“Ci muovevamo senza l’ansia o l’incubo delle salite che andavamo ad affrontare, anche le più severe. E soprattutto sfidavamo la montagna con gioia, con allegria...”.
Il ragno silenzioso: Romano Perego
di Giorgio Spreafico
(pubblicato su Annuario del CAI Bergamo, 2023)
Si chiamava Romano Perego, era un lecchese di Merate, Ragno della Grignetta, Accademico del Club Alpino e socio del Groupe de Haute Montagne che in Francia raccoglie l’eccellenza dell’alpinismo mondiale. Già raccontarlo così dice molto, si capisce. Non basta, però. Non basta perché va subito sottolineato che Perego è stato uno dei più forti e completi uomini delle pareti in attività in Italia a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. E bisogna aggiungere che, nonostante le grandi ascensioni, lui per i più è rimasto una figura nell’ombra. Anche per i bergamaschi, certo, anche per loro.

Come è stato possibile? Come, visto che Romano dal ’64 al ’78 ha fatto parte proprio del CAI Bergamo? A un lustro dalla morte a 84 anni, c’è davvero quanto basta per accendere un riflettore su questo personaggio che non parlava mai di sé e arrivava a spiegare le sue tante imprese con una frase semplice e illuminante: «Noi in montagna andavamo a divertirci, in fondo è tutto qui». Era un tipo che badava alla sostanza, Perego. Di poche parole, per indole e educazione sempre un po’ sotto le righe e infastidito da ogni sguaiataggine, un uomo di sorrisi e non di fragorose risate. Come alpinista aveva polivalenza, eleganza, intuito, una tecnica raffinata al cui servizio metteva una eccezionale potenza fisica, un mix che si esaltava sugli strapiombi. Innamorato dell’arrampicata libera, chiodava pochissimo, al punto che talvolta i soci di cordata lo mandavano rumorosamente a quel paese, con affetto s’intende. Saliva quasi sempre di prima intenzione, senza ripensamenti.
E poi era granitico di testa, nel senso che sprigionava calma come le stufe sprigionano calore. Quanto ai compagni di scalata, nei primi anni erano stati tutti brianzoli come lui, a partire da quel Luigi Magni al quale doveva la solidissima formazione. Senza mai smettere di coltivare alleanze dalle parti di casa, Romano però aveva poi imboccato un secondo percorso con scalatori “di fuori”. Con loro – un piccolo e agguerritissimo gruppo torinese che aveva il capofila in Andrea Mellano e nella cui orbita si muoveva anche il genovese Enrico Cavalieri – aveva affrontato quasi tutte le ascensioni principali della sua carriera. Quelle sulle Alpi Occidentali, montagne delle quali diceva: «Quando le ho conosciute, mi hanno conquistato. Lì la parola “avventura” aveva ancora un significato: andavi sempre incontro anche a un che di ignoto e inaspettato».
Tutto era cominciato per circostanze casuali, incontri in Grigna e in un rifugio del Monte Bianco. E poi, poi da cosa era nata cosa. Così Romano aveva già aperto vie nuove di alto contenuto tecnico nei gruppi dello stesso Bianco, del Gran Paradiso e del Monte Rosa quando, nel 1961, era stato chiamato a far parte della spedizione lecchese al McKinley, in Alaska, con i suoi 6194 m la maggiore cima del Nord America. Lassù il gruppo guidato da Riccardo Cassin aveva risolto l’impressionante sperone centrale dell’inviolata parete sud. Un’impresa di risonanza mondiale. L’anno dopo, con il meratese Gildo Airoldi e di nuovo con Mellano, Perego aveva fatto parte della squadra che riuscì ad infrangere il tabù tricolore della leggendaria parete settentrionale dell’Eiger. Nel ’63, poi, dopo una drammatica battaglia in condizioni estreme affrontata con Mellano e con gli altri torinesi Giovanni Brignolo e Giuseppe Castelli, Romano era andato a segno sul versante più severo del Cervino. Quando, dunque, nel ’64 aveva scalato con Luigi Bosisio lo Sperone Walker delle Grandes Jorasses, era diventato il primo italiano e il terzo europeo — dopo il francese Gaston Rébuffat e l’austriaco Leo Schlommer — ad avere all’attivo le tre grandi Nord delle Alpi.
Un primato di lì a poche ore puntualmente condiviso con Mellano, arrivato in vetta alla stessa parete del Bianco insieme a Brignolo e all’altro meratese Tino Albani.
