Il privilegio dell’emarginazione

Il primo inverno di quest’anno
di Marcello Cominetti
(pubblicato su marcellocominetti.blogspot.com il 7 aprile 2021)

Il 21 dicembre dell’anno precedente inizia l’inverno se sei già oltre il 31 di quello stesso mese di quello stesso anno. Solo 10 giorni se ne stanno nell’anno scorso ma inizia a fare freddo a novembre e il freddo autunnale è il più penetrante perché l’aria è umida. Dicembre e gennaio sono quelli del gelo, dal sole basso e fugace, sulla neve che scricchiola sotto le scarpe anche a sud.

Quando l’inverno termina sul calendario, come è successo oggi, gli uccelli cantano già da qualche giorno la mattina presto e nell’aria c’è, per la prima volta di quell’anno, l’odore del bosco che prima era sincopato dal freddo che ne impediva l’espandersi. La primavera in montagna è impercettibile e prepotente, a seconda dell’ora della giornata. Il freddo intenso dell’alba lascia velocemente spazio al tepore infuso da un sole che si alza alto nel cielo descrivendo una parabola che ogni anno sembra sempre più ampia.

Uscendo dalla Val Setus (gruppo di Sella)
In Alpago. Foto: Marco Garbin.

E’ la nostra voglia di calore che ce la fa vivere così, perché in realtà la parabola è sempre la stessa.

In quella ci insinuiamo con i nostri sci, per salire e scendere dalle montagne. Un sottile gioco del calcolo di esposizione, orario, pendenza e della nostra velocità, complica piacevolmente le cose. Lo scialpinismo, attività alpinistica primaverile per eccellenza, è l’ interpretazione di una natura in veloce metamorfosi giornaliera. Se la si sa interpretare si può parlare di una certa sicurezza nel percorrere le montagne, perché le valanghe se ne stanno ferme nel gelo e semmai si mettono in moto nelle ore più calde. Nel freddo dell’inverno nessuno sa con la stessa esattezza cosa succede all’interno del manto nevoso. Non si può mai essere sicuri di un bel niente.
Il più grande dei pericoli della montagna innevata si può in primavera gestire con regole elementari, ma che non sono così semplici. Contraddizioni apparenti che rendono questa attività molto artistica e piacevole, a patto di essersi preparati a fondo e considerare come pilastri i segnali che la natura stessa ci invia continuamente, lasciando in secondo luogo ogni altro impegno con la vita, perché in montagna con gli sci bisogna vivere, non morire. Già, ma cosa significa tutto ciò?

Monte Sief-Col di Lana. Foto: Michele Barbiero.
Giorgio Manica arriva alla seconda sosta di Stratos, Sass Dlacia, Val Badia

Una guida alpina normalmente deve gestire un’escursione mediando tra capacità e gusti del cliente, ora a cui l’hotel serve la colazione, distanza eventuale in auto da percorrere, tempi di preparazione pre-partenza, dimestichezza con l’attrezzatura e umore di quest’ultimo. E nel frattempo là fuori e lassù la neve fonde, gela, slitta, si contorce nei movimenti della distruzione del cristallo influenzati da milioni di fattori di cui noi “esperti” ne conosciamo sì e no una decina. Ce n’è di strada da fare, anche oggi con l’aiuto della tecnologia, ma ancor più davanti alle punte dei nostri sci, nella costante tensione dell’agire, riuscire, soddisfarsi, impegnarsi quanto si può e tornare a valle incolumi e magari col sorriso.

Pausa sarda. Fabrizio De André vive.
Michele Barbiero giù dalla Forcella del Lago (gruppo di Fanis)

Tutto questo, così come l’ho descritto, non è accaduto quest’inverno, il primo del 2021. Il motivo è stato quello della mancanza di lavoro da guida. Ma ogni cosa ha un risvolto positivo, anzi, sovente più d’uno.
Le montagne senza gente, la tanta neve di questa stagione e gli amici.
Sì, gli amici. I miei sono quasi tutti guide come me o comunque sono persone che non hanno un lavoro di routine e quindi possono gestirsi il tempo in funzione di quanto ho detto prima, nella fattispecie, nei confronti della neve. Quindi sono state innumerevoli le gite sci alpinistiche fatte tra amici come raramente accadeva e con la possibilità di farlo praticamente ogni giorno di bel tempo. E’ così piacevole che mi verrebbe da sperare che non si torni più alla normalità di prima del Covid, ma pensando a tutto quello che questa pandemia comporta di negativo, in fondo, e per rispetto a chi soffre più di me, mi auguro che questa situazione finisca. Però ci ha dato modo di poterci frequentare a fondo e pure di fare una selezione, creando piccoli nuclei di gente che va d’accordo anche se le discussioni animate non mancano mai.

