Il Congo, l’oro bianco e i nostri cellulari

Il coltan
di Petra Gogna

Tutte le volte che compri uno smartphone muore un bambino in Congo”. 

Questa, chiaramente, è un’iperbole, una frase d’effetto che ricalca il racconto di Eça de Queiroz sull’impiegato che, suonando un campanello a Lisbona, provoca la morte di un Mandarino cinese. E’ una metafora che volutamente altera una situazione che, invece, è profondamente reale, fatta di armi, fango e morte.

La verità scottante su cui, in maniera un po’ provocatoria, si vuole riportare l’attenzione con questo incipit e con l’articolo di oggi è quella degli infiniti soprusi e delle innumerevoli nefandezze a cui gli abitanti del Congo sono sottoposti ogni giorno nelle miniere di Coltan. 

L’articolo racconta la situazione geopolitica della Repubblica democratica del Congo, gettando luce sulla crisi umanitaria, sociale, economica ed ambientale che dalla metà degli anni Novanta è in atto in questo paese. 

Della situazione drammatica del Congo se ne parla assai di rado qui in occidente, nei paesi “sviluppati”. E qui il paradosso, poiché tutti noi, o quasi, ogni giorno teniamo ben stretto nelle nostre mani, seppur senza esserne consci, il movente principale di questa crisi, ovvero il Coltan. 

Il Coltan, che viene anche chiamato “oro bianco”, è un minerale metallico dato dalla combinazione di Columbite e Tantalite. È una parola che non dice molto alla maggior parte di noi ma racchiude in sé il destino di un intero paese poiché proprio in Congo si trova l’80% delle riserve mondiali di Coltan; segue l’Australia con il 10%, il Brasile con il 5% e la Thailandia con il restante 5%. 

Le miniere di Coltan si trovano soprattutto nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo e si presentano come enormi ferite rosse in mezzo al verde delle foreste, fosse scavate nel fango dove migliaia di schiavi lavorano in condizioni disumane, nella totale assenza di norme di sicurezza o di leggi che li tutelino. Gli effetti di queIla che si può descrivere come una vera e propria rapina delle ricchezze di un paese sono da calcolare sia sul lato umano, con la morte di bambini sotterrati dalle frane di fango, sia sul lato ambientale. Un rapporto delle Nazioni Unite ha portato alla luce che per estrarre il Coltan del Congo si sono invasi i parchi nazionali e questo ha determinato la diminuzione della popolazione degli elefanti dell’80% e di quella dei gorilla del 90%.

Un bambino al lavoro in una miniera di coltan nel Kivu, la regione del Congo dove si concentra l’80% del prezioso minerale.

Il Coltan è richiestissimo dall’industria tecnologica poiché serve ad ottimizzare la durata della batteria di apparecchiature elettroniche riducendo il consumo di energia. Per questo il Coltan è una risorsa strategica essenziale per lo sviluppo delle nuove tecnologie come telefoni cellulari di ultima generazione, GPS, satelliti, TV al plasma, consolle per videogiochi, computer portatili, macchine fotografiche, missili e tanto altro. Tutti strumenti che noi celebriamo come il frutto, o la prova, del progresso dell’umanità verso un futuro sempre connesso e sempre più veloce. Ma siamo sicuri che questo si possa chiamare progresso? Se per costruire questi strumenti di alta tecnologia deve essere piegato un paese intero, devono morire bambini, essere finanziate guerre civili, essere distrutte intere foreste, vogliamo veramente continuare a credere che questi oggetti siano indice del nostro progresso?  

Una cosa è certa: la situazione del Congo è la cartina tornasole dell’inesorabile progresso dell’economia neoliberale capitalista. 

Del resto, come già quasi 200 anni fa Karl Marx indicò nel Capitale, la logica alla radice dell’economia capitalista è proprio quella di sussumere e sfruttare la natura, dove per natura  egli intendeva sia quella non-umana che quella umana. Secondo il filosofo, il sistema economico capitalista trae ed accumula profitto ( ap-profitta appunto) proprio per il fatto che, deliberatamente o neo-liberalmente, aliena gli individui sia dalla natura che li circonda, sia dal frutto del loro lavoro.

