Il virtuale spietato con i ragazzi

Paolo Crepet, psichiatra: «Gli ex contestatori sono servi dei figli». La Pandemia? «È stato un big bang. Ha prodotto disagio per il modo in cui è stata gestita».

Il virtuale spietato con i ragazzi
(e oggi i genitori vogliono essere più giovani dei figli)
di Walter Veltroni
(pubblicato su corriere.it il 19 giugno 2023)

Paolo Crepet è uno degli analisti più attenti dello stato della condizione giovanile. Sta per uscire un suo volume, per Mondadori, intitolato Prendetevi la luna .

Come vedi l’esplodere del disagio tra i ragazzi del nostro tempo?
«Coesistono due fenomeni: da una parte la tendenza all’autoisolamento, la diffusa perdita di speranze, la difficoltà di vedere il futuro. Ma non è solo questo, il senso di rinuncia convive con un atteggiamento opposto: la rabbia, la violenza, la prepotenza del bullismo. Non è un fenomeno nuovo, se ci si pensa. Negli anni in cui eravamo giovani una parte dei ragazzi precipitò, fino a morirne, nell’eroina, la cui improvvisa esplosione è un fenomeno mai indagato davvero, e un’altra nel terrorismo che, in fondo, era una forma di indifferenza e di cinismo nei confronti della vita altrui. E persino della propria. Se si vuole il racconto più drammatico di quella condizione di disagio bisognerebbe rileggere le lettere a Lotta Continua. In quel tempo esisteva, infatti, una diffusa e coinvolgente partecipazione politica e civile. Ciò che manca, oggi. Sia chiaro, comunque: un adolescente non inquieto è inquietante».

Paolo Crepet

Quanto ha pesato la pandemia?
«È stato un big bang. Ha prodotto disagio per il modo in cui è stata gestita: chiusura delle scuole, didattica a distanza, conseguente chiusura in casa dei ragazzi, isolati dal contesto sociale. È stata dura per tutti, ma per loro è stata un’esperienza afflittiva. A scuola si va certo per imparare, certo perché è un dovere. Ma si va anche perché c’è un cortile, un corridoio, una ricreazione. Lì si trovano gli amici, gli amori, si costruisce la ragnatela fondamentale, la prima, dei rapporti sociali. I ragazzi sono stati rinchiusi nel loro cellulare. Quando una ragazza di un liceo di Bologna alla quale è stato tolto il cellulare ti dice, due settimane dopo, “Non è male, questo esperimento, finalmente siamo tornati a parlare” ci sta parlando di una possibilità. Se io prendo una ragazza di sedici anni e la chiudo con le cuffiette, con una visione del mondo che passa solo attraverso lo schermo, è chiaro che qualcosa in quella esperienza umana accade. Dovremmo studiarla bene».

Cosa pensi degli sviluppi tecnologici annunciati, come il visore Apple e l’intelligenza artificiale?
«Tim Cook ha ragione a dire che il visore sarà una rivoluzione. La terza tappa: il computer, l’Iphone, ora il visore. Ma il visore porta a un mondo prevalentemente virtuale. La prima cosa che mi viene in mente è la follia. Il mondo della psicosi è sempre stato descritto come un mondo altro, in cui tu costruisci una tua vita virtuale. Parli da solo, pensi da solo. È l’uomo sull’albero di Amarcord di Fellini. Mondi altri, costruiti per sfuggire a quello reale. Che inquieta, fa soffrire. Il virtuale è stare su quell’albero».

Il nostro tempo è causa di infelicità?
«Mi viene in mente il caso del “ragazzo selvaggio” magnificamente raccontato nel film di François Truffaut. Un adolescente trovato nel bosco dove aveva trascorso i primi dodici anni della sua vita che si cerca di riportare nel mondo civile. Siamo in pieno illuminismo e la domanda che si fanno i medici che lo curano è: la civiltà porta felicità?».

