Intervista a Cédric Herrou

Cédric Herrou. «Dopo 11 arresti, 5 perquisizioni e 5 processi sono stato finalmente dichiarato innocente. La Corte Costituzionale ha riconosciuto il “principio di fraternità” che autorizza ogni cittadino a venire in soccorso di un migrante in difficoltà ». L’adesione alle Comunità Emmaus dell’Abbé Pierre. Le petizioni nei supermercati contro i suoi prodotti. La visita a sorpresa di Macron.

Intervista a Cédric Herrou
di Marco Dell’Oro
(pubblicato su L’Eco di Bergamo del 6 marzo 2022)

Per qualcuno è un eroe, per altri un estremista della solidarietà, irresponsabile e quindi pericoloso. La definizione di «Robin Hood dei migranti clandestini» è suggestiva, ma sbagliata: un po’ perché lui non vive nascondendosi nei boschi, molto perché non ha mai rubato nulla. È vero, questo sì, che è stato un fuorilegge: braccato dalla giustizia francese in un incubo giudiziario durato quattro anni e mezzo che gli sono valsi 11 arresti, 5 perquisizioni e 5 processi. Odissea necessaria per difendersi dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione illegale, per la quale era stato condannato in primo grado e che si è conclusa con un lieto fine solo il 31 marzo 2021, capolinea di un ginepraio in punta di diritto che ha fatto di lui, Cédric Herrou, contadino della Valle della Roya, 44 anni ancora da compiere, un’icona universale. Quel giorno infatti la Corte di Cassazione confermò la sentenza di assoluzione emessa il 13 maggio 2020 dalla Corte d’Appello di Lione, dichiarando inammissibile il ricorso presentato dalla Procura Generale, ultimo colpo di coda di quello che molti definiscono un accanimento giudiziario. La motivazione dell’assoluzione definitiva («la solidarietà non può essere un reato») sta contribuendo a ridisegnare la ragnatela legislativa francese.

Cédric Herrou all’ingresso e all’uscita del Tribunale di Nizza, il 10 febbraio 2017. Foto: Sebastian Nogier.

Una pena detentiva
Tutto era iniziato nell’ottobre 2016, quando i gendarmi avevano scoperto che in un villaggio poco distante da casa sua, Saint-Dalmas-de-Tende, dentro un edificio abbandonato ma ben visibile dalla strada (ex magazzino delle ferrovie dall’architettura mussoliniana), erano stati ricoverati 57 stranieri, di cui 29 minori. La Procura di Nizza apre un’indagine su Cédric, che li aveva aiutati a sistemarsi, accusandolo anche di aver trasportato nelle settimane precedenti altri migranti da Ventimiglia in Francia, ospitandoli nella sua fattoria.

In primo grado, nel febbraio 2017, Cédric è dichiarato colpevole dal Tribunale di Nizza e condannato a una multa di 3.000 euro. La pena è aumentata dalla Corte d’Appello di Aix-en-Provence che nell’agosto 2017 gli commina una pena detentiva di quattro mesi con sospensione condizionale. Lui presenta ricorso alla Corte Suprema ed è la svolta, perché viene trasmessa al Consiglio costituzionale una questione prioritaria di costituzionalità. E nel luglio 2018 i giudici sanciscono che, appunto, la solidarietà non può essere considerata un reato: «L’aiuto disinteressato al soggiorno irregolare non è passibile di conseguenze giuridiche». Per la giustizia francese dunque Cédric cessa di essere un fuorilegge: non è un trafficante di migranti, ma un attivista umanitario che difende il «principio di fraternità», principio che autorizza ogni cittadino a venire in soccorso di un migrante in difficoltà senza doversi preoccupare del suo status giuridico né chiedergli la sua identità.

