Ipotesi di passaggio dal matriarcato al patriarcato (Parte prima)

Ipotesi di passaggio dal matriarcato al patriarcato (Prima parte)
Traduzione e commento di Mara Curetti
(pubblicato su lematriarcali.org)

Nota della redazione di “ Le Matriarcali”: Non siamo riuscite a risalire all’autrice del testo originariamente in inglese, scritto prima del 2006 e ritrovato nei nostri vecchi archivi dove era raccolto tutto il possibile sugli Studi Matriarcali moderni. Se qualcuna riconosce il suo saggio o se ci arriveranno indicazioni in merito, saremo felici di indicare il nome dell’autrice a caratteri cubitali. L’autrice, perché presumibilmente di una donna si tratta, delinea un’ipotesi affascinante circa la nascita del paradigma patriarcale, ricollegandolo alla nascita dell’allevamento. Nella storia dell’umanità, in seguito a rivolgimenti catastrofici di origine climatica che si verificarono in epoca tardo preistorica (tesi della Saharasia), le società furono costrette a una forma di nomadismo che rese difficile la rinascita delle antiche civiltà agricole e decretò la fine della cultura naturalmente matriarcale e pacifica dei popoli. In passaggi brillanti, veniamo guidate a considerare come la cultura si formi attraverso il tacito consenso di forme emozionali sottostanti, che variano da paradigma a paradigma. Il matriarcato e il patriarcato vengono messi a confronto proprio da questa prospettiva. 

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Come nasce un paradigma
Questo saggio è un invito a riflettere sul mondo moderno attraverso lo studio delle basi emozionali che creano le caratteristiche di una cultura e che, in un movimento di ritorno, vengono formati dalle culture stesse. Penso che la vita umana, nel suo aspetto animale, rientri in una fluida dinamica emozionale e che questo costruisca lo scenario di base del momento in cui ogni nostra azione prende inizio.
Ritengo inoltre che tutte le azioni umane siano determinate non dalla razionalità ma dalle emozioni (desideri, preferenze, paure, ambizioni). Nel sostenere di essere razionali, noi nascondiamo – a noi stessi e agli altri – le fonti emotive su cui si basano i nostri argomenti logici. Allo stesso tempo, penso che il modo di vivere, agire o muoversi all’interno di una data cultura sia determinato da diverse configurazioni di emozioni che stabiliscono ciò che possono concepire gli esseri umani che ne fanno parte. Queste configurazioni, o schemi di emozioni, fondano i significati delle loro azioni, stabiliscono i contenuti simbolici e il corso dei loro pensieri in un modo che, di fatto, fissa l’identità di quella cultura.
Infine, credo che la nostra comprensione di ciò che facciamo o smettiamo di fare migliorerà se studiamo le basi emozionali della nostra cultura. E forse, diventando consapevoli di questo substrato culturale, potremo cambiare il nostro modo di agire.

Cos’è una cultura?
Storicamente, abbiamo iniziato a esistere come esseri umani in famiglie di primati bipedi quando è comparso il linguaggio come forma di interconnessione delle azioni sulla base del consenso.
Questo ha definito la nostra linea. La lingua funziona solo con l’accordo di tutti (consenso), perché altrimenti non c’è comprensione reciproca. La nostra traccia è emersa quando questo consenso linguistico è stato tramandato di generazione in generazione, ed è diventato uno standard tra un certo gruppo di primati.
Mentre ciò accadeva, si avviava il processo storico dell’impronta emozionale, perché ogni nuova generazione che ha imparato la lingua, l’ha trasformata in azione per consenso, come sancito dalla cultura. In realtà l’umanità ha iniziato a esistere quando i nostri antenati hanno cominciato a vivere nella parola, intrecciando insieme l’impronta emotiva con le azioni del linguaggio. Il complesso termine “conversazione” include anche scambio di pensieri, idee e opinioni, le interazioni dialogiche, le discussioni, ecc.

I cambiamenti interculturali
Se consideriamo una cultura come uno stile di vita fatto di una rete chiusa di comportamenti (discorsi), allora una cultura sorge non appena una società inizia a preservare questo stile di vita. E viceversa scompare o cambia se la rete dei comportamenti non si conserva più. Concentriamoci ora su due questioni particolari. Una è il paradigma patriarcale europeo che comprende tutti gli individui dei paesi industrializzati. L’altra è la cultura che ha preceduto questo paradigma più tardo e che si chiama matriarcale. Entrambi si distinguono per i loro sistemi di comportamento e sono di conseguenza diversi nelle emozioni e nelle azioni che ne derivano.