Un incerto mattino (citazione di Alessandro Gogna)
Checco Tremolada in vetta a La Varella, Val Badia

Tutte le volte che incontravo un collega era perché si andava in versi opposti e quindi, con il cliente che freme per proseguire, avevi poco tempo per scambiarti quei pareri che poi sono le informazioni più importanti sulle condizioni della montagna. Sembra una nenia ogni volta: com’era la neve? C’era ghiaccio? A che ora siete scesi? Si riesce a passare da lì? Quest’anno il ruscello è sotto la neve? E via così.
Le guide alpine si scambiano continuamente questi feedback allo scopo di sapere. Sapere sempre di più sul proprio posto di lavoro come dei normali lavoratori.
Ora queste discussioni hanno tempo di farsi e di elaborarsi con la giusta calma e questo fa bene ai nostri animi.
Ringrazio i miei compagni di gita di questo primo inverno del 2021, sperando di non dimenticarne qualcuno:

Marco, Michele, Isabel, Tommaso, Nicola, Clemente, Arturo, Sandra, Marta, Deborah, Toni, Nadia, Luca G., Giorgio, Luca, Markino, Giovanni, Arianna, Paddy, Kurt, Franz, Marco P., Nicola C., Drago Gagarin, Enrico, Silvia, Norbert, Checco T.

Mia figlia Isabel mi segue lungo l’Alpe di Fanes grande, Val Badia.
Castelletto di Tofana. Foto: Marco Garbin.

Il privilegio dell’emarginazione
di Marcello Cominetti
(pubblicato su marcellocominetti.blogspot.com il 7 aprile 2021)

Ci siamo! Gli impianti di risalita stavolta non hanno chiuso, bensì non hanno mai aperto. Sono facce della stessa medaglia. Per questo diverse. In molti hanno scoperto cose che mai avrebbero pensato esistessero. Nel bene e nel male. Il mio punto di vita privilegiato tra Civetta, Sella, Tofane e Marmolada mi fa sentire che indietro non si torna, almeno per alcuni.
Oserei dire per molti.

Mi sono sorpreso quando ho sentito dire da operatori locali che la strada su cui eravamo prima della pandemia ci stava portando alla rovina morale riempiendo le nostre tasche (le mie non tanto) e svuotando i nostri cuori. Persone che lavoravano a testa bassa tutta la stagione invernale senza neppure accorgersi che là fuori c’era il paradiso per l’anima. E ora l’hanno scoperto. Alcuni stanno pensando che “dopo” arriveranno turisti nei cui occhi si rifletterà anche la fatica felice e non solo il consumo di cose perché la giostra su cui si era saliti lo imponeva.

Via che non c’è (var.di destra) a
Cima Brenta. Foto: Francesco Franz Salvaterra.
Col mio socio giovane Franz Salvaterra sulla Cima Brenta

Non voglio con queste mie parole deridere albergatori, impiantisti e negozianti ma semmai accentuare quello che adesso è davanti agli occhi di tutti, ovvero che il turismo di montagna può sopravvivere decrescendo e ristabilendo un ordine naturale che si era perso da decenni. Le riconversioni non saranno impossibili e molto probabilmente saranno obbligate. Cerco ovviamente di vedere quello che di buono ha portato la pandemia sulle montagne dal punto di vista morale. Sono conscio che ci sono tutte le implicazioni negative, ma contro quelle possiamo fare ben poco.
E non me la prendo neppure con il Governo, come invece fanno in tanti, perché è facile criticare stando seduti al bar, quando resta aperto.

Se pochi saggi illuminati predicavano, perlopiù inascoltati, una frenata globale anche tra le vette alpine, ci siamo ritrovati da un momento all’altro di fronte a qualcosa di più grosso di una guerra. Qualcosa provocata dalla natura e la sua forza. Adattamento è il mantra necessario. Considerare la natura un nemico porterebbe a risultati ancora più nefasti.

Giù dalla Cima Loschiesuoi. Foto: Toni Bettella.
Con Marta su per la Tofana di Rozes

Cento anni fa la “spagnola” si diffondeva nelle trincee della Grande Guerra uccidendo talvolta più dei cannoni e della follia dei generali seduti in poltrona intenti a spostare confini sulle mappe. In qualche modo l’umanità ce l’ha fatta ed è riuscita persino ad organizzarsi un’altra guerra, neppure troppo tempo dopo.

Dalle mie parti nelle trincee della prima guerra mondiale ci hanno costruito le piste da sci. Nelle stagioni con poca neve basta spostarsi di poco da una pista battuta per scorgere un filo spinato o un trave di larice inchiodato spuntare dalle rocce. Che contrasto, mi sono sempre detto, quando vedo gli sciatori nei loro vestiti sgargianti e dentro le loro protezioni, dal casco alle armature paracolpi varie, aggirarsi intontiti dalla forza di gravità superata tramite una macchina, laddove un secolo fa ci si uccideva l’un l’altro vestiti di lana e impestati dai pidocchi.

