Il Pilastro nord-ovest del Pizzo Céngalo

Di recente mi sono imbattuto nelle storie di vita di due alpinisti di cui si sa così poco che molti storici dell’alpinismo non conoscono nemmeno il loro nome di battesimo.
Hanno scalato le vie più difficili del loro tempo. Nel 1991, Ronald Binnebösz e io abbiamo ripetuto la loro impresa più importante, il pilastro nord-ovest del Piz Céngalo che avevano scalato per primi nel 1937. I loro nomi sono per sempre legati a questa via: la Gaiser-Lehmann.

Il Pilastro nord-ovest del Pizzo Céngalo
di Robert Eckhardt
(pubblicato su Bergen Magazine)
Foto di Robert Eckhardt

Val Bregaglia, luglio 1936. Due uomini in moto scendono con cautela una strada di valico verso il villaggio di Promontogno, nella meravigliosa e quasi mediterranea Val Bregaglia. Sul retro ci sono due giovani donne e dietro di loro gli zaini e le tende stivate. È l’estate del 1936. Il maggiore dei due giovani tedeschi, Fred Gaiser, scrive: “Wie die süsse, gereifte Frucht am Baum – neue Pläne werden erwogen – man möchte den Himmel stürmen (Come il frutto dolce e maturo sull’albero – si pensa a nuovi progetti – si vuole prendere d’assalto il cielo)”. Lui e il suo amico Bertl Lehmann dovevano essere molto fiduciosi. Entrambi si erano resi conto di poter competere con le migliori cordate d’Europa, perché nel 1935 avevano effettuato la seconda salita di quella che allora era la via più difficile e più lunga delle Alpi, l’Integrale della Cresta di Peutérey sul Monte Bianco. Si imposero anche sulle pareti dolomitiche.

Robert sul Pilastro del Céngalo. Foto: Ronald Binnebösz.

Per questi quattro giovani deve essere stata la vacanza più bella della loro vita. Fred si era appena sposato con il suo grande amore Hede, che era stata sua compagna di cordata in molte escursioni dolomitiche. Bertl aveva portato con sé la fidanzata Liesel, che avrebbe sposato l’anno successivo. Vecchie foto mostrano come si godessero il campeggio nella valle e gli immensi giganti di granito che la sovrastano. Insieme, si prepararono per la camminata verso il rifugio Sciora. Lì Fred e Bertl realizzarono, tra l’altro, l’ottava salita del difficile e affilato spigolo della Sciora di Fuori, ancora oggi un’ambita classica estrema. Sopra il rifugio Sciora si trovano altre pareti mitiche, e la più allettante sembrava essere l’imponente Pilastro del Céngalo, alto più di un chilometro.

E c’è anche la parete nord-est del Pizzo Badile! Entrambe non erano mai state scalate prima.

Robert sul Pilastro del Céngalo. Foto: Ronald Binnebösz.

Céngalo, 15 luglio 1937
Quando Fred e Bertl arrivarono al rifugio Sciora l’anno successivo, il 12 luglio 1937, due cordate italiane erano già lì con l’obiettivo di salire per prime la parete del Badile.

Bertl scrisse sulla rivista Der Bergsteiger (1): “In realtà volevamo fare la parete nord-est del Pizzo Badile, ancor prima di provare il Pilastro del Céngalo”. Il giorno successivo hanno effettuato un’arrampicata impegnativa. Il giorno ancora seguente, il 14 luglio, gli italiani, guidati da Riccardo Cassin, iniziarono la parete nord-est del Badile. Bertl scrive: “Per il momento abbandoniamo il nostro progetto di farla”. Il 15 luglio Fred e Bertl iniziarono la loro avventura. Attraverso il Ghiacciaio del Céngalo, hanno raggiunto l’attacco del Pilastro del Céngalo. È sorprendente che avessero le scarpette da arrampicata sportiva.

Bertl: “Wir vertauschen schon hier unsere Nagelschuhe für den Kletterschuhen (Qui sostituiamo gli scarponi chiodati con le pedule d’arrampicata)”. Ben presto si trovarono alla pari con gli italiani che salivano la prospiciente parete nord-est del Badile.

Da sinistra, Liesel Lehmann, Hede e Fred Gaiser, Bertl Lehmann

Fred e Bertl sentivano persino il rumore dei loro colpi di martello. Nel pomeriggio il tempo peggiorò. Fortunatamente riuscirono a scalare la via in un solo giorno. Dall’altra parte, Cassin e i suoi erano ancora in parete. Lentamente lì, nella roccia bagnata e ghiacciata, cominciò a svolgersi il dramma che rese la parete del Badile famosa in tutto il mondo.

Fred e Bertl passarono la notte nel rifugio Gianetti, situato sul versante meridionale: “In der Nacht fiel starker Regen. Uns bangte um das Schicksal der Italiener (Durante la notte è caduta una forte pioggia. Abbiamo temuto per la sorte degli italiani)”. Il giorno dopo tornarono alla capanna Sciora. Si diressero verso il Badile per vedere se potevano mettersi in contatto con gli italiani. Non sentirono nulla.

