverse.

  3. 3
    Antonio mereu says:

    Da sardo continentale quale sono provo immensa stima e gioia per come hai interpretato i sardi, la loro isola e l’arrampicata. Un abbraccio.

  4. 2
    DinoM says:

    Grazie Maurizio per quello che fai e per come lo fai.
    Spero di vederti presto.
    Dino Marini

  5. 1

    Grazie Maurizio per non farci smettere di sognare.

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