Il dibattito scientifico sul cambiamento climatico è finito

Il dibattito scientifico sul cambiamento climatico è finito
di Antonio Scalari (@tonyscalariantonio@valigiablu.it)
(pubblicato su valigiablu.it il 24 maggio 2023)

Il negazionismo climatico è un fenomeno documentato da decine di libri, studi e inchieste giornalistiche. È un fenomeno reale, storico e organizzato. Qualsiasi siano le ragioni che spingono ad abbracciarlo – convinzioni personali, interesse economico, ideologia politica o una combinazione di questi elementi – il negazionismo si regge sulla produzione e sulla diffusione di disinformazione. Questa disinformazione riesce a raggiungere l’opinione pubblica anche attraverso la voce di quelli che possiamo definire “falsi esperti”, o “pseudoesperti”.

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Lotta alla crisi climatica tra l’attivismo dei giovani, il negazionismo politico-mediatico e gli indifferenti – Conversazione con Antonio Scalari

Lo abbiamo visto anche nelle ultime settimane: sui media compaiono persone che parlano di cambiamento climatico con il cappello di esperti, anche quando non hanno un’effettiva competenza in materia. Di recente è intervenuto su La7 Franco Prodi, fisico dell’atmosfera che non si è occupato del cambiamento climatico durante la sua carriera. Questi “scettici” (se proprio non vogliamo chiamarli negazionisti) rilasciano interviste, organizzano convegni, fanno circolare petizioni. Nella quasi totalità dei casi non hanno mai pubblicato nulla di rilevante, riguardo al cambiamento climatico, su riviste scientifiche a revisione paritaria. Le loro tesi si scontrano con ciò che afferma la comunità scientifica.

Il negazionismo sfrutta diverse tecniche e argomentazioni. Ma c’è una costante nel suo modus operandi: prendere di mira il consenso scientifico e la sua stessa legittimità. La presenza di pseudoesperti sui media, che si rivolgono direttamente al pubblico, suscita l’impressione ingannevole che il dibattito, nella scienza, sia ancora aperto.

Il consenso scientifico è una caratteristica centrale della scienza moderna. A partire dal XIX secolo, la scienza è diventata sempre di più un’impresa collettiva, che coinvolge migliaia di scienziati a livello globale. In questo lavoro comunitario di costruzione della conoscenza, alcuni danno un contributo più importante di altri e il loro nome viene associato a una tappa significativa nella storia di una disciplina.

Alcune ricerche hanno dimostrato che il consenso scientifico agisce come un gateway belief, cioè come una sorta di cancello cognitivo attraverso cui passa la formazione delle opinioni. Comunicare correttamente il consenso scientifico sul cambiamento climatico migliora la comprensione del tema. Per non farsi ingannare dalla disinformazione e per capire come la scienza funziona e avanza lungo la tortuosa strada della conoscenza, è perciò indispensabile acquisire familiarità con il concetto di consenso scientifico.

Innanzitutto, non dobbiamo pensare a questo consenso come a una decisione formale che gli scienziati prendono in un preciso istante, magari con un voto a maggioranza. Il consenso emerge nell’arco di anni di ricerche, da studi pubblicati in modo indipendente da molte persone. La formazione di un consenso è perciò un processo spontaneo, che avviene grazie a un’opera corale di accumulo di evidenze e di conoscenze. Quando il consenso si è formato gli scienziati possono prendere atto della sua esistenza, attraverso dichiarazioni personali e le posizioni espresse da società e organizzazioni scientifiche. Possiamo misurare con una certa accuratezza il consenso scientifico? Sì, è possibile. È ciò che è stato fatto sul cambiamento climatico.

