La Coda dell’Angelo

Una vita d’alpinismo – 98 – Mezzogiorno di Pietra – 4 (AG 1981-004)

Punta Garibaldi
Detta anche Perd’asub ‘e Pari (una pietra sotto l’altra), la Punta Garibaldi quella mattina la si vedeva, lontana dal vivaio, stagliarsi in un cielo grigio e assai ventoso che copriva la montagna dei Sette Fratelli, nel sud-est della Sardegna.

Inutilmente potremmo cercare nella penisola italiana i paesaggi sardi a ondulati altopiani granitici, monotoni fino alla lontana linea d’orizzonte; e così pure nella stessa Sardegna è irripetibile la montagna dei Sette Fratelli, il più alto rilievo del Sàrrabus, fatta da pinnacoli di roccia dioritica e gabbroide. Sono rilievi modesti che però presen­tano aspetti tipici di più alte montagne: gole cupe e strette tra rocce elevate e sco­scese, guglie, speroni, spuntoni rossicci sovrastano il verde intenso della vegetazione, manto sempreverde di lecci e di macchia-foresta.

Il 4 maggio 1981 era scuro e minacciava pioggia, solo un teso vento maestrale impediva la precipitazione. Accanto all’enorme Perda de sa Pippìa, un masso gigantesco vicino alla strada, si udivano fischi e lamenti. Racconta la leggenda che una bambina (sa pippìa) rimase schiacciata dal crollo di quel masso e che da allora continui a gemere nelle notti di tempesta. Più in alto, alla base di Perd’a sub ‘e Pari, udivamo dei lamentosi e insi­stenti scricchiolii mentre attendevamo di capire se avrebbe piovuto o no: le piante erano impazzite, il vento le faceva incurvare fino a terra e una di esse sfregava con un grosso ramo su una lama di roccia. Nel tempo si era prodotta una ferita nel legno, il ramo si stava lentamente segando e gemeva come sottoposto a tortura.

Panorama livido dalla vetta della Perd’asub’e Pari (Punta Garibaldi, Sarrabus). 4 maggio 1981.

Era troppo cupo perché provassi a convincere tutti a scalare. Marco, Lella, Monica e Nella andarono in cima alla Punta sa Ceraxa 1016 m, Roberto si sacrificò e venne con me sulla via Cattaneo-Piccioni-Poddesu (12-13 settembre 1978) alla parete nord-ovest della Perd’asub ‘e Pari.

Più tardi in giornata guardavamo la fioritura, annegata nel tramonto, che arrivava fino al mare.

Punta Garibaldi. La via Cattaneo-Piccioni-Poddesu si svolge nel diedro fessurato e zigzagante ben visibile nel settore sinistro della parete.

Banda del Buco 
Nelle zone minerarie del Sulcis-Iglesiente aleggiavano lo squallore e il degrado. Dopo un secolo di attività estrattiva, una rapina senza freni, vi erano enormi accumuli di materiale di scarto sui quali non era ricresciuta l’erba, e poi le laverie abbandonate, i torrenti senza vita. Crollato il mito fa­scista di Carbonia e abbandonato quello industriale di Porto Scuso, ci siamo appuntati all’occhiello la rovina dell’ambiente e la miseria della gente. Negli anni seguenti visitai con molto interesse le sconvolgenti miniere di Montevecchio, arrivando alla conclusione che l’unica possibilità di sviluppo turistico di quei luoghi è menar vanto di quella passata follia invece che nasconderla.

Alessandro Gogna nel diedro iniziale della via Cattaneo-Piccioni-Poddesu alla Punta Garibaldi

Masua e Porto Flavia sono su un mare così trasparente e azzurro da far dimenticare l’idiozia dei rapinatori dell’ambiente. E la Scogliera di Monte Nai ci colpì subito per la sua bellezza. Non ci interessavano le falesie che oggi sono così frequentate, volevamo salire le belle linee che la via Gabriella (di Dante Bazzana e Antonio Giambelli, 14 agosto 1980) non aveva neppure sfiorato.

