Il granito vero

“La prima lunghezza è subito impegnativa, si comincia immediatamente senza preamboli. Oh… è una via di Bonatti, mi dico, che ti aspettavi?…”.

Il granito vero
di Davide Scaricabarozzi
(pubblicato sull’Annuario del CAI di Bergamo, 2021)

Non avevo idea di cosa significasse il termine falesia, la prima volta che ho letto questa parola è stata su una relazione, scritta da non mi ricordo chi, dell’Arête des Papillons al Peigne: “… seguire il sentiero e passare sotto una piccola falesia”. Ero andato a vedere sull’enciclopedia di casa cosa significasse, ma solo perché sono sempre stato curioso e avido di conoscere nuovi vocaboli. Confesso che ci rimasi male quando lessi la definizione geofisica del termine, così asciutta e vagamente decadente: “scarpata molto ripida formatasi per intensa azione erosiva del mare sulla costa rocciosa e, in genere, soggetta a continuo arretramento”. Mare? Oltretutto le falesie si dividono in “morte” o “vive” a seconda che si trovino separate dall’acqua da una spiaggia o che siano a diretto contatto con quest’ultima. Morte? Nulla di riconducibile alla montagna, non tanto per via del mare, per me le montagne erano fonte di vita vera e di per sé assolutamente vive, altro che morte.

Chandelle du Tacul. Foto: Lamberto Camurri.

Negli anni a venire qualsiasi cosa arrampicabile fatta di roccia, che non fosse una cima vera e propria, si è poi trasformata in falesia, in questo modo un termine geologico tanto preciso è mutato di significato con un abuso indecoroso, sia nei confronti dei geologi che verso quelli datati come me che ci andavano per allenarsi, infatti le chiamavamo palestre. Anche questo se vogliamo è una parola un po’ generica, perché nell’immaginario collettivo di allora la palestra era un luogo chiuso con dentro attrezzi da ginnastica, tipo il quadro svedese, le parallele o l’asse di equilibrio. Ed è per questa ragione che si è aggiunta la necessaria specificità: palestra di roccia.

Da ragazzino questa definizione mi metteva una certa inquietudine, quest’ultima sicuramente derivata dal fatto che una volta con i miei eravamo a Molveno, ero veramente piccolo, e una sera nel piccolo alberghetto dove eravamo alloggiati arrivò un gruppo di rocciatori (cit. materna) che proiettò un filmino in super otto girato sul Campanil Basso, è impossibile ricordarsi su quale via, che mi impressionò molto. Mio papà disse che per fare quelle cose pericolosissime ci si doveva allenare duramente nelle palestre di roccia, che a detta sua erano delle rocce più piccole, ma forse più difficili. Ecco qua spiegato il motivo della mia inquietudine sostanzialmente semantica. In Dolomiti ci tornai almeno venticinque anni dopo quella serata e senza mai essere riuscito ad amarle. Per tutta la vita sono stato e resto un occidentalista. Nel 1975, esattamente dieci anni dopo che Walter Bonatti si era ritirato senza possibilità di appello, com’era nel suo stile, dal grande alpinismo, ho cominciato io con il mio piccolissimo…

Ero uno di quelli fortunati, i miei avevano una solida attività ed economicamente stavano bene, per cui finita la scuola trascorrevo almeno due mesi e mezzo sotto il Monte Bianco nella casa che mio padre aveva fatto costruire nella seconda metà degli anni Sessanta. Avevo letto ogni pubblicazione possibile sul Monte Bianco, dai libri di Bonatti a quelli di Desmaison, sulla carta conoscevo tutto quello che avrei potuto apprendere, ero carico come una molla, innamorato pazzamente e senza possibilità di guarigione.

Sulla via Bonatti alla Chandelle. Foto: Alessandra Gaffuri.

