Indagini sulla morte di Emilio Comici

Indagini sulla morte di Emilio Comici
di Fabio Cammelli
(pubblicato su lozaino n. 14, fascicolo scaricabile da qui)
Le fotografie sono tratte in massima parte dal libro di Severino Casara L’arte di arrampicare di Emilio Comici (Hoepli. 1957).

Sono trascorsi poco più di 80 anni dalla morte di Emilio Comici, uno dei talenti più straordinari nella storia dell’alpinismo italiano. Chiunque sia stato in Dolomiti ad arrampicare è facile che si sia imbattuto in una via firmata “Comici”.

Nasce a Trieste il 21 febbraio 1901 e muore il 19 ottobre 1940 ai piedi della Parei de Ciampac (in Vallunga]. Negli anni giovanili esplora le grotte e gli abissi del Carso triestino, per poi rimanere letteralmente folgorato dalla luce e dagli immensi spazi della montagna, raggiungendo in breve una tecnica arrampicatoria e un’eleganza di stile pressoché uniche, paragonabili solo a quelle del mitico Paul Preuss e tali da indurre il grande Riccardo Cassin ad affermare: “In più di cinquant’anni non ho mai visto nessuno arrampicare con tanta apparente facilità e con tanta eleganza”.

Nella sua vita realizza oltre 200 prime ascensioni e apre, sulla parete nord-ovest della Sorella di Mezzo al Sorapiss, il primo tracciato italiano di VI grado, massima difficoltà alpinistica di allora. Importanti e difficili scalate si susseguono a ritmo forsennato: parete ovest della Cima di Mezzo alla Croda dei Toni (oggi chiamata Croda Antonio Berti), parete nord-ovest del Civetta, parete nord della Cima Grande di Lavaredo (ripetuta in seguito addirittura in solitaria). Spigolo Giallo e spigolo nord-ovest della Cima Piccola di Lavaredo, parete sud-est della Punta di Frida sempre in Lavaredo, parete nord del Salame al Sassolungo (oggi chiamato Campanile Comici), e poi altre e altre ancora.

Teorico delle vie “a goccia cadente”, diventa un pioniere nella tecnica e nella progressione artificiale su roccia, mai rinunciando tuttavia a concepire la scalata come una vera e propria opera d’arte. Le sue innegabili doti umane, unitamente a una grazia di movimenti che gli permetteva di danzare sulle pareti più ripide “come se avesse le ali di un angelo”, fanno sì che gli venga riconosciuto l’appellativo di ‘Angelo delle Dolomiti’. La sua grandezza comunque non sta tanto nel gran numero di vie alpinistiche aperte, ma soprattutto nella purezza e nella ricerca della linea estetica ideale, percepita come ricerca di un momento di “armonia globale”, in grado di esprimere libertà e bellezza interiore. I sostenitori dell’arrampicata libera più pura lo attaccarono ferocemente in vita, criticando l’uso eccessivo di mezzi artificiali per realizzare i suoi progetti. Anche il suo sostegno al fascismo gli generò risentimento, tanto che per lungo tempo le esatte circostanze della sua morte vennero taciute dal regime, che non volle gettare alcuna ombra intorno alla sua figura.

Sulla base di numerosi resoconti da parte di testimoni e amici, riprendendo fonti ufficiali d’epoca e rintracciando un prezioso carteggio conservato presso l’Archivio storico della Biblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano, cercherò di ricostruire con la massima rigorosità possibile le circostanze che portarono alla morte Emilio Comici.

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Protagonisti presenti il 19 ottobre 1940 ai piedi della Parei de Ciampac (in Vallunga):
• Emilio Comici.
• Carlo Fissore: medico del comune di Selva di Val Gardena (nato ad Acqui nel 1911 e morto a Busca, nel Cuneese, durante la Lotta di Liberazione nel 1944).
• Lina (Carolina) Demetz: figlia del proprietario dell’Albergo Stella di Selva di Val Gardena (nata nel 1917 e morta nel 1945 in seguito a un intervento chirurgico).
• Tommaso Giorgi: impiegato comunale di Selva di Val Gardena (nato a Saluzzo nel 1917 e morto a Selva nel 2014).
• Gianni (Giovanni) Mohor: amico di Emilio Comici e alpinisticamente cresciuto alla sua scuola, fu prima Istruttore della Scuola Nazionale di Alpinismo del CAI di Val Rosandra, poi Portatore e infine Guida Alpina (nato a Trieste nel 1921 e morto nel 1961 in un letto di ospedale, dopo un lungo calvario sopportato con rassegnazione in seguito all’amputazione di entrambi i piedi per congelamento, nel corso della prima salita invernale alla cresta nord della Grivola, nel gennaio 1942).

Diciamo subito che non esiste alcuna versione dell’incidente né da parte di Carlo Fissore né da parte di Lina Demetz (entrambi morti prematuramente dopo pochi anni dall’avvenuta tragedia): in particolare, la mancanza di quest’ultima testimonianza ha un notevole peso in tutta la vicenda perché, al di là delle diverse versioni, l’unica persona che avrebbe forse potuto raccontare la reale dinamica dell’incidente, in quanto probabilmente unica testimone diretta e oculare, sarebbe stata Lina Demetz (compagna di cordata di Comici in quel fatidico pomeriggio).