A noi sembra che l’esempio del Congo rifletta quest’analisi: per un minerale che vale il doppio dell’oro, i lavoratori vengono pagati una miseria. I lavoratori del Congo sono alienati dalla loro terra, in quanto non sono i padroni delle miniere, tanto quanto sono alienati dal lavoro delle loro braccia: infatti né sono loro a beneficiare dell’effettivo valore (quello di mercato) del Coltan, né il loro lavoro viene retribuito a dovere. Questa doppia alienazione degli individui dalla natura e dal frutto del loro lavoro caratterizza gran parte delle situazioni di sfruttamento in tutta l’Africa. Questo può gettare nuova luce sulla grande domanda: perché l’Africa è, ancora oggi nel 2021, il continente con la più alta concentrazione di poveri del mondo? O più nello specifico: perché l’Africa, nonostante sia il paese più ricco di minerali preziosi, in quanto possiede il 30% delle riserve mondiali da cui si ricava oro, argento, rame, coltan, uranio, cobalto, e stagno, possiede il 43% dei poveri del pianeta?

Africa isn’t poor, Africa is exploited!

Il Congo, l’oro bianco e i nostri cellulari
di Giorgio Fornoni
(pubblicato su L’Eco di Bergamo il 27 marzo 2021 con titolo originale: “Congo così ricco, popolo povero, grandi predatori e guerre infinite”)

Situato geograficamente al centro del continente, il Congo è il vero cuore dell’Africa. Da quando gli europei riuscirono ad entrarvi per la prima volta, superando le barriere naturali di fiumi, foreste e malattie è considerato anche il forziere segreto delle sue ricchezze. Avorio, legname, oro al tempo della lunga e devastante occupazione coloniale belga. Ancora oro e poi diamanti e metalli preziosi dopo l’indipendenza, quando proprio la ricchezza mineraria della regione sprofondò il Congo in una spirale di guerre infinite e di orrore. Il bilancio non potrà mai essere quantificato precisamente ma si parla ormai di almeno 4 milioni di morti soltanto negli ultimi dieci anni. Sarebbe il più grande e dimenticato genocidio dai tempi della Seconda guerra mondiale.

Coltan
Da metà degli anni Novanta, alle ricchezze del Congo si è aggiunta una nuova risorsa: il coltan, un minerale rarissimo, eppure indispensabile al boom della tecnologia elettronica più moderna. Non esisterebbero telefonini cellulari, play- station, palmari, navigatori per auto e apparati di missili senza il coltan, un luccicante minerale nerastro debolmente radioattivo, composto di colombite e tantalio. Nelle foreste dell’alto Congo orientale, regione del Kivu, si trova l’80% di questo materiale, semisconosciuto fino a vent’anni fa. Il suo prezzo ha toccato una punta di 400 dollari al chilo all’inizio del millennio, quando alimentava ancora una vera febbre. Oggi si è stabilizzato sui 40, il doppio dell’oro. E basta questo a spiegare perché dal 1997 ad oggi la regione dei Grandi Laghi viva in uno stato di anarchia totale, preda di gruppi ribelli e fazioni armate, impegnati soltanto a spartirsi il bottino, con la complicità e l’appoggio interessato di multinazionali straniere e governi vicini.

Viste dall’alto, le miniere di coltan e cassiterite sembrano ferite aperte nel manto compatto della foresta. Questo era un tempo un Eden di verde. Per decine di migliaia di persone accampate nel fango, bruciate dal sole dell’equatore o sferzate dalla pioggia, sfruttate e derubate da tutti, è diventato un inferno. I pochi dollari guadagnati in un solo giorno di lavoro restano comunque un miraggio che ha attirato nella miniera di Bisìe, che stiamo sorvolando in elicottero, oltre 20 mila persone. La maggior parte dei guadagni vengono dispersi già sul posto, sperperati in birra e donne. Eppure è proprio da qui che partono i preziosi sacchi di materiale destinato alle industrie occidentali e asiatiche. Dalla sola miniera di Bisìe scendono ogni giorno centinaia di portatori, ognuno con un carico di 50 chili di coltan. Sono circa 40 tonnellate grezze al giorno, valore commerciale medio 800 milioni di dollari sul mercato internazionale. Il mercato è totalmente clandestino, affidato soltanto alle mafie della miniera e ai contrabbandieri che gestiscono il trasporto e la vendita.