Un caffè caldo
Cédric Herrou ci riceve sulla terrazza – che lui usa come sala per ricevere gli ospiti – nella sua casa tutta di legno, in mezzo ad ulivi, pollai, orti, galline, maiali, ripostigli per gli attrezzi, bagni e docce costruiti su palafitte e due roulotte arrivate fin qui in elicottero. Terrazzare con muri a secco un terreno così ripido dev’essere stato un lavoro immane («Per questo – spiega – l’ho pagato poco, dicevano tutti che era impossibile renderlo coltivabile»).

Per arrivare abbiamo lasciato la macchina sulla statale, dove non c’è parcheggio e manca un ingresso vero e proprio, sostituito dall’imbocco di un sentiero. È mattina presto e l’aria è gelata, qui in Val Roya, trenta chilometri a nord di Ventimiglia. Per riscaldarci ci prepara lui stesso il caffè, che beviamo in vasetti di vetro, quelli della marmellata.

È nata una stella
L’infanzia a Nizza nel quartiere dell’Ariane («Lo definiscono “popolare”, in realtà un ghetto per neri e poveri, marginalizzati per colore della pelle, origini e classe sociale»), Cédric è una star controvoglia: «All’inizio scappavo da giornali e televisioni, poi parlando con il mio avvocato ho capito che era assolutamente necessario mediatizzare la mia esperienza, se non volevo finire nel tritacarne della giustizia».

Nel 2016 è eletto cittadino dell’anno della Costa Azzurra dai lettori di Niee Matin, non proprio un giornale di sinistra. È l’inizio del gran ballo della notorietà. Dopo la prima pagina del New York Times, nell’autunno 2020 arriva la consacrazione: lo scrittore francese Premio Nobel J. M. G. Le Clé- zio, in un articolo sul Nouvel Observateur, lo definisce «un eroe quotidiano, come lo era stato, a suo tempo, l’Abbé Pierre».

Due anni prima la sua storia era finita sotto i riflettori del Festival di Cannes, fuori competizione, raccontata dal documentario «Libero», del regista Michel Toesca. Sul tappeto rosso Cédric sfila insieme ad alcuni migranti, resistendo alla tentazione di indossare sopra lo smoking i giubbotti di salvataggio arancione, Lampedusa style. L’indomani, sulla Croisette, tutti gli chiedono l’autografo, compresi gli addetti alla sicurezza.

Ma la celebrità ha il suo prezzo, e così, una volta tornato a Breil-sur-Roya, il «contadino star» scopre una decina di telecamere nascoste nella sua fattoria, tra gli ulivi. Per anni le forze dell’ordine gli sono state addosso, ogni pretesto era buono per fargli sentire il fiato sul collo. «Ma adesso mi lasciano tranquillo. Vede quell’edificio – ci indica l’altra pendice della valle – proprio di fronte a noi? Mi tengono d’occhio con il binocolo. Ma si limitano a quello».

Un ronzio soffuso attira i nostri sguardi verso l’alto. Sopra di noi volteggia un drone. È evidente che i gendarmi ci hanno visto arrivare, la targa italiana li ha insospettiti e vogliono vederci chiaro.

Cédric, come è cominciato tutto?
«È la primavera del 2016. Sto risalendo la valle al volante del mio furgoncino, rientro da Nizza dove tutti i giovedì consegno ai negozianti i prodotti della fattoria: verdura, uova, pesto, olio di oliva… è mezzanotte, all’improvviso vedo qualcosa lungo la strada e mi spavento».

Perché?
«La strada è sinuosa, tutta curve e controcurve. E stretta, molto stretta: da una parte la montagna, una parete verticale. Dall’altra un muretto: se lo sfondi, finisci nel burrone e giù nel fiume».

Vede qualcosa e si spaventa: che cosa vede?
«Figure, sagome che camminavano sul bordo della strada, senza luce. Freno di colpo per evitarle e sbando, a momenti perdo il controllo della guida. Proseguo cento metri, poi mi fermo. Faccio inversione e torno indietro».

Qualcuno che cammina di notte lungo una strada di montagna e quasi la fa andare a sbattere… Perché decide di tornare indietro?
«Ma proprio perché è qualcuno che cammina di notte sul bordo di una strada di montagna. Chiunque sia, mi dico, sta rischiando la vita».