Le linee però manifestarono subito la difficoltà dell’accesso, e io avrei fatto di tutto per non dover usare il nostro infido gommone.

Roberto Bonelli su1a L della via Cattaneo-Piccioni-Poddesu alla Punta Garibaldi, 4 maggio 1981.

Con Marco e Monica andammo il 6 maggio alla Banda del Buco, una serie di fessure e camini per raggiungere la quale fummo costretti a salire due lunghezze della via Gabriella, poi traversare e scendere in doppia fino al mare. Il traffico fatto per arrivarci fu ripagato, perché le quattro lunghezze della via si rivelarono bellissime, anche il buco di roccia, da cui il nome. “Un po’ faticosa”, ricorda Monica.

La Scogliera di Monte Nai. Al centro è la serie di diedri e fessura della Banda del Buco. A sinistra è l’evidente diedro dominato dal grande tetto della via Pan di Sale. Sulla destra è la serie di rampe e paretine della via Gabriella.

La strategia generale del viaggio richiedeva anche di rimpiazzare Marco Bernardi, che presto avrebbe dovuto partire. Una lunga serie di telefonate, facendo slalom tra mancanza di gettoni e cabine telefoniche fatiscenti, fu coronata da successo: quella sera sarebbero arrivati Gabriele Beuchod e Guido Azzalea, due elementi da sbarco che ben conoscevo e di cui, stranamente, mi fidavo. Secondo il loro racconto, avevano fatto il viaggio da Olbia con Beuchod che guidava la sua ‘600 multipla furgonata leggendo il giornale mentre Guido gli correggeva il volante ogni tanto. La sera mangiammo in spiaggia, tutti assieme attorno a un fuoco.

Dopo aver salito le prime due lunghezze della via Gabriella, per attaccare la via Banda del Buco occorre calarsi a sinistra al livello del mare, indi traversare brevemente per raggiungere la base della serie di diedri e fessure. Alessandro Gogna nella traversata, 6 maggio 1981.

Pan di Sale
Ciò che era stato possibile per la Banda del Buco non lo sarebbe stato per l’altra via che avevo in mente, una fessura-diedro più a sinistra. Questa infatti precipitava in un punto della Scogliera del Monte Nai non raggiungibile. Forse oggi, in deep water soloing… E così, obtorto collo, mi adeguai al trasporto via mare, cui provvide Roberto, sempre volonteroso quando si trattava di non arrampicare. Fu abbastanza indolore perché il tragitto è davvero breve.

Alessandro Gogna su La Banda del Buco, 1a ascensione. Scogliera di Monte Nai, 6 maggio 1981.

Dopo la sosta su un facile pilastrino, Marco si lanciò subito sulla prima lunghezza dura, 45 metri di VI e VII che portano sotto al tetto, spauracchio della via. In sosta sulle staffe guardai Marco librarsi leggero nello strapiombo pieno del secondo tiro. Pensavamo di dover chiodare e invece il passaggio si rivelò più facile del previsto, anche se comunque entusiasmante. Con 50 metri filati Marco uscì dalle difficoltà, poi con un tiretto facile ci ricollegammo alla Banda del Buco.

Monica Mazzucchi sulla 6a L di Banda del Buco, 1a ascensione, Scogliera di Monte Nai, Masua, 6 maggio 1981. Foto: Marco Bernardi.

Per tutta la mattina l’isolotto del Pan di Zucchero, che una volta aveva il nome originario di Concali su Terràinu, ci aveva affascinato come l’unica àncora terrestre visibile dalla profonda fessura in cui eravamo incastrati. La roccia su cui scalavamo era così bianca che sembrava sale: ci venne spontaneo il nome Pan di Sale. Una via che, immeritatamente, non ebbe successo: pare sia stata ripetuta una volta soltanto.

Sempre il 7 maggio avevo spedito gli altri a vagabondare sulle strutture a monte del villaggio di Masua. Mentre Gabriele, Roberto e Nella, sui torrioni a nord-ovest di Punta Tudeschi, salivano Miniere contro natura, sui torrioni a sud-ovest di Punta Cortis, Guido e Monica (la molla della simpatia era scattata subito…) scalarono Pidocchio rosso, lo spigolo più evidente, due lunghezze. In vetta Guido si dilettava stupidamente a buttare giù sassi: Monica ricorda di essersi innervosita…

Il diedro e il tetto iniziale di Pan di Sale, Scogliera di Monte Nai.