Abbiamo in sostanza 4 diverse ricostruzioni di quanto avvenuto il 19 ottobre 1940:

Prima versione
(resa pubblica e ufficializzata subito dopo la morte di Comici).
Causa della caduta: rottura di un cordino, vecchio e logoro, trovato da Comici nello zaino di Mohor e utilizzato da Comici stesso per assicurarsi a uno spuntone da cui scendere in doppia. Secondo tale ricostruzione la rottura di questo cordino, con la conseguente caduta, sarebbe avvenuta a discesa in doppia non ancora iniziata.

Fonte: due articoli pubblicati sulla rivista Lo Scarpone (1 novembre 1940, n. 21). Emilio Comici e La ricostruzione della tragedia, a firma rispettivamente di Giordano Bruno Fabian e Sandro del Torso (entrambi accademici del CAI, subito accorsi in Val Gardena per il funerale); tale versione è riportata, pressoché identica, anche da Severino Casara, amico fraterno e appassionato biografo di Comici, nelle pagine del libro L’arte di arrampicare di Emilio Comici (Hoepli, 1957).

“… Il pomeriggio di sabato 19 ottobre 1940 Comici si recava con il medico di Selva di Val Gardena, con un amico arrampicatore di Trieste, con un impiegato del comune di Selva e con una signorina del paese a fare un’esercitazione di roccia sulla breve parete Campaccia in Vallunga, di fronte al vecchio trampolino da sci. Mentre l’amico triestino iniziava per conto suo l’arrampicata con gli altri due compagni lungo una fessura, Comici si divertiva a suonare la chitarra e di tanto in tanto a sparare con un fucile contro i corvi. Ma, invitato dalla signorina ad arrampicare, poiché non c’era una seconda corda, traeva dal sacco dell’amico tre cordini di differente età, lunghezza e dimensioni. Una volta uniti a formare un’unica corda (NdA, una specie di catena di cordini annodati l’uno all’altro), condusse la signorina su per facili rocce e cenge erbose, alcuni metri a destra della cordata dei tre amici. Giunto 40 metri più in alto, all’attacco di una paretina liscia di 5-6 metri, formante diedro con una placca sporgente, riuscì a superarla. Non fidandosi della corda per far salire la signorina, decise di scendere: a tale scopo le ordinava di sostare sulla cengia erbosa dalla quale sporgeva la paretina e la pregava di slegarsi dalla corda, che doveva servire a lui stesso per scendere sulla cengia. Con uno dei tre cordini, con cui era riuscito a formare la corda per salire in parete, formò un doppio anello che girò attorno a uno spuntone del vertice della placca, per poi scendere in doppia. Comici afferrò poi i due capi della corda con la mano destra e provò due volte la resistenza del cordino posto attorno allo spuntone: questo sembrava tenere bene e dare pieno affidamento. Stava facendo per scrupolo un terzo tentativo quando, nel movimento, il piede sinistro si scostò dal suo punto di appoggio. Egli cercò di ripristinare istintivamente l’equilibrio, sorreggendosi con la mano destra al cordino che aveva posto con un doppio anello attorno allo spuntone.

Questo cordino non resse allo sforzo, si ruppe e Comici precipitò al suolo, con un salto nel vuoto di circa 45 metri, rimanendo esanime sul terreno. Tra lo sgomento dei compagni terrorizzati. Comici esala l’ultimo respiro dopo pochi minuti. Un accurato esame, da parte di esperti, ai due pezzi del cordino che Comici teneva ancora stretto nel pugno ha rivelato come lo stesso celasse l’insidia. Si trattava di un vecchio pezzo di cordino rimasto esposto alle intemperie. La sfilacciatura dei due capi strappatisi si presentava annerita internamente: Comici non avrebbe potuto accorgersene. Con tutta probabilità la zona di rottura del cordino era stato il punto maggiormente esposto nell’occhiello di un chiodo di roccia“.

Durante l’apertura della via sulla Nord della Cima Grande di Lavaredo.

Seconda versione
Causa della caduta: rottura di una “corda raffazzonata”, che Comici avrebbe preparato con più cordini annodati l’uno all’altro, alcuni vecchi e logori (trovati nello zaino di Mohor) e altri più nuovi di sua proprietà. Questa corda, o meglio questa “catena di cordini uniti insieme”, sarebbe stata fatta passare da Comici attorno a uno spuntone per facilitare la discesa di un tratto difficile della parete. Secondo questa ricostruzione la rottura della corda, con la conseguente caduta, sarebbe avvenuta a discesa già in corso.

Riccardo Cassin, Emilio Comici e Mario Boga Dell’Oro ai Resinelli (1933).

Fonte: articolo di Gianni Mohor, apparso per la prima volta su Il Gazzettino del 20 agosto 1942 con il titolo Come finì il più eccelso scalatore di vette, e riportato anche nel suo dattiloscritto autobiografico La mia vita per l’Alpe, dato alle stampe postumo sulla rivista Le Alpi Giulie (anno 114, n. 2, 2020) con il titolo La montagna di Gianni Mohor: la rosa e la spina; tale versione viene riconfermata, pressoché integralmente, nell’articolo del Mohor Sulla montagna che lo respinse è sempre vivo lo spirito di Comici, pubblicato il 23 ottobre 1951 su Il Corriere di Trieste, e nuovamente riproposta sulla rivista Alpi Giulie (anno 104. n. 2, 2010), in un numero monografico a ricordo di Emilio Comici a 70 anni dalla morte, in cui vengono raccolti testi inediti, relazioni e articoli già pubblicati sulla vita umana e alpinistica di Comici, tra cui l’articolo Testimone di una tragedia di Gianni Mohor.

