Il sentiero effimero

di Beppe Ley
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com il 21 luglio 2022)

Il primo ottobre dello scorso anno, con grande impegno ed entusiasmo, pubblico il post L’anello di Rocca Tovo ma se sapeste il tempo che ci ho dedicato, probabilmente mi dareste dello scemo.

Siamo in alta Val d’Ala, nelle Valli di Lanzo, e un sentiero storico è finalmente tornato in vita, consentendo di percorrere a piedi il versante nord di Pian della Mussa, parcheggiando l’auto proprio sul confine con il Sito di Interesse Comunitario.

Tabella segnavia CAI – Regione Piemonte all’Agriturismo La Masinà, presente da diversi anni.

Wow! Finalmente si può fare escursionismo sul Piano senza percorrerlo con l’automobile per raggiungere qualche sentiero o qualche abbuffata in piole o pseudo rifugi? Ma davvero possiamo vivere quest’esperienza liberatrice? Finalmente non siamo condannati dai padroni del vapore (ops… del petrolio e affini, scusate) a pompare gas climalteranti in atmosfera proprio in habitat particolarmente pregiati e fragili? Finalmente possiamo indossare gli abiti di esseri umani non distruttori, ricercando una qualche forma (parziale, certo) di turismo sostenibile? Dopo anni di discussioni sulla necessità o meno di chiudere il S.I.C. Pian della Mussa al transito del traffico privato?

Lo zampino, per poter sognare una qualche forma di approccio no HIPPO alla montagna, ce lo mette il CAI di Lanzo. A settembre del 2020 una squadra di volontari riapre il sentiero che parte dietro all’Agriturismo La Masinà e raggiunge il Colletto del Tovo 2216 m. Siamo a 1750 metri, proprio all’inizio di Pian della Mussa, arrivando da Balme.

In giallo l’anello di Rocca Tovo (percorso in senso orario a settembre 2021) con partenza dall’Agriturismo La Masinà (in alto a destra dove è indicato “Prin”). Elaborazione su carta digitale Fraternali Editore n. 8 (Valli di Lanzo).

Forse non tutti sanno che i versanti nord delle Valli di Lanzo sono i più problematici per i sentieri perché la rigogliosa vegetazione, che esplode velocemente per le peculiarità ambientali (generalmente sono versanti più umidi e freschi, soprattutto quelli che “intrappolano” le nebbie che risalgono le valli), tende a farli scomparire nel giro di pochissimi anni, se non si interviene sistematicamente e costantemente.

Soffermiamoci su una foto eloquente della riapertura fatta a settembre 2020 dai volontari della sentieristica del CAI Lanzo:

In primo piano un picchetto segnavia, segnaletica ufficiale CAI – Regione Piemonte, posato lungo il sentiero La Masinà – Colletto del Tovo. Notate la larghezza della traccia dopo i lavori di pulizia dei volontari.Foto CAI Lanzo, settembre 2020.

Domenica 17 luglio 2022 (quindi meno di due anni dai lavori di pulizia) siamo sul sentiero per il Colletto del Tovo e questa è la situazione:

17 luglio 2022. Notate il picchetto nell’angolo in basso a destra. Notate soprattutto l’esplosione della vegetazione che ha completamento inglobato il sentiero riaperto neanche due anni prima. Confrontando questa foto con quella precedente, possiamo farci un’idea sulla problematica di questi versanti esposti a nord.

Altra foto per rendere l’idea delle condizioni di impraticabilità del percorso (ricco anche di buonissime ortiche per farci frittatine a km zero):

Un sentiero in queste condizioni è impraticabile e penso subito che non ha alcun senso lasciare le tabelle segnavia sia a valle (in partenza, vedete foto in apertura del post) che a monte, ovvero all’incrocio col sentiero n. 219, invitando così gli escursionisti a posare i piedi su percorsi repulsivi e anche pericolosi (non si vedono le asperità del percorso), sebbene circondati da bellezze naturalistiche di notevole pregio.

Quota 2097 m, sull’incrocio col sentiero 219

Dopo aver toccato la vetta di Rocca Tovo 2280 m, decidiamo di rientrare al Pian della Mussa da Pian Saulera, senza proseguire con l’anello lungo come invece fatto nel settembre dello scorso anno. Abbiamo il timore di ritrovarci in altri tratti di sentiero in pessime condizioni e non abbiamo alcuna intenzione di combattere ancora nella vegetazione invadente.