Chi erano?
«Padre, madre e due bambini. Mi fanno capire che cercano una stazione per andare a Parigi. Spiego che a quell’ora non ci sono più treni. Li faccio salire sul furgoncino, dietro, tra le cassette di frutta vuote. Quando gli propongo di venire a riposare a casa mia, accettano: sono stremati. Sono trenta chilometri per risalire da Ventimiglia, chissà come li hanno percorsi, quanto ci hanno messo. Quando imbocchiamo il sentiero ripido che porta all’abitazione, in mezzo agli alberi, nel buio totale della montagna, si fermano e si stringono tutti al padre».

Perché?
«Hanno paura. Li capisco, la mia non è una casa “normale”. Faccio strada con la lampada sulla fronte. Una volta dentro, al caldo, preparo qualcosa di caldo. Poi l’uomo si stende sul divano, la donna e i figli sopra un materasso sul pavimento, tremano ancora di freddo nonostante le coperte. Il mattino dopo mi sveglia il profumo del caffè, il materasso è sistemato con ordine, le coperte piegate. Sono tutti e quattro fuori sulla terrazza, questa dove siamo noi adesso seduti a parlare. Con il poco di arabo che ho imparato in Africa dico loro che vado a comprare il pane».

E a controllare l’orario dei treni.
«La stazione di Breil-sur-Roya è a 5 minuti d’auto da casa mia, ma rifletto: non arriverebbero mai a Nizza, sarebbero subito fermati alla stazione successiva, quella di Sospel. La polizia sale a bordo e nessun clandestino sfugge, figurarsi una famiglia. Torno con il pane, il papà è taciturno, la mamma sta preparando il pranzo per i piccoli, verdure e riso. Mi accorgo che sorride guardando la mia casa, forse non pensava che in Francia la gente potesse vivere in abitazioni così, poco più che una capanna in legno di trenta metri quadrati, accessibile solo dal sentiero, i pavimenti in assi di larice, l’albero che qui copre tutte le montagne a vista d’occhio. Due giorni dopo li aiuto a passare la frontiera con l’aiuto di un’amica».

Come avete fatto?
«La tecnica è semplice, una macchina davanti, vuota, una seconda dietro con i migranti. Se la prima trova i controlli, avvisa l’altra che cambia percorso. Restando nell’entroterra oltrepassiamo Nizza, arriviamo a una piccola stazione, libera da controlli. Quando il treno parte, mi prende un nodo alla gola».

Cédric Herrou nella sua fattoria a Breil-sur-Roya

È stato il primo passo di un lungo cammino: nel 2019, prima del Covid, aveva già accolto qui più di 2.500 persone, anche 250 nel corso della stessa giornata.
«Fu necessario montare delle tende all’inizio del sentiero e far arrivare due roulotte con l’elicottero. Tutti doni di benefattori, molti anonimi. Nel tempo abbiamo aggiunto quattro casette in legno, una cucina all’aperto, dei bagni con doccia. Poi gli arrivi sono diminuiti d’intensità e il ricambio si è fatto meno febbrile, c’era la tendenza a restare qualche giorno, e questo ci ha creato dei problemi».

Perché?
«Mi sono accorto che l’accoglienza pura e semplice non poteva funzionare. Bisognava trovare qualcosa da far fare ai miei ospiti, se no piombavano in uno stato depressivo, sembrava di essere in un ospedale psichiatrico. Si alzavano a mezzogiorno, passavano la giornata su Facebook. Non va bene. L’uomo ha bisogno di un’attività, il corpo non serve solo a sorreggere la testa. Accade lo stesso, in maniera esponenziale, ai disoccupati: rientrare al lavoro dopo due, tre, quattro anni è complicato, hai paura, non ti senti più all’altezza. E poi il lavoro è importante anche per la coesione familiare. Adrissa ora lavora qui, ma i primi due anni in Francia, con la moglie e i figli, non ha mai trovato qualcuno che lo assumesse. I primi giorni che era qui, la mattina usciva di casa e diceva alla figlia: oggi il papà deve uscire perché va a lavorare. Lui era molto fiero di sé, e la bambina, ammirata, vedendo il papà così, si sentiva meglio».