“… La mattina del 19 ottobre 1940 mi trovavo negli uffici del comune di Selva di Val Gardena, coinvolto in una serrata discussione con l’impiegato municipale. Si discuteva sulle discese con la corda doppia. In conclusione decidemmo di recarci nel pomeriggio in palestra, per delle esercitazioni pratiche. Dopo aver consumato la colazione scendo in paese, recandomi da Comici per ottenere in prestito dei moschettoni e dei cordini, in quanto il mio materiale alpinistico, speditomi da casa, non mi era ancora pervenuto.

Allungato in arrampicata

– Dove vuoi andare con questo caldo? – mi dice tra un boccone e l’altro, invitandomi a rimanere ad ascoltare la radio.

Alle ore 14.30, muniti di carabina, corda, chiodi, chitarra e altre suppellettili, in allegra brigata e cantando, ci portiamo in Vallunga. Eravamo in cinque: il Comici, il medico del paese, una signorina del luogo, un impiegato comunale ed io.

Emilio, che non aveva alcuna intenzione di arrampicare, aveva portato con sé la chitarra; il medico, dal canto suo, intendeva darsi alla caccia grossa, sparando sulle cornacchie del vicinato; la signorina, che per l’occasione aveva indossato un abito di Comici (giacca di velluto e pantaloni mascolini), si sarebbe accontentata di mirarci dal basso. I soli arrampicatori eravamo l’impiegato comunale ed io.

Ci portiamo alla base delle rocce costituenti la palestra, traversando un boschetto di larici.

Qui devo aprire una parentesi per ripetere, spiegandolo, un fatto di capitale importanza, io ero sprovvisto di cordini e, in quell’occasione, ne usavo alcuni che avevo chiesto in prestito a Comici. I miei cordini, come altro materiale, erano in viaggio. Ero bensì in possesso di alcuni cordini, vecchi e sciupati, che tenevo in una tasca dello zaino, giovandomene solamente per legare le valigie durante i viaggi e per riunire, in uno solo mazzo, chiodi e corda. Quindi questi miei cordini, probabilmente anche dimenticati nel mio zaino, non avevano nulla a che fare con la mia vera attrezzatura alpinistica.

Dunque mi lego a forbice con due corde, attaccando una fessura strapiombante, salita tempo addietro dal povero Emilio. Supero lo strapiombo e invito l’impiegato a raggiungermi. Fermatomi su una cengia erbosa, sulla quale cresceva solitario un larice, mi sono assicurato al tronco girandovi attorno la corda, quando una voce mi distrae: mi volto e vedo Emilio vicino a me; era salito da una fessura diagonale; dietro a lui spuntava la nostra compagna.

– Che fate? – chiedo sorpreso.
– Andiamo di lì che è più facile… Hai dei cordini che non valgono niente! – soggiunge poi, indicando con la mano quello a cui è legata la signorina.

Su spigolo

I suoi cordini erano nuovi e si distinguevano dal colore chiaro, di materiale buono; gli altri, vecchi (i miei), li aveva congiunti formando una corda unica, inoltre li aveva legati doppi, meno uno che, sembrando migliore degli altri, l’aveva lasciato semplice. Quest’ultimo aveva un colore biancastro, forse perché esposto a lungo agli agenti atmosferici. Come capitò nel mio sacco, Dio solo lo sa!

– Ma diamine, perché usate quei cosi? – domando.
– Oh, mica niente, tanto strappi non ne prendono – mi dice sorridendo e scappa via senza lasciarmi il tempo di offrire una mia corda (NdA: Mohor era legato a un capo di due corde, alle cui opposte estremità erano legati i suoi due compagni Fissore e Giorgi).

Intanto l’impiegato mi raggiunge dopo stenti e moccoli, mi è vicino e io lo assesto sul terrazzino. Il dottore, che doveva fungere da spettatore, vuole salire anche lui e si lega a un capo libero della seconda corda. Lo assicuro e gli do la voce, invitandolo a raggiungermi. Gli altri, che erano da tempo spariti al mio sguardo, li sento parlare sopra, su un terrazzino dove si sono fermati, mentre il dottore si affanna sotto lo strapiombo. In quell’istante un urlo lacera il silenzio e un rumore di rami rotti mi fa voltare la testa in alto: una figura precipita sbattendo contro i rami dell’albero, mi passa vicina, tento di afferrarla… Un cordino svolazza, lo carpisco, mi si attorciglia al polso, mentre la massa umana mi sfugge dalle mani. Un urlo di raccapriccio mi esce dalla strozza. Il corpo rimbalza un’ultima volta contro uno spuntone dello strapiombo, indi è al suolo.

In Vallunga, sotto la parte Campaccia.

– Che cosa è successo?! Chi è caduto? – mi grida il dottore.
– Comici! È caduto Comici – il mio grido disperato si espande echeggiando contro le montagne.
– Scendete dottore – grido, e sfilo la corda.

Il dottore arriva a terra, dimentica di slegarsi e corre là dove il nostro compagno giace.

– Slegatevi dottore! – grido.
Si slega e mi guarda; il suo viso dice chiaramente ciò che egli non osa confessare. Recupero la corda, lego il terzo e lo faccio scendere. Il dottore intanto corre in mezzo alla valle per chiamare soccorsi. Alcuni contadini in lontananza guardavano la scena impassibili, per poi muoversi pigramente verso il paese.