Almeno quattro milioni di morti soltanto negli ultimi dieci anni. Oro, diamanti, metalli preziosi, legname e da metà anni ’90 la scoperta del coltan, minerale rarissimo indispensabile al boom della tecnologia elettronica moderna. L’80% è nel Kivu, regione in uno stato di anarchia totale.

Siamo nella zona delle miniere di Walikale, 80 chilometri nella foresta per arrivare da Gingala a Bisie, da fare tutta a piedi perché il percorso è impraticabile e impossibile al passaggio di moto o di qualsiasi altro mezzo. Un operaio della miniera mi parla dei rischi e dei suoi amici sepolti nelle gallerie sotterranee «guadagniamo quasi niente e i rischi sono elevati. L’altro giorno, ho perso quattro amici che sono rimasti sepolti in questa galleria». Non ci sono né regole né tanto meno sindacati a regolare il lavoro e i traffici di questo purgatorio. Per capire meglio come sia organizzata questa complessa rete clandestina, che alimenta poi la tecnologia elettronica più avanzata del mondo, quella della quale nessuno di noi riesce più a fare a meno, abbiamo raggiunto il villaggio di Mubi, nella provincia di Walikale, 250 chilometri a ovest di Goma, sulla strada per Kisangani. Qui arrivano le piste della foresta lungo le quali i portatori del coltan salgono e scendono dalla miniera di Bisìe. Coprono in 14 ore una distanza di 80 chilometri per arrivare sui pozzi. Impiegano due giorni per tornare, con un carico di 50 chili a testa. A Mubi consegnano i sacchi con la materia grezza al comptoir, l’uomo che gestisce il contrabbando. Vengono pagati 25 dollari in contanti, contro un valore reale superiore ai 500. I sacchi vengono successivamente imbarcati su piccoli aerei e trasportati a Goma e Bukavu, dove il loro valore aumenta ancora. Così si presenta il coltan grezzo, in forma di ciottoli e pietre. Questi frammenti verranno pestati in un mortaio e trasformati in una finissima polvere nera pronta per essere spedita all’estero. Assieme al coltan si estrae anche un derivato leggermente meno prezioso ma ugualmente importante, la cassiterite. Un comptoir mi mostra i sacchi e li pesa.

Giorgio Fornoni

A Mubi non esiste una pista d’atterraggio. I piccoli aerei, pilotati da mercenari russi, atterrano su un tratto asfaltato, l’unico della zona, sulla strada tra Goma e Kisangani. Non viaggiano mai vuoti, frequentemente con carichi pericolosi come questo: bidoni di carburante. A regolare il traffico e a fermare i veicoli ci pensano i militari. Una capanna di fango è la torre di controllo e la dogana. Da Goma arrivano ogni giorno almeno 12 voli al giorno, affidati a tre piccoli aerei russi che imbarcano 40 sacchi ogni volta. I carichi vengono scaricati da un pick-up e caricati a bordo a braccia. Spesso sotto una pioggia battente come è avvenuto nel nostro caso. La pioggia battente che mi copre e la fortunata situazione mi obbligano però a non spegnere la videocamera. Dopo cinque giorni durissimi di caldo, pioggia e zanzare accampato nella foresta, salire su uno di questi aerei sembra quasi una liberazione. Anche se il posto è ritagliato in un angolo, sommerso dal carico dei sacchi di minerale. La gioia di lasciare questo posto ripaga da ogni disagio. Ogni viaggio, questi bimotori malandati russi, come russi sono gli spregiudicati piloti, caricano 40 sacchi da 50 Kg, l’uno, pari a due tonnellate. Sono tre piccoli aerei che fanno la spola almeno quattro volte al giorno. Ecco che i conti tornano, 24 tonnellate al giorno.