In uno studio pubblicato nel 2004 sulla rivista Science, la storica della scienza Naomi Oreskes ha raccolto le sintesi di 928 articoli scientifici pubblicati tra il 1993 e il 2003. Nessuno di questi rifiutava la posizione secondo cui é in atto un riscaldamento globale causato dalle attività umane. Il 75% era d’accordo con questa posizione e il 25% non si esprimeva. Nel 2013 John Cook e altri autori hanno analizzato gli abstract di 11.944 articoli pubblicati tra il 1991 e il 2011. Degli articoli che esplicitavano la posizione sul riscaldamento antropico, il 97,1% riconosceva la sua esistenza. Inoltre, gli autori hanno invitato gli scienziati a valutare i propri stessi articoli. Tra quelli che avevano risposto, il 97,2% dichiarava di aderire a questa posizione.

Un articolo pubblicato nel 2016 ha presentato una sintesi degli studi svolti dal 1991 al 2015: dodici studi pubblicati e due sondaggi realizzati da due organizzazioni. La conclusione degli autori è stata che il consenso scientifico sul cambiamento climatico si può collocare attorno al 97%. Gli autori osservavano che, a seconda della metodologia, il consenso oscillava tra il 90% e il 100%. La discrepanza tra le percentuali derivava, principalmente, da differenze nella selezione del database di esperti; dall’esatta definizione della posizione su cui valutare il consenso; da differenze nel trattamento delle risposte che non esprimevano apertamente una posizione. Un aspetto importante era quello che riguarda la specifica competenza degli scienziati. «Maggiore è l’esperienza in campo climatico degli scienziati esaminati, maggiore è il consenso sul riscaldamento globale causato dall’uomo», scrivono gli autori.Il consenso scientifico sul cambiamento climatico aumenta con il livello di competenza (ogni sigla indica uno studio diverso). Da: John Cook et al., Consensus on consensus: a synthesis of consensus estimates on human-caused global warming.

Due nuove ricerche sono state pubblicate nel 2021. Quella di Mark Lynas e colleghi ha applicato la metodologia dello studio del 2013 a un dabatase di articoli pubblicati tra il 2012 e il 2020, trovando una percentuale di consenso attorno al 99,6%. Se si considera che gli articoli valutati sono stati pubblicati in anni più recenti rispetto a quelli compresi nello studio del 2013, il fatto che la percentuale cresca, anche se da a un valore già molto alto, è coerente con un consenso che si rafforza nel tempo. All’interno di un database di 88125 pubblicazioni, Lynas e colleghi hanno trovato 28 articoli che hanno potuto classificare come “scettici”. Tra gli autori di cinque di questi articoli compare il nome di Nicola Scafetta. Docente di fisica dell’atmosfera all’Università di Napoli, Scafetta è uno dei bastian contrari climatici italiani che, per il suo ruolo accademico, dovrebbe avere, almeno sulla carta, le competenze per occuparsi di cambiamento climatico. Le sue ricerche hanno però un unico obiettivo: dimostrare che il riscaldamento globale non è causato dalle attività umane.

Scafetta è convinto che l’aumento della temperatura sia da imputare alle variazioni dell’attività solare e a cicli astronomici. Riguardo alla prima, non c’è nessuna evidenza che l’attività solare sia in qualche modo legata all’attuale riscaldamento globale. L’aumento della temperatura mostra di non sovrapporsi affatto a possibili fattori naturali, come il Sole, ma soltanto all’andamento delle emissioni antropiche. Quanto ai cicli astronomici, sappiamo che le periodiche variazioni dei parametri dell’asse terrestre (i cicli di Milankovitch) producono effetti sul clima, attraverso l’innesco dell’inizio e del termine di periodi glaciali, ma su scale temporali di decine e centinaia di migliaia di anni. Tuttavia Scafetta parla anche di altri cicli, proclama di aver scoperto cicli di “5, 9, 11, 20, 60, 115, 1000 anni”, afferma che «oscillando, il Sole causa cicli equivalenti nel sistema climatico. Anche la Luna agisce su di esso con le proprie armoniche». Gli esperti del sito Climalteranti, nel confutare queste supposizioni, e gli innumerevoli errori su cui si fondano, parlano di «irresponsabile e ostinata ciclomania». Tale ciclomania gli consente di essere intervistato, ciclicamente, su quotidiani che hanno un interesse ideologico a proporre ai propri lettori questo genere di tesi. Scafetta è uno dei firmatari italiani della petizione, circolata nel 2019, che asseriva l’inesistenza della crisi climatica, sulla base di vecchie argomentazioni, tanto ripetitive quanto inconsistenti, come la “CO2 fa bene alle piante”.