Il dottore mi sgrida perché voglio salire a prendere la ragazza.

– Lasciatemi comandare! – grida.
– Ma che diavolo volete comandare – ribatto stizzito, e intanto salgo temendo che l’altra svenga. Mi volto e guardo in basso. Il povero Emilio vive ancora: il suo robusto torace si muove sollevandosi, la testa pure si muove un paio di volte, mentre la bocca si torce dallo spasimo.
– Ma è vivo – mi dico e, così confortato, salgo la fessura-diedro. La signorina, sportasi dall’alto, mi guarda gridando e piangendo.
– Se non vi ritirate, guai a voi – dico rabbioso, temendo che precipitasse.

La raggiungo, cerco di calmarla con delle parole dette a casaccio, mentre lei mi si aggrappa addosso istericamente. Le mollo un paio di sberle in faccia. Si cheta! Pianto un chiodo, la lego a un capo della mia corda e, fissata la metà della corda con un moschettone al chiodo, la faccio discendere con il sistema di discesa a corda doppia, ma su una corda sola. Appena si ferma sulla cengia sottostante, aggiusto la corda, mi metto in posizione e scendo anch’io; osservo il chiodo piantato: si muoveva. Mi butto in picchiata e arrivo vicino a lei, in tempo per vedere una vettura partire, con sul tetto una figura riposta su una scala e coperta con qualcosa di scuro…

In vetta sulla Cima Grande di Lavaredo.

Riporto adesso il dialogo svoltosi tra Emilio Comici e la compagna di cordata. Dialogo che ho potuto ricostruire interrogando la ragazza subito dopo la disgrazia. Comici e la signorina, dopo avermi oltrepassato, giungono su un terrazzo: da qui Comici sale ancora alcuni metri, fermandosi su uno spuntone perché non ha corda sufficiente per procedere e uscire dalla parete.

– Vieni su – dice Comici.
Lei sale un po’. Lui ci riflette e la ferma.
– Su questo spuntone non ci stiamo in due. Torna indietro – le dice ancora.

La signorina ritorna dov’era: un terrazzino erboso di circa un metro, inclinato verso valle. Comici vuole scendere dove stava la sua compagna e aspettare me, perché io dovevo passare di là. Si sarebbe saliti poi tutti assieme. Comici scende allora per un breve tratto.

– Diamine, sai che è brutto scendere con queste scarpe – dice, e ritorna sullo spuntone.
– Slegati – ordina alla ragazza. Recupera quindi la corda e la passa doppia su uno spuntone vicino.

La collauda con degli strattoni e inizia a scendere, tenendosi con una mano alla roccia e con l’altra alla corda. Gli scivola il piede destro. Invece di tenersi alla roccia, si aggrappa alla corda; lo strappo, sebbene breve, ha ragione della corda che, difettosa e forse anche logorata durante la prova sullo spuntone, si taglia in due.

In cima al Campanile che porta il suo nome

Lui precipita, annaspando disperatamente con le mani, cercando invano di frenare la caduta. Precipita per circa 40 metri. Così è morto Emilio Comici.

Qualcuno in paese aveva insinuato che il compagno (cioè il sottoscritto) poteva fermarlo durante la caduta. Osservazione assurda e balorda! Dio mi è testimone se io potevo compiere ciò. Fermare un corpo che cadeva già da 25 metri! Fu impossibile, materialmente impossibile!“.

A questa versione del Mohor si aggiunge, sebbene un po’ discordante, la ricostruzione di Fausto Stefenelli (1905-1989), primo direttore della Scuola Nazionale di Alpinismo del CAI di Val Rosandra e grande amico di Comici, accorso sul luogo dell’incidente non molte ore dopo l’avvenuta tragedia, in tempo per raccogliere il racconto dalla voce ancora tremante dello stesso Mohor. In una lettera autografa del 19 febbraio 1957, indirizzata ad Armando Biancardi e alla rivista Le Alpi Venete, così scrive: “… Quel pomeriggio Mohor, il medico di Selva e un altro giovane si erano avviati alla palestra della parete Campaccia per fare alcune esercitazioni. Comici si lasciò indurre, quasi controvoglia, a venire ad osservare le loro esercitazioni, tanto che si avviò assieme a una ragazza, portando con sé unicamente una chitarra, che già prima stava suonando sul balcone di casa. Mentre il Mohor faceva assicurazione presso un larice sporgente (a un’altezza di pochi metri da terra). Comici per passatempo s’innalzò lungo una facile fessura obliqua, portandosi sopra il gruppo dei tre rocciatori, alla sommità del roccione. Poiché la ragazza stava pure lei salendo per la stessa via, e dato che gli ultimi due metri di uscita erano più impegnativi, Comici le gridò di attenderlo sulla cengetta sottostante, affinché lui scendesse per legarla e così assicurarla nel superamento di quell’ultima placca. In precedenza infatti, sprovvisto di materiale alpinistico, aveva pescato dallo zaino del Mohor (rimasto sul prato) un cordino che vi si trovava, mettendoselo in tasca. Fatalità volle che il Mohor non si fosse accorto della cosa, altrimenti lo avrebbe avvertito che si trattava di un cordino da lui già scartato, che gli serviva per legare degli involti. Comici, per scendere più rapido, appoggiò questo tragico cordino sull’orlo della placca e fece un volteggio che avrebbe dovuto depositarlo 2 metri più sotto, presso la ragazza che attendeva. Il cordino (che potei esaminare attentamente) si sfilacciò di colpo: Emilio cadde di schiena nel vuoto e batté con l’occipite su una piccola sporgenza non lungi dai piedi di Mohor, che invano fece il tentativo di afferrarlo. La morte fu istantanea. Nessun errore di calcolo dunque, o di tecnica, nessun azzardo, unicamente l’ora del destino che può avvalersi anche dell’insidia di un vecchio cordino“.

