Ipotesi di passaggio dal matriarcato al patriarcato (Parte seconda)

Ipotesi di passaggio dal matriarcato al patriarcato (Parte seconda)
Traduzione e commento di Mara Curetti
(pubblicato su lematriarcali.org)

Continua da: https://gognablog.sherpa-gate.com/ipotesi-di-passaggio-dal-matriarcato-prima-parte/

L’impronta emotiva
Nella loro prima infanzia matriarcale, ragazze e ragazzi crescono in un contatto fisico profondo con le loro madri, incorporati nel processo biologico di diventare esseri umani integrati, con una coscienza di sé funzionale e la consapevolezza del proprio corpo.
Così i bambini sperimenteranno i successivi incontri fisici in totale fiducia e accettazione, emozioni basilari per la futura vita sociale dell’individuo. Cooperazione e non competizione, rispetto e non rifiuto, condivisione e non possesso, costituiscono le loro basi emozionali.
Il patriarcato, con i nostri figli, è diverso: le aspettative materne e paterne producono delle richieste che si presuppone debbano preparare i bambini alla vita “reale” – la vita adulta. Tali richieste negano le emozioni dei bambini, ma vengono giustificate in quanto verità religiose o valori tradizionali. Sono richieste che si pongono come legittime o che saranno “provate” con argomenti razionali basati su quelle stesse emozioni che andranno poi a giustificare.
I bambini devono imparare a difendere i loro beni, ad accettare limiti alla loro libertà di azione, cose che non nascono in armonia con la vita, ma dall’attuazione forzosa dei diritti di proprietà.
Inoltre, all’inizio della vita, i bambini sperimentano i loro corpi come piacevoli e belli nelle carezze della madre e pieni di gioia ludica negli incontri fisici con i fratelli e le sorelle. Ma ben presto la madre rifiuta le carezze dei bambini, non solo perché d’intralcio, ma come attività oscene di cui ci si deve vergognare.
I bambini non capiscono quel che accade, ma non hanno alcuna possibilità di opporsi, senza sentirsi rifiutati o essere puniti come testardi, stupidi o ribelli. E obbedientemente fanno propria l’impronta culturale insieme a quello che viene loro richiesto.
Imparano sempre più a competere, prendere possesso, governare e controllare altre persone come espressione di potere e autonomia. Cominciano ad attribuire più valore alla tolleranza anziché al rispetto, all’apparenza più che all’integrità, a gerarchia e autorità più che a onestà e fiducia, a crescita e ricchezza più che ad armonia ed equilibrio.
E infine considerano la riproduzione come un valore che trascende la donna e che le permette di realizzare se stessa.
Biologicamente, diventare un essere umano si fonda sullo sviluppo del linguaggio e delle emozioni, laddove la convivenza sociale sarà basata sull’amore, altrimenti il processo di socializzazione risulterà fortemente disturbato.
Secondo il rapporto del monaco Salimbene di Parma, il re di Prussia, Federico il Grande, si chiese quale fosse la lingua primordiale. In un esperimento, a dei bambini venne fornito solo il necessario e furono allevati senza amore e senza parlare in loro presenza. Il risultato fu che tutti i bambini dopo un po’ morirono.
Per quanto folle fosse quell’esperimento, ci mostra che diventiamo esseri sociali all’interno della relazione intima con le nostre madri, nella nostra infanzia. I bambini che fin dalla tenera età non crescono all’interno di una totale fiducia e accettazione da parte della madre, non si sviluppano in esseri sociali ben integrati.
“Quando tutta la protezione e gli stimoli dell’esperienza di essere tenuti in braccio sono stati elargiti nella giusta misura, il bambino può guardare avanti, fuori, verso il mondo oltre la madre, sicuro di sé e abituato a un benessere che per sua natura tenderà a mantenere. È in attesa della prossima serie di esperienze appropriate.”