Nel caso del ragazzo la risposta è no. Non riuscì mai a integrarsi, morì infelice.
«Perché citare questo caso? Perché questo è il tema. E se le tecnologie, nel separarci e relegarci in un mondo virtuale costruissero la nostra infelicità? “Think different” diceva Apple: era un messaggio di libertà, di innovazione, era una promessa di libertà e di felicità. È stato davvero così? Gran parte del disagio giovanile nasce o si alimenta in relazione con questi strumenti. Torniamo all’illuminismo: liberté, égalité, fraternité. Cos’è la fraternitè, Facebook? E cos’è la libertè, il metaverso? Tutto questo crea appagamento, dipendenza o maggiore libertà? Forse è venuto il momento di ragionarne senza le catene dell’ovvio o del politicamente corretto imposte dallo spirito del tempo».

Cosa è del conflitto generazionale?
«Mia mamma non amava i Beatles. Ai genitori di oggi piacciono i Maneskin. Il conflitto è diventato una sorta di baratto. La rivoluzione dei ragazzi è stata taciuta dalla comunità, che l’ha avvolta in un conservatorismo estremo. Pasolini sarebbe molto preoccupato, la sua denuncia del consumismo si è inverata. Oggi il nonno compra le stesse cose dei suoi nipoti, non è mai successo nella storia umana. Quella cesura era un fatto salutare, ognuno viveva il tempo giusto della sua esistenza. Oggi i genitori vogliono essere più giovani dei figli, tutto questo appiattisce e amicalizza un rapporto che invece deve essere fondato sul riconoscimento dei ruoli. Non esiste più il capitano, il punto di riferimento. È forse il compimento del ‘68, dalla rivolta antiautoritaria. Ma ora una generazione che ha contestato i padri è diventata serva dei propri figli. Non è capace di dire i no, di orientare senza usare l’autoritarismo, ma l’esperienza. C’è un armistizio: io ti faccio fare quello che vuoi, tu non mi infliggi la tensione di un conflitto. Ma così si spegne il desiderio di autonomia, l’ansia di recidere i cordoni, l’affermazione piena della propria identità. Il conflitto generazionale è sparito. E non è un bene».

Ma ti sembra che si sia spento il desiderio, da quello sessuale a quello di cambiare il mondo?
«Se hai tutto, non cerchi nulla. Una delle applicazioni di intelligenza artificiale più usate dai ragazzi si chiama “Replica”. Non è assurdo? Ogni generazione ha cercato di creare, non di replicare. Si voleva non ribadire, ma stupire, non accettare il frullato di quello che c’è, ma l’invenzione del nuovo. Noi stiamo diventando soli e ne siamo contenti. Abbiamo smesso di parlarci. Nelle scuole, in famiglia, nelle sezioni, nelle parrocchie, nei circoli o nelle piazze. Se vogliamo salvarci dobbiamo disallinearci, dobbiamo rinunciare all’ovvio, vivere la vita da un punto di vista originale. Non dobbiamo replicare, dobbiamo inventare».

E la sessualità?
«Oggi è vissuta senza desiderio. I ragazzi che frequentano giovanissimi i siti porno aumentano la fruizione ma finiscono col banalizzare il meraviglioso mistero del sesso. L’erotismo è scoperta, non fruizione. Casanova diceva “L’erotismo è l’attesa” e invece ora è tutto spiattellato. Troppo e troppo presto. Celebriamo la libertà sessuale uccidendo l’erotismo».

È giusto, come ha proposto Ammaniti, non dare ai ragazzi il cellulare prima dei dodici anni?
«So per certo che bisogna far venire ai ragazzi la voglia di fare a meno di un uso parossistico del cellulare. Bisogna inventare altri interessi, il bisogno di relazione e di scambio. Possibile che la tradizione educativa italiana — Montessori, Lodi, Don Milani — non produca una cultura del desiderio di conoscenza e di profondità? Io ai ragazzi di quell’età non darei il cellulare, farei insieme a loro le ricerche per aiutarli a decifrare i codici della comunicazione digitale. Così come non capisco come si possa, da parte dei genitori, pensare di geolocalizzare i figli. Se ne comprime la libertà per placare le proprie ansie. Tutte ansie individuali. Bisogna fare insieme, non da soli».

