Il Regno dei Cieli

Su Alp n. 59 del marzo 1990 apparve un articolo divertente quanto misterioso, dal titolo Il Regno dei Cieli. In esso erano raccontate esperienze arrampicatorie fantastiche, ma l’autore Mirko Giorgi non rivelava mai il luogo. Anche le fotografie, bellissime, erano state scelte con cura per non tradire la location. Io personalmente sapevo, ma non rivelai, mentre Oviglia dall’analisi di una vaga scogliera sul mare che s’intravvedeva capì trattarsi del Monte Ginnircu, nel cuore del Supramonte di Baunei.

Il regno dei Cieli
di Mirko Giorgi
Foto di Gimmy De Col, Lorenzo Nadali e Mirko Giorgi
(pubblicato su Alp n. 59, marzo 1990)

No, non è il Verdon: anche se le somiglianze col premier transalpino sono talmente incredibili da far dubitare dell’esistenza di un suo sosia. Tranquilli, non c’è nessun trucco: non ci permetteremmo mai di abbindolare i lettori di Alp ordendo trame immaginarie di un posto inesistente figlio di alchimie fotografiche.

È che il Supramonte ancora una volta sorprende, e come è suo costume detta crudamente inderogabili condizioni: «Adori la pietra? Dammi sacrifici tempo e devozione: saprò ricambiare concedendoti la creatura più seducente del mio Regno». Ultimata una preliminare analisi costi/benefici, e accettata la Regola che il Supramonte e il suo Regno dei Cieli esigono, si è poi liberi di fruire delle mirabili risorse che questa diocesi solitaria dell’arrampicata affitta agli artisti dei dirupi disposti a tutto, anche a convertirsi pur di togliersi dalle palle. Al cospetto del Regno dei Cieli, bisogna ammetterlo, anche i più vivaci ostelli dell’arrampicata contemporanea retrocedono al rango di mucchietti di minerale inerte, se non proprio ciarpame edilizio, e le immagini che accompagnano queste righe gelose stanno a dimostrare senza alcun bisogno di spargere commenti che la storia alpinistica del Mediterraneo sta affrontando una delle sue tappe più interessanti e feconde. C’è molto futuro lungo i pilastri del Regno dei Cieli: spiragli promettenti.

L’accesso al Regno impone però un pedaggio salatissimo e le sue porte non si spalancano a chicchessia. Il Supramonte ci obbliga a indossare il saio della rinuncia e a ridiscendere la scala evoluta fino a raggiungere gli stadi più precoci dell’orda primigenia; solo allora le sue pietre riacquisteranno la loro funzione originaria, consacrandosi finalmente come luoghi di culto per un rito esclusivo. Successivamente si darà voce a quella fantasia animista e a quel romanticismo spicciolo che sono le virtù dei Primitivi Attuali, i maggiori assertori del recupero delle perdute o lese facoltà divinatorie dell’arrampicata e i soli, a quanto ci risulta, capaci di guardare un po’ più in là (forse perché inguaribilmente visionari) oltre le piste transennate dell’infinitamente piccolo bullonato ad arte. Ma di Primitivi Attuali, che per comodità sigleremo P.A., c’è sempre stata penuria; di loro comunque si può dire che ricercano la quiete meditabonda delle frontiere, si nutrono di paesaggi e rifuggono l’afrore cosmetico degli stabilimenti indoor. Incapaci di guardare la pietra unicamente come una enigmatica punteggiatura di monoditi, credono fermamente che il piacere inafferrabile dell’arrampicata sia in buona parte indipendente dalle difficoltà e sensibilmente influenzabile dalle “variabili” ambientali, e che comunque lo si intenda fa bene di tanto in tanto prendersi una vacanza e allontanarsi dal limite. Lo sguardo da lontano facilita la comprensione delle più opache e private motivazioni.