Motore umano
Che non ci fosse neppure una via sulle verticali pareti del Pan di Zucchero a me sembrava pura eresia. Era giusto porre rimedio immediato. La spedizione partì al mattino presto dell’8 maggio, forte di cinque elementi. Guido e io saremmo andati sulla prima linea che avessimo scoperto interessante, Monica e Marco su un’eventuale seconda. Il Mirage ci portò giudizioso fino all’enorme faraglione, dove prima di decidere qualunque cosa facemmo almeno due giri, passando sotto alle due “gallerie” naturali. Alla fine ci piacque lo spigolo sud, ma purtroppo non trovammo altre vie possibili da fare in giornata. Lo stesso Marco era assai scettico. Individuammo anche l’attracco, quello che serviva ai pescatori per salire in cima, per la via che possiamo chiamare normale.

Marco Bernardi sulla 2a L di Pan di Sale, 1a ascensione, sulla Scogliera di Monte Nai (Masua), 7 maggio 1981

Roberto portò il gommone molto vicino alla roccia verticale dello spigolo sud, afferrai le prime rocce e con qualche chiodo mi portai rapidamente a una sosta. Da qui assicurai Guido e subito dopo salutammo il trio che decise di tornare a riva per venire a prenderci nel primo pomeriggio all’attracco.

Alessandro Gogna sulla 2a L di Pan di Sale, 1a ascensione, sulla Scogliera di Monte Nai (Masua), 7 maggio 1981

La via si svolse regolare su buona roccia e con bei passaggi, un po’ in camino e un po’ fuori. Ben presto arrivammo in vetta, a 133 m. Scendemmo per tracce, superammo degli antichi resti di scale di legno marcio e, arrivati al mare, aspettammo pazientemente, e assetati, l’arrivo della nostra imbarcazione. Che arrivò puntuale, con a bordo Roberto e Monica.

Alessandro Gogna alla Sosta 2 di Pan di Sale, 1a ascensione, sulla Scogliera di Monte Nai (Masua), 7 maggio 1981
Marco Bernardi sul tetto della 3a L di Pan di Sale, 1a ascensione, 7 maggio 1981. A dispetto della spettacolarità non è questo il passo chiave della salita.

La distanza con il Porto Bega sa Canna è di circa 1800 metri, ma non facemmo a tempo a salire che il motore, ancora una volta si fermò. Per un’ora ci ostinammo a farlo ripartire, senza successo. Stavamo andando alla deriva in mare calmo. Con la pagaia, manovrata freneticamente da Roberto, riuscimmo ad allontanarci un poco, solo per capire che là era in atto una forte corrente marina che tendeva a portarci al largo. Chi non pagaiava spingeva ai lati remando furiosamente con le mani. Dopo una decina di minuti di questi sforzi, Guido ebbe l’idea brillante di scendere in acqua e spingere con le mani, nuotando. Qualche risultato lo stavamo ottenendo, ma se solo smettevamo un secondo vedevo che inesorabile la corrente ci sospingeva in senso contrario. Questa odissea durò almeno tre ore, eravamo sfiniti quando, ancora a 3-400 metri dalla riva, cominciai a sperare che Nella si accorgesse delle nostre difficoltà e ci mandasse una barca di pescatori. Altrimenti quella corrente ci avrebbe portati alle Calanques, in Francia! Alla fine eravamo in tre in acqua a spingere: il gommone, così più leggero, si spostava più rapidamente. Quando riuscii a poggiare i piedi sui sassi e sulla sabbia della riva giurai che mai più avrei usato il Mirage. Con buona pace del “chimico”, il suo proprietario, quel plurimaledetto Ernestino Fabbri. La via non poté che essere battezzata Motore umano.

Dalla spiaggia di Masua, la Scogliera di Monte Nai e l’isolotto del Pan di Zucchero.