Nell’esperienza delle generazioni precedenti l’unico momento di giudizio sociale era la scuola. Spesso duro ma contenuto nelle dimensioni. Ora ogni adolescente può essere destrutturato da un giudizio che diventa subito universale. Di qui il bisogno costante di conferme della propria autostima. È così?
«L’esposizione permanente, l’esistenza di un proprio pubblico, quello dei follower, il carattere virale di ogni forma di comunicazione costituiscono motivo di stress e di ansia. La scuola educava anche a conoscere le sconfitte, a far fronte a momenti di difficoltà e di delusione. La dimensione limitata del giudizio, quello delle mura di una classe, ti consentiva di ripartire, se eri caduto. Ora tutto è universale, rapido, spietato. Bisogna riconquistare una giusta dimensione del tempo, uscire dalla fretta del momento. Io credo che questa generazione smarrita cerchi ragioni per sognare e tornare a sperare. Dal buio si esce cercando la via. C’è bisogno di parole, di conflitti sani, di visioni che appassionino. Invece ci circonda il silenzio. Sembra, in questo tempo, che si possa solo aspettare Godot. Ma Godot non c’è».

Il commento
di Carlo Crovella
Molti recenti fatti di cronaca, fra cui, in particolare, l’investimento di una citycar con la conseguente morte di un bambino di cinque anni, non permettono più di voltare la testa dall’altra parte. Siamo di fronte ad un gravissimo problema di disorientamento ideologico di giovani e giovanissimi.

A volte neppure più così giovani, visto che in molti casi si parla di ultra ventenni, età alla quale un tempo si aveva già famiglia oppure si era in guerra fra le trincee. Insomma, è evidente la grave immaturità delle nuove generazioni.

Pare si tratti del risultato di diverse cause, ma tre sono inquadrabili con una certa precisione: le conseguenze del lockdown (e della DAD), che ha sbrindellato la residua propensione alla socializzazione diretta; la tecnologia, che per loro ha ormai spostato la vita nel campo virtuale; l’atteggiamento buontempone e lassista di molti genitori, che puntano a essere “amici” dei figli, ma, così facendo, non si rendono conto di stemperare l’’efficacia educativa delle regole comportamentali.

La soluzione di questo grave problema non è affatto semplice: delle tre criticità, quella su cui ci si aspetta tempi più rapidi è la netta virata da parte dei genitori. Sono chiamati a un cambio di passo, che però non è certamente agevole da concretizzare.

Certo è che, se non si riesce a intervenire in tempi relativamente brevi, la società occidentale andrà completamente allo sbando.

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Il virtuale spietato con i ragazzi ultima modifica: 2023-09-03T04:10:00+02:00 da GognaBlog

20 pensieri su “Il virtuale spietato con i ragazzi”

  1. 20
    marco vegetti says:

    6. “Siamo l’unica…”. Per quel poco che ne so, in Italia in particolar modo. Un sistema che esclude i giovani dal mondo del lavoro, che rende loro difficile farsi una propria vita a prescindere, una marea di “vecchi” inamovibili dai loro scranni andrebbero aggiunte come cause ulteriori tipicamente italiane. Per quel poco che so e ho visto, nei paesi nordici i giovani sono molto più autonomi e molto più presto che da noi: semplicemente, da quel che ho capito, hanno più opportunità.
    Per dire: la vice dell’ingegnere Sloane, il capo della squadra di recupero della Costa Concordia al Giglio, era una ragazza ingegnere neozelandese di manco 30 anni. Sarebbe mai potuto accadere con un’italiana? NO, MAI. Detto tutto

  2. 19
    marco vegetti says:

    Crepet è quello stimato professionista che afferma che Barbie sconfiggerà Putin?

  3. 18
    Rosa says:

    Mi fa piacere che Crepet abbia ritratto le sue opinioni sulle donne vegane. Non mangiare carne significa mettersi nei panni della sofferenza atroce di chi, dopo una vita di reclusione in spazi ristrettissimi, trasportato senza cibo né acqua per lunghi tragitti, viene ucciso senza aver commesso nessun crimine, se non quello di essere nato non umano. Mettersi nei suoi panni  significa essere empatici. E se vogliamo far crescere dei giovani meno bulli, meno violenti, piu’ consapevoli dobbiamo  educarli all’empatia e al rispetto per ogni essere vivente. Solo così potremo salvare ancora questo pianeta e la specie umana, prima che sia troppo tardi. Grandi menti del passato erano vegetariani: Socrate, Seneca  Orazio, Leonardo da Vinci, per citarne alcuni. Inoltre faccio presente che gli allevamenti intensivi contribuiscono all’inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque per un terzo, quindi producono anche un forte impatto sui cambiamenti climatici e quello che ne consegue (cataclismi, malattie, fame ecc.) Concludo con una frase di L. Tolstoy: “Fra l’uccisione di un animale e quella di un uomo, il passo è breve”.