Questa ricostruzione dello Stefenelli viene però subito contestata dallo stesso Mohor che, in lettera autografa del 28 febbraio 1957 indirizzata ad Armando Biancardi, cosi puntualizza:

“… Non è vero che Comici arrampicasse quel giorno da solo. Comici e la ragazza partirono dalla base della parete legati in cordata: infatti Comici, rovistando nelle tasche del mio zaino, si era fatto una specie di corda, unendo insieme alcuni miei vecchi cordini in disuso con 3 o 4 cordini nuovi di sua proprietà, che lui stesso mi aveva prestato la mattina. Comici e la ragazza mi raggiunsero, mi sorpassarono, salirono lungo un diedro e sostarono su una cengetta situata al di sopra del mio punto di sosta accanto al larice. Comici salì lungo una placca. Si fermò. Volle far salire la ragazza, che iniziò ad arrampicare. Si accorse però che in due non avrebbero potuto sostare sullo spuntone dove si era fermato. La fece allora scendere sulla cengia sottostante e iniziò lui stesso a scendere in arrampicata. Ma si accorse che la discesa non era facile data la roccia bagnata (aveva delle scarpe con la suola di gomma consunta, scarponcelli Vibram tipo Montagna). Ritornò allora sulla sommità della placca e ordinò alla ragazza di slegarsi per poter poi avere più corda (così facendo salvò la ragazza, perché altrimenti avrebbero potuto precipitare insieme). Comici passò la corda sulla sommità della placca, la provò con degli strappi e scese in arrampicata, reggendosi con la mano destra alla corda fatta da cordini (dico cordini al plurale, in quanto si trattava di una serie di cordini legati insieme a formare un’unica corda). Scivolò!! Si aggrappò alla corda piuttosto che alla roccia e la corda (nel tratto corrispondente ai miei cordini logori) si ruppe!! Uno dei miei vecchi e logori cordini, che era stato utilizzato da Comici per formare, unendoli ad altri suoi cordini, un’unica corda, si era rotto. Comici è caduto perché un cordino, un mio cordino, si era spezzato!! Questa è la tragica realtà!”.

Terza versione
Causa della caduta: rottura di un cordino che Comici teneva legato in vita e utilizzato da lui stesso per assicurarsi a uno spuntone e sporgersi nel vuoto. Secondo questa ricostruzione la rottura, con la conseguente caduta, sarebbe avvenuta nel momento in cui il cordino, marcio all’interno, venne sollecitato dal peso del corpo.

Fonte: lettera autografa di Tommaso Giorgi, scritta nell’aprile 1957 in risposta a una missiva di Armando Biancardi, che gli chiedeva una sua ricostruzione degli eventi.

“… Era un sabato d’ottobre bellissimo quello del 19 del 1940. Verso le ore 2 del pomeriggio si decise di andare in Vallunga per una scampagnata. Non si voleva fare una vera e propria scalata. Solo palestra chi ne avesse avuto voglia. Il dottor Fissore si prese il fucile (era appassionato cacciatore) e con noi due, Emilio ed io, vennero anche il triestino Gianni Mohor e la signorina Lina Demetz (dell’Albergo Stella di Selva). Il tratto di strada da Selva alla Vallunga venne fatto a suon di chitarra (che aveva portato con sé Emilio) e raccogliendo fiori autunnali. Superato il trampolino da salto per sci “Tutino”, a poche decine di metri si trova la “palestra Comici”, perché proprio lui aveva chiesto di adattare tale roccia per un’eventuale scuola di roccia. lo, Fissore e Mohor decidemmo di metterci in palestra su insegnamento di Comici, che era rimasto sul prato. Avevamo fatto metà della roccia e, visto che noi potevamo farcela da soli, Comici decise di arrivare, assieme alla signorina Demetz, in cima alla parete (circa 40 metri] per il sentiero; come poi fece. Dopo circa mezz’ora, visto che noi non si arrivava ancora in cima, Comici decise di raggiungerci calandosi giù dalla roccia. Come tutti gli scalatori aveva con sé un cordino che usava per legare ganci e spuntoni. Il cordino gli fu fatale. Sapendo che la discesa non era difficile, non credette opportuno prendere tutti gli accorgimenti che era abituato a prendere in difficili scalate. Passato il cordino attorno ad uno spuntone di roccia, si sporse giù. La tragedia è stata fulminea. Il cordino si spezzò con il peso del corpo e Comici volò per circa 40 metri, senza lanciare un grido. Forse sperava di arrivare a terra e cavarsela con poco. Sentii l’urlo della Demetz e, credendo che venissero giù sassi, mi voltai verso valle, appoggiandomi il più possibile alla roccia; cosi fecero anche i miei compagni di cordata. Mi vidi passare davanti il corpo del povero Emilio, e naturalmente capii subito la tragedia. Lo seguii fino in fondo. Cadde, fece un giro su se stesso e non si mosse più. Aveva picchiato la testa su un sasso. Diversamente non sarebbe morto. Era tutto nervi e ce l’avrebbe fatta lo stesso, anche se il salto era molto alto. La ragazza era spaventata e continuava a urlare. Ci si aspettava da un momento all’altro che anch’essa cadesse. Fortunatamente alcuni paesani di Selva (dei contadini che lavoravano la terra) videro ciò che era accaduto e vennero subito sul luogo della tragedia, unitamente alla Guida Alpina Antonio Mussner di Selva. lo e i miei amici di cordata scendemmo subito e giungemmo che Emilio stava per spirare senza proferire parola. Il medico Fissore ne constatò la morte“.