Capo Buggerru
Il maestrale è parte integrante del paesaggio sardo e così pure in quest’angolo di costa, a Capo Buggerru, la presenza del vento risuona sulle radure, fischia nelle gole rocciose a picco sul mare, s’avventa sui detriti delle miniere e sconvolge le forre artificiali e le gallerie in abbandono. Camminare in questi luoghi è un’anestesia pneumatica. A Pranu Sartu rovine di costruzioni e di capan­noni hanno ormai un’età rispettabile, sciatteria e squallore hanno da tempo lasciato il campo. Non più vetri rotti, porte sgangherate o cigolanti di vani vuoti e immondi. Qualche binario contorto delle décauvilles è il segno dell’uomo del passato, ma di tanto tempo fa. La rovina e la miseria sono diventati ruderi archeologici. Si respira una poesia nuova su queste lande a picco sul mare, dove le doline sono artificiali, dove gallerie s’intersecano per ogni dove: s’indovina che lo scarto è stato certamente gettato in mare, ma non si vede, è stato inghiottito dagli abissi e dalle alghe di lustri. A Capo Buggerru credo d’aver vissuto alcune ore nel futuro, quasi con il presenti­mento che il mondo postatomico si presenterà così ai sopravvissuti, sempre che il vento abbia ancora la forza di soffiare.

Le complicate manovre di attracco per poter iniziare l’arrampicata su Motore umano, Pan di Zucchero, 8 maggio 1981.

Il tratto di costa tra Buggerru e Cala Domèstica è tutto roccioso, il calcare cambrico forma scogliere altissime intersecate da alcune insenature profonde, nelle quali si aprono anche stupende grotte.

Il 9 maggio, dopo aver fatto gli stupidi sulle colonne del tempio di Antas, guadagnammo Pranu Sartu e studiammo accuratamente i cento metri che ci dividevano dal mare. Scendemmo tutti assieme, poi ci dividemmo. Marco e Monica risalirono per West Coast, una via oggi probabilmente mai ripetuta, anche se incrociata da una via moderna a spit sul tratto chiave. Su West Coast Marco ha scattato quella fotografia a Monica che poi ho scelto per la copertina di Mezzogiorno di Pietra. A poca distanza da loro Gabriele e Guido salivano Dolce bocca, di certo più facile ma ugualmente bella. Lella, Roberto, Nella e io scegliemmo lo sperone evidente che avevamo disceso. Ricordo che feci il bagno in mare, nudo. E così, in allegria, risalimmo Acqua persa.

La sera, ascoltando Janis Joplin, Marco ci raccontò di Gianni Comino e Gian Carlo Grassi.

Motore umano (prima ascensione), Pan di Zucchero. Alessandro Gogna, raggiunta la prima sosta, assicura Guido Azzalea, 8 maggio 1981

Villacidro
Su Lo Scarpone erano apparse alcune relazioni riguardanti una zona di arrampicata vicino a Villacidro, ci lasciammo fuorviare dalla curiosità, ma avremmo fatto molto meglio a curiosare sul ben più interessante Monte Linas, cosa che feci molti anni dopo, per lavoro, nel 2007.

Motore umano (prima ascensione), Pan di Zucchero. Alessandro Gogna assicurato da Guido Azzalea sale la seconda lunghezza, 8 maggio 1981.

Le Campanas de Sisinni Conti erano il classico “pacco”. Bella roccia granitica, frequentata da alpinisti sperimentali, con il risultato di avere vie imprecise con relazioni senza molto senso compiuto. Aggiungete che quel 10 maggio era brutto tempo, piovigginava sui licheni, e avete il quadro desolante di quel giorno. Con Nella salii la via Claudia alla Punta Treviso (Piero Canu, Alfredo Papini e Bruno Poddesu, 9 luglio 1977), riconoscendo assai poco di quanto descritto in relazione, ma quanto basta per capire che non avevo sbagliato. Guido e Gabriele si buttarono su una via nuova, All’ombra di una goccia (parete sud-est della Punta Treviso), Marco e Monica andarono sulla via Canu-Papini alla Torre Papini, per poi scendere e rincorrere Guido e Gabriele. Roberto e Lella andarono al Pilastro Centrale (via Canu-Lepori-Papini) della Punta dei Tre Pilastri. Nessuno di noi era soddisfatto, una giornata negativa.