Ritornando al Piano penso a quell’entusiasmo vissuto scrivendo il post L’anello di Rocca Tovo, con il quale speravo di poter invitare gli escursionisti a conoscere correttamente un angolo meraviglioso delle Valli di Lanzo. Ora mi chiedo cosa penseranno gli eventuali lettori interessati a fare questo giro. Ma come, il CAI riapre un sentiero e poi lo abbandona al suo destino? E poi allora anche i volontari del CAI Lanzo sono un po’ tonti, come il sottoscritto che si è illuso di poter ritrovare percorribile una traccia traboccante di bellezza naturalistica? E tutta quella fatica spesa? A cosa è servita? Vogliamo mica pensare che il CAI spedisce dissennatamente i volontari a lavorare su di un sentiero effimero?

Asinelli nei pressi dell’Agriturismo La Masinà.

Se vi capiterà di passare dalla parti de La Masinà, noterete sicuramente un gruppetto di asini che pascolano pacatamente nei pressi dell’imbocco del sentiero. E sono proprio loro a darci la risposta corretta, sull’eventuale domanda che molti di voi magari si stanno ponendo, ovvero:

Ma quelli del CAI sono degli asini? Riaprono un sentiero a nord sapendo che dura al massimo un anno? E chi sarà poi a doversene occupare in seguito?

Sembra che in cambio del lavoro di pulizia del CAI, i signori de La Masinà abbiano promesso di far pascolare gli asinelli lungo il sentiero (prendere due piccioni con una fava: cibo e pulizia), e questo è indispensabile secondo le indicazioni dei volontari. Ma evidentemente non è successo.

La squadra della manutenzione sentieri del CAI Lanzo durante i lavori di riapertura del sentiero storico che sale da La Masinà.

Ho cercato di metterla sul ridere ma in verità c’è da piangere, anche tenendo conto delle condizioni di molti bellissimi sentieri delle Valli di Lanzo e in pole position ci sono i tratti della Grande Traversata della Alpi (ora anche Sentiero Italia CAI), che non sono assolutamente curati. Qui la cosa si fa ancora più preoccupante perché il denaro per la manutenzione della GTA arriva ai Comuni interessati direttamente dalla Regione Piemonte. Ma che fine fanno questi contributi (diverse migliaia di euro per ogni tappa)?

Purtroppo in queste situazioni paradossali ci finisce anche questo blog che ha sempre cercato di fornire agli amanti della montagna accurati resoconti, riflessioni ed informazioni sui sentieri che abbiamo percorso e studiato. Credo che ben poche persone possano immaginare quante ore di lavoro richiede un post come L’anello di Rocca Tovo (anello che ora non esiste più). Anche in questo caso parliamo di volontariato che nasce per l’amore della montagna e di chi l’ha fabbricata. Erano i vecchi montanari, non di certo l’attuale specie mutante di estrazione cittadina, che presiede un territorio unico ma non compreso nei suoi intrecci tra cultura e natura. Dovreste vedere quanti valligiani, giovani e meno giovani che, pur avendo dietro casa sentieri stupendi, non indossano mai zaino e scarponi. Ma poi votano (almeno credo) per la montagna-luna park perché ignorano il mondo che hanno ereditato dalle precedenti generazioni di costruttori.

Segnaletica sbiadita sul tratto Balme – Colle del Trione della GTA (Grande Traversata della Alpi) – Sentiero Italia CAI. Val d’Ala. Aprile 2022.

Il problema centrale delle Valli di Lanzo è che non sono interessate ad attirare un turismo di qualità e di questo aspetto ne ho parlato nel post Sulla via della desertificazione. Nel caso particolare della rete sentieristica (che è una cosa viva) non basta che sia il Club alpino italiano ad interessarsi: tutti i valligiani dovrebbero trovare il tempo per farsene carico perché è in quella ragnatela che trovi la montagna, non di certo su di un nastro asfaltato e tantomeno su di una strada sterrata o su di una pista da sci. Quella rete è una rete di conoscenze, saperi, cultura, relazioni, osservazioni, riflessioni, domande… il tutto immerso in un ambiente magnifico. E’ questa la montagna.