Paradossalmente, nel regno del granito protogino, le poche palestre (falesie) dell’alta Valle erano in genere di scisto. Una sgradevole roccia metamorfica di un brutto grigio, con gli appigli tutti rovesci che in caso di pioggia diventava viscida come un’anguilla. Si era creato un bel gruppo alla palestra di Entrelevie, c’era anche un bel panorama con uno scorcio sulla cresta di Rochefort fino alle Grandes Jorasses, oltretutto era divisa in tanti settori sparpagliati sul fianco della montagna. C’era un po’ di tutto, dai monotiri alle vie fino a cinque o sei lunghezze di corda, un’infinità di boulder, traversi rasoterra, placche, strapiombi e tetti. Alcune delle vie a più tiri erano state aperte da nomi prestigiosi e oggi antichi: Mario Mochet, Sergio Viotto, Giorgio Bertone e Walter Bonatti. Su queste rocce ho consumato prima le punte degli scarponi e poi le suole delle mie prime scarpette EB. Anni di grande formazione a tout court.

Per qualche ragione ho sempre associato Jean Afanasieff a Patrick Cordier e viceversa, non erano coetanei, Cordier era maggiore di sette anni, ma erano accomunati da una visione straordinariamente estetica e moderna, sia dell’alpinismo che dell’arrampicata. Nel 1970 Cordier aveva salito il versante ovest del Grépon disegnandovi una via di 650 m, difficile, logica e tutta in arrampicata libera. Nel 1975 si ripete, con le stesse modalità, sulla parete sud dell’Aiguille de Roc aprendo un itinerario perfetto di 500 m, stavolta proteggendosi esclusivamente con nut, per l’epoca un’assoluta innovazione.

Afanasieff era altrettanto proiettato nel futuro, sue sono le innumerevoli prime solitarie sulle vie dure del massiccio, le sue estetiche vie sul granito perfetto della Pointe Lachenal, e le tante scalate in tutti i continenti. Ma una cosa in particolare mi è rimasta di Afanasieff: quando disse che la via Bonatti alla Chandelle du Tacul era la scalata più bella del mondo, credo fossimo nel 1978 o 1979.

Per me e il mio compagno di allora Roberto era assolutamente fuori dalla nostra portata, avevamo sì inanellato tre o quattro salite classiche sul massiccio, quelle propedeutiche da neofiti come la Gervasutti e la Nord alla Tour Ronde, l’Aiguille Croux per la cresta che parte dal Colle dell’Innominata, l’Ottoz alla Pyramide du Tacul e lo Sperone della Brenva. Eravamo lontanissimi dall’essere capaci di salire una qualsiasi via di Bonatti sul Monte Bianco, anzi l’unica Bonatti al nostro attivo era stata quella a Entrelevie, oltretutto sfruttando una variante che evitava l’inquietante fessurona off width della prima lunghezza.

Ciononostante ne eravamo usciti felici e soddisfatti, pieni di segnali speranzosi impressi sulla punta delle dita.

Il granito protogino vero del Monte Bianco lo abbiamo conosciuto compiutamente nel 1979 (quello della Pyramide è grigio, mica rosso come si conviene) sulla Salluard al Pic Adolphe. Avevamo scelto quella via dopo aver speso qualche pomeriggio a confrontarci con gli amici più forti di noi mentre si arrampicava in palestra. Quando arrivammo sotto l’elegante sperone lungo il quale sale la via c’era una cordata sulla terza lunghezza, salivano su per una fessura bellissima e non era una foto di Rébuffat. Erano veri, impiastrati su un granito vero di una montagna vera… e anche noi ci siamo sentiti veri. Timorosamente e umilmente veri.

C’era un gran vento freddo che ci stava mettendo addosso un senso di urgenza non identificabile, tutta quell’aria non faceva altro che accrescere la nostra ansia. Avevamo le scarpette nello zaino, ma l’idea di farci la salita portandoci in spalla gli scarponi ci fece desistere e facemmo tutta la scalata con quelli ai piedi e la giacca in piumino per il vento fortissimo. Strada facendo ci prendemmo inevitabilmente qualche rischio, dato che i chiodi erano pochi e avevamo giusto 5 (cinque) dadi. Oltretutto avevamo sottostimato la lunghezza della salita che, fino in cima al Pic Adolphe, conta più o meno 13 lunghezze di corda, una delle quali sul versante nord che trovammo piuttosto “scabrosa”. Ci mettemmo una vita a venir fuori dalla via, credo sei o sette ore, quasi ci perdemmo in discesa mancando un ancoraggio per le doppie e riuscimmo per un soffio a prendere l’ultima funivia solo perché in agosto la lunghissima coda dei turisti venuti in pantaloncini a vedere l’ottava meraviglia del mondo (cit.) era ancora da smaltire.