Nasce anche da qui l’idea di trasformarsi in Comunità Emmaus?
«Sì, sono diffuse in tutta la Francia e anche all’estero, seguono i principi delle prime, fondate dall’Ab- bé Pierre. Ora i miei 800 ulivi, le mie 400 galline (presto mille), i miei orti, i miei maiali non sono più miei, ma di “Emmaus Roya”, la prima comunità Emmaus agricola della storia di Francia».

È stato difficile il passaggio da una formula all’altra?
«La transizione da “casa di accoglienza per l’emergenza” a “comunità ufficialmente riconosciuta” è complicata, si introducono orari di lavoro e regole di convivenza. Se in due anni Emmaus Roya non sarà capace di guadagnarsi da vivere, di essere autonoma, dovrà chiudere».

Quanto è grande?
«”Emmaus Roya” si articola in quattro luoghi. La fattoria dove siano noi adesso e dove tutto è cominciato: un terreno di due ettari e mezzo. Poi uno stabile nuovo a Breil-sur-Roya e un terreno dai miei genitori. Quindi un altro terreno, sempre a Breil, dove abbiamo ulivi e orti: un terreno molto più pianeggiante di questo, ci si può arrivare in camion. Infine, un altro uliveto a Tenda. In tutto sono cinque ettari».

Che cosa coltivate?
«Verdura, tutte le verdure secondo le stagioni. Adesso abbiamo cavoli, porri, sedano rapa, coste…».

Come la vendete?
«Abbiamo un banchetto al mercato di Breil, davanti alla stazione due giorni alla settimana. E poi la portiamo nei negozi bio a Nizza ed a Mentone».

Capita ancora che il titolare del negozio in Costa Azzurra debba nascondere ai clienti la provenienza dei vostri prodotti, perché molti non accettano di acquistare qualcosa prodotto da migranti?
«Sì. Ci sono state delle raccolte di firme per costringere la proprietà a non acquistare i prodotti di Cédric Herrou».

Certo che la gente è strana…
«È ipocrita. Queste persone sanno benissimo che la frutta e la verdura che acquistano nei supermercati della grande distribuzione talvolta possono essere raccolte anch’esse, almeno in parte, da migranti clandestini, sottopagati per non dire di peggio.».

È un argomento che i nostri lettori conoscono bene perché abbiamo dedicato due numeri del domenicale al caporalato.
«Avete fatto bene. Sono queste le cose che bisogna denunciare.».

Quante persone lavorano qui nella fattoria?
«Dieci, con quattro bambini».

Vivono qui?
«No, abitano a Breil, due mesi fa abbiamo acquistato e ristrutturato un immobile di tre piani».

Sì, l’abbiamo visto prima di arrivare, bellissimo, ai margini dell’abitato, tutto arredato in legno, travi a vista, esterno in pietra, ricorda un rifugio alpino, molto funzionale. Ci ha accolti una ragazza che teneva fasciato sulla schiena un bimbo piccolissimo, un’altra bimba era nel passeggino e una più grandicella non stava ferma un attimo. Anche lei abita là?
«No, io abito qui, proprio dietro la terrazza dove siamo seduti adesso. Qui c’è tutto quello di cui ho bisogno».