I P.A. non temono di apparire naif quando confessano di divertirsi moltissimo nel lasciarsi regredire gradualmente allo stato brado, anzi consigliano a tutti noi di dedicare una buona parte dell’anno a questo salutare esercizio, capace di imprimere spinte liberatorie e particolarmente efficace, aggiungono, nel ricondurci entro i recinti arcaici della nostra comune genia animale. Noi li comprendiamo quando insistono nel ricordarci che di mamma natura ce n’è una sola. Già da questi primi cenni si intuisce quanto la sbilenca e impopolare filosofia dei P.A. sia poco in comunicazione col mondo reale, che infatti viene da loro percepito come eccessivamente sbilanciato verso l’iperspecializzazione e il mansionario delle competenze: il bucaiolo dinamico, il fessuriano ortopedico, lo strapiombista proteico, il reglettiano isometrico… Il culto, affermano i P.A., annienta le differenze e nel Regno dei Cieli, come ammonisce la Bibbia, si entra tutti uguali con lo stesso corredo. Il catechismo di De Coubertin, continuano ingiuriosamente, perseguendo la politica del rendimento e della prestazione, ha declassato le pareti a grafici millimetrati per intensive applicazioni di strategia aziendale, focolai di efficientismo orientati al profitto.

Ai guasti arrecati dall’atletismo ai più intimi processi immaginativi dell’arrampicatore si può tempestivamente rispondere, secondo loro, con assunzioni massicce di selvaggio fino a connettersi con l’età della Pietra, l’unico presidio clinico idoneo a trattare le mono-manie indotte dal podismo verticale. Va da sé che quando i P.A. incominciano a menarsela con i valori, piovono fischi e strali di moralismo paternalistico di stampo massonico. Sono (o credono di essere) spiriti dell’aria, e per effettuare i loro sabba totemici generalmente si spostano in branco.

Seguendo sistemi di allenamento piuttosto comici e discontinui stilano mappe delle latitudini selvagge superstiti discutendo animatamente sui destini di queste. Inoltre, e qui forse peccano di presunzione, si reputano resistenti al virus della scheda gialla, accusandola di sollevare più problemi di quanti ne intenda risolvere, e attribuendole persino la responsabilità di aver disattivato quell’intelligenza self-made che ogni utente dell’avventura, anche se piccola, dovrebbe autonomamente esercitare. Sicuramente sono tra i primi a trovarsi nel posto giusto nel momento più opportuno, vale a dire quando la Pietra si presenta come un quaderno aperto e bianco; ma dopo, quando la pagina si infittisce di occhielli imperativi e sottolineature, ne fanno una palla e la gettano a malincuore nel cestino dei ricordi.

Detestano i bagni di folla. È principalmente per sadismo quindi, e forse per lezzo snobistico, che taceremo l’esatta ubicazione del Regno dei Cieli, e anzi faremo di tutto per depistare gli assalti indiscriminati; ma è ai simpatici P.A., se mai ne esistono ancora, che affidiamo questo stringato ma succulento album di foto-ricordo. A parte loro, che hanno già preso la via del largo, ci sarà pur qualcuno disposto ad annusare le tracce lasciate di fresco? O siete tutti irreparabilmente schiavi di quei luridi quattro metri che vi rigettano?

Mirko Giorgi è nato a Bologna il 23 agosto 1958, oggi è sociologo impegnato con i gruppi per l’apprendimento tramite l’outdoor: attività per la quale è anche diventato regista di filmati a sfondo sociale, come in Semus fortes (2009), dove dà a un gruppo di ragazzi con disturbi psichiatrici l’obiettivo della discesa del difficile canyon di Su Orroargiu (Supramonte di Baunei). 

Giorgi è rimasto affascinato già dal 1977 delle terre selvagge del Sud. A Pasqua, assieme agli amici De Col, Piva e Massimo Tedeschi si ritrova su una scogliera di Lampedusa. Slegati, decidono di risalirla per uscirne più in fretta e si ritrovano contro i mitra spianati della base NATO. Evitata la fucilazione, dai militi gli viene offerto da bere e poi sono scortati fuori della base militare. Senza altri incidenti, anno dopo anno, continuano l’esplorazione, che li vede a Maréttimo e poi in Còdula di Luna. Qui sapevano che non era possibile campeggiare, dunque si muniscono di una lettera del comune di Bologna che chiedeva un’eccezione all’autorità comunale, in quanto sportivi e non vagabondi. La cosa però non funziona e i ragazzi del gruppo sono costretti a bivaccare due notti sul molo di Cala Gonone in attesa che un barcaiolo li porti a Cala di Luna di straforo. In questi viaggi esplorativi capita spesso che Mirko e compagni salgano speroni e rocce varie, senza meta, come ungulati liberi. Con De Col, nel 1982, tenta arrivando a una lunghezza dalla fine una via sul Bruncu Nieddu che poi terminerà Maurizio Oviglia, Acrobati sulla scala del cuore.