Avevamo imparato molto, soprattutto che le montagne vere offrono difficoltà vere e per essere veri occorre diventare veramente bravi. La vera verità innanzi tutto… I nostri mirabolanti progetti per un radioso futuro alpinistico sulle orme di Bonatti subirono un duro scossone dopo l’epopea della Salluard.

Le nostre fantasticherie iperboliche espresse dopo un litro di rosso all’osteria del paese vennero spazzate via, il sogno impudico e sussurrato di andare sulla Bonatti al Capucin appena dopo il Pic Adolphe finì per il momento (e ragionevolmente) in archivio. Tra le due salite c’era un abisso di lunghezza, impegno fisico e difficoltà. Non eravamo minimamente all’altezza di affrontare una scalata di questo genere, avevamo ancora bisogno di tanto tirocinio e altrettanta umiltà.

Estate 1981
Ogni tanto pensavo al giudizio tranchant di Afanasieff: “La Bonatti alla Chandelle è la scalata più bella del mondo”. Quell’estate a scatenare il desiderio di andarci fu il mio grande amico Hans. Hans in arrampicata era un talento naturale, a dire il vero si esprimeva ai massimi livelli su tutti i terreni, ma sulla roccia dava il meglio. Si muoveva con straordinaria naturalezza inanellando movimenti dinamici e fulminei a energici bloccaggi improbabili. Era il suo stile. A vederlo arrampicare sembrava tutto facile, ma bastava cimentarsi sugli stessi passaggi per prendere un potente sganassone. A Entrelevie aveva salito una placca dall’aspetto innocuo alta una quindicina di metri, non c’erano protezioni e andava salita così com’era. Il tratto chiave era a circa quattro metri da terra, non era richiesto pensare molto a quali movimenti fare, bisognava solo muoversi rapidamente verso l’alto fino ad afferrare un’arrotondata lama rovescia (scisto ovviamente) dalle dimensioni ridicole e saltar su ancora senza fermarsi fino a raggiungere una zona più appoggiata che consentiva di salire appena più facilmente per una decina di metri per arrivare infine a un piccolo gradino collegato a un sistema di approssimative cenge lungo le quali sarebbe stato possibile scendere. Era vietato cadere. Hans l’aveva battezzata Sunshine e rimase per diverso tempo il passaggio più difficile e rischioso di tutto il comprensorio di Entrelevie.

Dopo un milione di tentativi sono riuscito anch’io a salire Sunshine, dopo non ci ho mai più provato, il rischio di cadere a terra sul passo chiave, o più probabilmente da ancora più in alto, era troppo elevato per la mia psiche.

Hans sembrava un folletto finlandese dei boschi: alto, biondo, occhi chiari e una barbetta caprina. Solare e affidabile, oggi lo definiremmo una bella persona, per me era “uno bravo” al quale ero sinceramente affezionato. Sapevamo che aveva in serbo qualcosa sui satelliti del Tacul, a mezze parole ce lo aveva accennato senza ovviamente sbottonarsi troppo. Conoscendolo non insistemmo oltre, perché come tutti i folletti sarebbe scomparso in qualche bosco senza farsi vedere per parecchio tempo. In genere, se non si andava a fare una salita in montagna, ci si vedeva tutti i pomeriggi sulle solite rocce.

Quel giorno Hans non c’era, lo vedemmo il giorno dopo… il giorno dopo che aveva ripetuto in seconda solitaria la Bonatti alla Chandelle. Il suo asciutto racconto ci convinse che avremmo dovuto verificare di persona l’opinione di Afanasieff avvallata dallo stesso Hans.

