Il Lamento della Civetta

Metadiario – 99 – Mezzogiorno di Pietra – 5 (AG 1981-005)

Monte Albo
Due sono i volti di Monte Albo, divisi da una poco praticabile barriera di rocce calcaree verticali. Al di sotto è un paesaggio di scisti con forme arrotondate e ad­dolcite, quelle terre delle Baronie che costituiscono un aspetto tra i più familiari della Sardegna interna. Nei secoli alla foresta originaria di lecci si è sostituita la macchia, per troppi incendi, tagli e pascolo; e poi ancora la macchia è diventata gariga, in certi punti assai degradata, dove trionfa quella pianta che persino le capre rifiutano: l’a­sfodelo. Ciò vuol dire che lì il terreno ha raggiunto il più basso livello di fertilità. Al di sopra invece, dove l’antropizzazione non è intervenuta se non in parte, s’incontra ancora l’ambiente originario.

Ornella Antonioli e Alessandro Gogna in vetta al Monte Turuddò di Monte Albo, dopo la 1a ascensione di Coccinella. 15 maggio 1981.

Grandi pareti a picco si alternano a valloni ingombri di frana e ghiaia, mentre all’interno della massa tabulare del Monte Albo s’incontrano il paesaggio carsico e angoli insospettati, dove accanto alle piccole foreste di leccio si contano anche esempi secolari di acero minore. I «campi solcati» (o «carreggiati») sono assai pro­fondi perché il calcare è puro, intere distese di rocce taglienti sono la realtà un po’ folle di ciò che da lontano sembra piatto e uniforme. E al di sotto la costruzione continua: grotte prevalentemente ad andamento orizzontale, ma anche sconosciuto, sono testimoniate dall’esistenza di numerose risorgenze ai piedi del rilievo.

A distanza di anni posso dire che non esplorammo bene il Monte Albo. Ci limitammo al versante sud-ovest, forse quello meno interessante. Non vedemmo la parte settentrionale (che invece visitai nel 2000 e 2001) e neppure indovinammo la Valle delle Guglie. Forse eravamo un po’ stanchi, forse dovevamo ancora risolvere qualcosa a Cusidore.

Alessandro Gogna sulla 2a L di Coccinella (Monte Turuddò di Monte Albo), 1a ascensione. 15 maggio 1981.

Il 15 maggio c’eravamo fermati a Lula a chiacchierare con delle donne che ci chiedevano cosa eravamo lì per fare. Arrivammo alla chiesa del Miracolo che era già un po’ tardi. Nella, Roberto e io ci avviammo verso la Punta Catirina, dove era evidente uno spigolo al limite sinistro della falesia. Coccinella è una via graziosa, che poteva meritare più attenzione successiva. Guido, Gabriele e Monica invece salirono Albero magico, sulla parete occidentale di Monte Turuddò.

In vetta osservammo il volo di un gruppetto di grifoni, con una sensazione di reverenza e di sollievo. L’avvoltoio è una figura insostituibile nel mondo della nostra immaginazione, ci desta rispetto e paura, chissà perché. È così un sollievo vedere la nostra immaginazione volare davvero; così ci sgraviamo d’uno dei tanti pesi che ci opprimono, perché riconosciamo animate di vita propria e leggera, quasi planata, le nostre idee più carnivore e necrofile.

Salendo alla vetta della Punta Catirina, dopo la 1a ascensione di Coccinella, 15 maggio 1981, veduta verso la lontana cima di Monte Albo.

Lo spigolo nord-ovest di Punta Cusidore
Quando partiamo dal campo (16 maggio) verso la Punta Cusidore, siamo in tre, con Guido e Gabriele. Saluto Roberto con uno sguardo al fulmicotone che tradotto vuole dire: “se tu e Massimo foste arrivati in cima, adesso non dovremmo andare noi a rifare la stessa cosa!”. E invece eccoci qui, ad arrancare sulle ghiaie nella mattina più calda avuta finora. Non che mi dispiaccia, la via dei finanzieri Emilio Beber, Carmelo Andreatta e Giovanni Cagnati, battezzata ufficialmente via Legione Reale Truppe Leggere, dev’essere davvero bella e merita una descrizione precisa. Però…!

La nostra è una galoppata così rapida anche perché siamo leggerissimi, senza nulla da bere. In cima abbiamo le visioni, un caldo feroce c’investe proveniente dalla vastità dell’altopiano del Supramonte, ai nostri piedi. Non ci soffermiamo molto a contemplare una geografia così complicata. La nostra stupidità ci costringe a una discesa che sembra una fuga.

Roberto Bonelli e Ornella Antonioli sulla Punta Catirina di Monte Albo, verso la vetta dopo la 1a ascensione di Coccinella, 15 maggio 1981.

In quella calura non c’è alcuna differenza amministrativa tra Dorgali, Oliena, Urzulei e Orgòsolo. Barcollando verso il basso su lastronate accecanti mi ritrovo a pensare cosa sarebbe qui con la nebbia… un orienta­mento quasi impossibile, tra quelle collinette petrose e doline tutte uguali. In mezzo alle valli morte martoriate da campi solcati e da sassi aguzzi, quando a volte quella poca visualità è preclusa da raggruppamenti quasi impenetrabili di lecci.