Il modo in cui si cresce nella prima infanzia fa si che ci siano due modelli di comportamento diversi: la vita in una cultura matriarcale non può essere vissuta come una lotta e una guerra infinita per il dominio e il potere, perché il controllo e la presa di possesso non esistono.
Se guardiamo al culto degli antichi matriarcati, vedremo statuette o pitture rupestri che parlano il linguaggio dell’armonia dinamica dell’esistenza.
Potere, autorità e dominio semplicemente non c’entrano. La vita umana in un matriarcato fa sempre parte di una rete di processi e relazioni, e non dipende mai da una singola caratteristica. Tutto ciò che esiste non è nulla in sé e per sé, né viene da solo; è quello che è, solo perché è in relazione a tutto il resto.
Il bambino cresce in un processo di vita in cui il mondo diviene sempre più complesso, con nuove attività e responsabilità che lo espandono, ma sempre con gioiosa partecipazione a ogni singolo aspetto di un mondo unitario.
Le persone matriarcali vivono la loro vita nella più piena responsabilità. Agire in modo responsabile significa essere completamente consapevoli delle proprie azioni e delle loro conseguenze e agire a partire dall’accettazione di queste conseguenze.
Il pensiero patriarcale è lineare per sua natura. Avviene su uno sfondo di presa di possesso e controllo e si sposta principalmente verso un determinato risultato o esito ed è cieco di fronte all’interdipendenza di tutto ciò che è. Quindi il modo di pensare patriarcale è sistematicamente irresponsabile. È escludente.
Vivere in piena relazionalità e responsabilità richiede l’apertura emozionale alla pluridimensionalità della vita, cosa che proviene solo dalla biologia dell’amore.

L’inizio di un nuovo paradigma
Prima ho menzionato i sistemi dialettici, che sono conservati dalla comunità come stile di vita. Per capire come può avvenire il cambiamento di paradigma, dobbiamo guardare alle circostanze che avviano e determinano l’alterazione di questi sistemi.
Anche il cambiamento non può avvenire senza una mutazione dell’impronta emotiva. Cerchiamo quindi di ricostruire cosa è successo nella storia.
L’archeologia ci dice che le culture europee pre-patriarcali furono conquistate e distrutte brutalmente 6500 anni fa, da nomadi Indoeuropei provenienti dall’est. In quel periodo o in seguito, in diversi luoghi in tutto il mondo emersero delle società patriarcali.

Come esempio userò l’impressionante studio di James DeMeo, la tesi della Saharasia.
“Un enorme cambiamento climatico scosse il mondo antico quando, all’incirca 6000 anni fa, vaste aree di prati e foreste rigogliose del Vecchio Mondo iniziarono a prosciugarsi rapidamente e a trasformarsi in inospitali deserti. Il gran deserto del Sahara, quello Arabico e i giganteschi deserti del Medio Oriente e dell’Asia centrale prima del 4000 a. C. semplicemente non esistevano.’’ (DeMeo).
Il riscaldamento globale dopo l’Era glaciale affrettò il prosciugamento di questa vasta regione desertica – che in seguito agli studi di DeMeo fu definita Saharasia – e le condizioni più aride crearono il caos sociale ed emotivo tra le società agricole umane in via di sviluppo di queste stesse regioni.
Sono giunti a conclusioni simili altri ricercatori, come Heide Göttner-Abendroth, Wilhelm Reich, Riane Eisler e Humberto Maturana.

Dall’armonia al trauma
Affrontare un paio di scarsi raccolti è una cosa, vedere la tua familia affamata, il tuo villaggio o le tue città scomparire è un’altra.
“Resoconti recenti di testimonianze oculari sul cambio di cultura che avviene durante i periodi di fame e carestia, indicano come risultato la rottura dei legami sociali e familiari. Nelle condizioni più gravi di penuria, i mariti spesso lasciano mogli e figli per andare in cerca di cibo; possono tornare come no.
Bambini affamati e membri anziani della famiglia vengono infine abbandonati a lottare con le proprie forze o soccombere. I bambini possono formare bande itineranti per rubare il cibo e quel che rimane del tessuto sociale può andare completamente distrutto. Il legame madre-bambino sembra durare più a lungo di tutti, ma alla fine anche le madri affamate abbandoneranno i loro piccoli”
. (DeMeo)

Le origini patriarcali
Popolazioni che prima vivevano in una situazione armoniosa in una “terra generosa” dovettero improvvisamente affrontare il rapido prosciugamento del suolo e della foresta. Per un certo periodo e per diverse generazioni migrarono verso regioni ancora fertili e cominciarono a formarsi nuovi insediamenti. Ma poi sopraggiungeva l’aridità. Dovettero continuare a muoversi, a ricominciare ancora e ancora finché non poterono più né piantare né raccogliere un solo chicco di grano.
La società non poteva ritornare alla fase dei raccoglitori-cacciatori, perché non c’era niente da raccogliere e niente da cacciare sulla terra arida. Così divennero nomadi che seguivano la migrazione annuale di mandrie di animali selvatici per avere cibo, come hanno fatto fino a oggi i Lapponi prendendo in gestione le mandrie di renne.
Nel 4000 e anche dopo, la siccità e la conseguente migrazione rurale diventarono evidenti. In Asia centrale gli insediamenti si spostarono nelle pianure e nei letti dei fiumi, il che indica il declino delle grandi società.
Questi popoli non erano allevatori, poiché non possedevano gli animali che seguivano, pur vivendo grazie a loro. Non limitando la mobilità delle mandrie, queste erano alla mercé anche di altri animali, come lupi e altri predatori. In altre parole, in quel momento i nostri antenati matriarcali non erano allevatori, perché non limitavano l’accesso alle mandrie su cui si basava la loro sussistenza, e non lo facevano perché l’impronta emotiva del possesso non faceva parte del loro modo di vivere.