Sull’aeroporto di Goma, le rotte del coltan, dell’oro e dei diamanti si incrociano con le missioni degli aerei bianchi della Monuc (Onu), della Croce Rossa e delle agenzie umanitarie, un traffico che rende questa pista al confine col Ruanda uno dei punti nevralgici nello scacchiere dei Grandi Laghi. Per la sua posizione proprio sulla linea di frontiera, Goma è anche uno dei centri di smistamento dei minerali preziosi. Ma anche Bukavu, in Congo, sulla sponda opposta del lago Kivu, rivendica il suo ruolo strategico. Nel cortile di un comptoir, vediamo l’ultima fase di lavorazione del coltan. Appena fuori, da un agente dell’ufficio minerario di Bukavu con una mancia, recuperiamo una tabella riepilogativa dei quantitativi commercializzati da comptoir Muyeye nel mese di novembre che è di certo un quantitativo diverso da quello dichiarato e soggetto a tasse. Ad ogni angolo svendono le ricchezze del Congo (topazio). Vedo un camion, già carico di coltan e cassiterite, che partirà tra pochi minuti, supererà la frontiera col Ruanda e proseguirà alla volta della capitale. Negli ultimi anni, Kigali è diventato il principale centro economico di intermediazione nel mercato delle risorse del Congo. Qui sono nate decine di banche che trovano un ambiente molto più sicuro e affidabile per i loro traffici finanziari diretti all’estero. Gli stessi trafficanti congolesi hanno qui i loro uffici e i loro magazzini. Da Kigali, i tesori del Kivu partono in aereo, diretti in Europa e sui mercati asiatici. Altri carichi proseguono via terra fino al porto di Mombasa in Kenya, dal quale partiranno poi in nave.