Ci guidano i nostri desideri
Cos’è successo nella storia degli esseri umani? La storia dell’umanità segue la via degli umani desideri, preferenze e consensi. Questi desideri, preferenze e consensi, determinano in ogni momento ciò che facciamo. Le nostre azioni non sono influenzate dalla disponibilità di risorse naturali, dalle possibilità economiche o da qualsivoglia circostanza esterna.
È l’intreccio della nostra biologia con la nostra cultura a produrre in ogni momento dei desideri e delle preferenze e determina nello stesso identico momento le nostre azioni, quindi stabilisce ciò che ci appare come possibilità o opportunità.
Questo anche se ci sembra di agire sotto la spinta delle circostanze. Noi facciamo sempre quel che vogliamo, o direttamente, perché vogliamo farlo, o indirettamente, perché desideriamo il risultato di quel che facciamo, anche se non ci piace farlo.
Dobbiamo capire queste correlazioni; in caso contrario non possiamo essere consapevoli di ciò che facciamo come esseri culturali, perché non ci rendiamo conto che le nostre emozioni ci guidano e che sono la fonte delle nostre azioni all’interno di un paradigma culturale. Anche la storia dell’umanità rimane inspiegabile se non riconosciamo che il corso delle azioni umane segue il corso dei desideri umani.

Il paradigma patriarcale
Gli aspetti puramente patriarcali del nostro modo di vivere in tutti i paesi industriali sono caratterizzati da un sistema chiuso di norme comportamentali, che chiamiamo patriarcato. Quest’ordine del discorso patriarcale mette in scena un tipo di vita in cui la lotta, la competizione, la gerarchia, l’autorità, il potere, crescita, sviluppo, controllo delle risorse naturali, giustificazione razionale del controllo e del dominio sugli altri attraverso il possesso della verità, sono significativi.
Ad esempio, nei nostri paesi patriarcali parliamo di lotta alla povertà e allo sfruttamento quando vogliamo correggere la disuguaglianza sociale. Oppure chiamiamo lotta contro l’inquinamento ambientale l’intenzione di mantenere pulito ciò che ci circonda. O ancora, diciamo che sfidiamo una forza naturale quando affrontiamo un fenomeno della natura che per noi può essere una catastrofe.
Anche il possesso è fondamentale nel paradigma patriarcale. Viviamo di proprietà e da lì agiamo, come se fosse legittimo limitare la mobilità altrui in certi ambiti, pur mantenendo per noi i privilegi della libertà di azione. Lo facciamo rivendicando i diritti di proprietà su ciò che chiamiamo risorse naturali, idee o verità.
Nel patriarcato diffidiamo dell’autodeterminazione degli altri individui, specialmente dei bambini. Ma rivendichiamo costantemente per noi stessi il diritto di prendere decisioni su ciò che è giusto o sbagliato per gli altri. Si tratta di un continuo tentativo di controllare la vita del prossimo. Viviamo in modo gerarchico, chiediamo obbedienza gli uni agli altri e proclamiamo che non sarebbe possibile vivere insieme in modo ordinato senza autorità unita a subordinazione.

La cultura matriarcale
I membri delle culture matriarcali avevano – e in alcune regioni del mondo ancora hanno – un sistema comportamentale assolutamente unico. Le testimonianze e le scoperte di archeologia, antropologia, etnologia e i moderni studi sul matriarcato ci consentono oggi di studiare lo stile di vita di queste società e di averne un accesso diretto.
Possiamo ricostruire i principi del loro ordine di interazioni, in primo luogo, dalle scoperte in campo archeologico di antichi matriarcati, e in seconda istanza, dalla conoscenza di popoli che ancora vivono in tali culture. E per finire, dai modi non patriarcali che ancora esistono nelle maglie del nostro attuale insieme di costumi.

Dee paleolitiche e neolitiche

Ad esempio, gli esseri umani che vissero in Europa, Africa o Asia Minore prima del 5000 a.C. sono stati raccoglitori e agricoltori, e naturalmente, conoscevano tutti i tipi di artigianato. Non fortificavano le loro città e non conoscevano differenze gerarchiche tra uomini e donne, uomini e uomini, donne e donne, o tra vecchi e giovani. Le antiche città matriarcali avevano una dimensione che raggiungeva all’incirca i 10.000 abitanti, non di più, al fine di rimanere autarchiche. L’economia matriarcale è sempre economia di sussistenza.

Come vivevano le genti matriarcali?
Descrivere le società matriarcali è difficile per diversi motivi.
In primo luogo, perché il nostro linguaggio, il nostro sistema di scrittura è lineare e può estendersi solo verticalmente o orizzontalmente. La nostra scrittura non è in grado di raffigurare il mondo delle idee degli antichi, rappresentato dalla forma del cerchio che implica la dimensione magica (esempio: la Ruota della medicina degli Indiani d’America).
Secondariamente, a prima vista non tutte le società matriarcali – antiche o attuali – sembrano assomigliarsi, sebbene abbiano tutte un identico ordine dialettico. Quindi prenderò degli esempi da una società ancora in vita, molto ben documentata grazie a Makilam, che ne fa parte: sono i Cabili, che appartengono alla popolazione berbera e vivono nel nord dell’Algeria.