Vale la pena spendere due parole sulla Chandelle, il più piccolo e il più a ovest dei satelliti del Tacul, giusto accanto al Trident e separato da quest’ultimo da un canale di neve relativamente ripido e con una crepaccia in genere umana. Associare il nome di Bonatti alla Chandelle fa pensare subito al Pilone Centrale del Frêney e a quegli ultimi cento metri malcontati dove finì il tragico tentativo del 1961.

È il monolito terminale del Pilone, l’ultima sua estrema difesa, verticale e complicato chiamato appunto Chandelle. Viceversa, sull’altra Chandelle, Bonatti ci andò e ci rimase per due giorni con Gallieni nel 1954 (anche quest’ultimo faceva parte delle cordate sul Pilone nel ’61, fu anche uno dei tre sopravvissuti, assieme a Bonatti e Mazeaud), sembrerebbe quasi a tempo perso, Bonatti all’epoca era Guida di Courmayeur e Gallieni un suo cliente. Nei suoi libri questa salita, per lui sicuramente di contorno, non è nemmeno menzionata. Nemmeno Rébuffat nel suo Monte Bianco le 100 più belle ascensioni non l’elenca e a noi sarebbe tanto piaciuto poter leggere la relazione corredata di fotografie, all’epoca quel libro era un’autentica bibbia.

Avevamo però la Vallot che la dava 150 m TD sup con arrampicata mista libera/artif. e un passaggio di VI- alla fine di un traverso orizzontale in piena parete, lungo una trentina di metri e con 2 soli chiodi di protezione.

Certo, 150 metri non sono sto granché, ma vai a sapere, anche Bonatti ci aveva messo due giorni, il che poteva solo significare qualcosa di difficile. Per noi sarebbe stato l’avvenimento della stagione: la nostra prima via di Bonatti sul Monte Bianco e un bel test per progetti più ambiziosi. Data concordata 14 agosto 1981.

La Chandelle
Appena fuori dalla funivia ci coglie il vento micidiale che aveva fatto ondeggiare pericolosamente le piccole cabine tra il rifugio Torino e la Punta Helbronner, quasi più forte di quello della Salluard. Corriamo come forsennati su una neve che fa scintille, giù sempre di corsa, senza guardarci nemmeno un secondo attorno fin giù nella Combe Maudit. Ansia…

Costeggiamo la Tour Ronde verso ovest e improvvisamente non c’è più un refolo d’aria, la sentiamo fischiare lontana attorno ai gendarmi, il mondo cambia, togliamo tutto e restiamo in maniche corte. Saliamo il ripido canale che separa la Chandelle dal Trident e in breve siamo all’attacco su un piccolo scomodo ballatoio, dove finalmente ci leghiamo e tiriamo fuori tutto l’armamentario.

Sulla vicina Lepiney al Trident ci sono già un paio di cordate e un’altra di tre è all’inizio del canale di neve che abbiamo appena risalito. La prima lunghezza è subito impegnativa, si comincia immediatamente senza preamboli. Oh… è una via di Bonatti, mi dico, che ti aspettavi?

Improvvisamente si sente il “solito” secco rumore di sassi, questa volta seguito da un urlo che in un amen si spegne. Arriva dalla parete est del Trident, ho visto qualche pietra di grosso calibro cadere dove la via traversa dal versante ovest. Attimi di confusione. La cordata dietro di noi è anch’essa diretta alla Lepiney e ha appena attaccato le facili rocce della prima lunghezza. Un’altra cordata che sta transitando sul ghiacciaio si ferma. Roberto e io siamo alla prima sosta e chiediamo a quelli sul ghiacciaio cosa sia successo, ci dicono che c’è uno appeso alle corde sotto uno strapiombo che non si muove. Cazzo, su una via di Bonatti vuoi che non accada un accadimento bonattiano? Il caso vuole che la cordata dei tre dietro di noi – diretta al Trident – sia composta da un nostro amico Guida con due clienti. Ci chiede cosa vediamo, ovviamente nulla da qui, e fa la stessa domanda a quelli sotto che rispondono esattamente come prima, questa volta con un’aggiunta: c’è uno appeso alle corde sotto uno strapiombo, nel vuoto… forse è morto. Nell’aria tersa volano parolacce. Siamo scossi, ci sentiamo vulnerabili ed esposti a ogni possibile rogna della vita; il morale ne risente, vorremmo scendere perché magari hanno bisogno, ma sappiamo che sarebbe una vigliacca scusa.