Ora nulla di tutto ciò, distinguiamo bene le depressioni pianeggianti del Campu Donanìgoro e del Planu Campu Oddeu. Quest’ultimo è sorprendente, un irreale spazio verde incastonato in una montatura bianco lunare.

In breve siamo a Forcella Sòvana e da lì ancora giù al campo. Quella sera mi guardai la pancia: era incavata come non lo era mai stata!

Parete nord della Punta Cusidore, con lo spigolo nord-ovest contro il cielo.

Il Lamento della Civetta
La sera andammo alla risorgenza. L’acqua che a certe quote si è inabissata con furia nelle voragini dei bacini collettori e che con suprema violenza ha alternato buie scorribande nelle viscere della terra a momenti di pace e di lento scorrimento in altrettanto oscure caverne irraggiungibili, convogliatasi poi in un’unica conduttura nei pressi della luce e co­stretta finalmente a risorgere ai margini del fondovalle, con riluttanza si concede alla vita: Su Cologone è una polla verde smeraldo che sgorga dalla roccia. L’acqua non è più sola.

Guido Azzalea sulla 12a L dello spigolo nord-ovest della Punta Cusidore. 16 maggio 1981.

Dall’alto il turista vociante faceva rimbombare nell’imbuto la sua stupidità e dal basso un marciapiede di cemento permetteva anche ai bambini il lancio di mone­tine sul fondo ormai luccicante della pozza. Cartacce, sacchetti di plastica e cocci di vetro s’impigliavano nelle alghe o erano trattenuti dai massi che avrebbero voluto l’acqua ancora pura. Ma il destino era segnato. Un torrentello degradato andava ad alimentare quasi da solo il paludoso Cedrino poco distante. Qui un ampio piazzale, fitto di alberi seminati, ospitava generosamente le automobili. Anche lì rifiuti, come se ciò che conteneva beni di imme­diato e rinfrescante consumo ora dovesse essere gettato subito, quasi scottasse o fosse infetto. Il vento, che da queste parti è sempre in azione, disperdeva per centinaia di metri tutta la spazzatura che un irrisorio contenitore avrebbe avuto il compito assurdo di racchiudere. Anzi, il contenitore faceva solo da punto di riferimento e i più volonterosi buttavano là vicino tutte le loro schifezze.

Gabriele Beuchod e Guido Azzalea in discesa dalla Punta Cusidore. 16 maggio 1981.

Quella sera bevemmo anche molta acqua, altrimenti mai il giorno dopo avremmo potuto affrontare quella che sembrava una grande sfida: salire la parete nord di Punta Cusidore per un itinerario diretto, nel catino tra il primo e il secondo pilastro. Lì una serie di fessure, a lungo osservata con i binocoli, sembrava una via degna della nostra firma. Partimmo alle primissime luci (17 maggio), la civetta emetteva il suo verso a ripetizione, a Gabriele, a Guido e a me sembrava un po’ lugubre: da lì il nome, Il Lamento della Civetta, partorito ancora prima di incominciare. Ci dividemmo il compito di salire da primi i 550 metri di parete, ma probabilmente toccarono a Gabriele i metri più duri in fessura, terreno dove lui era veramente un asso. Fu un lavoro di equipe perfetto, efficace, rapido: alle 15 eravamo in vetta, e sapevamo di aver fatto un piccolo capolavoro.

Gabriele Beuchod al posteggio sotto a Punta Cusidore riordina il materiale.

Ancora sull’orlo dell’altopiano, regno di vento e solitudine; solo qualche scampanio fratturava il silenzio frusciante che gravava su quelle lande pacificamente sconvolte: ma non faceva che ritmare ancora quel silenzio che tanto opprime chi non lascia urlare le proprie oppressioni, chi guarda ma non vede, chi ascolta ma non sente, chi non s’accorge infine che l’immobilità di questo luogo è un inganno. E allora costui avrà male ai piedi, fame e sete lo faranno scendere senza indugio e la sua fuga non farà che impreziosire ancora l’assenza sua e dei suoi simili.

17 maggio 1981, Gabriele Beuchod nella 1a ascensione de Il Lamento delkla Civetta, Punta Cusidore

Gennargentu e Supramonte di Orgòsolo
Eravamo arrivati al posteggio a notte fonda, più o meno a 1500 m di quota e senza neppure guardare le stelle facemmo cena e ci preparammo per dormire. Il mattino dopo non mi sorprese addormentato: all’alba osservavo i pastori mungere il gregge, mentre un sole giallastro di maggio si alzava lentamente su un orizzonte tremulo e un po’ fosco. Uscii dal pullmino tremando di freddo e svegliai i miei compagni portando loro il caffè, come al solito. Loro dicevano che quella era l’unica forma quotidiana di gentilezza che gli riservavo.

17 maggio 1981, Gabriele Beuchod nella 1a ascensione de Il Lamento delkla Civetta, Punta Cusidore

Ci avviammo tutti e sette velocemente sul pendio erboso. Che con ripida salita porta alla vetta del Bruncu Spina, una delle cime più alte del Gennargentu. Correvamo, volevo che l’orizzonte non diventasse troppo velato e poi avevamo ancora freddo.