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Il Regno dei Cieli ultima modifica: 2022-06-01T05:22:00+02:00 da GognaBlog

20 pensieri su “Il Regno dei Cieli”

  1. 20
    Emiliano says:

    Ricordo molto bene quando fu pubblicato su ALP. Le foto facevano (e fanno) sognare, e questa 

    Incapaci di guardare la pietra unicamente come una enigmatica punteggiatura di monoditi, credono fermamente che il piacere inafferrabile dell’arrampicata sia in buona parte indipendente dalle difficoltà e sensibilmente influenzabile dalle “variabili” ambientali […]

    è pura poesia.
    La Sardegna, nonostante lo sfruttamento turistico sempre più invasivo, rimane una delle pochissime regioni italiane dove “lasciarsi regredire gradualmente allo stato brado” è ancora possibile.
    Per quanto ancora lo sarà?
    PS
    Visto che siamo fra emiliani, ne approfitto per una (bonaria) tirata d’orecchi a Fabio Bertoncelli, che in un altro commento liquida molto riduttivamente la figura della resdóra (raṡdùra, rezadora, arzdoura/arzdaura, asdora, ecc. a seconda delle varianti locali) come “moglie matura”… Ma così dicendo rischia di trovarsi sotto casa una delegazione delle medesime, coi mattarelli pronti all’uso, e a ragione! 

  2. 19
    Fabio Bertoncelli says:

    @ 12
     
    Luciano, hai ragione!
    Ora però ti devo spiegare la causa del madornale lapsus.
    La Pumprisse fu la prima via riconosciuta ufficialmente di VII grado. Come scrisse Reinhard Karl nel suo primo libro di memorie, Helmut Kiene “è nella forma migliore della sua vita e va quasi sempre da capocordata. […] Helmut è convinto che è almeno VII, il primo VII grado sulle Alpi”. Fu stesa una relazione in cui la via veniva classificata di settimo grado e tale giudizio fu accettato dal club alpino. E perché mai, se allora la Scala UIAA (ex Scala Welzenbach) si fermava al VI+? Presumo che il motivo dipese anche dal fatto che nel 1978 l’UIAA aprí la scala verso l’alto e riconobbe il settimo grado.
     
    Però bisognava risolvere questo problema: in passato erano già state aperte vie almeno di pari difficoltà (per es. da Vinatzer e Messner) quando ancora la scala era chiusa; per tale motivo erano state gradate erroneamente di VI+. Che fare di queste vie? La comunità degli arrampicatori di punta le rivalutò come si meritano: settimo grado (e oltre).
     
    A questo punto si inserisce la Via della Placca ai Sassi di Roccamalatina. Poiché fu aperta pochi giorni prima della Pumprisse, io, travolto dall’entusiasmo per il mio amato Appennino Modenese, sono andato in tilt da sovraeccitazione alpinistica (non erotica): dimentico di Vinatzer, di Messner e di tutti gli altri, ho pensato: Via della Placca batte Pumprisse per due a zero. Tiè!
    … … …
    Comunque, anche se non fu né la prima né la seconda e neppure la terza arrampicata di settimo grado, la Via della Placca è degna di menzione nei libri di storia dell’arrampicata; accanto al Sass dla Crusc e al Capitan, i Sas dla Ròca meritano il loro posto (almeno uno strapuntino). Boom!
    Cosí pure lo meritano il bolognese Mirko Giorgi – simpatico mangiatore di tortellini – e il suo compagno. Alla faccia di quel sudtirolese di Reinhold, freddo divoratore di canederli. Viva i turtlèin!

  3. 18
    mirko giorgi says:

    Anche a me, Fabio, ha fatto molto piacere rinvangare i giorni felici delle scalate adolescenziali ai sassi di Rocca Malatina, quel luogo fatato che ben conosci, quelle forme sode e invitanti con cui purtroppo non si può più flirtare. Ti ringrazio per l’assist affettuoso. Sappi che ha dato la stura a un fiume quieto di dolci ricordi e mi ha fatto tornare la voglia di cazzeggiare un po’. Te te ne sono grato. In questi giorni ho riaperto con gioia vecchi e obsoleti caricatori di diapo e mi ci sono tuffato dentro. Erano anni che non lo facevo ed è stata una carezza al cuore. Poi adesso ci si mette anche Antonio Arieti con la Carovana coop…

  4. 17

    Il SETTIMO GRADO chissà in quanti l’avranno fatto per non schiantarsi aprendo una via nuova.  In apertura tutti hanno capacità e resistenza oltre la norma. Avete mai provato?
    E con tutta la stima che ho per Mirko Giorgi, mi sento di affermare che è meglio sbattersene delle convenzioni e riporre nellarrampicata o nell’alpinismo la pura gioia di vivere e il piacere che questo da.
    Il resto,  se ciava!