Seguono una decina di minuti concitati, infine una voce urla che quello appeso sotto le corde è il suo cliente, si è staccato un grosso blocco al quale si era attaccato ed è venuto giù tutto, cliente compreso. Ermanno, il nostro amico guida, chiede ai suoi due clienti di scendere e prosegue slegato verso il punto dell’incidente, gli ottanta metri che lo separano dal traverso dove è successo il tutto non sono difficili e uno forte come lui non ha nessun problema. Certo che di attenzione bisogna averne tanta… Nel frattempo quelli sul ghiacciaio sono stati spediti al Torino per chiamare i soccorsi. Ci guardiamo in faccia, faccio finta di niente, ma un po’ di cagotto sento che preme sul fondo dei calzoni. Tiro fuori una Camel. L’illuminante beneficio della nicotina mi rasserena, andiamo avanti. Seguono alcune lunghezze impegnative e fisiche, ma non siamo abbastanza bravi per fare tutto in arrampicata libera. Abbiamo un solo friend Wild Country, un mazzo tra nut ed eccentrici e quattro chiodi.

Via, si sale! Ci attacchiamo al granito vero, quello di Bonatti, quello che ha abbiamo già stretto tante volte, ma ora assume un’energia diversa che ci travolge e ci fa sentire parte autentica di questo piccolo pinnacolo minerale.

E’ la meravigliosa, inutile e ridicola potenza della taumaturgia alpinistica. Siamo giovani immortali, ispirati, sospinti prepotentemente verso l’alto dai nostri modelli (Bonatti, Desmaison…) e dai “giudizi” di quelli che stimiamo (Afanasieff e Hans); finisce che ogni appiglio, ogni appoggio e ogni fessura diventano così delle specie di totem che non possiamo e non vogliamo disattendere. Nel frattempo arriva l’elicottero per quelli del Trident. Nello scambio di voci abbiamo saputo che nessuno è morto, si tratta di una gamba rotta, meglio così, ne siamo rasserenati. Questa notizia ci autorizza intimamente a continuare senza pensare ad altro che a questi nostri gesti semplici e incomprensibili. Bonatti deve aver studiato bene la cosa perché io avrei tirato dritto, magari infognandomi sotto tetti che vedo una trentina di metri sopra, invece lui ha ben pensato di traversare orizzontalmente in piena parete a sinistra. Aspettavo questo momento con una certa ansia malcelata. Non posso far altro che riportare quello che ho scritto sul mio diario di allora:

La roccia è verticale. Sono una placca compattissima. Sotto di me avrò qualche metro di roccia perfettamente liscia e poi il vuoto. Sto traversando sopra il grande sistema di tetti che dà questa forma particolare alla Chandelle. Il piccolo gradino mi consente in un primo momento di attraversare abbastanza agevolmente, poi improvvisamente si interrompe, si abbassa e diventa piccolissimo. Con i polpastrelli gratto la roccia, cerco di bilanciarmi il più possibile con i piedi rannicchiandomi, le scarpette non fanno ‘sta gran presa… Un po’ annaspando, un po’ saltellando mi porto fino al limite del muro. Sono quasi trenta metri orizzontali con non più di tre protezioni, anche la Vallot (in genere così avara nei gradi) su questo tratto recita VI-. Ravano dietro lo spigolo a caso, quasi nel panico, e trovo una minuscola ma netta fessura. Ci infilo la punta delle dita e stringo forte con la sinistra, la carico, tiro, striscio i piedi, spingo ed eccomi a pancia sotto su una bellissima e grande terrazza“.