Passaggio esposto su spigolo

Questa versione del Giorgi venne in seguito modificata dallo stesso (e ampliata con alcuni nuovi particolari), per poi essere riportata dalla giornalista Elena Marco (1966- 2020) nel libro Alpinismo Eroico (Vivalda Editori. 1995):

“… 19 ottobre del 1940. Lo ricordo come se fosse ieri, fu un meraviglioso sabato di sole. Al mattino restammo in Comune, per registrare alcuni atti: l’ultimo che Comici firmò fu un atto di nascita. Poi, attorno alle ore 12, ci trovammo al solito posto, al bar dell’Albergo Stella, dove tardammo un po’. Mentre noi eravamo impazienti, pronti a divertirci e a lanciarci in una corsa per i prati. Comici invece, come capitava spesso, era pensieroso. Sapevo che era innamorato di una ragazza bionda, una triestina credo, ma non era ricambiato; a causa di ciò, per lenire questa fitta al cuore, ma non solo per ovviare allo sconforto, aveva chiesto di partire volontario per il fronte. La sua domanda non venne però accettata e il rifiuto finì per incupirlo ancora di più.

Ma quel sabato, al bar, la ragazza che era con noi riuscì a convincere Comici e a spingerlo, nonostante non ne avesse alcuna voglia, di aggregarsi alla compagnia. Il programma era di andare a prendere la chitarra e di trovare un prato dove mettersi a cantare e a suonare. Ci dirigemmo allora verso la Vallunga dove c’era, tra l’altro, la parete frequentata abitualmente da istruttori e allievi della scuola di roccia. Tra una canzone e l’altra, alcune intonate dallo stesso Comici (che a orecchio musicale non era secondo a nessuno), decidemmo di arrampicare. La compagnia era composta da me, da Emilio Comici, da Carlo Fissore (medico comunale), da Gianni Mohor (giovane istruttore di alpinismo) e dalla mia futura cognata, Lina Demetz. Si decise di dividere il gruppo in due cordate: la prima composta da me, il medico e l’istruttore; l’altra da Comici e Lina Demetz. Mentre loro due avrebbero dovuto aspettarci su una cengia percorrendo un sentiero, noi avremmo dovuto cimentarci sulla parete. A dire il vero eravamo un po’ duretti a salire: io non ero un gran montanaro, il dottore nemmeno, solo il Mohor se la cavava bene.

Camera ardente

Ad un certo punto, non vedendoci arrivare. Comici decise di vedere che cosa stavamo combinando: prese un cordino che aveva legato attorno alla vita, l’assicurò a uno spuntone che si trovava poco più sopra e si sporse nel vuoto. In quell’istante il cordino si spezzò, sentii l’urlo della Demetz e, volgendomi verso valle, vidi Comici andare giù, giù, di piatto, senza muoversi e senza gridare. Precipitato sul prato sottostante, si rialzò di scatto, quasi fosse una palla, facendomi tirare un sospiro di sollievo, convinto com’ero che non si fosse fatto male. Un istante dopo però ricadde di nuovo a terra, questa volta senza più rialzarsi.

Il dottor Fissore scese rapidamente dalla parete e chiamò aiuto sparando un colpo di fucile, fucile che aveva lasciato sul prato con l’intenzione, prima del calar del sole, di andare a caccia. Sul posto si precipitarono Antonio Mussner (una Guida Alpina che stava lavorando la terra poco distante) e un suo amico. lo, tremante, ero rimasto in parete, incapace tanto di salire quanto di scendere, e fu da là che sentii il medico dire che non c’era più niente da fare. Un sasso, uno dei pochi sassi in quel prato verde, gli aveva fracassato la testa, uccidendolo. Comici era morto. Quelle parole mi paralizzarono ulteriormente e dovettero venire a prendermi per riuscire a staccarmi da quella parete.

Insieme con gli altri non ci rimase altro da fare che trasportare il corpo a Selva: non c’erano barelle e così pensammo di utilizzare una vecchia Balilla di un operaio che lavorava in valle. Posammo il corpo sul tetto dell’automobile e, a passo d’uomo, ci dirigemmo verso il Comune. Il tutto si svolse in un breve lasso di tempo, forse meno di mezz’ora tra incidente, recupero dei superstiti e trasporto della salma. In comune ci si adoperò per allestire in fretta una camera ardente che venne posta in corridoio“.