La coltivazione della terra
Tipicamente, una società matriarcale chiusa produce il sostentamento quotidiano solo per i propri abitanti, sul terreno interno e circondariale del villaggio. Ci furono matriarcati tardi e supercivilizzati (Antico Egitto, Creta, gli antichi Sumeri, ecc.) che commerciavano anche con il resto del mondo. Sono sconosciute le preoccupazioni circa la produttività, la rendita o la concorrenza. All’interno dei gruppi parentali sparsi nel villaggio, le persone si scambiano beni e servizi. Quindi il villaggio è luogo di produzione, consumo e riproduzione ed è completamente indipendente. Nelle tribù matriarcali la proprietà privata è sconosciuta. Le abitazioni e la terra appartengono a tutti i membri, perché la terra rappresenta un bene sacro, ereditato dagli antenati, che deve essere trasmesso alla generazione successiva. Inoltre, coltivare è un atto rituale in armonia con il ciclo delle stagioni, e si deve svolgere senza accelerare i raccolti per non disturbare lo sviluppo naturale.
Tutte le attività delle società tradizionali sono determinate da riti in equilibrio con la natura. Con gesti rituali antichi, tramandati di generazione in generazione, di madre in figlia, le donne modellano la ceramica, creano tessuti o trasformano i prodotti della terra in cibo.
Non esiste la divisione del lavoro, ma un insieme di passaggi che si succedono nel tempo e che dipendono dal ciclo del sole e della luna.
I popoli matriarcali vivono in una simbiosi quotidiana con la natura, e il rapporto degli esseri umani con la natura è determinato da una visione che include il tutto.

Il culto della famiglia e degli antenati
Le società matriarcali rimangono molto spesso non riconosciute come tali, perché uno dei compiti degli uomini è rappresentare il clan all’esterno.
Dal momento che gli stranieri negoziano solo con gli uomini e vedono le donne unicamente al lavoro, quando le vedono, non sono e non possono essere consapevoli della diversa struttura sociale di un popolo matriarcale.
Le politiche si fanno nelle case, sul principio del consenso, dove ogni singola persona ha voce. Se sono richieste decisioni più ampie, i gruppi più piccoli, come le famiglie, arrivano a un consenso e inviano un rappresentante al raduno del clan. Fanno lo stesso per conto del clan e ne inviano uno al raduno della tribù, e così via. I rappresentanti vanno avanti e indietro finché tutti non sono d’accordo. In questa struttura politica non esistono giudici, poliziotti o carceri.
Non si sa di qualcuno appartenente a un gruppo parentale matriarcale che abbia cercato di assoggettare un vicino. Gli affari personali sono gestiti verbalmente, perché non esistono uffici anagrafici, amministrativi o fondiari.
Una persona vive la propria identità sociale come parte del gruppo e contemporaneamente l’individualità non solo è rispettata, ma anche supportata. La responsabilità degli atti di ognuno è indirizzata verso la famiglia e tutti sanno che c’è il clan di appartenenza quando si tratta di dover essere difesi.
Come risultato di questa coscienza collettiva, nessuno si sente mai isolato, ma piuttosto protetto.

Çatalhöyük

La vita matriarcale non potrebbe e non può mai essere incentrata su azioni che si fondano sulla proprietà esclusiva della verità. Tutto è ovvio e visibile per coloro che vivono in modo permanente in un ciclo di nascita, morte e rinascita che ritorna costantemente.
La Terra nutre tutti e tutto in questo modo. La morte, tra l’altro, determina sempre il passaggio da una fase a quella successiva. Ad esempio il fuoco chiude il cerchio della produzione della ceramica e trasforma anche il cibo, che sarà cucinato prima di essere consumato.