Dal basso del mio minuscolo alpinismo ricordo questa lunghezza come una delle più impegnative che abbia mai fatto. Con gli scarponi sarei sicuramente caduto facendo un pendolo di una certa entità… Sulla comoda terrazza mi accendo una sigaretta gustosa e parliamo per qualche minuto di Bonatti e del suo straordinario intuito, parliamo di questo traverso, del suo pendolo spaventoso ai Dru e dei mille mila traversi sparpagliati sulle montagne, come quello di Cassin sulla Cima Ovest di Lavaredo, il pendolo (sempre di Cassin) sulla Nord delle Jorasses. Sopra c’è uno scorbutico diedro strapiombante che saliamo in artificiale faticosa e infine l’ultima lunghezza senza respiro sul protogino più bello del mondo ci porta sulla cima, piatta come una tavola da ping pong. Ci abbiamo messo cinque ore, cominciamo a scendere con una prima doppia vertiginosa nel vuoto faccia al Clocher nel caldo pomeriggio.

Souvenir
Arrivati al Torino apro lo zaino e vuoto tutto per terra. Roberto mi guarda perplesso. Attaccato alla bandoliera c’è un lungo chiodo arrugginito con l’anello. Dico a Roberto che l’ho tolto perché ballava nella fessura… mi sa che è di Bonatti.

Ho mentito perché quel chiodo l’ho smartellato ben bene per levarlo, ma lo volevo.

Il granito vero ultima modifica: 2025-12-08T05:51:00+01:00 da GognaBlog

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12 pensieri su “Il granito vero”

  1. Da relazione originale Bonatti:
    Walter Bonatti e Roberto Gallieni il 3-4 Agosto 1960
    3/8 attacco ore 5,15 
    Pausa ore 14,00
    Bivacco ore 21,00
    4/8 Ripresa arrampicata ore 6,15
    Ore 12 temporale
    Ore 13,30 in vetta Bonatti
    Ore 14,30 in vetta Gallieni
    Ore 15,30 inizio discesa (che non è quella attuale)
    Ore 19,00 alla base
    Ore 21,00 arrivo al rifugio Torino.

  2. La Bonatti alla Chantelle fu una fra le mie primissime vie nel Gruppo del Bianco. Ricordo che con il compagno la sera prima vi erano obiettivi divergenti, io volevo provare la Chantelle, lui una via in Valle dell’Orco. Tirammo la monetina..
    Della via ricordo in particolare il passaggio per uscire dal bordo sinistro della terrazza e la successiva fessura strapiombante molto molto dura e con un bel vuoto sotto. Quando la salii era stata aperta da poco Tabou che credo venga più spesso seguita dalla terrazza in su al posto della citata fessura a sinistra. 

  3. Beaucoup de plaisir à la lecture de ce récit. Ce que je ne peux plus faire, mais qui m’enthousiasme toujours autant.

  4. La Bonatti alla Chandelle non fu la mia prima Bonatti al Bianco ma la ricordo una gran bella via di pura goduria.

  5. Un bel racconto che nella sua semplicità mi ha riportato indietro proprio in quell’epoca e in quei posti col mio compagno di cordata Maurizio e con un Gianni (Bassanini) ante litteram. Stesse sensazioni, stessi pensieri, stessi materiali… stessi miti. A volte poche righe annientano anni e lontananze.
    Paolo

  6. Bel racconto! Atmosfera magica! Tanta nostalgia di quegli anni, per noi pieni di sogni e speranze!
    Quando salendo creavi il mondo (Fosco Maraini).

  7. Ho mentito perché quel chiodo l’ho smartellato ben bene per levarlo, ma lo volevo.

    E chi ce l’ha di Bonatti, chi di Cassin, chi di Aste…

  8. Che bello, che anni, che innocenza, che sogni. Ma anche se siamo invecchiati, quel bisogno imperioso che rendeva eccitante la vita è noi così unici è rimasto. Molti di noi devono moltissimo all’alpinismo e alla montagna. Così anche la mia unica estate a Courmayeur, sotto il trono degli dei, anche se io poi sono diventato un dolomitista.
    Sempre bello leggerti
    Luca

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