Enrico Cavalieri ha spiegato bene la ragione profonda che ha dato uno slancio quasi inarrestabile a quella loro cordata così atipica, con radici in tre diverse regioni: «Ci muovevamo senza l’ansia o l’incubo delle salite che andavamo ad affrontare, anche le più severe. E soprattutto sfidavamo la montagna con gioia, con allegria». Eccolo, dunque, il segreto di Perego e compagni: leggerezza di testa e volontà di andare sempre “a vedere le carte”, come direbbe un giocatore di poker. E’ stato questo atteggiamento, naturalmente insieme alla gran caratura tecnica, a rendere possibile il loro impressionante fuoco di fila di imprese. E quello stesso genere di approccio, per citare almeno qualche sogno non realizzato, spiega il fatto che Perego e Mellano si siano messi in pista anche per il Pilone Centrale del Frêney prima ancora che la sua epopea iniziasse. O per l’invernale della Nord-est del Badile quando ancora nessuno l’aveva tentata. Che meraviglia e che magia, la loro cordata. Nel 1965 è andata a bersaglio persino in Afghanistan, su una cima di 6843 metri nella catena dell’Hindukush: il Band-i-Kho, salito in stile alpino, da una nuova via e in condizioni di totale isolamento.
E la scelta di Romano di accasarsi al CAI Bergamo, lui da sempre socio della sezione di Lecco? Frutto di altre frequentazioni e di comuni progetti extraeuropei, ai quali poi però Perego aveva rinunciato per evitare preoccupazioni alla famiglia. Tante, in ogni caso, le sue ascensioni sulle Alpi proprio con compagni bergamaschi, o in Presolana. «Che davanti andasse lui era scontato – racconta Nino Calegari – perché era di un’altra categoria. In qualunque squadra lo mettessi, per me era il numero uno». E suo fratello Santino, come Perego un Accademico del Club alpino: «Romano era davvero unico nella nostra cerchia di amici, uno scalatore così completo e pieno di risorse che non l’ho mai visto in difficoltà. Aveva anche un’altra una grande qualità: la prudenza. Cercava e trovava soluzioni che riducessero sempre al minimo il rischio».
Con tutto ciò, poco o nulla si è saputo della maggior parte delle imprese di Perego, del concatenarsi di situazioni che l’ha portato là dove è arrivato, della sua vita lontano dalle pareti, così come dei sogni che ha cullato, delle emozioni di cui si è nutrito e dei drammi che ha vissuto in montagna. Per questo la sua storia formidabile, eppure così defilata, doveva essere restituita alla memoria collettiva. E ora a raccontarla è un libro pubblicato da Teka Edizioni: Il Ragno silenzioso, un viaggio sulle orme di un gigante della Grigna e nel cuore di una straordinaria e irripetibile stagione dell’alpinismo italiano.
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Infatti. Ricordavo bene. Libro ‘L’alpinismo invernale – dalle origini ai giorni nostri’ di Ercole Martina, pagina 136. 25 febbraio 1962: sei alpinisti stanno scendendo dalla vetta del Mont Blanc du Tacul verso il Col du Midi, di ritorno dal Canalone Nord-Est del Mont Blanc du Tacul dall’itinerario Gervasutti-Chabod del ’34 (prima invernale?): scivolata e crepaccio in agguato. Del gruppo Alberto Marchionni, Andrea Mellano, Alberto Risso, L. Muzzaniga, Gianni Ribaldone (che si frattura una caviglia) e, per l’appunto, Romano Perego. Esito dell’incidente quasi senza conseguenze. Non escludo che Romano Perego conoscesse Ercole Martina. Saluti. MS
Se può interessare, come sezione CAI di Calco (il paese di residenza di Romano), assieme all’ amministrazione comunale, la scorsa estate abbiamo eretto un monumento dedicato a Romano Perego.
Il link del resoconto stampa:
https://www.merateonline.it/notizie/147518/calco-inaugurato-il-cippo-in-memoria-di-romano-perego
https://www.merateonline.it/notizie/147518/calco-inaugurato-il-cippo-in-memoria-di-romano-perego
Grazie per questo articolo.
Ho avuto modo di acquistare il libro di questo gigante buono. Un ottimo libro, davvero entusiasmante.
Non sarei così perentorio, ci sono molti che fanno un alpinismo ottimo e originale, lo fanno per se stessi e non fanno vetrina sui social. E la massa che è distratta, annebbiata, non li vede e si concentra sui soliti. Leggere questo libro alla massa gli farebbe bene, forse gli toglierebbe un po di nebbia davanti agli occhi.
Il libro è doverosamente “da leggere”. Il personaggio è ammirevole, dotato di una indubbia caratura “morale”, ma (come tutti i suoi simili) ormai storicamente contestualizzato in un mondo che, purtroppo, non è più quello attuale.
Ci siamo conosciuti una domenica di agosto fuori dal Brioschi, quel giorno era l’ anniversario della prima ripetizione italiana della Nord dell’Eiger, ha voluto ricordarlo con me modesto arrampicatori di quarto grado, poi ci siamo stretti la mano
” Silenzioso” è il termine appropriato per Romano Perego. Ho sempre avuto un grande ammirazione per lui e per e per la sua enorme attività alpinistica svolta sempre senza a clamori. E’ questa però una caratteristi comune a diversi grandi scalatori lombardi, Tanto per citarne uno: Gian Mauro Croci
Mi hanno sempre affascinato queste figure che nonostante la loro grande abilità non sono mai diventati dei personaggi da copertina o dei professionisti. Ma hanno vissuto intensamente il loro alpinismo per la sola pura passione e non hanno mai sbandierato le loro imprese.
Formidabile