Dunque quello era il famoso Gennargentu: sotto di noi si stendevano valli a perdita d’occhio, ognuna aveva la sua strada tracciata di recente. Il terreno era assai bagnato, forse la neve si era appena sciolta. Un filo, alcuni piloni di acciaio colorato e una fantasmatica base di partenza tipo funivia del Monte Bianco riuscivano a concentrare tutto il mio interesse. Non vedevo più l’ampiezza e la bellezza delle valli che mi circondavano, non sentivo più la purezza dell’aria, non udivo più il silenzio del vento ostinato compagno di queste magnifiche montagne. C’era solo l’impianto. Chiaramente abbandonato da qualche anno con la scusa della poca neve, era la più bella dimostrazione di come si possano spendere soldi della comunità a beneficio di attività imprenditoriali con scopi assolutamente reconditi e privi di reale senso pra­tico.

Monica Mazzucchi (nascosta), Gabriele Beuchod, Ornella Antonioli e Guido Azzalea in discesa dal Bruncu Spina (vetta del Gennargentu). 19 maggio 1981.

Sul Gennargentu avevamo la Sardegna intera ai nostri piedi quel mattino, ma l’odore di agonia ci raggiungeva lungo quei fili d’acciaio arrugginiti, lungo quelle polverose strade inutili. E su tutta la scena splendeva un sole magnifico e tutto sembrava poter durare per sempre.

Ma l’obiettivo della giornata, ben più difficile, era di raggiungere un non precisato punto nel Supramonte di Orgòsolo, il più vicino possibile alla Gola di Gorropu.

Nuraghe Mereu, Supramonte di Orgosolo

Questa è la gola che permette alle acque del Flumineddu di collegare gli aridi altopiani del Supramonte al fertile agro dorgalese. A essa si può accedere quindi da due parti e di queste la più notevole ha per partenza Orgòsolo. In questo grosso centro nel cuore della Barbagia ad accoglierti trovi i famosi «murales», dipinti sui muri delle case dagli artisti locali e dai bambini delle scuole. Ricordo con precisione la scritta e il disegno di “Sos democristianos manducano a dos manos”. Si respira così un’aria diversa, con reverenza ci si accosta a un paese che ha saputo accogliere il moderno e riformarsi nel rispetto dell’antico e che perciò, a parte la retorica, è sentito come un modello. Almeno questa è l’impressione da noi ricavata, peraltro su­perficiale.

Parete ovest della Punta Cucuttos. Su di essa sale Viva viva la Galera. Clicca per ingrandire.

Portammo il mio pullmino al Ponte sa Barva e lo lasciammo là pregando il pastore nostro amico di fare un po’ la guardia.

Alla caserma forestale di Funtana Bona mostrammo i nostri permessi ottenuti a Nuoro, poi continuammo ancora su sterrata fino ai cuili di sos Campidanesos. Qui c’è ancora acqua abbastanza abbondante: un «cuile» gigantesco ci accoglie, il tetto ricoperto di catrame, una fatica in meno per i pastori. Qui chie­demmo informazioni per raggiungere il nuraghe Mereu e da lì l’imbocco della Gola di Gorropu. Ci attendeva una grande foresta, senza dubbio la più vasta e antica della Sardegna, dove i lecci raramente lasciano filtrare la luce del sole. Branchi di maiali selvatici ci attraversavano la strada, divorando tutte le ghiande che dovrebbero ser­vire al ringiovanimento della foresta nonché al nutrimento di altri animali, come i cinghiali, le ghiandaie e i colombacci. Procedere in quel modo era faticoso, dovevamo seguire i vari bivi avanti e indietro per capire quale era la strada giusta. Spesso sbagliavamo.

Punta Cucuttos, parete ovest. Guido Azzalea su Viva viva la Galera, 1a ascensione. 20 maggio 1981.

Con quegli andirivieni tenere registro delle distanze con il contachilometri era un continuo rifare i conti. Nessuno è infallibile, ma la mia irascibilità qui non conobbe limiti. Dopo un’eternità, seguendo una strada che ormai era solo una mulattiera travestita, arrivammo al Campo su Mudercu e qui ancora fino alla località Scandalittu.

Era evidente che non potevamo più proseguire con i furgoni. Una camionetta di carabinieri stazionava là, senza nessuno a guardia. Poco oltre c’era un cuile, quattro carabinieri stavano interrogando due pastori, seduti e ammanettati fuori dalla loro capanna.

Lella Salusso nella Gola di Gorropu, 21 maggio 1981. Foto: Roberto Bonelli.

La tensione che, per il presunto arrivo a destinazione, stava scemando risalì immediatamente. Due militi ci vennero incontro con il mitra spianato e ci chiesero cosa facevamo lì. Dopo l’esibizione dei documenti e la nostra spiegazione si tranquillizzarono e noi ci tenemmo a distanza dall’interrogatorio.

Dopo una mezzoretta se ne andarono e, incredibile, i due pastori erano lì, a mani libere! Erano così visibilmente felici di averla scampata bella che con noi furono di una gentilezza folle, neanche fosse stato merito nostro…

Gli chiedemmo del Nuraghe Mereu.