  5. 16
    Antonio Arioti says:

    Mirko Giorgi, uno dei pilastri della Carovana Coop. Ne è passato del tempo..

  6. 15
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Mirko, come disse quel tale: “Obbedisco!”. 😂😂😂
     
    È un vero piacere parlare con chi scalava proprio negli anni in cui incominciavo anch’io. Tu sulle vie di arrampicata su roccia di alta difficoltà, mentre io preferivo le ascensioni di misto e ghiaccio in alta quota. Ma sono certo che la passione, gli entusiasmi, i sogni, gli ideali – insomma, la gioia di vivere – erano identici.
    Auguri di buona vita.
     

  7. 14
    mirko giorgi says:

    Caro Fabio, ti pregherei di manifestare il tuo comprensibile sbalordimento con espressioni meno volgari, non vorrei che la mia recente e indiscussa (ad oggi) consacrazione al vertice della classifica mondiale, venisse – anche solo lontanamente – associata alla pratica della suzione di organi riproduttivi maschili. Per quanto possa risultare estremamente piacevole, tale pratica non ha niente a che spartire con l’aderenza estrema di cui sopra. Certo, in un caso e nell’altro, si tratta sempre di corpi tesi e inusitate vette di godimento, ma teniamo ben separati i due piani. Non vorrei offendere qualcun*. Come avrai già capito devo tutelare la mia immagine, il nuovo status impone prudenza, mi obbliga a un linguaggio sorvegliato, neutro. Anzi sai cosa ti dico, sulla targhetta alla base della mitica via della placca, mettici “Socc’mèl!”..  

  8. 13
    Luciano says:

    Ovviamente era Sass dla Crusc (maledetto correttore).

  9. 12
    Luciano Regattin says:

    Fabio, Messner e Sassi dal Crusc ti suggeriscono nulla (per rimanere in Italia, senza scomodare Bachari e Kauki vari)? Con tutto il rispetto per Mirko Giorgi ed i suoi capolavori sardi! 

  10. 11
    Fabio Bertoncelli says:

    ———  BOOM!!!  ———
     
    Caro Mirko, come dite voi a Bologna? Sòrbole!
    Io sono di Castelfranco Emilia, in provincia di Bologna fino al 1929, per cui il nostro dialetto assomiglia moltissimo al vostro. Però da noi – come di preferenza da voi – per esprimere grande sorpresa, stupore, sbalordimento, meraviglia si usa un’esclamazione piú forte: “Socc’mèl!”.
     
    P.S. Il termine compare nel Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni di Alfredo Panzini, dove viene cosí tradotto: “Tipica esclamazione bolognese che il decoro vieta di tradurre”. 😂😂😂
    Però mi rendo conto che qui c’è forse qualche valligiano dell’Ossola o del Bellunese che ne ignora il significato. Urge una spiegazione. Io sono pudico e non oso; tu, come bolognese purosangue, ne hai il diritto e il dovere. 😉😉😉
     
    … … …
     
    E ora, caro Alessandro, sappi che dovrai aggiornare tutti i tuoi libri di storia dell’arrampicata.
     
    Ti spiego bene che cosa dovrai scrivere:
    ———  SETTIMO  GRADO  UFFICIALE  ———
    1°. Mirko Giorgi e M. Tedeschi, Sassi di Roccamalatina (MO), 22/5/1977.
    2°. Reinhard Karl e Helmut Kiene, Fleischbank, 2/6/1977.
    Olé.
     