Guido Azzalea in arrampicata su Motore umano, 1a ascensione, 8 maggio 1981

Era tempo di tornare al calcare del Supramonte. L’11 maggio ci avviammo verso Oristano e Nuoro. Nei pressi di Oristano vidi il furgone di Roberto che mi si bloccava davanti. Abbassai il finestrino per chiedere spiegazioni.

– Vado a vedere una cosa là – mi disse Roberto indicando una montagna di discarica.

Anche Gabriele si era fermato. Decise di seguirlo alla ricerca di non si sa che cosa. Gli altri stettero tutti tranquilli ad aspettare, solo io imprecavo che stavamo perdendo tempo. L’idea era di andare a mangiare una pizza, non ci voleva quella parentesi. Dopo una ventina di minuti ritornarono, raggianti. Uno si era caricato di una radio, l’altro mostrava tronfio una bottiglia di Ballantine’s semipiena. Il fetore della radio era insopportabile, Roberto difendeva il suo bottino. Solo dopo qualche giorno fu costretto a gettare via l’apparecchio che, non potendo essere risciacquato, tramandava un odore insopportabile. Quanto al whisky, inutile dire che i due se lo divisero da buoni amici senza neppure centellinarselo.

La granitica Punta Treviso, Villacidro, 10 maggio 1981.

Poco oltre, e fortuna che allora non c’era ancora il palloncino, ci fermarono i carabinieri. Erano in due, uno giovanissimo, l’altro più anziano, forse vicino alla pensione. Ci chiesero i documenti. Anche Monica esibì il suo, dove è scritto che è nata a Lanús, vicino a Buenos Aires.

– Lei non è italiana…
– Sì che sono italiana.
– Ma qui c’è scritto che è nata a… Lanús…
– Sì, in Argentina. Però ho la cittadinanza italiana.
– Certo – interviene il carabiniere giovane – la signorina è un’argentina cittadina italiana.
– Ma, se è nata in Argentina come fa a essere italiana? – insisteva il vecchio – lei, signorina, ha il documento di cittadinanza italiana?
– Ma la signorina non è tenuta a viaggiare con quel documento… – lo contraddiceva il giovane.
– Taci tu, che non capisci un cazzo.

Punta Treviso (Villacidro), via Claudia, Ornella Antonioli sulla 1a L, 10 maggio 1981

Coda dell’Angelo
A dispetto dei contrattempi arrivammo al Ponte sa Barva sul Riu Flumineddu in tempo per andare con Marco a Gorropu. Lui mi fece vedere bene il Pilastro Comino, io gli mostrai il diedro della Coda dell’Angelo. Ricordo molto bene che sulla mulattiera vedemmo il corpo, semiputrefatto, di un ermellino. Nel frattempo Guido e Gabriele non persero tempo ad attaccare la parete est dell’Oddeu: circa 400 m a sinistra dello spigolo nord c’è un notevole torrione appoggiato alla parete. Loro salirono nel camino che delimita a sinistra il torrione, ma dopo due lunghezze desistettero. Il tempo brutto fece tornare indietro anche Roberto e Lella che erano andati al Dolòverre di Sùrtana.

La lunga scogliera di Capo Buggerru

Il giorno dopo era ancora assai incerto, così incaricai Monica e Marco di scendere da Genna Silana a Gorropu, cercando di seguire il sentiero che certamente doveva esserci.

Il pastore, che già dalla volta precedente si doveva essere invaghito di Monica, rimase molto deluso a vedere che lei non c’era. Ci lasciò lì gentilmente pane, ricotta e miele, ma raccomandandosi di salutarla. La rivide solo il mattino dopo, con gli occhi sognanti. Lo stesso pastore a noi offriva carne di volpe dall’odore disgustoso, che solo Roberto riusciva a mangiare dicendo che era buona.