D’altronde la panchinona (big bench, se amate avvitarvi nei nauseabondi inglesismi) piazzata a pochi metri di distanza dall’imbocco del sentiero degli asini (chiamiamolo così, con tutto rispetto per questi magnifici animali) dimostra che non c’è alcun interesse verso il turismo di qualità (culturale): si trovano soldi per dei pezzi di ferro ma non per fare la manutenzione ad un sentiero storico (tra l’altro all’interno di un S.I.C.), espressione della viabilità pedonale degli antichi abitanti delle Valli di Lanzo, cristallini edificatori di interazioni, ed infrastruttura fondamentale per lo sviluppo sostenibile (due parole, queste, ormai ripetutamente stuprate).

La panchinona nei pressi de La Masinà, vera attrazione culturale (effimera) del S.I.C. Pian della Mussa

Questi fatti non fanno di certo onore alle Valli di Lanzo (e da questi parti c’è anche un “Villaggio degli Alpinisti”): comprendo perfettamente che tutti devono tirare a campare (e magari una big bench fa qualcosa in tal senso) ma le promesse si mantengono soprattutto se di mezzo c’è il sudore e la schiena piegata dei volontari del CAI.

Forse quel sentiero effimero possiamo eleggerlo a simbolo della nostra epoca, dove tutto dura niente. E in quel tutto ci stiamo buttando anche la biosfera, una fascia sottilissima della Terra dove è consentita la vita. Ma per prenderne coscienza, c’è proprio bisogno di un sentiero.

Grazie come sempre ai volontari della sentieristica del CAI.

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Il sentiero effimero ultima modifica: 2022-10-25T06:01:00+02:00 da GognaBlog

16 pensieri su “Il sentiero effimero”

  1. 16

    ‘Sta mania dei sentieri non l’ho mai capita.

  2. 15
    Critico says:

    Il suggerimento di MC (14) è il migliore. Se ogni escursionista o appassionato di mtb si prendesse cura, almeno una volta all’anno, di un tratto di sentiero sarebbe un gran vantaggio per tutti. Meno teorici da tastiera e più attività manutentiva sul campo. Anche e soprattutto in silenzio, senza post strombazzanti. 

  3. 14
    Mc says:

    Signori, come ho già scritto in questo blog, io ho smesso di fare ragionamenti e progetti comodamente seduto, mi son preso un decespugliatore, un rastrello di ferro e un piccone e tengo in ordine circa tre km. Di sentiero nel mio comune.
    Sarà poco….. Ma nel mio comune ci sono 1100 abitanti, se il 10% facesse lo stesso fate il conto di quanti km. Di sentiero potrebbero tornare fruibili?!
    E a quei fruitori abitanti delle grandi metropoli che altro non hanno da fare che elucubrare sul degrado dei sentieri….. Avvascatevi a spostare 10 sassi e 10 rametti ogni volta che passate, e avrete fatto molto più di quanto non siate riusciti a fare in tante ore di bla bla bla.
    E adesso non sentitevi offesi, ma passate al sodo della questione, che richiede fatica tempo e passione, non parole .

  4. 13
    carlo says:

    E una via di mezzo? Ovvero sentieri che avevano un senso, rimessi in ordine e frequentati una volta l’anno? Giusto per non perdere memoria e non programmare la “valorizzazione” in futuro

  5. 12
    Alberto Benassi says:

    Paradossalmente è meglio un sentiero dimenticato e riportato alla vegetazione che un sentiero frequentato che col tempo diventa una strada… e magari asfaltata…

    Giusta osservazione !!!
    non si possono  trasportare le comodità cittadine in natura.
    Anche la segnaletica non dovrebbe essere troppo invasiva.