Questa stessa ricostruzione viene nella sostanza confermata anche da un personaggio illustre quale Spiro Dalla Porta Xydias (1917-2017), non solo accademico del CAI, regista e scrittore, ma anche attento biografo di Comici. Nei suoi due libri Emilio Comici, mito di un alpinista (Nuovi Sentieri Editori, 1988) ed Emilio Comici, le ali dell’angelo (Nordpress Edizioni, 2001) così descrive la sciagura:

“… A pranzo c’è un’allegra comitiva intorno al tavolo: il medico condotto, l’impiegato comunale, un conoscente di Trieste, una ragazza. Quel pomeriggio nessuno ha da lavorare: non ci sono turisti in ottobre, il dottore ha finito il solito giro di visite e non ha chiamate; gli uffici del Comune sono chiusi e il compagno di Trieste è ospite di passaggio. Tutti sono liberi, non hanno nulla da fare: chi lancia per primo la proposta di arrampicare nella palestra della Gardeccia, a pochi minuti di distanza?

Approvano tutti entusiasti. Solo Comici è reticente: non ha voglia, non vuole scalare… Così proprio lui, che appena aveva qualche ora libera ne approfittava per allenarsi, rifiuta… Vadano gli altri, egli si recherà in ufficio, in Comune, poi si ritroveranno tutti insieme la sera. Ma gli amici insistono: se proprio non desidera arrampicare, venga almeno con loro in Vallunga, li aspetterà alla base; i tre compagni faranno una breve arrampicata, poi passeranno insieme il resto del pomeriggio: c’è uno splendido prato sotto le paretine di quella palestra… Anche la ragazza insiste, non può disertare la compagnia e alla fine egli cede e acconsente: ma sulla spinta di un misterioso presagio interiore, non porta con sé il solito materiale d’arrampicata (corda, chiodi, moschettoni, cordini), ma prende invece la chitarra. Suonerà e canterà mentre gli altri arrampicano.

Si avviano: uno della compagnia, nel timore di avere poca “ferraglia”, si carica di uno zaino trovato abbandonato in anticamera; automaticamente lo raccoglie e lo infila in spalla. È lo zaino di Gianni Mohor. I cinque arrivano sotto la paretina della Gardeccia, la paretina che proprio Emilio aveva scoperto, attrezzandola a palestra e tracciandovi itinerari di brevi vie. Si siede sull’erba, incomincia a suonare, come tante volte aveva fatto, con gli amici intorno a lui che cantano cori di montagna… Il pomeriggio potrebbe trascorre così, tranquillamente… Ma gli altri vogliono anche arrampicare, per cui estraggono dagli zaini il materiale alpinistico e si legano in cordata per fare una via abbastanza impegnativa, che presenta all’inizio uno strapiombo prolungato (il passaggio chiave). Lì, a pochi metri, il “primo” attacca la roccia mentre un compagno, la corda intorno alla spalla, gli fa sicurezza… Ed ecco che alla ragazza, rimasta vicino a Comici, viene un’idea improvvisa: perché rimanere fermi sul prato? Potranno riposarsi e cantare più tardi: se egli non ha voglia di arrampicare, perché non andare ad aspettare gli amici su una cengetta, quasi al termine della paretina? Ci si può arrivare facilmente senza bisogno di arrampicare, contornando la placca per verdi e roccette, senza neanche bisogno di corda… Comici prima nicchia e poi, su insistenza della ragazza, annuisce… Si alza, si dirige a sua volta verso la roccia ma, come preso da un pensiero improvviso, si ferma vicino a uno zaino aperto, zeppo di materiali: si china e ne estrae due moschettoni e un cordino. Non sa che quello è il sacco di Gianni Mohor, l’amico aspirante guida, e che si tratta di un cordino vecchio, inaffidabile, che serve solo per tenervi infilati i chiodi. Con questo gesto sigla il suo destino, perché quel cordino pare sano esteriormente, ma all’interno la canapa è tarata, marcia…

Comici precede la ragazza, contornano la parete e risalgono le facili roccette a fianco della via degli altri: non hanno neanche bisogno quasi di adoperare le mani e raggiungono facilmente la cengetta, alla sommità dello zoccolo; Emilio prende il cordino, lo passa intorno a un masso, chiudendo l’anello con un moschettone (NdA: nel libro edito nel 1988 si parla espressamente di “un cordino fatto passare attorno a un masso”; nel libro pubblicato nel 2001 si parla invece di “un cordino in doppia fatto passare intorno a un alberello”). Si siede, aspetta con la compagna. Gli amici tardano: il primo della cordata è sempre impegnato sul passaggio-chiave, non ha superato ancora lo strapiombo, deve essere in difficoltà… Improvvisamente una voce dal basso: il capocordata, con tono concitato, gli chiede come bisogna fare per superare lo strapiombo. Comici non riesce a scorgerlo, perché la roccia aggettante gli impedisce di vederlo: allora si afferra al cordino, si sporge in fuori per guardare dove si trovi l’amico e dargli i suggerimenti del caso. Ma il cordino è vecchio, logoro, marcio all’interno: non regge al peso e si spezza di colpo.

Il corpo precipita con un unico volo di quaranta metri fino al suolo, sulla schiena. Uno dei componenti della cordata, l’impiegato comunale, così racconta: “Ho alzato la testa sentendo la ragazza urlare, lui non ha aperto bocca e l’ho visto passarmi davanti, con il corpo quasi orizzontale. Poi è accaduto un fatto incredibile: appena piombato al suolo, si

è rialzato, quasi di scatto, ha accennato qualche movimento febbrile con le mani, come per spolverare l’abito dal terriccio, tanto che ho pensato – Grazie a Dio, è salvo! – Passa un solo attimo: le mani cessano il toro tremito nervoso. Il corpo ricade dipeso a terra. Inerte. Immobile. Per sempre“.