Anche al rifugio Sciora la pioggia si era trasformata in neve pesante che cadeva fino a bassa quota. In alto sulla montagna, gli italiani stavano combattendo per la loro vita.

Ronald sul Pilastro del Céngalo. Nello sfondo, la Val Bregaglia.

Céngalo, 18 settembre 1991
Non c’è montagna da cui sono tornato così spesso senza successo come dal Céngalo.

Con Joyce Heckman, per due volte avevo preparato dei progetti che sono stati sventati da scariche e frane. Nel 1989, Ronald Binnebösz e io ci siamo diretti una volta verso il pilastro nord-ovest; un temporale ha messo fine al nostro sogno.

Settembre è il mese migliore per l’arrampicata. Ronald e io non potremmo essere più d’accordo. I tentativi falliti sul Céngalo sono stati dimenticati. Oggi ci troviamo sulle lastre di granito del suo possente pilastro. Quasi non fossimo stati di nuovo qui, ancora di settembre.

Quest’estate sembra che tutto il ghiaccio delle Alpi si sciolga: il Ghiacciaio del Céngalo si è ritirato di molto. Alla base del pilastro, un profondo crepaccio a canyon sbadiglia. Riesco a fare il primo tiro solo dopo aver sceso una lunghezza di corda attraverso il ghiaccio e poi essere riemerso arrampicando su roccia marcia e umida per tornare al livello di Ronald. Queste prime lunghezze di corda sono inquietanti: dita fredde, roccia bagnata, roccia infida e appigli sabbiosi. Solo quando emergiamo dalla sezione inferiore, simile a una parete, sulla vera e propria cresta del pilastro, ci rendiamo conto di quanto il selvaggio Ghiacciaio del Céngalo sia impressionante visto da sopra, pieno di crepacci. La gioia di arrampicare è tornata e la nostra mente non è più concentrata sulla sopravvivenza nell’ambiente ostile all’uomo sotto di noi, ma solo sul mantenimento dell’equilibrio. Assaporo il pensiero che siamo qui solo grazie alla nostra tecnica di arrampicata.

Ronald sul Pilastro del Céngalo, in alto sopra il Ghiacciaio del Céngalo.

Soli
Siamo soli in una delle vie più famose della Val Bregaglia. Di fronte a noi c’è la massiccia parete nord-est del Badile, ancora più famosa, anche per i tragici eventi della prima salita degli italiani nel 1937. Indico a Ronald la via di Riccardo Cassin su quella parete, che ho salito dieci anni prima. Improvvisamente il nostro respiro si ferma. Vediamo due scalatori.
È difficile immaginare di arrampicare lì, tanto sembra scivoloso e ostile.

E comunque, anche quello che c’è dopo sembra impossibile”, dice Ronald, guardando in alto. Anche Bertl Lehmann la pensava così: “Unmöglich scheint es auf den ersten Bild (A prima vista sembra impossibile)”. Mentre inizio la lunghezza successiva, Ronald mi dà un altro suggerimento: “Fai finta di essere il primo salitore, dimentica la descrizione della via, segui il tuo istinto”. Su questo tratto circolano storie assurde: numerose cordate, anche famose, si sono perse qui perché tentate dal terreno più facile a destra della cresta del pilastro. Un po’ teso, allora, salgo in una direzione indefinita, dove il pilastro è più ripido e la roccia sembra più difficile. Con le mie scarpette d’arrampicata sportiva, anche queste lastre perdono il loro aspetto scoraggiante.

Nessun chiodo mi indica la strada e mancano i punti di riferimento. Mentre salgo le lunghezze di corda successive, mi viene in mente il fascio di vecchi chiodi appesi su una parete del rifugio Sciora. Sono forse di questa via? Di tanto in tanto riesco a usare un friend o un dado. Uno, a volte due: non si può fare di più, non serve di più. Saliamo una lunghezza di corda dopo l’altra, tranquilli perché il tempo non può guastarsi e non dobbiamo temere la facile discesa. Come Bertl e Fred 54 anni prima, Ronald e io raggiungiamo la cima del pilastro alle cinque del pomeriggio e, come loro, scendiamo per la cresta ovest fino al rifugio Gianetti.

In alto sul Pilastro: le difficoltà sono sotto di noi. Con gli scarponi, proseguiamo su terreno di secondo e terzo grado.

Soglio, 17 luglio 1937
Bertl e Fred scesero dalla capanna Sciora quel giorno e si recarono a Soglio dove si godettero la vista del Badile e del loro Pilastro del Céngalo. Solo allora seppero di Molteni e Valsecchi, morti per sfinimento dopo l’odissea di tre giorni sulla parete del Badile durante la discesa.

Quello che era iniziato in modo così pacifico e idilliaco con le loro amate nel 1936, ebbe un finale drammatico e triste. Bertl concluse il suo racconto su Der Bergsteiger con queste parole: “Sei mesi dopo ricevetti la tristissima notizia che il mio buon compagno era morto in seguito a un incidente stradale. Non lo dimenticherò mai”.