    N.B. Volendo considerare anche il settimo grado ufficioso, il nostro Mirko scenderebbe al terzo posto, dopo Vinatzer e Rebitsch. In ogni caso, non mi sembra malaccio. 😅😅😅
     
    P.S. Domenica andrò in pellegrinaggio al Sasso della Penna, a posare una targa di marmo in riverente memoria. 🙏🙏🙏
     

  11. 10
    mirko giorgi says:

     
    Caro Fabio scusami se rispondo al tuo appello di giugno solo ora, mi sono imbattuto nel tuo commento per puro caso, non sapevo nemmeno che Alessandro avesse pubblicato sul suo blog la nostra burla pubblicata su Alp nel 90. Il tutto mi ha fatto molto piacere e ringrazio entrambi per l’inatteso regalino. Vengo subito alla tua domanda, Fabio, che come giustamente osservi, potrebbe terremotare la storia recente dell’alpinismo, proiettare lo scrivente verso un clamoroso, quanto meritato, primato sportivo e accendere una querelle epocale che nemmeno Bonatti e il CAI. La domanda è: la via della placca aperta il 22 Maggio 1977 al Sasso della Penna, sulle prime colline modenesi fu settimo grado? Ti rispondo di sì, affidandomi unicamente a due ricordi. Il primo vale quel che vale: avevo diciannove anni, non arrivavo a 60 kg, ero tutto nervi e dopo un po’ mi sembrava tutto facile. Avevo intravisto una linea di aderenze possibili e andai a perlustrare più da vicino la placca, assicurato dall’alto a provare i movimenti. Non era per niente facile, ma era una questione di tempo e voglia, e quelle non mi mancavano. Il secondo ricordo vale molto di più ed è il racconto che mi fece l’autore della prima ripetizione della via, pochi anni dopo. Eravamo in 126 (un’auto d’epoca) io Gimmy e Tiziano Nannuzzi “il pompiere”, diretti al precipizio degli asteroidi, in val di mello. Durante il viaggio, manco a dirlo, si parlava di arrampicata in aderenza: itinerari, arte, psicologia, suole e calzature. Poi il discorso prese una sinistra piega rivendicativa: “qualcosa spetta anche a noi, che cazzo, non siamo proprio gli ultimi arrivati”. E a quel punto ricordo che Tiziano cominciò a deliziarci con il racconto della sua ripetizione della via della placca, della serie di pendoli, voli e scivoloni che resero epica (e a questo punto storica) la sua scalata a Rocca Malatina. Ci raccontò, molto divertito, con la sua tipica sprezzatura, che per evitare le continue abrasioni e spellature provocate dalle strusciate sull’arenaria si era messo a correre in discesa, senza farsi male. E che la gente di sotto pensava fosse impazzito. Forse è settimo grado proprio perché su quella placca di arenaria era molto difficile non scivolare.

  12. 9
    albert says:

    2)i vecchi numeri (non erano collezione completa) li ho regalati a giovani leve e praticanti..e forse regalerò pure i numeri monografici di Alp e Meridiani.Il cartaceo prende posto e poi bisogna pure spolverarlo.Le diapositive purtoppo sono ingombranti, meglio trasferirle su disco ipercapiente e poi…i materiali a qualche rigattiere che gestisce mercatino di (antiquariato  non troppo , quasi modernariato)e poi…
    Paolo  Conte ” Fuga all’inglese”&”Un’altra vita “&”Nord”

  13. 8
    Fabio Bertoncelli says:

    Visto che oggi sono in vena di facezie del tempo che fu, eccovene una sul Gatto, alias Maurizio Marsigli. Me la raccontarono tanti anni fa e io ve la propongo come me la ricordo, forse insaporita di qualche dettaglio piccante (ma solo un “cincinin”; il succo dovrebbe essere quello originale).
     
    Dovete sapere che un bel giorno il Gatto stava arrampicando da solo in artificiale, difficilissima e forse pure strapiombante. Sennonché il proprietario del terreno, forse geloso delle sue proprietà fondiarie, non tollerava invasioni, e cosí chiamò i carabinieri. Il maresciallo e l’appuntato di Roccamalatina arrivarono ai Sassi, si spinsero trafelati fino all’attacco della via e, puntando i mitra verso l’alto, intimarono:
    – Lei, Gatto, scenda subito!
    Il nostro Gatto, che all’epoca era di carattere focoso, di idee libertarie e di eloquio non proprio diplomatico, replicò:
    – Col ca**o! Venite a prendermi!
     