Gabriele Beuchod nella traversata delle Gole di Gorropu, 21 maggio 1981. Foto: Roberto Bonelli.

– Ma saranno cento passi! – fu la risposta. Ci avviammo, volevo salire in cima al nuraghe per capire definitivamente quanto distanti eravamo dalla Gola.

Tra foglie secche e lillatri arborei e gigan­teschi dovevamo cercare un sentiero che praticamente non esisteva perché intersecato da innumerevoli tracce. E poco dopo perdemmo pure l’orientamento, dato che era nuvolo ed eravamo nella cappa di lecci. Allora ricorremmo all’aiuto di ometti di pietra e li costruimmo in maniera particolare e ben riconoscibile, da non confonderli con gli altri trovati lì.

Roberto Bonelli assicura Lella Salusso nella Gola di Gorropu, 21 maggio 1981. Attende il suo turno Monica Mazzucchi.

Ormai disperavamo di trovare il nuraghe per quella sera. Mereu era ben nascosto nel labirinto della foresta. Quando ormai mi ero deciso a tornare indietro e rimandare tutto al domani, notai una vaga apertura nella foresta e subito dopo, nel chiarore di un tramonto purissimo, si stagliò nel ristretto riquadro della mia visuale una struttura mitica, non nuraghe come tutti gli altri, ma di pietra candida. Un con­torto ginepro ne lambiva la base. Salii al vertice, ben conservato e ancora chiuso a tetto, e osservai il magico mondo in cui ero: dall’emozione il cuore batteva forte.

Nella parte finale della traversata dell’Orrido di Gorropu

Una foresta primordiale era distesa ai miei piedi e degradava dolcemente verso est, qualche sussulto calcareo ne rompeva l’uniforme ondulazione. Non vedevo il fondo del vallone perché in ultimo il bosco cedeva a un più precipite versante il cui orlo si stagliava quindi contro alle rocce, arrossate al tramonto, del Monte su Nercone. Ma, lontano, il vallone così definito non terminava con la solita apertura a zone più piane: sembrava chiuso invece e s’indovinava la Gola di Gorropu solo perché le rocce di destra erano illuminate, al contrario di quelle di sinistra che si contrappo­nevano in ombra fredda. Mi sedetti sulla pietra meglio squadrata, agli ultimi istanti di quel pomeriggio rasserenato. I miei compagni scesero ad arrampicare sui bellissimi risalti subito sotto e una lieve brezza mi dispensava dal sentire le loro voci. Rimasi assorto per qualche minuto, così, senza pensare a niente.

Lo sbocco dell’Orrido di Gorropu. Clicca per ingrandire.

Per un momento dimenti­cai i problemi del domani, l’esplorazione, la salita della parete. Ero felice di essere lì da solo e che mi fosse dato quell’attimo così bello. In alto mi scrutava un rapace, credo fosse un falco pellegrino. Rividi la lotta che avevo dovuto fare per arrivare fin lì, ai permessi che avevo dovuto chiedere a Nùoro perché le guardie forestali ci lasciassero passare. Sospettosi, non capivano cosa fossimo venuti a fare: non eravamo speleologi, e neppure turisti, qualcuno aveva i capelli troppo lunghi. Ma ormai quelle difficoltà erano alle spalle e sapevo che il vero incontro con l’immagine di «nuraghe» che dormiva in me si era verificato solo lì e non in altro luogo. Già da settimane ero sull’Isola e mai mi ero soffermato attento se ne vedevo uno, anche facile da raggiungere. La maggior parte dei nuraghe è in abbandono e quelli in migliori condizioni asfissiano in un’atmosfera prepotente­mente turistica che le cartacce, le lattine e le bottiglie rotte rimarcano di continuo, senza alcuna pietà né rispetto. Anche oggi, a poche centinaia di studiosi e qualche migliaio di turisti attenti e ricettivi si sovrappongono folle di sozzoni e di spensierati superficiali. Solo lì potevo finalmente godere in pace e solitudine la gioia di quell’incontro con i giganti sopravvissuti. Mi scosse un brivido e solo allora scesi.

Punta Sa Berritta (Monte Limbara). Lella Salusso su Lungo il Guinzaglio, 1a ascensione, 2a L, 22 maggio 1981.

I pastori ci chiesero se avevamo fame. Rispondemmo che era dalla mattina che non mangiavamo nulla, che eravamo stati anche in vetta al Gennargentu.

– Non c’è problema, abbiamo qui pecora fredda e pecorino.

Fummo invitati a un pasto serale che si trasformò in breve in una bevuta e mangiata colossali. Quelli, che si erano già visti in galera, erano fuori di sé dalla gioia.

Punta Sa Berritta (Monte Limbara). Lella Salusso su Lungo il Guinzaglio, 1a ascensione, 2a L, 22 maggio 1981. La sorvegliano Roberto Bonelli (a sinistra) e Gabriele Beuchod.

Viva viva la Galera
Più in là nella serata ci furono anche canti e balli. Alle loro canzoni tradizionali Guido e Gabriele accostarono Jannacci.