  4. 17
    brandi says:

    chi genera figli e convinto di saperli crecere manca il concetto di auto ritica e riflessione sulla vita la specie umana e alla deriva da millenni non e responsabilità della tecnologia l attuale decadenza

  5. 16
    christina says:

    CIAO. Sono passati più di tre anni da quando ho perso i contatti con il mio amante a causa del lavoro e del trasloco. Le cose accadono troppo velocemente perché abbiamo perso la comunicazione e la connessione tra noi. Ho letto un articolo sul prete ahah. Ho deciso di provarlo con mia grande sorpresa. Il prete ahah mi ha aiutato a riconnettermi con il mio amante. Nel caso qualcuno abbia una situazione simile, ecco i dettagli.}} jajatemple {@ {null}.net

  6. 15
    Rosa says:

    Se, secondo la psicanalisi, i primi 5 anni sono fondamentali nel plasmare la personalità di un soggetto, la tecnologia, pur avendo una grande influenza, interviene piu’ avanti. Le società “primitive” che ho conosciuto, erano più a contatto con la natura, e,  contrariamente, a quanto le “moderne” società occidentali credano, hanno anche loro una loro complessità. Personalmente penso che ci siano,  dei criteri educativi di base che si possono applicare in qualsiasi società e che sono universali. Quello che manca nel nostro mondo pseudoevoluto è un contatto più diretto con la natura, da cui apprendere (basta guardare gli animali selvatici), che il procacciarsi del cibo, un tetto, difendersi dai predatori, richiedano uno sforzo e la guida di chi ha esperienza. Noi il cibo ce lo fornisce il super mercato, ma dobbiamo imparare un lavoro per avere dei soldi e comperarcelo e, per avere un lavoro  più o meno soddisfacente, serve faticare per studiare ecc., per non parlare di altri aspetti simbolici, ideali, aspirazioni. Certo il consumismo non è un buon maestro, come l’assenza o invadenza dei genitori, il loro non farsi rispettare, da cui ne consegue la mancanza di rispetto nei confronti  degli insegnanti, dei nonni, degli anziani. Non aiuta il narcisismo proiettato dei genitori sui figli. Esiste all’interno della famiglia un ordine atavico che andrebbe rispettato (Hellinger)  il tutto condito da un’affettivita’ profonda e non possessiva (Gibran). Consiglio per i genitori: “Portate i vostri figli alla domenica non nei centri commerciali, ma in montagna  per far loro conoscere i vari tipi di piante, i vari tipi di uccelli e altri animali  fateli camminare anche con fatica  nei boschi, per far loro assaporare il profumo dei fiori e del muschio. Insegnate a loro ad amare e rispettare ogni essere vivente e dite che noi abbiamo ereditato un mondo meraviglioso, che non è il tablet, dai nostri nonni e genitori e che ora lo consegnate a loro perché lo rispettino e lo tutelino. Così impareranno ad amare,  oltre che se stessi anche i loro simili e a vivere come guerrieri (con la consapevolezza della morte al fianco, come diceva C. Castaneda).
     

  7. 14
    Marcello Cominetti says:

    “I genitori dovrebbero semplicemente insegnare la conoscenza delle regole, ai figli l’ accettarle e l’adeguarsi o meno prendendosene la responsabilità della scelta.”
     
    Sistema ottimo per creare la società (detta “allo sbando” ) di odierna memoria.
    Si accettano le regole se e quando sono rispettose della libertà di tutti.
    Siccome oggi ce ne sono troppe che non rispettano questo principio, un genitore ha il dovere di insegnare ai figli come combatterle e magari cambiarle, se serve.