Potremmo chiederci: se una ricerca è così scadente e se una tesi è così priva di fondamento, come è possibile che possano finire, anche se in rari casi, su riviste specialistiche? La pubblicazione non conferisce a queste ipotesi una qualche dignità scientifica? La revisione paritaria e la pubblicazione degli studi sono stadi necessari di quel processo di scrutinio attraverso cui la scienza vaglia ipotesi e affermazioni. È ciò che distingue un articolo scientifico da un’intervista rilasciata a un quotidiano. Ma non è un sistema perfetto, né immune da errori. Inoltre, al di là del rigore dei controlli eseguiti dai revisori (non sempre di qualità eccellente) e della qualità delle diverse riviste (che non è sempre pari a quella di riviste come Nature e Science), il singolo articolo non stabilisce, da solo, la posizione della scienza su un tema così vasto come il cambiamento climatico. Il singolo articolo è un tassello di un quadro che si compone di una quantità di studi realizzati da più scienziati: è, appunto, ciò che chiamiamo consenso.

Nel 2015 un gruppo di ricercatori, tra cui la climatologa Katharine Hayhoe e lo psicologo, esperto di disinformazione, Stephan Lewandowsky, ha passato in rassegna gli errori e le falle presenti in 38 articoli che contestano il riscaldamento globale antropico (compaiono anche articoli di Scafetta). Una caratteristica frequente è l’omissione di informazioni contestuali o di dati che potrebbero smentire le conclusioni. Altre falle, in questi articoli “scettici”, sono l’uso di metodi statistici inappropriati, l’assunzione di premesse scorrette e fallacie logiche come le false dicotomie.

Il secondo studio sul consenso scientifico apparso nel 2021, di Krista Myers e altri autori, ha replicato una metodologia utilizzata in un lavoro del 2009. Gli autori hanno realizzato un sondaggio tra scienziati specializzati in scienze della Terra. Tra tutti quelli (2548) che hanno risposto alla domanda sulla causa del riscaldamento globale, il 91,1% ha indicato le attività umane. Restringendo il campo agli esperti di scienze climatiche e atmosferiche (153), per i quali è possibile verificare un elevato livello di competenza sul cambiamento climatico (almeno il 50% dei loro studi ha come oggetto questo argomento), il consenso sale al 98,7%. La percentuale tocca il 100% se si considerano gli autori che hanno pubblicato almeno 20 studi sul cambiamento climatico tra il 2015 e il 2019. Questi risultati dimostrano che «la competenza predice il consenso». Come già avevano dimostrato gli studi precedenti, i dati evidenziano che maggiore è la competenza, maggiore è l’accordo sull’esistenza e le cause antropiche del cambiamento climatico.

Un argomento di discussione tra gli esperti è stato il trattamento da applicare agli articoli scientifici che non dichiarano, apertamente, una posizione sul cambiamento climatico. Nello studio di Cook e colleghi del 2013 questi articoli comprendevano il 66,4% del database. Si deve considerare il fatto che uno stesso scienziato può aver pubblicato articoli in cui talvolta ha manifestato, attraverso qualche affermazione, la propria posizione e altri in cui non lo ha fatto. In altri casi la posizione può essere implicita. Questo non costituisce un’anomalia, lo si riscontra anche in altri settori della scienza. I sismologi e i vulcanologi non esplicitano in ogni loro studio cosa pensano della tettonica a placche, perché questa teoria è ormai da decenni un indiscusso pilastro della geologia. I biologi evoluzionisti non devono ribadire, ad ogni occasione, di essere convinti della correttezza della teoria dell’evoluzione e della selezione naturale, perché l’evoluzione è un caposaldo della biologia contemporanea («nulla in biologia ha senso, se non alla luce dell’evoluzione», affermava il genetista Theodosius Dobzhansky ).