    I carabinieri, non disponendo di staffe e cordame vario, dovettero però rinunciare all’inseguimento. Ignoro se l’acchiapparono al ritorno, costringendolo a una notte in guardina… 😂😂😂
    … … …
    E qui rivolgo un appello anche al buon Maurizio, se ci legge: come andò a finire?
    P.S. Perdonami per la storia!

  14. 7
    Fabio Bertoncelli says:

    ———  APPELLO  A  MIRKO  ———
     
    Mirko, fu settimo grado?

  15. 6
    Fabio Bertoncelli says:

    Massimo, di fronte a Vinatzer e Rebitsch mi inchino, riverente e commosso.
     
    P.S. Però c’è pur sempre la speranza di un brillantissimo terzo posto per al bulgnàis Mirko Giorgi e i Sas dla Ròca! 🙂🙂🙂

  16. 5
    Andrea Parmeggiani says:

    @3 Caro Fabio, darebbe un gran lustro alle nostre “colline” !!! Pero’ come vedi sei già stato smentito… 😉

  17. 4
    Massimo Bursi says:

    Caro Bertoncelli, Vinatzer e Rebitsch sono arrivati prima con il loro VII grado seppure non riconosciuto dalla letteratura ufficiale dell’epoca

  18. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    In gioventú il bolognese Mirko Giorgi arrampicò ai Sassi di Roccamalatina, nel basso Appennino Modenese. La Guida alle palestre di roccia e ghiaccio dell’Appennino Bolognese di Maurizio Marsigli (il Gatto), pubblicata intorno al 1979-1980, tratta anche i Sassi di Roccamalatina.
    Ecco le vie aperte da Giorgi:
    – Sasso della Penna: Via degli Amici, con Marco Piva il 2 ottobre 1976, 70 m, TD, a c.a. Il Sasso della Penna è chiamato Sasso della Bandiera nel sito del Parco.
    – Sasso della Penna: Via della Placca, con M. Tedeschi il 22 maggio 1977, 100 m, ED (VII?).
    – Sasso della Croce: Diedro Pupi, con A. De Col nel settembre 1978, 55 m, ED- (V+, VI-).
    Le valutazioni sono quelle riportate nella guida, compreso il punto interrogativo nella Via della Placca.
     
    Vi ricordo che la prima arrampicata ufficiale di settimo grado è la celebre Pumprisse sul Fleischbank il 2 giugno 1977 (Reinhard Karl, Helmut Kiene). Se corrispondesse al vero quanto scritto da Marsigli, il primo settimo grado sarebbe invece stato realizzato nel basso Appennino Modenese, undici giorni prima della Pumprisse! Boom!
    … … …
    Alessandro, verifica col Gatto e con Mirko Giorgi. Nel caso in cui tu voglia procedere a un controllo sul campo, sappi che dovrà essere un’ascensione clandestina: da decenni ai Sassi è proibito arrampicare a causa dei falchi.
    Se il punto interrogativo di Marsigli si trasformerà in punto esclamativo, ti toccherà pubblicare una nuova edizione, riveduta e corretta, dei tuoi libri di storia dell’arrampicata. 😂😂😂
    … … …
    Andrea (Parmeggiani), sei contento che il nostro Appennino è in lizza per il primo posto nella storia del settimo grado?  😂😂😂

  19. 2

    L’ho riletto molto volentieri!  
    Grazie di averlo pubblicato qui, dopo avere buttato anni fa nella spazzatura tutta la mia collezione di Alp in preda a un raptus di non volere possedere oggetti che potevano restare nei ricordi. 
    A dispetto di una bellezza senza pari, il Regno dei Cieli, non ha mai conosciuto la popolarità di altre pareti sarde, segno che resta un luogo per pochi eletti e che quello snobismo cinghialesco bolognese aveva visto lungo.
    Non dimentichiamoci che gli stessi sono quelli che creeranno quella che è la più bella via di tutta la Sardegna, ovvero: Itu Damagoni-Il mio veleno all’Aguglia di Goloritzè, oltre ad altri capolavori sparsi qua e là sull’isola, come perle ai porci.

  20. 1
    albert says:

     Se al ritorno si trova una trattoria che   propone la PANADA SARDA  in variante locale, o altri manicaretti…si giunge all’empireo…restando alla base delle pareti.Lo strutto poi e’ molto energetico.
    https://www.raiplay.it/video/2020/10/Geo-La-panada-sarda-41a6d08e-4d57-4b75-bb2e-5028d9a7fec7.html

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