Dalla caccia all’omicidio
L’allevamento di animali domestici richiede un modo di vivere diverso, come l’accudire e l’allevare, e queste sono le caratteristiche principali dell’impronta emotiva che determina l’allevamento di animali domestici, ma non il loro possesso.
Perciò la cultura degli allevatori – il sistema di pensiero dell’allevamento – nasce quando i membri di una società umana iniziano a vietare l’accesso consuetudinario alle risorse alimentari (le mandrie che venivano pascolate) ad altri co-mangiatori abituali, come i predatori.
Diventando un comportamento quotidiano regolare, divenne un’abitudine che attraverso l’educazione dei bambini fu trasmessa da una generazione all’altra.
Lo stile di vita degli allevatori non poteva emergere senza i cambiamenti emotivi fondamentali che lo hanno reso possibile, e questi cambiamenti emotivi devono essere avvenuti nel processo di accettazione della forma stessa della pastorizia.

Cosa è successo esattamente durante il processo di accettazione di diventare allevatori? Il primo passo è stato l’azione inconscia dell’occupazione, vale a dire fissare un limite per i co-mangiatori che impedisse loro l’accesso a un cibo abituale, la mandria.
L’azione pratica di stabilire un tale confine materiale deve aver portato a uccidere i predatori in gara. Togliere la vita a un animale non era una novità per i nostri antenati; i cacciatori lo facevano già per sfamare le loro famiglie. Ma uccidere un animale per avere qualcosa da mangiare o uccidere animali per tenerli sistematicamente lontani dalle loro risorse alimentari naturali, sono azioni con presupposti emotivi molto diversi.
Nel primo caso il cacciatore esegue un rito sacro, un atto che appartiene al contesto della vita: una vita sarà sacrificata, affinché un altro essere possa vivere.
Nel secondo caso l’assassino mira direttamente alla vita dell’animale che uccide e il motivo non è il sacrificio di una vita per sostenerne un’altra. In questo caso la vita viene distrutta per acquisire possesso; e il possesso è fissato proprio da questo atto. Le emozioni che costituiscono queste azioni completamente diverse sono diametralmente opposte. Nel primo caso il cacciatore che prende la vita di un animale è grato. Nel secondo caso l’animale ucciso è una minaccia all’ordine stabilito dall’uomo che diviene allevatore e la persona che uccide l’animale è orgogliosa. Quindi uso il termine caccia per il primo caso e omicidio per il secondo.
Si noti che in quel momento, quando diventano visibili anche le emozioni che definiscono quelle azioni (gratitudine, orgoglio), si vede che la prima azione rende l’animale un amico, la seconda un nemico.
Così il nemico è nato con la pastorizia, il nemico come colui a cui è tolta la vita per assicurare il nuovo ordine: combattere per entrare in possesso di qualcosa.
In più, si è verificata una perdita di fiducia dovuta al permanente mantenimento dell’attenzione necessaria a proteggere la mandria ed escludere altri commensali. Emerge l’emozione dell’insicurezza.

E ancora, con l’incertezza, uccidendo ed escludendo altri animali si manifestava un altro stato emotivo, la ricerca di sicurezza. Insieme a questo cambio di impronta emotiva e delle azioni a esso connesse, si verificò un’ulteriore alterazione: l’inimicizia come desiderio ricorrente di negare l’altro. Con l’inimicizia emerse il nemico e con il nemico gli strumenti di caccia divennero armi, perché ora venivano usati per uccidere chiunque volesse unirsi al pasto.
L’allevamento è nato impedendo agli altri di accedere alle risorse naturali. Nel corso del processo, quest’abitudine divenne una caratteristica della vita normale delle famiglie, tramandata di generazione in generazione. L’ordine del discorso fondato dalla vita pastorale patriarcale divenne il modo naturale di vivere nel nuovo paradigma, indipendentemente dal fatto che si stesse o meno praticando la pastorizia.
Le conseguenze sono presto dette: poiché le nuove abitudini avevano cambiato le emozioni e le azioni che ne derivano, cambiò di conseguenza l’ordine del discorso, che, se tramandato di generazione in generazione, e cioè mantenuto, determina un cambio di paradigma.