  8. 13
    Carlo says:

    La vita animale, come quella primitiva, è semplice: poche regole fatte osservare con severità. Per viverci al genitore basta insegnare cosa è buono da mangiare e come procurarselo. Noi sapiens abbiamo inventato l’agricoltura e quindi regole per rispettare proprietà del coltivato, regole man man crescenti con la complessità della nostra società. Per questo il ruolo del genitore non è più sufficente, da solo, all’educazione. Serve la scuola, il senso civico e il saper coltivare le proprie doti per non solo integrarsi e far parte della comunità ma anche per farla progredire. Ovvio che questo va in conflitto con i propri educatori, legati alla propria idea di società. Senza giovani che dissentono saremmo ancora a società primitive. I genitori dovrebbero semplicemente insegnare la conoscenza delle regole, ai figli l’ accettarle e l’adeguarsi o meno prendendosene la responsabilità della scelta. I nostri genitori han vissuto guerra e fame. Noi il 68 e gli anni di piombo. I nostri figli stanno vivendo la crisi del capitalismo e la globalizzazione, spesso più disumana di guerre e contestazioni. Ognuno vive il suo tempo, la sola cosa che resta sono le immutabili regole del vivere col prossimo, con le istituzioni e con il sistema educativo che di evolvono e cambiano CON noi, non PER noi

  9. 12
    Marcello Cominetti says:

    Enri, sembra che i ragazzi cui ti riferisci siano comunque dei deficienti. Non so se parli da genitore o solo da invetrato dello sport.
    I figli, fin da neonati, manifestano il loro carattere e un genitore “normale” dovrebbe cercare di capire quale strada educativa percorrere in base alla sua esperienza precedente. Se quest’ultima è stata traumatica o negativa, dovrebbe impegnarsi a capire cos’è giusto per i figli. Non è assolutamente facile, ma è quello che un genitore dovrebbe fare.
    Tutte le alternative portano alla creazione di persone mediocri, come vediamo nell’umanità. Costoro servono al potere perché manipolabili facilmente ed ecco confezionata la nostra società, in cui chi dissente vive in costante battaglia ideologica (e a volte anche fisica) con le istituzioni che ritiene ingiuste. Ma costoro, se non altro, saranno quelli che avranno tirato su dei figli che saranno degli adulti equilibrati soltanto con l’esempio e con pochissime costrizioni.
    È pure un’ottimizzazione naturale di energie. 
    Poi  se si sarà amici, nemici, complici o di opposte idee su poche o molte cose, non c’entrerà. 
    Conterrà trovare ognuno la sua strada indipendentemente dalla società e dal sistema giudicanti.
    Sarà dentro che ognuno dovrà sentirsi bene, anche a costo di passare per matto. Chi se ne frega!
    I figli, basta guardarli per capire, come fanno i gatti, i topi, i pesci, i gufi e gli orsi.

  10. 11
    Enrica Ravalli says:

    Concordo nell’asserzione che molti genitori hanno la sindrome di Peter Pan, però vorrei fare un distinguo.
    Alcuni di coloro che da ragazzi hanno subito le “prepotenze” genitoriali è possibile che siano più inclini ad essere amici dei propri figli per non reiterare il loro vissuto, tuttavia ritengo che essere amici dei figli non vuol dire esserne complici; lo si può essere anche mettendo delle regole, facendo capire loro cosa è giusto e cosa è sbagliato senza violenza o prepotenza.
    Oggi vedo che i genitori coprono le marachelle, più o meno gravi, dei propri rampolli. E questo è sbagliato.
    Ci vorrebbe, si, l’educazione genitoriale, tuttavia ciò non è possibile un quanto tali genitori non ammetteranno mai i propri errori educativi.