Parentesi sarda. Clemente a Monte Oddeu.
In bilico, come nella vita di tutti i giorni (Monte Taè)

Forse l’uomo, da buon predatore, deve sempre sentirsi in odore di attacco e quindi deve anche difendersi. Ultimamente l’atmosfera sulle piste era un po’ così. Ma no, non voglio condannare un sistema bianco e sci- volatore nel quale ho sguazzato anch’io in qualche modo. Mica vorrei vedere tutti fuoripista o con le pelli di foca. Mio padre, a questo proposito e frenando il mio entusiasmo, mi ha sempre ricordato che è una fortuna che gli appassionati di montagna non siano poi così tanti, sennò sai che casino che ci sarebbe!?
Mi rendo conto di essere privilegiato perché vivo sul limitare del bosco in cui posso andare sempre e poi sopra ci sono le montagne, quelle ripide e rocciose, dove posso non sentirmi prigioniero dei dpcm e dove non incontro nessuno o quasi.
In questa stagione ho ritrovato gli amici ai quali non potevo dedicare il tempo che avrei voluto perché dovevo lavorare e riposarmi. E lo stesso è per loro.

La neve è abbondante e la stagione dello sci durerà ancora mesi, fino ad accavallarsi con quella dell’arrampicata.

Ce ne stiamo quassù dove non ci sono cinema, musei e teatri, che in città ora sono chiusi, a guardare e vivere la natura, senza sforzi che non siano quelli necessari a fare salire gli sci con sotto le pelli di foca. Per poi ritornare sulle nostre tracce quando si scende. Certo che siamo proprio degli stupidi. O no?!

11
Il privilegio dell’emarginazione ultima modifica: 2023-01-30T05:27:00+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “Il privilegio dell’emarginazione”

  1. Franceschi hai perfettamente ragione. Mi consolo leggermente perché in tutto questo c’è stato qualcuno, nativo della zona in cui vivo, che ha scoperto lo scialpinismo e si è appassionato. Non lo dico perché è diventato mio cliente perché non è così.La realtà è che questi due scritti avevano preso forma perché la rivista Skialper cercava un editoriale appropriato al clima dell’era covid. Io volevo scrivere tra le righe la mia contrarietà al vaccino ma non ci sono riuscito e comunque lo scritto mi è stato, con una mia certa soddisfazione, bocciato e, anzi, il direttore della rivista non si è neppure più fatto sentire.
    Capisco che una rivista patinata debba obbligatoriamente usare sempre toni entusiastici ma in quell’epoca c’era poco da fare i perfettini, cosa che di certo io non sono mai stato.
    Il mio intento era di scrivere qualcosa di anarco-insurrezionalista perché comunque io nell’inverno 2021 mi sono divertito come non mai nella vita e mi sembrava ingiusto che qui in montagna ci fosse un tacito liberi tutti (sancito anche dalle forze dell’ordine locali) mentre in città si viveva imprigionati col cervello slavazzato dagli “eroi” televisivi.
    Io sono ancora incazzato perché il nostro Stato ci ha trattati come bestie costringendoci in casa e a vaccinarci tutti (io no) per potere lavorare e vivere. Volevo dire questo, ma mi sono fatto prendere dalla poesia, fanculo!
    Comunque rileggendomi quell’intento non è stato minimamente raggiunto. Il rifiuto di Skialper è dovuto probabilmente alla scarsità delle mie parole.
    Poi l’avevo proposto dal mio sito al Gognablog e forse la data di pubblicazione poteva essere antecedente a quella di oggi ma è andata così. Tutto va scemando ma non per me. Non ho più voluto prendere un impianto di risalita e per il mio lavoro di guida si traduce in un danno economico di circa l’80% in meno di volume d’affari, ma ce la farò.
    Almeno sono sereno e non sono costretto a vivere contraddizioni.
    Ho fatto l’opposto di un mio collega che anni fa mi criticava perché prendevo anche gli impianti mentre lui usava solo le pelli e da qualche anno è responsabile di un grande comprensorio sciistico dolomitico.
    Basta crederci che tutto arriva e si sistema.

  2. Questo scritto letto oggi è già datato, a distanza di pochi mesi le illusioni di quei mesi sono rimaste tali … i media soffiano sul fuoco sfruttando il bisogno di evasione della gente “comune” perpetuando i modelli invasivi del passato. La macchina speculativa è ripartita a pieno regime, si riesumato i progetti di potenziamento per nuovi impianti, nuovi alberghi, nuovi rifugi, nuove strade…  Un detto milanese dice: “i ciaccer hin ciaccer e i danee hin danee”; ovvero: le belle intenzioni  giovano quando portano un contributo in concreto .
     

  3. Caro Marcello, sentivo il bisogno di aria pura e fresca, e ho trovato le tue parole.
    Ah, che belle!
     

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.