Viva viva la galera, che ti fa bel rozzo e nero… che ti dà il pane verso sera… che difende la frontiera… non ti porta via la pera… verso sera!

– Stavo fumando una sigaretta… e a un certo punto uno dei due mi ha chiesto se ero maschio o femmina… vabbè, almeno dalla voce doveva capirlo – ride oggi Monica.

– Ci siamo tirati nerissimi… ti ricordi? – rammenta Guido – Gabriele non è neppure riuscito ad arrivare al furgone, l’abbiamo svegliato noi al mattino, bagnato di rugiada. E non era ancora l’alba!

La Punta Sa Berritta, il caratteristico fungo sommitale del Monte Limbara, da località Madonna della Neve.

In effetti quel 20 maggio c’era in programma una giornata ben lunga e la feci iniziare al buio.

Ripassammo accanto al Nuraghe Nereu alle prime luci, risalii in cima per imprimermi bene la direzione, poi inaspettatamente trovammo un buon sentiero che presto ci fece scendere per 350 m al Riu Flumineddu. Riconoscemmo dalle descrizioni la prima Vasca: per passarla facemmo una corda doppia. Poi la seconda, poi la terza. Era un buco profondo, con pareti inscalabili. All’uscita c’era una parete sotto alla quale passava l’acqua, con un accenno di sifone. Il volonteroso Guido s’immerse nell’acqua fetida e stagnante, passò sotto al ponte, risalì dall’altra parte (III grado) e sistemò la corda su un chiodo fisso. Gettò poi il capo che noi ancorammo a una vistosa clessidra. Dopo il mio passaggio e quello di Gabriele, lasciammo lì lo spezzone per il ritorno.

Monte Fraili (Aggius), parete ovest. Vi si svolge Quattro Mosche di Velluto grigio (1a ascensione), 22 maggio 1981.

Poco oltre si alzava la grande parete ovest di Punta Cucuttos, la nostra meta. Mezzo chilometro, dapprima a placche abbattute e lisce, intervallate da qualche muretto e qualche cengia erbosa, poi una muraglia verticale. Neppure leggendo la relazione, poi accuratamente stilata al furgone, riesco ad avere ricordi precisi di quella giornata, assai calda anche se siamo stati parecchio all’ombra. A un certo punto, già in alto, calammo Guido che si era dimenticato gli occhiali alla sosta precedente. Ormai nei pressi della vetta ci colpì il sole, la sete diventava insopportabile. Ricominciò il ritornello “viva viva la galera, ecc.”, ricominciammo a vivere una volta raggiunto il grande canalone di detriti e macchia che delimita a destra l’enorme parete. Lì eravamo di nuovo all’ombra. Al fondo eravamo ancora al Riu Flumineddu, bevemmo quella poca acqua che avevamo lasciato là di riserva, senza ovviamente neppure assaggiare quella delle pozze stagnanti. Dopo di che, al sole, risalimmo lenti e stanchi fino al Nuraghe Mereu e oltre, fino al campo.

Monte Fraili (Aggius), parete ovest. Gabriele Beuchod sulla grande cengia di Quattro Mosche di Velluto grigio (1a ascensione), 22 maggio 1981.

Roberto e Lella erano andati a fare un giro a caccia di grotte, Monica e Nella avevano fatto tutto il giorno conversazione all’ombra delle grandi querce. Avevano anche preparato una tavola imbandita. Nessuna traccia dei pastori della sera prima.

Alessandro Gogna assicura Roberto Bonelli su Pettine di Granito, Monte Pinna (Aggius), 1a ascensione, 23 maggio 1981.

Eravamo stanchi e disidratati. Guido e Gabriele fecero per buttarsi sull’acqua e sul vino, io però gli ordinai di non bere vino e non mangiare nulla fino a che non avessimo finito con la relazione tecnica di Viva viva la Galera. Già erano imprecisi di loro… con il Monica in corpo meglio non pensarci! Non era crudeltà, era solo la mia sopravvivenza come futuro autore del libro.

Il 21 ci avviammo tutti e sette verso la Gola di Gorropu e la traversammo interamente (recuperando il nostro spezzone di corda, naturalmente). Al primo pomeriggio eravamo arrivati al ponte sa Barva.

Roberto Bonelli sulla 3a L di Pettine di Granito (1a ascensione), Monte Pinna (Aggius), parete sud-ovest. 23 maggio 1981.

Monte Limbara e Monti di Àggius
«Tutto il monte appare tinto di vecchio avorio. Là dove gli agenti di degradazione esterna trovarono minor resistenza esso è sconvolto in un caos di blocchi traforati e cariati in volumi enormi: dove il granito meno sofferse risulta irto di schegge e di lame alternate a lastroni sospesi od accavallati in miracolosi equilibri e là dove il vento accumulò un po’ di terra, dove un seme è riuscito a germogliare, sono viluppi inestricabili di rovi, grovigli di spini che contendono qualsiasi avanzata, o muschiosi stillicidi che rendono lubriche le superfici e impediscono la presa (Guido Cibrario) ».

Alessandro Gogna sulla 4a L di Pettine di Granito (1a ascensione), Monte Pinna (Aggius), parete sud-ovest. 23 maggio 1981.