Guerra e profughi
Il 23 gennaio del 2008 potrebbe essere ricordato nel Kivu come una data storica dopo decenni di stragi e conflitti. A Goma, al confine col Ruanda, alla presenza del presidente congolese Kabila, tutti i gruppi armati operanti nel Kivu hanno sottoscritto un accordo di pace che prevede il disarmo delle fazioni. C’erano i ribelli tribali Mai Mai, gli Interhamwe hutu già responsabili del massacro dei tutsi in Ruanda, i governatori del Nord e Sud Kivu. C’era anche il gruppo armato Cndp, del generale ribelle Laurent Nkunda, protagonista delle ultime fasi del conflitto. Un personaggio diverso dagli altri, apparentemente votato a ristabilire i diritti civili nella regione. Ricercato come criminale dal governo di Kinshasa, ma anche dai media locali, che lo dipingono anche come una sorta di nuovo messia. Per raggiungerlo, i primi contatti partirono nel novembre di quell’anno da Kinshasa e proseguirono poi da Goma con promesse, smentite, incontri clandestini, telefonate notturne finché un mattino, dopo tre lunghi interminabili mesi, una telefonata: si parte. Le autorizzazione del Ministero e della Monuc non bastano, il vero lasciapassare: tanti dollari. Dopo avere attraversato le barriere della polizia e dei militari che circondano il territorio dei ribelli. Dopo tre ore di fuoristrada da Goma siamo arrivati in un villaggio. Da qui si procede soltanto con accordi e scambi via radio, salendo progressivamente sulle montagne. Vediamo gruppi armati, confusi con i civili. È sera quando arriviamo finalmente al quartier generale del movimento ribelle. Per la prima volta, Nkunda parla davanti alla telecamera di un reporter occidentale e spiega quali sono le sue motivazioni ideali e politiche. L’intervista è terminata a notte fonda. «Non parti stanotte, è troppo pericoloso». Mi ha ospitato in una tendina preparata apposta, fuori dal suo centro di comando. In questa stessa zona sono rimasti accampati, dal 1994, per anni, i 2 milioni di profughi hutu fuggiti dal Ruanda dopo il ritorno vittorioso al potere dei tutsi. I campi vennero spazzati via dalle truppe di Kabila ma anni di guerriglia hanno creato nuovi esodi e nuove emergenze. Questi profughi scappano dalle loro case di Masisi, Sache, Kilulirue dove le truppe militari governative Rdc, del Congo, si scontrano continuamente con quelle del ribelle Nkunda. Solo dal settembre al dicembre 2007 sono decine di migliaia i profughi che giungono in questi campi. Malgrado l’impegno di decine di agenzie umanitarie, delle Nazioni Unite e delle Chiese, cattolica in particolare, l’emergenza è continua, favorita dalla cronica instabilità politica, e l’economia continua a restare ad un livello di sussistenza. Nel 2007, i missionari e i media locali avevano censito 650 mila profughi contro i 300 mila «ufficialmente» registrati dalle Nazioni Unite. Questo è uno dei tanti campi dove la gente sopravvive in capanne di paglia, sostenuti dalle agenzie umanitarie. Dal 1994 le agenzie umanitarie e delle Nazioni Unite, sono fortemente impegnate qui a Goma e nel Kivu ma anche la Chiesa cattolica è da sempre presente e, qui a Ngangi i Salesiani hanno aperto un centro per il recupero dei bambini soldato. Il dramma dei campi di Goma, diventati anche la base operativa della controffensiva armata hutu in Ruanda, pesa ancora sulla coscienza degli operatori umanitari inviati dalla comunità internazionale. Fu proprio la presenza armata all’interno di quei campi a legittimare l’intervento di Laurent Kabila, che con l’appoggio dei militari ruandesi e degli americani sbaragliò gli Interhamwe e proseguì la sua marcia fino alla capitale Kinshasa dove depose Mobutu, il dittatore storico del Congo, filofrancese, ormai vecchio e stanco. Da quando la comunità internazionale ha spinto il Congo a dare ospitalità ai profughi ruandesi, le agenzie umanitarie e delle Nazioni Unite si sono riversate a centinaia. Da allora non se ne sono più andate. Anche la Monuc, la forza multinazionale della Nazioni Unite in Congo è presente dai primi anni ’90 con il più grande contingente al mondo. Proprio a Bukavu è avvenuto uno degli episodi più sanguinosi nella guerra per bande che ha devastato il sud del Kivu negli ultimi anni. Nel2004si sono affrontati qui Mai Mai, Interhamwe e i Banyamulenge del generale Nkunda, seminando il terrore nelle strade. Il ricordo di quei giorni è ancora vivo nella memoria di tutti gli abitanti della città. In Congo, anche lo stupro è un’arma di guerra. Centinaia di migliaia di donne hanno subito e continuano a subire aggressioni e violenze sessuali, qui ho raccolto testimonianze e denunce di grande disumanità. Abbiamo cercato di risalire le vene della ricchezza minerale che pulsano sotto la terra rossa del Congo e la volta verde delle sue foreste impenetrabili. Cominciando dalle risorse storiche più antiche, oro e diamanti. Per arrivare agli ultimi tesori scoperti, quelli del coltan e del petrolio.

Oro
L’ultima corsa all’oro sta calamitando migliaia di disperati verso la regione di Luingia, nella provincia di Bukavu, a 4 ore di jeep dalla città. Dalle verdi colline del Sud Kivu è affiorata una nuova vena alluvionale, uno dei mille rami che sgorgano dal sottosuolo minerario più ricco del pianeta. Il grosso dell’attività di estrazione se l’è aggiudicato una multinazionale inglese, canadese e sudafricana, la Banro, trincerata dietro chilometri di filo spinato che difendono la concessione. Abbiamo cercato di visitare la miniera ma è stato tutto inutile. Nessuna possibilità di avere le autorizzazioni necessarie. Il responsabile della miniera che arriva poco dopo in jeep, è un cinese e subito viene da pensare che anche qui la Cina stia mettendo le sue radici. Il contratto siglato col governo di Kinshasa prevedeva che in cambio della concessione la società investisse in strutture sociali e servizi per la popolazione civile, scuole e ospedali. Di tutto questo non si vede traccia e la popolazione locale è giustamente in rivolta. Per quietare un po’ gli animi, le autorità concedono di sfruttare le briciole della concessione industriale. In queste vallette scavate da rivoli d’acqua, che aprono ferite di fango rosso nell’erba, centinaia di persone seguono il miraggio di una impossibile ricchezza, setacciando pagliuzze d’oro con sistemi rudimentali. Ma in Congo c’è tanto oro, il 10% della riserva mondiale e Bunia è uno dei grandi centri. Qui assistiamo ad una trattativa clandestina.