  6. 11
    simoc77 says:

    Paradossalmente è meglio un sentiero dimenticato e riportato alla vegetazione che un sentiero frequentato che col tempo diventa una strada… e magari asfaltata…

  7. 10
    antoniomereu says:

    Sentiero.
    Con.
    Elevata.
    Manutenzione.
    Ordinaria…

  8. 9
    Giampiero says:

    Tutte le aree pascolive alpine al di sotto dei 2500 metri erano battute da migliaia di bovini, ovini e caprini fino agli anni Cinquanta del secolo scorso: con lo spopolamento della montagna quei sentieri sono stati riconquistati dalla vegetazione, tranne quelli che conducono ad un rifugio, ad un colle di una certa importanza, una cima: tentare di mantenere in vita altri tratti al di sotto di quella quota è come voler mantenere vivo un dialetto che abbia perso i suoi parlanti: è triste che la trasformazione sociale porti omologazione e perdita di culture e paesaggi, ma credo che bisogna farsene una ragione, e anche noi ne siamo artefici. Pragmaticamente concentrerei l’intervento di manutenzione sui sentieri che sono ancora frequentati, ma che presentano tratti pericolosi o sconnessi. Volendo poi vedere un aspetto positivo in questa perdita della sentieristica, c’è da dire che molte aree alpine non avendo più facile accesso torneranno ad essere più selvagge, senza la necessità di metterci il cartello “Riserva naturale”.

  9. 8
    Roberto Pasini says:

    Sono d’accordo. Infatti la promozione/comunicazione delle radici e del significato storico di un itinerario, anche di storia minore, è fondamentale quando si decide e pianifica un intervento. Le persone percorrono “storie” oltre che sentieri e non sono solo i panorami a produrre emozioni. Certo non tutti gli itinerari possono avere il potere evocativo e attrattivo di una via Franchigena ma si può provare, se si vuole portare le persone a percorrerlo e a percorrerlo in modo consapevole. 

  10. 7
    lorenzo merlo says:

    Senza dubbio.
    Dicevo che la questione è culturale.
    Se non si adotta un linguaggio – e prima di lui un pensiero – che richiami, sottolinei, porti alla luce il peso storico di un gradino di 200 chili, se lo lasciamo neutro, sarà facilmente e senza dubbio alcuno fagocitato dalla logica consumistica, per la quale un sentiero o un’opera non sono altro che luoghi del tempo libero e del presupposto diritto al suo consumo.

  11. 6
    Roberto Pasini says:

    L’intervento sulle “reti di comunicazione” estinte e su ciò che gli sta in mezzo, intorno e di fianco è sempre un’opera di “archeologia” storica, antropologica e sociale. È una riscoperta del nostro passato, delle nostre radici. È il suo bello, anche se magari rimuovendo rovi e pietre non riemergono le Piramidi, ma una casupola modesta, un riparo, una fascia, un manufatto devozionale. Ogni volta che provo nel piccolo questa emozione posso solo immaginare cosa devono aver provato i grandi archeologi del passato. Forse è una cosa che si apprezza di più nelle fasi della vita nelle quali il tema del “lascito” prevale sul tema della “prestazione”.  Ma l’ho capito ora, non quando avevo trentanni e non è facile da usare come leva motivazionale per chi ha poco tempo libero e si trova in una diversa fase della vita e dei dosaggi del testosterone, parlando di noi maschietti 😀 

  12. 5
    lorenzo merlo says:

    In ambito di riflessione personale e di comunicazione pubblica, non limiterei la questione al sentiero, all’escursione, e smili. Estenderei il ripristino e/o la manutenzione di un via quale intelligenza di una civiltà, quale opera superba di relazione tra simili, quale espressione creativa e artigianale di un modo di procedere che nulla aveva a che fare con élite, ma che qualunque problema montanaro risolveva. E estenderei quanto detto a terrazzamenti, contrafforti a secco, percorrenze più alpinistiche che escursionistiche, opere per il lavoro montanaro, scivoli, teleferiche, ricoveri, abitazioni. Affinché lassù gli ultimi non si vedano passare sopra, sotto l’ombra di un bel fior, persone che credono che il sentiero nasca da sé, che non hanno idea di stare percorrendo la storia.