È il regno incontrastato del granito: il Monte Limbara, massima elevazione della Gallura, si veste di un paesaggio estroso e bizzarro: l’azione del vento ha smerigliato le rocce, smus­sandone i contorni. Scomparsi da tempo il cervo, il muflone, l’aquila reale e l’avvoltoio degli agnelli, rimangono il falco pellegrino, lo sparviero, la pernice sarda, mentre nelle boscaglie di leccio ci sono ancora cinghiali, lepri, conigli selvatici e volpi. Ma al di sopra di questo rimasuglio di condizioni ambientali antiche, il terreno attorno alle masse granitiche emergenti è formato dalle sabbie accumulate per de­gradazione atmosferica delle stesse rocce. Perciò il terreno è coperto da una gariga caratteristica con ginestra, timo ed erba barena. A ciò si aggiunga il rimboschimento artificiale mal fatto, la costruzione della strada, gli impianti militari e televisivi ed ecco come il quadro cambia improvvisamente dopo milioni di anni.

Guido Azzalea all’uscita di Gocce di Vento (1a ascensione) sul Monte della Crocetta (Aggius). 22 maggio 1981.

Quel 22 maggio Monica e Guido si scatenarono, aprendo sul Giugantino tre itinerari di un centinaio di metri ciascuno: Triomphe de brocs, Aspirina e Rasoio bucato. Poi, non contenti, seguirono me e Lella che avevamo appena salito Lungo il Guinzaglio alla Punta sa Berritta. Questa è un torrione a fungo: la vetta, strapiombante da ogni lato, era inscalabile con mezzi tradizionali. Pensammo di gettare una corda da un lato all’altro, poi rinunciammo. In tempi più recenti qualcuno l’ha fatto, lasciando in vetta uno spit.

La visita mi aveva soddisfatto, così ci spostammo ancora in giornata verso i Monti di Àggius.

Il Monte de Mezu (a sinistra) e il Monte Sozza (al centro) da est (M. Crocetta, Aggius). Poi la Punta Capraia, Punta Campo Caldoso, Punta del Falco. Ben visibile il taglio di un blocco di granito. Clicca per ingrandire.

«Quale meraviglia invece, quando dopo le lunghe, snervanti attese di una schiarita, nelle persistenti nebbie del novembre, vidi un giorno profilarsi sul margine nord dell’altopiano, un’altra catena di monti, parallela allo Stretto, una serie di fantastiche torri e di esili guglie, sorgenti da aspri dossi di cupe boscaglie, dalle altezze assai modeste, è vero, in confronto del Limbara, ma dalle forme tanto più ardite e pro­vocanti, attorno alle quali si torcevano in pazze volute i vapori fumiganti sopra l’e­terna agitazione del mare di Bonifacio (Guido Cibrario) ». Così apparvero all’alpi­nista piemontese le montagne di Àggius .

Monte Fraili, parete sud-ovest. Alessandro Gogna (assicurato da Roberto Bonelli) apre Poesie per Maiali, 1a ascensione, 24 maggio 1981.

In serata con Gabriele salimmo la parete ovest del Monte Fraili, cinque lunghezze stupende con un passo in artificiale, Quattro Mosche di velluto grigio, mentre Guido e Roberto superarono Gocce di vento all’anticima del Monte Crocetta. Il giorno dopo, solita divisione di compiti: con Roberto salgo Pettine di Granito, sulla parete sud-ovest del Monte Pinna, e subito dopo, con Nella, la via normale al Monte Crocetta. Nel frattempo Guido, Gabriele e Monica s’impegnarono su Sussurri e grida al Monte Fraili, parete sud-ovest: un tetto fratturato da una fessura a incastro impedì la salita a Monica, che venne perciò calata alla base. I due, scatenati e con il mio lieto consenso, si trasferirono al Monte Pinna per fare la parete sud-ovest con Onde di pietra, altra stupenda via che li impegnò per il pomeriggio.

L’abilità nell’arrampicare in fessura di Gabriele Beuchod era leggendaria. Qui lo vediamo mentre sale “a suo modo” la Fessura Kosterlitz (valle dell’Orco), giugno 1982.

Il 24 la campagna riprese. Non avremmo potuto mai fare tutto quello che ci appariva bello, ma ci provavamo. Con Roberto salii Poesie per Maiali alla parete sud-ovest del Monte Fraili, poi con Nella Sospesi e varie alla cresta sud-est del Monte de Mezu; intanto i “risolutori” Guido e Gabriele avevano liquidato la parete est del Monte Sozza con Lo zerbino e si apprestavano a salire l’estetico Monte Pulchiana. Sulla cresta nord di questo rilievo arrotondato e caratteristico era salito Cesare Maestri da solo tanti anni prima. Altra esplorazione era stata fatta da Ivo Mozzanica sulla cresta sud-ovest nel 1975. Guido e Gabriele salirono dunque I grandi laghi, risolvendo la parete ovest.

Gabriele Beuchod sul passo di VII+ della 2a L di Sussurri e Grida (1a ascensione) sul Monte Fraili, parete sud-ovest. 22.05.1981

La sera eravamo riuniti per la cena e c’era un’aria di grande allegria. Nel buonumore generale ci fu la “confessione”.