Amico o nemico?
Le azioni umane, e le emozioni in quanto tali, possono essere vissute in ambiti differenti, vale a dire, quel che si impara in una parte del vivere e dell’essere può essere facilmente trasferito in un’altra parte. Non appena furono appresi, l’inimicizia e il possesso potevano essere vissuti anche in relazione alla terra, alle idee o alle convinzioni, se le circostanze lo permettevano.
Se “l’altro” è il nemico, l’individualità è impossibile. La sicurezza e la fiducia nella naturale armonia della vita andarono perdute e furono sostituite dalle preoccupazioni sulla disponibilità dei mezzi di sussistenza.
Il desiderio di sicurezza fu soddisfatto ingrandendo le dimensioni delle mandrie. Nel corso del processo si verificarono altri tre cambiamenti nella dinamica delle emozioni: si manifestò un desiderio permanente di accumulare le cose che danno sicurezza; nacquero un’alta considerazione della crescita come modalità di ottenere sicurezza e uno sguardo timoroso verso la morte come fonte di dolore e perdita totale.
Crescita come valore, di fatto, si traduce in azioni che danno il via alla crescita esponenziale della popolazione: è vietato ogni tipo di controllo delle nascite – contrariamente alla visione matriarcale della fertilità come sistema ciclico di vita e morte.
Con il tempo anche le donne e i bambini persero la loro libertà, diventando beni per via del loro legame con la sessualità e la riproduzione, e divennero una fonte di ricchezza e dunque di sicurezza. E allo stesso tempo, essendo “l’altro”, sono anche “il nemico”.
Riassumendo: all’interno della cultura matriarcale, un altro paradigma poté emergere in seguito a vasti cambiamenti climatici. Le nutrici e le custodi, le donne, furono sostituite dagli uomini, che avevano più mobilità in condizioni di emergenza e avevano la capacità del pensiero lineare, proprio ciò che si rende necessario condizioni limite di vita o di morte.
Non ci fu più spazio per pensieri di integrazione o etici, e gli uomini svolsero il loro compito: sopravvivere. Diventando allevatori, i membri maschi dei gruppi parentali salvaguardarono la loro esistenza, né più né meno. Il prezzo fu di diventare assassini.

Per questo il “matriarcato” è un tabù. Il patriarcato non è una cultura e nemmeno uno stile di vita in sé; è basato e definito su elementi matriarcali – rigirati, piegati e stravolti nel loro opposto – ma comunque ricostruibili.
Il paradigma patriarcale non ha tradizione, né mitologia e culto che non porti a radici matriarcali. Viviamo in una pseudo-società che poggia sulla sua storia come un parassita su un albero.
Le attuali società matriarcali lo dimostrano: senza una massiccia pressione dall’esterno, nessun altro paradigma può emergere. La società resta un continuum naturale, che passa da una generazione all’altra nell’arco di migliaia di anni.

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Ipotesi di passaggio dal matriarcato al patriarcato (Parte seconda) ultima modifica: 2021-06-15T04:49:00+02:00 da Petra

3 pensieri su “Ipotesi di passaggio dal matriarcato al patriarcato (Parte seconda)”

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    Paola Cesco-Frare says:

    Ancora molto illuminante questo testo! Ci fa riflettere su aspetti del cambiamento avvenuto migliaia di anni fa, ma che si perpetua nel presente in società travolte da condizioni climatiche attualmente un atto, in Africa, ad esempio. Le conseguenze le vediamo costantemente, con le migrazioni di masse di maschi, in prevalenza.
    Mettere in primo piano il cambio di paradigma emotivo è fondamentale, ma poche volte l’ ho visto così puntualmente analizzato.
    Ancora grazie.
    Segnalo, per chi fosse interessato all’espressione artistica dell’ epoca matriarcale in Europa e oltre, i bellissimi libri di Marija Gimbutas archeologa Lituana vissuta a lungo negli Usa: Il LINGUAGGIO DELLA DEA ricco dei disegni rilevati dai reperti da lei studiati, E LE DEE VIVENTI uscito postumo, dove analizza la presenza della cultuta della Grande DEA nelle culture europee e nel mondo. 

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