Quando ha iniziato ad aiutare i migranti, accogliendoli in casa sua, si è reso conto che stava compiendo un atto politico?
«La mia è politica, ma una politica ben ancorata al terreno. A volte mi chiedono di spiegare perché io considero “politico” quello che faccio, ma dovrebbe essere piuttosto il contrario, dovrebbero essere i politici di professione a spiegare perché non si occupano dei problemi concreti della gente. Pensi alle elezioni presidenziali in Francia: ma le pare possibile che i candidati facciano sempre fatica a raccogliere le firme di 500 sindaci necessarie per presentare la candidatura? Quello del sindaco è il mandato politico più a contatto con i cittadini,11 più democratico. L’estrema destra ha sempre problemi ad arrivare al quorum. Che cosa vuol dire? Vuol dire che i problemi che questi politici portano alla ribalta mediatica non sono poi così decisivi per i cittadini. C’è un vecchio trucco che fa sempre effetto, non solo in Francia: se tu hai un problema qui, accendi un fuoco da un’altra parte, lontano. Il fuoco diventerà un incendio e farà molto fumo, e tutti guarderanno lontano, non vicino. I mezzi di comunicazione di massa, mi perdoni la franchezza, ci cascano spesso».

Lei rivendica uno stile politico.
«Ovvio che quello che io faccio con i migranti è politico, necessariamente. Il problema della Val Roya è sempre stato, storicamente, l’emigrazione, non l’immigrazione. La gente che doveva partire in cerca di lavoro. Ma abbiamo una tradizione di solidarietà. Qui si dava rifugio agli ebrei, durante la guerra. È uno “stile di vita”».

Stile di vita perché va oltre la politica oppure perché trasforma la politica in qualcosa di diverso?
«Guardi quello che facciamo qui nella nostra piccola comunità. Emmaus Roya è agricoltura, ma anche accesso all’alimentazione, ragioniamo su come produrre e come consumare. Questo è uno dei rari posti al mondo dove ci sono dei precari che mangiano in maniera assolutamente sana e mangiano quello che producono,il frutto del loro lavoro quotidiano. Siamo sempre in ascolto della natura, la rispettiamo».

Lei è in ascolto anche dei migranti.
«Per accogliere i migranti devi essere una spugna, devi assumere i problemi degli altri, farli tuoi e cercare di risolverli».

Detta così sembra la cosa più naturale del mondo…
«E invece tutti mi chiedono perché lo faccio. È pazzesco, non riesco a farmene una ragione. Nelle aule di giustizia, durante i processi che ho subito, i giudici mi chiedevano sempre: perché lei fa tutto questo, signor Herrou? Lei cerca soldi? Ha una contropartita? Lo fa per andare in televisione? Come se l’idea di prendersi cura degli altri non fosse una ragione sufficiente. Allora, mi perdoni, mi viene il dubbio che la solidarietà sia un po’ al tramonto.».

Speriamo di no. Ad ogni modo lei è diventato molto popolare come testimone di solidarietà.
«Credo che molti subiscano il fascino del personaggio che sono diventato».

Ne è davvero convinto?
«Lo stesso Macron, se ha deciso di venire a trovarmi, è perché in qualche misura si sentiva incuriosito».

Scusi, chi ha detto?
«Macron».

Il presidente della Repubblica? Emmanuel Macron è venuto a trovarla?
«Sì».

Quando?
«Nel gennaio 2020 la valle della Roya fu devastata dall’uragano Alex. Macron venne qui a darci la sua solidarietà e promise di ritornare, a distanza di un anno, per verificare i lavori di ricostruzione. Il 10 gennaio scorso è effettivamente tornato. Tre settimane prima io gli avevo lanciato, con grande discrezione, un messaggio. Con mia enorme sorpresa, pochi giorni prima del suo arrivo a Breil-sur-Ro- ya, ho ricevuto una telefonata dal prefetto…».

Il prefetto alza il telefono e chiama l’uomo che per anni la giustizia francese ha trattato da delinquente?
«Ha fatto effetto anche a me (sorride, ndr). Mi ha detto che il presidente sarebbe stato lieto di incontrarmi, e che avrei ricevuto istruzioni dalla prefettura».

Dove vi siete visti?
«Il giorno della visita è arrivata una macchina dei servizi segreti. Mi hanno accompagnato in un luogo fuori dall’abitato di Breil-sur-Roya. Lontani da tutto, soprattutto dai giornalisti e dalle televisioni. Qui mi ha raggiunto il presidente, non era su un’automobile della polizia o dei gendarmi. Abbiamo parlato una buona mezz’ora, restando sempre in auto».