Dovete sapere che l’unica grande tanica di 30 litri era mia e la tenevo nel mio pullmino. Tutti potevano servirsene alle soste e ai campi. La tanica era dotata di piccolo rubinetto ma a volte era più comodo prendere l’acqua direttamente dal bocchettone in alto, specie se si voleva riempire una pentola per fare la pasta. Per fare questa semplice manovra bisognava svitare il tappo ed estrarre l’ulteriore tappino di plastica che era dentro a pressione. Indi inclinare la tanica, versare… e poi, cazzo, richiudere! Prima mettendo il tappino, poi avvitando il tappo.

Sussurri e Grida (Monte Fraili, parete sud-ovest), prima ascensione. Gabriele Beuchod in sosta assicura Guido Azzalea impegnato sul passo chiave. 23 maggio 1981.

Bene, questa semplice operazione sembrava troppo difficile per le rudimentali menti dei miei compagni. Mi era capitato più volte di non trovare il tappino al suo posto. Questo provocava sfuriate incazzose da parte mia. Successe almeno tre volte, poi misteriosamente il tappino riappariva.

– Dov’è il tappino, cazzo! Non partiamo da qui finché non salta fuori! Siete una banda di decerebrati.

– Ragazzi, cerchiamo il tappino se no il capo sclera! – dicevano a turno.

Ebbene quella sera confessarono che lo facevano apposta.

– Sai, capo? Volevamo nasconderlo tutte le sere, c’era solo Nella a impedircelo…

Ornella Antonioli su Sospesi e Varie, 1a ascensione, cresta sud-est del Monte de Mezu. 24 maggio 1981.

Capo Testa e la Stalla
Dopo aver fatto un po’ gli scemi a Capo Orso, con foto improbabili, dirigemmo a Capo Testa. Sapevamo che era la nostra ultima tappa.

Guido e Monica a ripetere Uccellacci uccellini, la bella via di Merizzi. Io con Nella su Lama tagliente, storica via di Paolo Masa. Altra ripetizione, Roberto, Gabriele e io, su Il Collo dell’Ortelli. Gabriele non fece a tempo a scendere che già si legava con Guido per salire una bellissima fessura nuova e difficile, Il cammino del Capo. Mentre Guido assicurava Gabriele e io facevo foto ecco arrivare un capellone nudista.

– Aò, ndo ‘nnate? Aò, che ffate? A scalà? Ma stamo qua, ce stamo appià er sole… ignudi!

Alessandro Gogna sulla 2a L di Lama Tagliente, 2a ascensione, Parete di Luna (Capo Testa). 25 maggio 1981.

Non erano quelle le tentazioni che ci seducevano. Era la fine del viaggio, il giorno dopo saremmo partiti. Ci voleva una cena, finalmente in un ristorante. In serata approdammo alla Stalla, nell’aperta campagna di Marazzino, vicino a Santa Teresa di Gallura.

“La Stalla… un nome proprio adeguato a noi!” commenta oggi Roberto.

Così ricorda Guido: «Nella tua “magnanimità” ci hai offerto una sontuosa cena, il proprietario ci chiese subito cosa volevamo bere e io e Gabriele volevamo fare gli sboroni”.

Ornella Antonioli sulla 3a L di Lama Tagliente, 2a ascensione, Parete di Luna (Capo Testa). 25 maggio 1981.

Monica ricorda una specie di partita a tennis giocata tra i quattro maschi, parole che forse nascondevano significati a lei ignoti, doppi sensi, punzecchiature. Forse tutti i nodi della convivenza venivano al pettine e l’alcol disinibiva. Le bottiglie si accumulavano su un tavolo a lato, vuote. Eravamo i soli nel locale, il tono di voce era ai massimi, pure il testosterone dei maschi alfa.

Capo Testa, Alessandro Gogna su Il Collo dell’Ortelli, 25 maggio 1981.

A fine cena arrivò il padrone, Nino Bonazza. Era alquanto stupito del numero delle bottiglie morte, ed era deciso a finirci. Ci offrì del filu ‘e ferru, con la raccomandazione di berne poco. Ci sentimmo provocati e non andammo per il sottile. Roberto e Monica si contendevano la “scarpetta” dal piatto di portata.

– Come sei pallido! – osservò Roberto quando vide Guido che cercava di alzarsi.

Roberto Bonelli e Gabriele Beuchod (in sosta) sulla 2a L del Collo dell’Ortelli, 2a ascensione, Parete di Luna (Capo Testa). 25 maggio 1981.

Guido disse che voleva pisciare e barcollando si avviò verso l’esterno: nella caduta mancò la porta e infranse clamorosamente l’intera vetrata. Fortunatamente non si ferì ma probabilmente si pisciò addosso. Il Bonazza accorse preoccupato, come noi del resto. Una volta in piedi capimmo anche noi a che livello eravamo. Fu Nella a trattare con il proprietario per i danni, pagando il conto. Ridevamo tutti come deficienti, avevamo contagiato anche il padrone, ormai rimborsato.

– Voi però adesso non guidate… e vi fermate qui! – ci raccomandò.

In effetti non eravamo in grado. Io non lo ricordo, ma dicono che nella notte sia uscito dal pullmino in mutande urlando per via dei ragni.