Diamanti
L’Eldorado nero dei diamanti è nascosto nella foresta, a poche ore dal capoluogo di Kisangani. Le miniere sono pozzi verticali scavati nel fango, segnalate da uno strato geologico particolare che ricopre i giacimenti più ricchi. È proprio a causa della cronica instabilità della regione e della particolare logistica delle miniere che la produzione del Congo sfugge sistematicamente a qualsiasi tentativo di controllo legale. Tutta l’attività è affidata alla corruzione e al contrabbando, mediata dai militari che da sempre controllano la zona. Lo sfruttamento economico è in gran parte affidato a commercianti libanesi, che gestiscono gli ateliers di Kisangani, in un intreccio difficile da dipanare tra attività autorizzate e clandestine.

Foreste
C’era un’ultima grande riserva di verde sopravvissuta nella foresta primordiale del bacino del Congo. Un Eden di 600 mila chilometri quadrati a cavallo della linea dell’Equatore, protetto fino al 2002 da una moratoria internazionale sul taglio del legname. I nuovi piani di sviluppo, complici anche multinazionali straniere e la Banca Mondiale, hanno spazzato via ogni limitazione. Con la scusa della valorizzazione economica, le compagnie del legname sono entrate anche negli ultimi santuari lungo il bacino del Congo, sfruttandone il corso per trasportare a valle i tronchi. A fare le spese di questa nuova devastazione dell’habitat africano sono state anche le popolazioni locali, soprattutto le minoranze pigmee dei Twa e dell’Ituri. In prima fila nello sfruttamento del legname africano sono molte aziende europee, Italia compresa. Ma un nuovo colosso si è già profilato all’orizzonte. È la Cina del nuovo boom interno, che ha fame di materie prime. Una singola società cinese la Yang Shushan, sfrutta 180mila ettari di concessione nella regione di Ingende. Per dare un’idea della pressione cinese sul Congo, basti dire che sono stati recentemente firmati accordi per infrastrutture in cambio di diritti sullo sfruttamento del legname e delle miniere per 8 miliardi e mezzo di dollari.

Petrolio
A Moanda, su un braccio di terra chiamato Banana, assistiamo ad uno dei grandi spettacoli dell’Africa. Qui il fiume Congo mischia le sue acque con quelle salate dell’oceano. Negli ultimi anni, è stato scoperto qui uno dei nuovi grandi giacimenti strategici di petrolio dell’Africa. Qui un tempo c’erano anche gli italiani. Ora tutto è in mano alla Perenco, una multinazionale francese che indisturbata ha delimitato le sue concessioni e le sue proprietà. Non è permesso entrare da nessuna parte. Vicino a tanta ricchezza, si vive in condizioni di miseria estrema. La Perenco ha promesso posti di lavoro e nuove reti per i pescatori oltre a pescherecci per spingersi a largo ma parole, sempre solo promesse e parole. A segnalare le potenzialità di questo eldorado petrolifero, sono le luci degli impianti off-shore e le fiamme degli impianti di perforazione che accendono l’orizzonte al confine con l’Angola. La Perenco denuncia un’attività di estrazione pari a 36 mila barili al giorno. Sembrano pochi, quando al di là del confine la vicina Angola ne estrae 200 mila. Di fatto non c’è nessun controllo, le navi imbarcano direttamente il petrolio dalle piattaforme e partono cariche ogni giorno.