Il Faraglione di Capo Buggerru e l’arcobaleno sul villaggio di Buggerru

Io volevo fare fotografie e accompagnai gli altri al Dolòverre di Sùrtana. Mentre Roberto e Lella salivano Le radici del cielo, il primo pilastro che s’incontra sulla falesia di destra, Guido e Nella salivano Biancaneve, cioè il secondo pilastro.

Il Dolòverre, scoperto dai romani, è un vallone asciutto che degrada assai dolcemente verso nord-ovest; verso est un breve e dirupato canale ne segna la fine in corrispondenza della Scala ‘e Sùrtana. Se il Limbara, i Monti di Àggius  e la Gallura in generale si possono dire il regno del granito, qui nel Dolòverre di Sùrtana regna incontrastato il calcare. Due lunghe falesie di calcare del Mesozoico fanno di questo canyon una bellezza naturale e un gioiello di brevi arrampicate che non può essere para­gonato a nient’altro, neppure nella stessa Sardegna. L’ambiente è aspro e solitario, ma non incombente né cupo, contrariamente a tanti altri valloni. Si presta in modo originale a una serie di belle esplorazioni che possono durare anche più giorni senza che questo mite calcare venga mai a noia.

Il Faraglione di Capo Buggerru visto dall’orlo dell’altopiano di Pranu Sartu.

La falesia sulla destra idrografica, la più bella e potente, presenta pilastri e pareti verticali zeppi di fessure, di «gocce», di roccia pungente e «crepitante», assai rara­mente invasa da vegetazione. Il colore è un bel grigio chiaro che di rado tende al rossastro. Andare all’inizio delle pareti non comporta fatica alcuna e questo pensavo potesse essere il motivo della fortuna che il Dolòverre di Sùrtana avrebbe avuto presso gli ar­rampicatori. Mi sbagliavo.

Dopo le corde doppie di discesa a Capo Buggerru, Alessandro Gogna si tuffa in mare prima di salire Acqua persa.

Finalmente il 13 il tempo si rimette decente, Marco e io partiamo decisi per la Coda dell’Angelo al Monte Oddeu. Dopo un’ora e un quarto siamo all’attacco: fa caldo, il ricordo del freddo patito con Manolo non mi è utile…

Marco sale veloce il primo tiro, io mi butto sul secondo che tanto mi aveva fatto penare. Il terzo più facile ci porta sotto al tetto. Tocca ancora a me il nuovo terreno della quarta lunghezza. Con un po’ di artificiale (due chiodi) ne vengo a capo rapidamente, Marco poi da secondo sale in libera. La via è nostra, perché la quinta lunghezza è bella e senza storia. Mi spiace che Manolo non sia qui. “Un’altra via mitica, forse una o due ripetizioni al massimo” è il commento oggi di Maurizio Oviglia.

Capo Buggerru. Lella Salusso (a sinistra) e Ornella Antonioli nella prima ascensione di Acqua Persa, 1a L. Foto: Roberto Bonelli, 9 maggio 1981.

Il successo su questa via stupenda non mi fece dimenticare che occorreva anche ripetere, non solo aprire. Gabriele e Guido, mentre eravamo sulla Coda dell’Angelo, avevano fatto la prima ripetizione della via del Medioverme. Invece il 14, con Monica andai a tentare di ripercorrere la via delle Fiamme Gialle. Dopo aver trovato i chiodi del primo tiro e averlo salito, non riuscimmo più a individuare una prosecuzione che fosse concorde con quanto scritto nella relazione. C’era un caldo infernale, esitammo quel tanto che basta per perdere ogni desiderio, quindi tornammo indietro.

Ma un’avventura ben peggiore doveva capitare a Gabriele e Guido, anche loro negli immediati paraggi a sinistra per fare una via nuova. Alla terza lunghezza, dopo una traversata, i due videro una striscia nera: sì, era quella che produceva un suono simile a un rombo di aereo!

– Aiuto, aiuto… siamo morti! – strillava Gabriele.

Dalla S2 di West Coast, Gabriele Beuchod assicurato da Guido Azzalea su Dolce Bocca (capo Buggerru), 1a ascensione, 9 maggio 1981. Foto: Marco Bernardi.