Come abbiamo visto, la formazione di un consenso è un processo che lascia tracce nella letteratura scientifica. Da essa possiamo anche trarre indicazioni su quale sia stata l’evoluzione del dibattito su una questione. In un articolo intitolato La struttura temporale della formazione del consenso scientifico, i sociologi Uri ShwedPeter Bearman si sono chiesti quali traiettorie assumano i dibattiti scientifici e quando una comunità scientifica raggiunge un accordo su un fatto. Quando e come diventiamo certi che il fumo è un fattore di rischio per lo sviluppo del cancro o che le attività umane stanno causando un riscaldamento globale? Per rispondere a queste domande, Schwed e Bearman non hanno svolto sondaggi tra gli scienziati, né hanno valutato il contenuto degli articoli scientifici, ma hanno studiato lo schema delle loro citazioni.

La base concettuale di partenza è l’immagine della scatola nera, elaborata dal sociologo della scienza Bruno Latour: quando un fatto scientifico si consolida i suoi elementi costitutivi interni vengono nascosti; quando un fatto è ancora in fase di costruzione i suoi elementi interni sono visibili. Come un computer che, una volta assemblato e funzionante, non deve più essere smontato (a meno di un malfunzionamento) e l’insieme dei suoi componenti interni rimane nascosto alla vista, così un’affermazione scientifica, come il fumo causa il cancro, si costruisce nel tempo all’interno di un network fatto di persone, di studi e anche di elementi esterni alla comunità scientifica (si pensi a tutto ciò che ruota attorno alle politiche sanitarie di prevenzione).

Se si analizza la rete di citazioni tra gli autori e gli articoli di una comunità scientifica, si riconosce una struttura che indica il grado di divisione all’interno della letteratura. Una comunità è una rete, un sottoinsieme di una popolazione più ampia, in cui i legami interni sono prevalenti rispetto ai legami con altri sottoinsiemi. «Possiamo osservare il black-boxing nelle reti di citazioni o, più precisamente, nelle rappresentazioni di articoli scientifici collegati da citazioni». Quando diverse fazioni dibattono su una questione scientifica, creano regioni distinte all’interno della rete. Gli elementi interni sono visibili, perché il fatto scientifico si sta costruendo.

Schwed e Bearman hanno applicato questa teoria non solo alla letteratura sul cambiamento climatico, ma anche a quella in altri campi, come il rapporto tra cancro e fumo, e a temi su cui non c’è stato alcun reale dibattito scientifico, come il link tra vaccini e autismo (un’ipotesi mai provata – frutto di una frode – che la comunità scientifica ha prontamente smentito). In quest’ultimo caso la discussione segue una traiettoria piatta: il tema non è mai diventato scientificamente controverso. Nel caso del rapporto tra fumo e cancro, il dibattito scientifico percorre, per buona parte del suo arco temporale, una traiettoria ciclica. Dopo che, in seguito alla pubblicazione di alcuni importanti studi e rapporti, un primo consenso sulla cancerogenicità del fumo si formò tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, la questione è stata in seguito riaperta in termini diversi, come quando si è iniziato a discutere sulla possibilità di fabbricare sigarette più sicure e sul ruolo della nicotina. Questo, secondo Schwed e Bearman, si deve anche all’influenza che l’industria del tabacco è riuscita a esercitare sulla ricerca.