La Seconda Guerra Mondiale iniziò nel 1939. Bertl Lehmann fu inviato in Russia come soldato. Fu catturato e rilasciato solo il 2 novembre 1949. Non era più la stessa persona: ebbe un incidente mortale nel 1952, quando gli si ruppe un ancoraggio di corda.

Non dimenticherò mai la storia di Fred Gaiser e Bertl Lehmann. Cosa sarebbe successo se quel 12 luglio 1937 gli italiani non fossero stati al rifugio Sciora per scalare la parete nord-est del Badile? Bertl e Fred sarebbero stati senza dubbio in grado di fare quella parete. Inoltre, non avrebbero dovuto portarsi dietro la debole squadra Molteni-Valsecchi. Cassin lo ha fatto, e questo è costato agli italiani almeno un giorno: il giorno in cui la bufera di neve è diventata fatale per Molteni e Valsecchi. Allora, oggi, Gaiser e Lehmann verrebbero citati alla stregua degli altri primi salitori delle “sei grandi pareti nord delle Alpi”.

Nota
(1) Bertl Lehmann, Céngalo-Nordwestkante, Der Bergsteiger, n.8-1938.

La scheda
La via: Piz Céngalo 3370 m, pilastro nord-ovest, 1100 m. TD, V+, 25-29 lunghezze di corda, 8-10 ore. Spesso non è possibile all’inizio della stagione a causa delle condizioni del Ghiacciaio del Céngalo e della crepaccia terminale.
Punto di partenza: rifugio Sass Furà 1904 m. Sebbene la parete nord-est del Badile sia tecnicamente più difficile, il Pilastro del Céngalo è considerato un’impresa alpinistica superiore.
Guide: Solo granito, Masino-Bregaglia-Disgrazia, Mario Sertori, Versante Sud.
Carte: Carta nazionale della Svizzera, f. 1296, Sciora, 1:25.000.
Fonte: Ein Dreigestirn der Klettergilde Battert. Ein Beitrag zur süddeutschen Klettergeschichte der 1930er Jahre, di Bertl Lehmann, Fred Gaiser e Hans Moldenhauer, pubblicato dalla DAV Sektion Freiburg/Breisgau, 2014.

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Il Pilastro nord-ovest del Pizzo Céngalo ultima modifica: 2024-05-19T05:23:00+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Il Pilastro nord-ovest del Pizzo Céngalo”

  1. Nel 1984 eravamo all’attacco della via della Linea Bianca sulla nord -est del Pizzo Badile. Vedevamo una  cordata  nei pressi della crepaccia terminale del pilastro del Cengalo, quando improvvisamente, venne giù un grossa scarica di ghiaccio e sassi. Grida e fuggi fuggi , li demmo per spacciati invece la fortuna volle che nessuno fu colpito. Ritornata la calma e passata la paura (anche la nostra per loro)  li vedemmo attaccare la via. L’attacco dela pilastro è un luogo sicuramente pericoloso.

  2. Gran bell pezzo,
    ben scritto e dettagliato talmente scorrevole che alla fine lo rileggi! C è tutto; atmosfera, storia,pathos,solitudine,ambizione e competizione assieme al destino.
    In una parola: Alpinismo!
    standing ovation

  3. Ho salito con un compagno di Chiavenna, Stefano, questa via penso tra il 1985/90 , in un estate caldissima.
    La ricordo come una piacevolissima interminabile cavalcata . Non se ne legge qualcosa spesso e mi ha piacevolmente sorpreso questo bellissimo racconto. 
    grazie

  4. Mi domando se dopo la frana di qualche anno fa la via è rimasta invariata e se qualcuno l’abbia riprovata per confermarlo

  5. Scalai ancora molto giovane, a distanza di due giorni nel lontano 1968 , la Cassin al Badile e la N.O. del Cengalo. Confesso che trovai più impegnativa la seconda della prima, checché se ne dica oggi. La Cassin era ben chiodata, sul  Cengalo credo che trovammo solo 5 chiodi di protezione e non ne mettemmo nessuno. Ci dissero che prima di noi la via era stata ripetuta solo da Bonatti, non so se fosse vero. Forse la mia impressione fu dovuta al fatto che quella fu la prima volta in vita mia che misi le mani sul granito e che mi trovai di fronte a quelle placconate sprotette avendo ai piedi gli scarponi rigidi, la qual cosa mi mise molto a disagio. Questo per dire come nel tempo le  valutazioni possono mutare in rapporto alle diverse condizioni di arrampicata.

  6. Metà anni ’80, dal Sasc Furà all’attacco con le scarpette e sopra lo scafo dei Koflach bianchi di plastica. La discesa ai Bagni pure. 

  7. Come il frutto dolce e maturo sull’albero – si pensa a nuovi progetti – si vuole prendere d’assalto il cielo.
     
     
    Solo questa frase vale il racconto.

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