Quarta versione
Causa della caduta: manovra azzardata di Comici durante una discesa in corda doppia.

Fonte: articolo dello scrittore Armando Biancardi (1919-1997), pubblicato sulla rivista Le Alpi Venete (1956, n. 2) con il titolo Ricordo di Emilio Comici; questa stessa ricostruzione viene ribadita, in una forma assai poco modificata, in una lettera autografa di Armando Biancardi (scritta nel marzo 1957 e indirizzata a Tommaso Giorgi), in cui lo scrittore afferma che tale versione gliela avrebbe fornita la guida alpina Giovanni Demetz di Santa Cristina (1903-1994) che, pur non essendo presente sul luogo della tragedia, pare l’abbia avuta di prima mano da uno dei protagonisti della sciagura (verosimilmente Lina Demetz).

“… Un pomeriggio, in compagnia di amici, Comici era venuto a fare un po’ di palestra sui banali salti di roccia, frammista ad erba, della parete Campaccia, a pochi passi da Selva. Abbandonata la chitarra sui prati, dopo qualche sonata e qualche canto, si era legato con i compagni. Così aveva fatto chissà quante altre volte. Dopo essere salito lungo la parete, aveva cominciato a scendere a corda doppia.

– Ecco, si fa così e così, e poi si fa in quest’altro modo, e alla fine si dovrebbe far cosà – spiegava a chi in quel momento lo stava guardando.

Era arrivato al termine della sua corda doppia, senza tuttavia giungere a un punto di sosta.

– Quando però ci si trova in casi come questi, ci si arrangia e s’improvvisa: così! – disse.

E fra il dire e il fare, senza porre tempo di mezzo, adocchiato un tronco di larice che sporgeva dalle rocce sottostanti, trascinandosi dietro un capo della corda, calcolava un balzo per abbracciarlo e fermarsi. Fatalità, piccolissimo errore, imprevisto. Urtava di spalla sul tronco e non riusciva più a trattenersi. Il volo non era lungo. Non più di una trentina di metri, ma la posizione di caduta, a testa prima, orribile. La morte istantanea, inutili gli immediati soccorsi…

Emilio era forse giunto, nei contatti acrobatici con la montagna, a un grado di confidenza eccessivo. Forse quella confidenza era stata troppa. Forse, fu quella troppa confidenza ad essergli fatale“.

Conclusioni
La storia non è altro che un complesso mosaico di verità, in cui di tanto in tanto affiorano dal passato alcune nuove “briciole di verità”, alle volte supportate da testimonianze scritte o verbali più o meno affidabili, un numero infinito di piccole tessere ad incastro, ognuna delle quali porta con sé una nuova luce, magari semplicemente un raggio insignificante, ma sempre parte integrante di quelle “molte verità” che portano vicino alla “vera verità”. Possiamo aderire all’una o all’altra delle numerose versioni riportate, in base alla sensibilità di ciascuno di noi: sta di fatto che la “vera verità” sulla morte di Emilio Comici rimarrà sempre oscura, o meglio, avvolta nella luce della verità della leggenda.

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Indagini sulla morte di Emilio Comici ultima modifica: 2021-10-15T05:16:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Indagini sulla morte di Emilio Comici”

  1. 6
    Antoniomereu says:

    Albert @ 5
    E magari a tracolla carico di fettucce e cordini vari.
    Per non saper ne leggere ne scrivere mettevo spesso un raddoppio perché  la fiducia nei materiali non è mai illimitata e tira oggi tira domani ….costo 0 e la mente era più serena.

  2. 5
    albert says:

    2006
    https://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/todd-skinner-pioniere-dellarrampicata-a-morto-a-yosemite.html
    per rottura nell’anello dell’imbrago..quindi non ostante progressi nei materiali..

  3. 4
    albert says:

    Perlon( Germania) e Nylon in USA furono messi a punto in laboratorio prima del 1940  ma commercializzati dopo il  decesso di Comici, anzi i canaponi o fibre naturali durarono ancora molto in campo alpinistico..

  4. 3
    lorenzo merlo says:

    Essì. La valorizzazione del sentire. Far tacere il sapere.

  5. 2
    Antoniomereu says:

    Al 50°dei Ragni durante la cena ai Resinelli davanti alla polenta qualcuno ha chiesto informalmente al Riccardo ( Cassin) quale fosse la più grande dote dell’ alpinista e lui rispose da Grande qual era altrettanto informalmente ;il fondoschiena…
    Quanta saggezza!,  sia quando si è giovani e la si schiva ad ogni uscita e sia quando da ”  vecchi ” ci si crede troppo…
    Per quanto riguarda l’indagine è  bello che le conclusioni l autore delle raccolte le lasci trarre a chi arriva in fondo alle quattro relazioni con l ultima che stride in un racconto diverso dai primi tre legati al cordino…logoro e autarchico a cui forse dare una  comoda colpa..
    Forse l ‘unica verità che traspare dalla vicenda è che le sensazioni e i presentimenti andrebbero ascoltati più delle voglie delle persone accanto.

  6. 1
    lorenzo merlo says:

    Gran lavoro. Storico. Complimenti.

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