La formazione del consenso scientifico sul cambiamento climatico si sviluppa lungo un terzo tipo di traiettoria, detto “a spirale”: a un iniziale dibattito segue una rapida risoluzione della questione e una spirale di nuove domande verso le quali gli scienziati si orientano. L’esistenza del riscaldamento globale e le sue cause antropiche non sono più dibattute, ma a valle di questo consenso continua una discussione su altri aspetti della questione. Schwed e Bearman hanno preso in esame 9423 articoli scientifici sul clima pubblicati tra il 1975 e il 2008, trovando che all’inizio degli anni ’90 il consenso scientifico si era ormai consolidato.

Questo consenso può essere ribaltato? In linea di principio sì, se nuove e convincenti evidenze si fanno largo. Ma il livello di consenso ci dice anche qual è lo stato della discussione nella comunità scientifica. È una misura dell’eventuale dissenso al suo interno e quindi, indirettamente, della plausibilità di ipotesi alternative, messe alla prova dello scrutinio della comunità scientifica. Se il consenso sul cambiamento climatico antropico sfiora il 100%, ciò significa che tra gli scienziati più competenti non c’è alcun dibattito sulla sua realtà.

Naomi Oreskes afferma che «la maggior parte delle persone pensa che la scienza sia affidabile in virtù del suo metodo: il metodo scientifico». Ma non esiste un singolo metodo scientifico, ci sono molti metodi scientifici. Ciò che, in verità, rende affidabili le affermazioni scientifiche è, secondo Oreskes, «il processo mediante il quale vengono controllate. Le affermazioni scientifiche sono soggette a controlli e solo le affermazioni che li superano possiamo dire che costituiscano conoscenza scientifica». Nel caso del cambiamento climatico questo processo di controllo scientifico è giunto da tempo al termine. La scienza oggi è certa che il riscaldamento globale è causato dalle emissioni prodotte dalle attività umane (in primo luogo, i combustibili fossili), tanto quanto è certa che il fumo è cancerogeno. Chiunque è libero di credere che gli “scettici” abbiano ragione e che la comunità scientifica abbia torto. Le opinioni personali sono libere. Quello che non si può fare è affermare che la comunità scientifica sia divisa o che gli scienziati non siano ancora sicuri delle cause del riscaldamento globale. Perché queste, come dimostrano gli studi, sono affermazioni false.

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Il dibattito scientifico sul cambiamento climatico è finito ultima modifica: 2023-08-03T04:42:00+02:00 da GognaBlog

131 pensieri su “Il dibattito scientifico sul cambiamento climatico è finito”

  1. Che poi besos è ricco perché noi acquistiamo su Amazon, spesso beni non necessari, gates è ricco perché noi cambiamo telefoni funzionanti con telefoni più funzionanti, spesso al disopra della nostre capacità. Quindi la riduzione e la rinuncia va a colpire direttamente loro….facciamolo per questo se non per l’ambiente. Armiamoci lo disse mussolini ed ora zelenski…..e sono partiti….cantando. altro esempio di mea culpa

  2. “Fate come ordiniamo, ma non fate come facciamo (anche perché noi siamo ricchi e potenti, e voi siete poveri cristi)

    Armiamoci e partite, mi pare di averlo già sentito dire.

  3. Manca sempre la metà della narrazione. Rizzo aveva parlato anche di cosa fare (pat…….le). E comunque vendiamo le panda e andiamo a piedi….che uccidere il re non ha giovato mai

  4. ———  CHI  L’HA  DETTO?  ——— “Il problema qual è? Che noi vediamo Bezos arrivare in Italia con uno yacht da 100 metri. Lo stesso vale per Bill Gates. Quanto consumano? L’altro giorno ho visto una foto di Fedez e la Ferragni sull’aereo privato. Quante Fiat Panda consumano gli aerei privati di questa gente qua? Però sono quelli che ci dicono che dobbiamo cambiare l’automobile, che non si può più andare in periferia o al centro, che bisogna comprare le auto elettriche, che bisogna mettere il cappotto termico (che farà perdere di valore alle nostre case se non lo metti). Alla fine tutto questo giro è un magna magna per fregare la povera gente, di nuovo. E loro vanno in jet privato consumando l’ira di Dio. Però se dici queste cose sei un negazionista. Da 30 governano così. Da 30 anni governano col terrore.”
    “Guardavo di recente i TG nazionali e quelli regionali, mi ha impressionato il confronto: quelli regionali parlavano di incendi generati da piromani, di mancanza di strutture e investimenti. Quelli nazionali di emergenza climatica. Svegliatevi, tutto qua.”
     