Acqua-dighe
L’acqua inonda il bacino del Congo, sostiene la più grande foresta pluviale dell’Africa, disegna una ragnatela vitale nel sottosuolo. Delle grandi ricchezze del Congo, l’acqua è forse quella più democratica, l’unica alla quale tutti possono liberamente attingere. Ma già dai tempi di Mobutu, e su suggerimento di diverse compagnie europee, si è pensato di ingabbiare anche questa risorsa. Il primo faraonico progetto per trasformare l’acqua in energia si chiamava Inga 1, la diga completata nel 1972. Dieci anni dopo nasceva Inga 2. Una ditta italiana ha ricevuto l’incarico dalla Banca Mondiale per la rimessa in funzione delle vecchie turbine. Oggi la nuova frontiera si chiamano Inga 3 e Grande Inga, un mega progetto che prevede la realizzazione di un immenso lago interno e una potenzialità di energia sufficiente per tutta l’Africa, fino al Mediterraneo. Questo sulla carta, perché già Inga 1 e 2 lavorano a regime ridotto. L’energia elettrica prodotta, viaggia oggi verso il Sudafrica e verso l’Est, nelle ricche miniere del Katanga La contraddizione di uno sviluppo assolutamente squilibrato è sotto gli occhi di chiunque arrivi a Kinshasa, la capitale, dove l’illuminazione elettrica è pressoché inesistente. Per non parlare dei villaggi dell’interno, anche in prossimità delle stesse dighe.

Sanità
È dai tempi del primo sfruttamento coloniale belga che le ricchezze del Congo non riescono ad alleviare le piaghe tradizionali di questa parte dell’Africa. Ancora oggi sanità e istruzione sono i buchi neri della società civile. Basta ricordare che qui c’è il serbatoio delle malattie più devastanti oggi conosciute, come Ebola, l’Aids, la tbc. Sei suore delle Poverelle hanno pagato con la vita il loro coraggio. La malaria non è nemmeno considerata una malattia: tutti praticamente la vivono come condanna esistenziale.

Il mondo scientifico da sempre è alla ricerca di un vaccino che possa porre termine a questa piaga. Per il momento è solo possibile alleviare questa pena. C’è però un filo di speranza. Il dottor Chilolo, ha lasciato la cattedra di medicina all’Università di Padova e altri incarichi per ritornare tra la sua gente. Oggi dirige questo ospedale e si dedica con convinzione ad una autentica missione umanitaria interna.

Scuola
Uno dei paradossi della società congolese è che nemmeno la scuola dell’obbligo è garantita per legge. Bisogna pagare già dalla prima classe delle elementari e chi non ha i soldi viene di fatto estromesso dal sistema dell’istruzione. Poco lontano da questa scuola, sempre nel centro di Kinshasa i più fortunati possono frequentare scuole private come questa, belga, dove il sistema è di standard europeo. All’uscita dalla scuola, i bambini salgono su queste automobili di lusso, uno spettacolo di ordinaria contraddizione sociale.

Chiese del risveglio
Disperazione, povertà materiale, assenza di prospettive sono l’esplosiva miscela che caratterizza oggi la società congolese. Ed è proprio in questo contesto che trovano terreno fertile le Chiese messianiche del risveglio, spesso guidate da pastori che si autodefiniscono profeti. Ce ne sono 11mila soltanto a Kinshasa. Alcune raccolgono credenti e si esaltano in particolare di notte. Parlo con il Cardinale Monsengo, arcivescovo di Kinshasa. Un personaggio di spicco anche nella politica del Paese, dove la Chiesa cattolica mantiene una posizione di prestigio, e mi dice: «Dovremmo avere la forza di fare un embargo delle nostre ricchezze nei confronti del mondo ricco che ci sfrutta ma purtroppo sono loro che hanno il potere. A noi rimane la speranza di un mondo più giusto che ci tolga dalla povertà e dalla miseria».

1
Il Congo, l’oro bianco e i nostri cellulari ultima modifica: 2021-04-29T04:03:00+02:00 da Petra

7 pensieri su “Il Congo, l’oro bianco e i nostri cellulari”

  1. 7
    albert says:

    Pensare che oggi, se non hai l’ultimo modello e ti arrangi con un antiquato telefonino di 20 anni fa , con possibilita’ di ministilo alcaline, rimani un paria progressivamente escluso da foto, videochiamate, e-banking ecc…tracciamento gps delle tue gite.. se poi ricarichi in emergenza con un aggeggio portausb a manovella..sei un troglodita.
    Sul problema dei “BENI COMUNI” esistono saggi di autori italiani. Alla caduta della CCCP sovietica gli  “uguali piu’ uguali deglialtri ” si sono accaparrati  i beni comuni, come prima i colonizzatori di ogni  continente….oro in cambio di perline e malattie.Chissa’ come evolvera’ la colonizzazione   cinese in Africa. https://it.businessinsider.com/cosi-la-cina-ha-colonizzato-lafrica-in-meno-di-10-anni-senza-violenza/
    Se avranno successo , ben ci sta!( soprattutto a noi   europei )
     