Ma lo sciame di vespe, a contatto delle corde colorate, si divise in due e proseguì, riunendosi, subito dopo. I due, terrorizzati, buttarono le corde in basso per un’immediata ritirata!

Quella doveva essere una giornata-no, perché anche Lella e Roberto, che tentavano uno spigoletto ancora più a sinistra degli sfortunati Guido e Gabriele, si ritirarono “per troppi cespugli”.

Monica Mazzucchi in sosta su West Coast (Capo Buggerru), 1a ascensione, 9 maggio 1981. Foto: Marco Bernardi. Quest’immagine fu in seguito scelta per la copertina di Mezzogiorno di Pietra.

Era l’ultimo giorno per Marco: lo accompagnammo a prendere un autobus da Dorgali per Olbia. Tornati al campo fummo colpiti da un odore nauseabondo. Proveniva dal furgoncino di Gabriele. Appena sotto lo sportellone aperto c’era qualcosa che bolliva nella mia pentola, sul fuoco. L’avevamo lasciata lì perché fosse lavata assieme a svariati piatti e posate.

L’odore era insopportabile, da vomitare. A gran voce chiamai Gabriele. Anche Guido, Roberto e Lella non c’erano. Cazzo, ma hanno lasciato tutto aperto così, questi coglioni?

Alessandro Gogna nella 1a ascensione di La Coda dell’Angelo (Monte Oddeu), 2a L, 13 maggio 1981. Foto: Marco Bernardi.

Dal torrente mi rispondono e si affrettano a risalire.
– Ma non eri andato a Olbia?
– Siamo andati solo fino a Dorgali, lì c’era una corriera che stava giusto partendo. Piuttosto, cosa è questo odore che viene dalla MIA pentola?
– Abbiamo trovato una carogna di ermellino…
– Cosa?
– Sì, e l’abbiamo messo a bollire così riusciamo a staccare tutto dal teschio.
– Nella MIA pentola? Ma voi siete pazzi… – qui è Nella a intervenire.
– Ma perché poi non nella TUA pentola?
– Non ho una pentola così grossa…
– E magari pensavi anche di fare in tempo a bollire la tua cagata necrofila e poi magari lavarmi la pentola, vero? Cosi, occhio che non vede…

Alessandro Gogna nel superamento del tetto della Coda dell’Angelo, parete est del Monte Oddeu, 1a ascensione, 13 maggio 1981.

Come coppia Gogna stiamo dando letteralmente in smanie. Gli impongo di far bollire tutto giù al torrente e che domani dovranno ricomprarci una pentola nuova. Ma l’incazzatura è potente, non mi va di rivolgergli neanche la parola a quei tre disgraziati. E anche Lella, cazzo!

– Ho provato a dirgli che magari era una cazzata…
– Cazzata? Questa me la pagate… – minacciavo fuori di me.

Il cranio dell’ermellino fu liberato di tutta la carne putrefatta e cotta, lavato nel torrente e poi messo a essiccare insieme ad altri teschi. Ricordo uno di muflone e uno di pecora. Nelle sere seguenti, quando io mi ritiravo a dormire, i cretini continuavano a bere il Monica, un buon vino in bottiglioni dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, e facevano danze wodoo. Mentre uno accarezzava le corna del muflone, l’altro lo incitava: – Fai la sega al diavolo, fai la sega al diavolo, che porta bene!

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La Coda dell’Angelo ultima modifica: 2022-05-26T05:34:00+02:00 da GognaBlog

8 pensieri su “La Coda dell’Angelo”

  1. 8
    albert says:

    Se  certi riempitivi di orario televisivo di produzione USA acquistati  dai canali nazionali giungono a parecchie” Stagioni”..raschiando il fondo del barile con trovate inverosimili, quanti telefilm e stagioni  ci salterebbero fuori seguendo i personaggi nella loro evoluzione, in questo filone avventuroso.
    illustre precedente non solo per ragazzi…
    https://anni70-latvdeiragazzi.over-blog.it/article-il-programma-avventura-con-le-sigle-she-came-through-the-bathroom-window-e-a-salty-dog-82449616.html

  2. 7
    Maurizio Oviglia says:

    L’unica ripetizione di Pan di Sale penso sia quella mia e di Mondo Liggi, 1985. Raggiungemmo l’attacco con un canotto gonfiabile per bambini. Lo gonfiammo a turno a bocca, per la via non avevamo quasi più fiato!