Che cosa le ha detto?
«Mi ha soprattutto ascoltato».

Che cosa gli ha fatto ascoltare?
«Che a Ventimiglia, durante la fase più acuta della crisi, c’era una chiesa che accoglieva donne e bambini perché il mio Paese aveva deciso di chiudere le frontiere.».

Mica male come inizio…
«Gli ho chiesto a che cosa serve far soffrire le persone. Tutti quelli che fermiamo alla frontiera, che teniamo in isolamento, prima poi riusciranno a passare il confine, è nell’ordine delle cose. Andranno in Inghilterra, in Germania, ma qualcuno resterà in Francia: perché maltrattarlo? Che nazione vuoi costruire con uomini e donne che hai maltrattato? Gli ho spiegato che cosa significa dormire una notte all’addiaccio. La paura che ti afferra. Quando ti addormenti, diventi fragile, vulnerabile, ti possono rubare le scarpe, violentare, picchiare. Un mese di vita sulla strada ha bisogno di un anno di ricostruzione mentale, è un trauma enorme. Gli ho spiegato la differenza tra me e i militanti No Bor- der, che pure rispetto. Quando un migrante viene da me, io mi presento per primo, e poi gli chiedo chi è, gli apro la porta di casa mia, lo accolgo, ma con regole precise. Se le trasgredisce, lo mando via. Senza contare che l’accoglienza ha anche un risvolto pratico: consente di quantificare il fenomeno. La clandestinità rende tutto molto opaco».

E produce sofferenza.
«Ricordo il giorno in cui una donna mi telefonò da quella chiesa a Ventimiglia, dove il parroco accoglieva i migranti. Era nel panico. Alla stazione di Mentone era stata separata dal suo bambino e dal marito, e rispedita in Italia. In più, non potendo allattare, soffriva moltissimo. Quando la polizia era salita sul vagone, lei era seduta un po’ lontana dai suoi. Poiché era senza documenti, il poliziotto la fece scendere. Lei urlò ma fu inutile. Il marito osservò la scena senza fiatare. Vedendolo con il neonato, i poliziotti l’avevano preso per uno che vive qui e lo lasciarono in pace. Avrebbe dovuto parlare, quell’uomo? Mostrarsi, raggiungere la moglie? La tragedia della migrazione riserva queste scelte dolorose. In quegli attimi lunghissimi l’uomo sperò fino all’ultimo di vedere la moglie risalire sul treno, ma le porte si richiusero senza di lei. Non esitai un istante. Andai subito a Ventimiglia, presi la donna e la portai a Marsiglia alla ricerca del marito. Lungo la strada dovetti fermarmi per acquistare un tira- latte. A Marsiglia l’uomo non c’era. Scoprimmo, ma solo dopo, che diffidava di tutto ed aveva proseguito per Parigi, considerata più sicura. Ci vollero ancora tre giorni, interminabili, perché marito e moglie potessero riabbracciarsi, insieme al figlioletto. Ho chiesto a Macron: è questa la giustizia che vogliamo?».

Cédric Herrou al Festival di Cannes nel 2018

A proposito di giustizia. Un giorno sua madre ha scritto una lettera al procuratore della Repubblica.
«Sì. Iniziava così: “Io sono la madre di colui contro il quale lei si sta accanendo”. Era il 21 gennaio 2017, fu pubblicata sui social dopo che mi avevano arrestato per l’ennesima volta, insieme a mio fratello Morgan».

Fotogramma del film «Libero» di Michael Toesca

Una lettera di protesta?
«Più tardi lei stessa spiegò le ragioni che l’avevano portata a scriverla: “Giravano troppe falsità su Cédric, dicevano che era un pedofilo, che speculava sui migranti. Le minacce di morte e le gomme tagliate non ci lasciavano tranquilli. Scrissi la lettera d’istinto”».