La cultura è conservatrice
Le culture sono conservatrici perché sono i mezzi che sostengono i loro membri durante le fasi di crescita e questi membri consolidano la cultura attraverso il loro procedere nella vita. È ovvio che l’ordine del discorso nelle culture matriarcali non si basa su guerra, lotta, rifiuto reciproco nella competizione, esclusione, proprietà, cattura, autorità e obbedienza, potere e controllo, bene e male, tolleranza e intolleranza, violenza, aggressione e sfruttamento.
È piuttosto l’opposto: il focus verte su partecipazione, solidarietà, collaborazione, condivisione, comprensione, accordo, rispetto e ispirazione comune.
Il fatto che queste parole esistano ancora nelle nostre moderne lingue patriarcali indica che le azioni corrispondenti fanno parte anch’esse della vita di oggi. Ma sono riservate alle occasioni speciali e comunque non sono usate per descrivere il nostro modo di vivere generale. Se adoperate, evocano scenari utopici, visionari e sono appropriate più per la gioventù inesperta che per la vita adulta “reale”.
Viviamo in competizione, cioè portiamo avanti una lotta che ha come obiettivo la disattivazione reciproca. In questo modo stabiliamo gerarchie di privilegi e affermiamo che così si garantisce il progresso sociale, dove i migliori emergono per selezione naturale. Il paradigma patriarcale ci insegna che opinioni differenti significano lotta o litigio, e come argomenti abbiamo le armi.
Soprattutto, descriviamo le relazioni armoniose come pacifiche, cioè l’opposto della guerra, come se la guerra fosse l’attività umana essenziale!

Continua con: https://gognablog.sherpa-gate.com/ipotesi-di-passaggio-dal-matriarcato-parte-seconda/

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Ipotesi di passaggio dal matriarcato al patriarcato (Parte prima) ultima modifica: 2021-05-23T04:42:00+02:00 da Grazia

6 pensieri su “Ipotesi di passaggio dal matriarcato al patriarcato (Parte prima)”

  1. 6
    Tiziano gambara says:

    Il passaggio della cultura matriarcale a patriarcale ossia detta gilanica in Europa fu causa di orde a cavallo da Est le steppe che hanno sopraffatto la gilanica propio perché armate contro la gilanica non armata e pacifica questo 5000anni fa’

  2. 5
    Antonio Arioti says:

    Risalire a epoche così lontane è impresa ardua anche per chi vi dedica un’intera vita. Non sempre si riscontrano pareri unanimi su fatti avvenuti in epoca contemporanea, figuriamoci con riguardo a migliaia di anni fa.
    La maggior parte di noi legge le varie divulgazioni cercando di farsi un’idea ma anche, non di rado, nella ricerca di conferma ai propri convincimenti.
    In ambito famigliare ho appreso che lo studio della storia è una cosa maledettamente complicata e mi limito alla storia basata su fonti documentali scritte (ho partecipato anche ad accese discussioni nelle quali l’esperta di famiglia, una che ha fatto della storia la sua professione, smontava pezzo per pezzo alcune credenze piuttosto diffuse).
    Probabilmente la verità su come siano andate realmente le cose non la conoscerà mai nessuno.

  3. 4
  4. 3
    Matteo says:

    Sinceramente non ho idea delle prove dell’esistenza di una società matriarcale preistorica poi soppiantata, né tantomeno della cultura che la contraddistingueva, descritta dall’autrice come fosse ben conosciuta.
    Di sicuro però la cultura (definita come peculiarità di comportamento di un gruppo all’interno di una specie che lo differenzia da altri gruppi di cospecifici) non nasce dal linguaggio, semmai ne deriva; differenze culturali in aree diverse sono ben provate in parecchie società animali, non solo mammiferi.
     
    Guardando poi ai nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé, è noto che le due specie abbiano comportamenti culturali differenti, ma non nettamente definibili sotto l’etichetta di “patriarcale” e “matriacale”, e in entrambe le culture trovano posto comprensione, condivisione, consolazione ma anche lotta, mutilazione, sopraffazione fino alla guerra e all’omicidio.
     
    Credo che quella del paradiso perduto sia, in tutte le sue versioni, solo una favoletta consolante e alla fin dei conti deresponsabilizzante.
    Bella, per carità, ma della stessa caratura del biblico leone che si pasce con l’agnello.

  5. 2
    lorenzo merlo says:

    Dimenticare o non riconoscere il peso del femminino e del mascolino ci ha portati dove e come siamo: sbilanciati e senza spessore. Senza possibilità di riconoscere le forze che i sussidiari e i libroni non dicono.

  6. 1
    Geri Steve says:

     
    Atto di Fede
     
    La solita solfa: su problemi aperti e su cui c’è molto dibattito arriva un testo sacro, miracolosamente arrivato a noi, di autore sconosciuto: Dio? Dea Madre? che ci dice  come indiscutibilmente era il matriarcato.
     
    Spirito critico, pluralità di idee, dibattito aperto… sono morti.
    Credo che tutto ciò si chiami Fede Religiosa.
    Adorazione del meraviglioso matriarcato che ci liberava da tutti i mali del mondo.
    Credo anch’io che in quei tempi molti aspetti fossero preferibili a quelli attuali, ma non rinuncio all’intelligenza, alla cultura e al mio ateismo.
     
    Adorate pure, la cosa non mi riguarda.
     
    Geri

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