– Siamo pieni di ragni!

Roberto Bonelli (assicurato da Alessandro Gogna) sulla 2a L del Collo dell’Ortelli, 2a ascensione, Parete di Luna (Capo Testa). 25 maggio 1981. Foto: Gabriele Beuchod.

Roberto, nel tentativo di uscire dall’air camping, riuscì a ribaltare a terra la tenda con dentro Lella. Nessun ferito, ma tenda inservibile. Dormirono fuori.

Al mattino eravamo ancora in vena di cazzate. Guido, vestito interamente di bianco, tappò con la suola il tubo di scappamento del furgone nigeriano di Roberto: e quando lo tolse si ritrovò annerito da capo a piedi!

Alessandro Gogna sulla 3a L del Collo dell’Ortelli, 2a ascensione, Parete di Luna (Capo Testa). 25 maggio 1981.

Guido Azzalea, nato ad Aosta il 10 agosto 1957: l’avevo conosciuto a Finale Ligure un pomeriggio in cui, scalando la fessura Machetto a Monte Cucco, ripeté decine di volte la frase “din-don, si avvisano i signori alpinisti che Marco Lanzavecchia non è un uomo”. Per tutto il viaggio ha continuato a sparare cazzate, trovando degna spalla in Gabriele.

– Le cose le abbiamo fatte per noi, non ci ponevamo il problema di cosa avrebbero detto gli altri… non ci prendevamo sul serio… è perché abbiamo fatto i cazzoni che adesso sono così pieno di ricordi… c’erano la natura e le arrampicate lunghe, il concetto di falesia non esisteva, neppure per gli altri… eravamo rispettosi della gerarchia chiamandoti capo, c’era una missione… e siamo stati ligi al tuo comandamento di non dare fastidio alle signorine sarde – dice oggi Guido. Che è poi diventato guida alpina, si è sposato, si è riprodotto (Martina). È stato per tanti anni il presidente dell’Unione valdostana guide di alta montagna.

Gabriele Beuchod, nato a Settimo torinese, il 25 gennaio 1960 era una forza della natura, particolarmente dotato nell’arrampicata in fessura. Sono sue parecchie vie in Valle dell’Orco ancora oggi assai temute. Diventò poi aspirante guida nel 1982 e guida alpina nel 1986. Esercitava a Gressoney, e all’inizio si aiutava lavorando agli impianti di sci e facendo disgaggi. Sposato con Mary Chiara, ebbe due bambine, Marta che oggi ha 24 anni e Matilde, 20. Trovò la morte sul Cervino, colpito da un fulmine mentre guidava un cliente sulla via normale italiana, il 12 agosto 1998. Sembrava, anche fisicamente, Pippo, l’amico di Topolino. Ma dietro l’essenza di uomo semplice e l’apparenza scoordinata c’erano tanta dolcezza e grande generosità. Così lo ricorda la moglie: «Non ha mai posseduto nulla se non i suoi sogni, ma era capace di sognare così forte da renderli reali, meravigliosi, e trasmetterli a tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui…».

Gabriele Beuchod in località non precisata, Sardegna, 1981. All’interno del furgone “nigeriano” è Marco Bernardi. Foto: Guido Azzalea.

Monica Mazzucchi, nata a Lanús (Argentina) il 15 luglio 1955, da genitori italiani, rimase laggiù otto anni. Si incontrò con Ivan Guerini alle scuole superiori e questi subito le fece “una testa così” sulle sue arrampicate. Ha poi lavorato per me in K3PhotoAgency dal 1989 al 1994. Si è sposata con Ivan, vive a Milano e attualmente cura i contatti con i clienti per una società di consulenza commerciale.

Roberto Bonelli, nato a Cuneo il 17 aprile 1954, al momento del viaggio viveva di espedienti, in bilico tra la soglia di povertà e momenti di opulenza. Affetto, come dice lui, da sindrome della sincerità, mi ricorda come quasi da tutti io fossi visto come una persona antipatica. Trovava che la mia quasi perenne incazzatura fosse in realtà il mio valore aggiunto, avendo a che fare appunto con una banda di “giovani stolti, illetterati e semianalfabeti”. Il suo snobismo raggiungeva vette inaudite quando si trattava di sardi. “Hai notato il grande spazio tra il naso e il labbro superiore? Lì una volta c’erano le zanne…” diceva. In seguito si dedicò parecchio alla canoa, diventandone anche apprezzato istruttore. Ha continuato saltuariamente ad arrampicare e per anni ha condotto un avviato negozio antiquario a Torino. Roberto è mancato, per un tragico incidente in discesa da Spit on cup sulle placche de la Draye (Ailefroide), il 10 settembre 2016.

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Il Lamento della Civetta ultima modifica: 2022-06-10T05:26:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “Il Lamento della Civetta”

  1. Tra  i nuraghe Mereu oltre a questo di Orgosolo c e molto particolare con annessa quasi immancabile tomba dei giganti  quello di Sarroch nel Cagliaritano .
    Come sempre racconto cólto con profumi dei primordi  ed essenze esilaranti il tutto condito da foto bellissime …grazie!? 

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