  2. 6
    Geri Steve says:

     
    RAPINA COLONIALE, LUMUMBA
    Il Congo ha avuto un leader meraviglioso: Patrice Lumumba. Formatosi nella cultura e nell’etica occidentale aveva idee chiarissime sulla rapina coloniale e la secessione del Katanga (ricca zona mineraria) promossa dalle compagnie belghe e sostenuta dall’esercito belga.
    Non è stato sconfitto dall’economia capitalistica, ma dall’omicidio coloniale, come Montezuma o Atahualpa, che è stato anche un mirato omicidio politico, perchè Lumumba era un leader capace di costruire un Congo autogovernato. Fu ucciso da congolesi infedeli e sostituito da Mobutu, un dittatore prono agli interessi coloniali.
    Da allora la storia si ripete nei tanti “Conghi” mentre  il Congo autonomo e autogovernato non esiste. Che cosa c’entra questa orribile, violenta e coloniale storia con “l’inesorabile prgresso dell’economia neoliberista” ?
    geri
     
     

  3. 5
    Geri Steve says:

     
     
    RAPINA COLONIALE
     
    Confesso di non aver letto tutto il lungo e ben dettagliato articolo di Fornoni, perchè lo ho trovato stonato rispetto alle premesse:
    Una cosa è certa: la situazione del Congo è la cartina tornasole dell’inesorabile progresso dell’economia neoliberale capitalista…. la logica alla radice dell’economia capitalista è proprio quella di sussumere e sfruttare la natura, dove per natura  egli intendeva sia quella non-umana che quella umana.
    Marx a suo modo si è inserito nel positivismo e nella teoria del valore di Ricardo per cui ha attribuito valore zero alle risorse naturali, il cui valore sarebbe il solo costo di estrazione.
    Se poi parliamo di natura includendoci l’uomo che storicamente è invece in guerra contro la natura non si capisce più niente.
    Qui il capitalismo c’entra poco: il Congo era proprietà personale del re del Belgio, non perchè si era arricchito con il plusvalore del lavoro,  ma perchè si è arricchito impossessandosene militarmente mediante l’esercito belga (pagato dai Belgi) e perchè è sempre stato terra di rapina, come sempre dove ci sono le due “maledizioni”: ricchezza di materie prime e inadeguatezza politica degli indigeni. E’ successo in America come in Africa.
    (segue)
     

  4. 4
    lorenzo merlo says:

    “Secondo il filosofo, il sistema economico capitalista trae ed accumula profitto ( ap-profitta appunto) proprio per il fatto che, deliberatamente o neo-liberalmente, aliena gli individui sia dalla natura che li circonda, sia dal frutto del loro lavoro”.
    Forse l’aspetto nodale più tralasciato del pensiero di Marx.

  5. 3
    Roberto Pasini says:

    Merlo. Visto che mi citi. Guarda che assumersi in modo adulto la responsabilità delle proprie scelte riguarda anche le ingiustizie e gli orrori del mondo. Non è un richiamo alla complicità e all’acquiescienza. È esattamente il contrario. 

  6. 2
    lorenzo merlo says:

    Parlate contro il capitalismo? Contro il neoliberismo? Contro il progressismo? Come vi permettete? Non sapete che “poi, ciascuno è arbitro del suo destino e si assume, in un momento come questo, la responsabilità delle sue scelte, anche di comunicazione, verso se stesso e verso gli altri e ne gestisce le conseguenze”?
    Vergogna!

  7. 1
    Massimo Silvestri says:

    Ringrazio Alessandro per aver riproposto questo articolo. Penso che una o piu’ interviste a Fornoni che ha fatto servizi giornalistici in un sacco di punti caldi mondiali possa fare luce su molte situazioni di ingiustizia sociale e di guerra.
    Saluti.
    Ms

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