  13. 4
    Roberto Pasini says:

    Il problema della continuità è decisamente rilevante. Se non intervieni continuamente, in alcune zone, dopo uno o due anni il percorso può diventare di nuovo inagibile, come in questo caso. Io ho fatto alcune considerazioni sulla base dell’esperienza personale diretta 1. Le risorse umane disponibili sono quelle che sono. Quando si decide di impegnarsi su un itinerario abbandonato bisogna essere molto realisti: quante probabilità ci sono di promuoverne la frequentazione? A volte meglio riaprire un itinerario meno bello ma che ha più probabilità di essere più usato. 2. Quando si pianifica un intervento bisogna considerare nel “pacchetto” di progetto anche l’intervento periodico e la promozione, attraverso l’uso dei media e la cooperazione con le realtà presenti sul territorio. Le cose non accadono da sole. 3. Certamente è più motivante anche per i volontari, in particolare se più giovani, la parte esplorativa, di scoperta e di apertura che non la manutenzione ordinaria, più umile e faticosa. Un modo per affrontare questo calo di motivazione può essere quello dell’adozione pubblica dei vari itinerari. Se c’è il proprio nome in ballo nella comunità dei volontari le persone si sentono responsabilizzate e poi si affezzionano pure al sentiero, che considerano un po’ il loro “giardino” privato, anche se non lo è. Altre idee e suggerimenti sarebbero graditi, perché le lamentele sono umane e giuste, dopo il mazzo che uno magari si è fatto, ma non portano lontano. 

  14. 3
    Michele Natali says:

    E’ una brutta situazione incredibilmente frequente in tutte le montagne (e non solo montagne) italiane. Personalmente ogni volta che sparisce un sentiero me ne rammarico.
    Io credo però che chi apre (o riapre) un sentiero, quindi fa un’opera che può essere fruita da terzi, abbia anche l’onere di dover fare manutenzione.
    Mi sembra troppo facile fare un’opera di volontariato e poi passare il grosso della fatica e della responsabilità (ovvero mantenere sicuro e fruibile un sentiero negli anni a venire) agli altri senza più curarsene.
    Parlo di “grosso della fatica” perché un conto è l’impegno di alcuni giorni, un conto è lo stesso impegno protratto per anni.
    Per le strade italiane, e le infrastrutture in generale, non è così. Dopo aver fatto l’opera si individua chi deve farne la manutenzione (e se non la fa e succede qualche incidente per mancata manutenzione poi ne paga le conseguenze, o almeno dovrebbe, ma questo è un altro discorso) e questo compito viene messo per iscritto, non restano parole e fuffa. Perché si DEVE fare manutenzione.
    Senza in alcun modo voler accusare il CAI, ma il problema di certe opere di volontariato è questo. Essendo volontari, non hanno obblighi di continuare a prestare il servizio una volta cominciato. Ma se, come in questo caso, dopo neanche due anni dall’apertura di un sentiero questo non è più fruibile, perché nessuno ha l’obbligo di prendersene cura, oggettivamente è stata solo fatica inutile e sprecata.
    Meglio utilizzare gli sforzi della collettività in maniera più intelligente.

  15. 2

    Come dice il Proverbio??? Mal Comune 1/2 gaudio…. La situazione sentieristica purtroppo è comune al degrado in molte località montane. Quelle “Poco frequentate” da Escursionisti di massa. Oggi, con la Montagna Spopolata, dove la Pastorizia è quasi ormai scomparsa, i sentieri pian piano scompagliono. La manutenzione non viene più fatta anche percche quei pochi che li frequentano si arrangiano e passano lo stesso. I volontari come una volta non ci sono più, nelle sezioni qualche volontario lo si trova ma per la maggior parte sono “Anziani” i Giovani, se ci vengono una volta a dare una mano, la volta successiva si defilano.
    Mio pensiero e parere personale Sperimentato sul Campo.

  16. 1
    carlo says:

    Dispiace sempre leggere di trascuratezze. Credo si debba aggiungere che un pochino di colpa la abbiamo anche noi, nel sensi che se un sentiero sottratto all’abbandono venisse regolarmente percorso anche dai soci non volontari cai verrebbe meno anche la necessità del loro lavoro. Poi io sarei favorevole al pagamento di uno stipendio al solo titolo di “abitante”. Ovvero un presidio sempre presente non necessariamente costretto a inventarsi malgaro, pastore, ristoratore ma semplicemente un volto in una casa in luoghi abbandonati. Quindi, riapriamo sentieri…ma poi frequentiamoli. 

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