    P.S. L’ha detto Marco Rizzo, presidente onorario del Partito Comunista.
    N.B. Incredibile ma vero: stavolta sono del tutto d’accordo con un comunista.
     

  5.  Molte guerre nascono dalla fame, anziché armamenti forniamo ai paesi poveri bioreattori per far carne. Per limitare la popolazione umana limitiamo le nascite, non uccidiamo i vivi

  6. La carne sintetica la vedo una grande trovata tecnologica. Benessere ed riduzione/eliminazione degli allevamenti intensivi, fine di pandemie animali, fine di sofisticazioni alimentari. La giudico non solo uno sviluppo ma potenzialmente un progresso. 

  7. Progresso umano, secondo me, non è mangiare una volta al giorno perché non c’è altro, nemmeno uccidere chi mangia per tre, ma farlo per una scelta etica, morale, filantropica. Basta seguire chi ha più, guardiamo chi ha meno e impariamo il valore della rinuncia….e che si cataffottano gli altri

  8. Carlo, dimmi: per evitare le flatulenze delle vacche, tu ti nutri di grilli, cavallette e “carne sintetica”?

  9. E quindi , Sign Bertoncelli, significa che dobbiamo essere legittimati a seguire l’esempio dei super ricchi??
    A cercare di svilupparci sempre più senza nessuna progressione che ci innalzi dal seguire solo la panza? Solo quel che ci piace? Io posso solo parlare per me, Le assicuro che la mia parte la faccio ma lo stesso mi sento in debito verso l’ambiente e i suoi abitanti. Poi ognuno fa i conti con la propria coscienza e il proprio egoismo….si arrangi a chi toccherà. Oppure fermi, immobili in questo status quo. Soluzione comoda e di comodo, come una funivia dino alla vetta o uno snow dome arabo

  10. Mi sono scordato di aggiungere all’elenco il tizio dell’ONU che ha appena dichiarato lo stato di ebollizione globale.

  11. @ 119
     
    Nel frattempo, se il buon Carlo – assieme a Mattarella, Bezos, Ursula, Bill Gates e pure a quel simpaticone che ci censura su YouTube e Facebook – incominciasse subito a mettere in pratica la vulgata salvifica, forse noi saremmo incoraggiati a seguirne l’esempio.

  12. “Rinunciamo, poi vedremo, tra secoli, se ne è valsa la pena.”
     
    Caro Andrea, io ora ti costringo a muoverti solo a piedi, in bicicletta o in treno; a rinunciare a condizionatore e riscaldamento; a ristrutturare la tua casa da cima a fondo; a nutrirti di grilli, scarafaggi e “carne” sintetica; a salire sui monti al massimo una volta ogni quattro mesi. E con te il resto del mondo.
    Poi, fra qualche secolo, mi dirai se ne sarà valsa la pena, cioè se è arrivato Babbo Natale.
     
    N.B. Beninteso, i ricchi e i potenti continueranno a fare i loro comodi con superville, superpanfili, aerei personali, superguadagni e vita super.
    Della serie: “Fate come ordiniamo, ma non fate come facciamo (anche perché noi siamo ricchi e potenti, e voi siete poveri cristi)”.
     
    P.S. Queste cose mi pare vagamente di averle già lette nella Fattoria degli animali, scritta da uno che della faccenda si intendeva piú di noi.
    P.P.S. Tra l’altro, col condizionatore spento, si vince pure la guerra in Ucraina, come ci insegnò quel bel tomo che era al governo fino all’anno scorso. Insomma, due piccioni con una fava.
     