  3. 6
    albert says:

    Partiti in gruppo in una valle  laterale di Fassa, lo scopo era la raccolta di pigne di mugo ancora fresche e resinose  di inizio giugno, per preparare grappa e sciroppo curativo antitosse e raffreddore ( chissà se funziona anche anti covid…mancano test di laboratorio in doppio cieco, ma secondo me sì, le spike puntute si incollano allo strato di sciroppo spalmato nelle narici internamente e poi l’alcool stanga il nucleo di  rna).Ad un tratto una tosa  vendemmiante pigne esplose in un urletto di schifo: nel  tronco di un pino mugo erano infilate alcune siringhe…Internamente mostravano un  residuo  misto liquido gialloe   di sangue. Concludemmo” Nessun luogo per quanto isolato e’ indenne, lo spaccio arriva dappertutto.”Poi  in seguito apparve articolo di cronaca poliziesca  locale: dentro una delle splendide baite restaurate, scoperta bisca clandestina con spettacoli di ” balletti” , ammucchiate e viavai  di suv in week end.

  4. 5
    albert says:

     sforzandosi di classificare lo stile del racconto, mi sembra adatto il termine PICARESCO
    https://www.treccani.it/vocabolario/picaresco/
     leggere anche  di Luca Visentini “Il Paese “ed altri.
     NON E ‘ESCLUSIVO DI IMPRESE DI GIOVANI TRASGRESSIVI. AD UN PRANZO DI NOZZE FECI COMUNELLA CON DUE  OSPITI SULLA NOVANTINA, TRENTINI, CHE MI RACCONTARONO LE LORO IMPRESE ALPINISTICO ESCURSIONISTICHE GIOVANILI NEL PRIMO DOPOGUERRA 1946..DA GRANASCIARSI.PERO’ I LORO OCCHI  NEL RACCONTARE BRILLAVANO ANCORA.

  5. 4
    Andrea Parmeggiani says:

    Aneddoti gustosissimi e spassosissimi, a cui aggiungere anche quello d’antonomasia dei due carabinieri!!… Anche il pannolino usato di Albert non è male pero’!

  6. 3
    Fabio Bertoncelli says:

    La scena dell’ermellino che bolle in pentola è degna dell’Armata Brancaleone.
    Con Alessandro che recita la parte che fu di Vittorio Gassman. 

  7. 2
    albert says:

     Gustosi i particolari” horror&kifezze.”la corrente allontanante “onda su onda “..lo sciame ..la carne di volpe ( controllato  sul web di ricette ,  puzza proprio, la infarciscono di cipolla e aromi vari dopo averla tenuta una notte immersa in acqua e aceto,  cottura prolungata a media temperatura..). Ci sarebbe da inaugurare in tema  un filone di memorie e vari contributi .Interessante la conversione di schifezze del passato in attrazioni turistiche (miniere, cave come ad Agordo, oppure la linea  Prima Guerra diventata  itinerario escursionistico  dolomitico).Come horror ricordo: un chiodo iniziato    al martellamento  da cordata parecchi tiri  sopra noi due , schizzato via e ….tintinnio, frullo.. sibilo con effetto doppler sopra le nostre teste. …ci  appiattimmo come sogliole e porconammo ma non ad alta voce ..erano Alpini…pericolo di oltraggio alle Forze armate.Poi :sorcio che da un foro di falesia per allenamento dei Colli  euganei, fece una passeggiatina da mano a spalla e poi ritorno  per i fatti suoi in parete ; pietra instabile spostata  nel percorrere una ferrata , e contatto a piena mano con un assorbente  usato occultato sotto la medesima pietra …ecc.

  8. 1

    Belle irripetibili atmosfere.

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