  11. 10
    Enri says:

    Di questo articolo, direi scontato, sottolineo il fatto che i genitori non sono più tali ma ambiscono a diventare amici. Questo a mio avviso il punto chiave. Detto questo e “solleticando” Crovella: e se mettere un Trave in stanza al posto dei Maneskin o il programma di allenamento per arrivare a partecipare a UTMB fosse una delle soluzioni? O un bel paio di sci da alpinismo?
    Ne ho esperienza concreta. I ragazzi “abboccano” abbastanza facilmente. Se come esca diamo loro il cellulare, la tv ecc ecc avremo degli individui che camminano per strada con il viso incollato allo schermo. Se faremo loro un trave, un paio di sci o diremo loro di correre per i monti, forse, avremo persone felici ( con il cellulare in tasca silenzioso). Penso stia un po’ a noi grandi decidere cosa offrire. E poi non siamo così pessimisti: i giovani tosti ci sono, qualsiasi strada abbiamo scelto.

  12. 9
    Alberto Benassi says:

    Un tablet ad una bambina di 3 anni mi sembra il minimo. Direi che è un sistema educativo perfetto.

  13. 8
    Carlo says:

    Mi pare un azzardo confrontare le competenze tra il vivere in una società primitiva ed una moderna. 

  14. 7
    grazia says:

    Proprio così, Rosa: i popoli « evoluti » non fanno altro che allontanarsi dalla loro essenza perdendo di vista se stessi. 
     
    Negli ultimi anni sono aumentate enormemente la distrazione, l’assenza (si è sempre altrove con i pensieri), le capacità relazionali. 
     
    L’altra mattina al mercato ho incrociato una mamma con bimba di almeno tre anni sul passeggino. Con in mano il tablet insisteva perché le comprassero qualcosa e quando la mamma ha risposto che non aveva denaro, sua figlia le detto che poteva usare la carta. 
    Si potrebbe discutere giorni interi s proposito di queste dinamiche, ma è certo che, come ha fatto notare Gogna in uno dei suoi articoli, le nostre capacità si stanno impoverendo. 

  15. 6
    Rosa says:

    Siamo l’unica soecie animale con tempi molto lunghi per far arrivare all’indipendenza i nostri figli, questo ci dimostra quanto siamo inferiori, e non superiori, agli altri esseri viventi. Sono stata, come antropologa, presso popoli più “primitivi” e solo lì ho visto la vera pedagogia: il saper dosare affetto, disciplina, autorevolezza, senso di appartenenza al gruppo, rispetto per gli anziani e ogni forma di vita.

  16. 5
    Marcello Cominetti says:

    Altro che patente per andare in montagna. Ce ne vorrebbe una per fare i figli.
     
    Non imputerei ai lockdown o al cellulare il rincoglionimento di tanti giovani ma ai loro genitori in ogni caso.
    Ogni cosa ha il suo lato positivo e da giovani può servire a formarsi un carattere. Certo è che se hai dei genitori coglioni non sei favorito.
    A me sembra che i ragazzi in gamba ci siano esattamente come una volta. Forse sono pochi, ma mi sembra che anche quando ero giovane io non abbondassero.
    Serve uscire dal sistema-criceto “studia-consuma-crepa”. Chi ha il coraggio di prendere altre strade evita l’incanalamento che, secondo me, rappresenta il vero sbando.

  17. 4
    Carlo says:

    Beu, son nostri figli….mica vengono da un altro pianeta! Avranno società, cultura, ambiente che NOI abbiamo pensato e realizzato per loro! Cominciamo una buona volta a prenderci le responsabilità , s4nza dar colpa agli altri, alla scuola, alla società, ai poteri forti 

  18. 3
    Bartolo says:

    Purtroppo debbo condividere a pieno l’analisi del dott. Crepet. A mio avviso si deve intervenire con urgenza ripristinando in ogni ambito sociale il valore dell’antico TIMORE: di Dio, dei genitori, di tutte le autorità costituite.

  19. 2
    Alberto Benassi says:

    parte di loro non si accorge dei gravi problemi che causano a se stessi e ai propri figli.

    non se ne accorgono perchè li parcheggiano. Iniziano prestissimo, quando sono ancora bambini dandogli il cellulare in mano così non rompono le palle.
    I genitori sono dei bravissimi pusher.

  20. 1
    Grazia says:

    Commentando le riflessioni di Carlo, la società è completamente allo sbando da decenni e non credo, purtroppo, in un cambiamento repentino di rotta da parte dei genitori, visto che la maggior parte di loro non si accorge dei gravi problemi che causano a se stessi e ai propri figli.

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