  13. Sign. Carlo, 
    io è una vita che “lavoro”, sia nel vero senso del termine che nella similitudine da lei adottata. Ho iniziato a “lavorare” anche prima che mi si chiedesse di farlo, per puro buon senso.
    Ma – ripeto – serve proporzione tra sacrificio e risultato ottenuto

  14. Ma Sign Parmeggiani, cosa pretende lo stipendio prima di lavorare?? Rinunciamo, poi vedremo, tra secoli, se ne è valsa la pena

  15. Ma poi, senza scomodare vichinghi o siti. Vi ricordate da piccoli i fossi gelati in pianura? Le settimane di nebbia pesta? Avete notato che i ramponi li calzate sempre più in quota?? Suvvia, dai, basta con questa narrazione immobilista

  16. Quindi Carlo vuoi dire che ci sono mari che si sono innalzati di 3 metri e altri che si sono abbassati di 2 metri e mezzo?
    Suvvia… 
    Sono d’accordo sul fatto di “rinunciare” a qualcosa, ma ci deve essere proporzione tra il sacrificio fatto e il risultato ottenuto, da ciascuno di noi. 
     

  17. Quando si parla di altezza MEDIA dei mari o di temperatura MEDIA globale ci si deve ricordare che se prendo un pollo probabilmente lo mangerò e il dato è che ho fatto a metà con Lei che è rimasto a digiuno

  18. Nel fondo del mare, tra i cadaveri dei migranti in fuga da siccità e perdita di territorio 

  19. Proprio perché la natura è crudele matrigna che noi dovremo cercare di non dare armi. Ognuno di noi deve rinunciare a qualcosa perché i nostri figli non rinuncino a tutto.

  20. Da Wikipedia

    Tra il 1901 e il 2018, il livello medio globale del mare è aumentato di 15-25 cm (6-10 pollici),

    Ma anche in altri siti non ho trovato altri dati discordanti. Poi, si parla di previsioni. E qui, i mezzi di informazioni fanno la gara ad essere i più catastrofisti.
    Quindi, Carlo, dove hai trovato queste informazioni?
     
     
     

  21. Nelle bost people rifiutate dall’Australia, nelle megalopoli indiane in fuga dal Bangladesh, negli appartamenti invadi dall’umido nei piani bassi veneziani, negli appelli dei governatori delle idole tropicali. Nei barconi diretti a lampedusa non per il troppo nate ma per la troppa poca acqua

  22. Come capita sempre con i ‘serristi’,quando una serie di fatti mette in dubbio la loro teoria(non le opinioni,ma i fatti,anche del passato!),iniziano a diventare sgradevoli e a fare attacchi personali. La teoria si basa su jna idealizzazione del passato,visto come jna sorta di Paradiso Terrestre,in cui la Natura buona dispensava clima adatto alle coltivazioni,i fiumi scorrevano tranquilli,i tornado erano un’invenzione degli scrittori e dei pittori. Peccato che la natura sia più matrigna,che madre,e abbia dispensato ai nostri antenati eruzioni vulcaniche disastrose, terremoti e maremoti che hanno prodotto anche centinaia di migliaia di vittime per volta(terremoto e maremoto di Messina e Reggio Calabria nel 1908,e non solo). In quanto ad alluvioni,carestie,tornado e via dicendo,il passato,dati alla mano,è una valle di lacrime. E chi non lo ammette,non accetta che la natura possa essere crudele,anche molto. E pensa,ingenuamente,anzi direi che si illude,che l’essere umano possa controllare tutto. 

  23. @102
    Carlo, dove sarebbe che le popolazioni sono fuggite dalle coste per l’innalzamento dei mari?