Fotogramma del film «Libero» di Michael Toesca

Che cosa scrisse sua mamma al procuratore?
«Gli presentò con semplicità la nostra famiglia. Sua nonna paterna nel 1918 aveva attraversato la frontiera italiana a piedi sulle montagne perdendo il figlio che aveva in grembo. La nonna materna lavorò tutta la vita come una bestia da soma, tirando carri di legno. Sua sorella è nata nelle celle della Gestapo in Germania dove la madre, tedesca, era detenuta. L’altra particolarità della nostra famiglia è l’accoglienza dei bambini in affido, praticata per 25 anni. Mia madre, parrucchiera, iniziò nel 1984, io avevo cinque anni, Morgan sette. Erano quindici, di ogni origine, abbandonati dai genitori o picchiati o violentati. Quando tornavano a casa nostra dopo11 week end passato con i genitori naturali, erano a pezzi. Nella lettera mia mamma scrisse al procuratore: “Quando Cédric vi dice che i bambini che vede sulle strade della valle della Roya sono suoi fratelli, non vi mente”. Hortense, arrivata neonata, è diventata mia sorella quando i miei genitori l’hanno adottata all’età di 18 anni. E poi, quando io ero già uscito di casa, hanno adottato un bambino down: è il mio secondo fratello».

Fotogramma del film «Libero» di Michael Toesca

È una donna in gamba.
«Lo penso anch’io. Posso chiederle una cosa?».

Prego.
«Mi può rifare la primissima domanda, quella che mi aveva fatto all’inizio?».

Perché quella notte della primavera 2016, quando ha visto delle sagome scure sul ciglio della strada, si è fermato invece di tirare dritto?
«Perché se non lo avessi fatto, mia mamma mi avrebbe sgridato».

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Intervista a Cédric Herrou ultima modifica: 2022-06-30T04:17:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Intervista a Cédric Herrou”

  1. 6
    lorenzo merlo says:

    Te l’ho già detto. Mi hai convinto. Avevo sempre creduto non ci fossero gli stupidi. 

  2. 5
    Giacomo Govi says:

    Davvero grande ammirazione per Cedric.
    Lorenzo, van bene le teorie ma la realta’ nuda e cruda e’ li’ e richiede urgenza di azioni. E credo che un solo articolo cosi’ serva al risveglio dei dormienti ben piu’ di mille dei tuoi link…

  3. 4
    antoniomereu says:

    Cédric sicuramente al mattino davanti allo specchio non deve porsi la domanda “se questo è un uomo”.
    Per restare sul nostro bell accogliente e solare  suolo italico anche noi non scherziamo in fatto di giudici e condanne…Riace e il suo sindaco dicono o fanno ricordare qualcosa?
    Fa bene al anima questa intervista.

  4. 3
    Massimo Silvestri says:

    Ringrazio Alessandro per aver accettato di riproporre questo articolo per il blog.
    MS

  5. 2
    lorenzo merlo says:

    Complimenti a Cedric.
    La questione immigrazione se vista in termini umanistici prevede accoglienza e aiuto.
    Chinque è disponibile a sottoscriverlo, quantomeno nella propria misura.
    Se vista in termini di quantità il principio umanista tende a trovare il suo limite.
    Quanti estranei possiamo accogliere in famiglia? Per quanto tempo? Anche in caso adottino comportamenti brutalmente contrari allo standard in essere?
    Mantenere il fuoco sulla questione umanitaria con l’intento di nascondere quella quantitativa e i relativi problemi è una politica vergognosa.
    È un progetto preciso. Un progetto di controllo sociale a mezzo della precarietà del lavoro, a mezzo del disorientamento di valori.
    Naturalmente dopo decenni di fallimentari aiuti al terzo mondo. A loro volta progetti di sfruttamento e controllo.
    Votate.

  6. 1
    Paola Cesco-Frare says:

    Grande Cedric! Grazie do esserci.
    Questo è un articolo che andrebbe fatto girare anche oltre questo blog. Lo farò, perché è in esempio di come ci si può avvicinare ai problemi immensi di quanti, chiunque siano, cercano di trovare un luogo dove poter vivere. 

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