  24. Ed oggi dovremmo essere gabbati dal Nicola di turno che dice avanti cosi, tutto bene??

  25. In realtà questo discorso della Terra Verde è ridicolo. Erik il Rosso venne esiliato dall Norvegia in quanto assassino,e quindi cercò rifugio altrove. Approdò in Groenlandia,e per far venire altri vichinghi si inventò che fosse jna terra ospitale e la chiamò Groenlandia. Arrivarono migliaia di vichinghi,e fin qui la storia può anche reggere. 
    E poi che cosa fanno queste migliaia di vichinghi? Scoprono che la terra è gelata,inospitale,tutt’altro che verde,e ci restano per cinque secoli????? Loro e le decine di migliaia di discendenti,tutti gabbati da Erik il Rosso trecento o quattrocento anni prima???? 

  26. Popolazioni costiere che fuggivano per l’incremento del livello del mare? Durante la glaciazione di Würm il livello dei mari era circa 100 metri più basso di oggi. Dunque è salito mediamente di 80cm/secolo. Oggi siamo a poco meno di 10 cm negli ultimi 30 anni,quindi una trentina in un secolo. Non 80 cm al secolo,come nella media,ma molto meno. Si stima che circa 6500 anni fa il Mar Nero,all’epoca secco,o al più una pozza d’acqua,si sia riempito in un mese! L’equivalente di migliaia di cascate del Niagara scorrevano su quelle che ora sono le sue coste. È verosimile che anche all’epoca,prudenzialmente,qualcuno si sia allontanato da quelle zone. Peccato non avere filmati di quelle epoche,in tal caso oggi grideremmo ‘al lupo al lupo’ molto meno. 
    In quanto alle T,oggi la T è salita di circa 0,56°C negli ultimi 45 anni,quindi tantino.Dal 1910 al 1945 era salita di 0,55°C,o forse anche 0,65°,ma certo l’atmosfera un secolo fa era diversa da oggi,con meno metano e anidride carbonica. I CFC,e gli hcfc,loro derivati,non erano ancora stati inventati o quasi. Aggiungo che quando finì l’era Glaciale,secondo diversi studi,la T salí di 10°C in quarant’anni! Se accadesse il contrario,’raddrizzandosi’ l’asse terrestre,saremmo spacciati. Altro che mezzo grado in più o in meno. 

  27. Tutto vero. Però Lei non tiene conto del fatto che questi lenti e naturali aumenti di temperatura dall’avvento dell’industria si sono accelerati in modo innaturale impattando, per esempio, sulle popolazioni costiere costrette a fuggire dall’innalzamento del mare, non avendo nemmeno il tempo di adattarsi. Suvvia, non si avvalori questo negazionismo che giustifica solo una inattività nel non volere modificare un sistema di vita insostenibile in un pianeta finito. In fondo la scienza si è accorta dell’inesistenza dell’etere, aumentando la propria conoscenza l’uomo altro non può che ridurre i propri errori ed ” azzeccare” meglio le previsioni. Per secoli ci si è dimenticati che la terra fosse tonda, poi ci si è ravveduti grazie al genio di qualcuno e alle prove di molti. Davvero vigliamo ancora dare retta ai terrapiattisti?? Suvvia. Facciamo nel nostro quel poco per mitigare, selezioniamo meglio la nostra classe politica, e spingiamo a che vengano messe in atto le promesse fatte ai nostri figli

  28. Ho letto di recente uno studio sul cambiamento climatico,in cui si sosteneva che le temperature della Terra non sarebbero cambiate senza l’intervento dell’uomo. Per la prima volta,in 11500 anni di era interglaciale,avremmo dovuto assistere a due secoli in cui le T non cambiavano se non di 0,1°,o forse meno. Per ciò che concerne gli eventi estremi,nel passato morivano milioni di esseri umani,oggi ne muoiono alcune decine,ed è una cosa mai vista prima,una strage senza precedenti,dovuta al climate change. Insomma,si cancella il passato,improvvisamente diventato una tavola piatta,e viene esaltato tutto quello che accade oggi,anche se nei secoli passati,in Italia,abbiamo avuto alluvioni con migliaia di morti,e tornado di potenza spropositata,con venti che andavano oltre i 300 km/h. 

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