La Cresta dei Céch

Metadiario – 150 – La Cresta dei Céch (AG 1988-006)

Quel settembre 1988 poteva essere il momento buono per la realizzazione di un vecchio sogno di Angelo Recalcati, che però era diventato anche mio: la traversata integrale dalla Bocchetta del Notar al Cantone di Strem. Avevamo sempre rimandato quella cavalcata perché altri più evidenti problemi alpinistici della Mesolcina s’imponevano.

Non sapevamo, come in tutte le prime, quanti e quali difficoltà avremmo trovato, ma la lunghezza del percorso ci suggeriva di prevedere un’intera giornata di luce, se non volevamo bivaccare.

Dal Pizzo Cavregasco su cresta Notar-Setaggiolo, val Bodengo, Catena Mesolcina Meridionale. 1=Forcellino del Notar; 2=Pizzo d’Urìa; 3=Pizzo Camparasca

Nel 1988 non era stato ancora ricavato l’inutile bivacco del Notar (dai più italianizzato in “Notaro”) dalla vecchia alpe dell’Avert del Notar, ma è molto probabile che, anche in sua presenza, noi avremmo preferito comunque l’approccio notturno da Bodengo.

Angelo aveva già pronto il nome del nostro itinerario, la “Cresta dei Céch”.

Con il termine Costiera dei Céch si intende tutto il versante montano a nord di Morbegno che si estende dalla Val Masino fino a quasi il Lago di Como all’imbocco della Valchiavenna: per l’ottima esposizione a sud vi è garantito un clima mite anche in inverno.

Alcuni studiosi di storia locale fanno risalire il termine Céch al fatto che la Costiera fu uno dei luoghi dove il paganesimo resistette più a lungo per cui si ritenevano le popolazioni locali “cieche” al Cristianesimo. Secondo altra interpretazione, don Domenico Songini sostiene che il toponimo derivi da Francesco I re di Francia che, coinvolto nelle guerre d’Italia nel XVI secolo, conquistò la Valtellina che era in mano ai Grigioni. I valtellinesi della sponda retica sostennero i francesi, guadagnandosi così l’appellativo di Céch.

L’amico Angelo Recalcati, a questo proposito, mi scrive: “Nella nostra zona il termine “muncéch” è storicamente documentato. Carlo Magno diede in feudo gli alpeggi (i “Monti”) sopra le Tre Pievi (Dongo, Gravedona, Sorico) al monastero di Fulda in Franconia dal quale periodicamente venivano a prelevare tributi e prodotti degli alpeggi. Da qui la denominazione delle montagne a nord delle Tre Pievi, che si si riscontra anche sulle carte antiche fino all’Ottocento, “Monti dei Franchi o Monti della Francesca” e in dialetto “munt di Céch” (dialettale di Francesco) o abbreviato “muncéch”. Le anziane alpigiane, che ancora negli anni ottanta abbiamo talvolta incontrato col caratteristico costume di panno marrone, venivano chiamate “le muncecche”. La Cresta dei Céch si innesta tramite il Forcellino del Notar alla “Catena dei Muncéch” che dal Passo di S. Iorio va fino al Monte Berlinghera.
Domenico Songini dice una stupidata. Francesco I fa il contrario di quello che afferma il don. Infatti, dopo aver sconfitto gli svizzeri nella battaglia di Marignano, fa pace con loro dandogli il Canton Ticino. Poco dopo i Grigioni occuperanno la Valtellina promettendo una associazione che invece sarà dominazione
“.

Dalla cresta Notar-Setaggiolo (Cresta dei Céch) verso il Sasso Bodengo (a sinistra), il Pizzo Campanile e il Piz Martel

Tutto questo per spiegare il nome di questa nostra grande cresta (cioè il crinale che divide la Valchiavenna dalla Val Mesolcina), storicamente imparentata con la Costiera dei Céch, al di là di una relativa vicinanza geografica.

La sera di sabato 24 settembre raggiungemmo il villaggio di Bodengo 1030 m piuttosto tardi. Non c’era già più nessuno, anche facendo un accurato giro per le baite accanto alla bianca chiesa del XV secolo dedicata a S. Bernardo, la cui torre campanaria pende leggermente verso la chiesa stessa. Le numerose tracce lasciate sulla strada indicavano che l’estate era finita per le vacche e per i greggi di capre e pecore. Anche dei possessori di baite, tenute bene in ordine, non v’era traccia, pur essendo quella una notte di weekend, con tempo splendido per giunta.

Dopo la cena ci sdraiammo nel furgone, con la sveglia puntata alle 4.30 di notte.

Alle 5, fatta colazione, indossati gli zaini e accese le pile frontali, partimmo. Ci addentrammo in direzione ovest per il sentiero sulla sinistra idrografica del Torrente Boggia. Superata la cappelletta di S. Antonio, attraversammo brevi macchie di larici e, dopo un’ampia curva a sud-ovest fummo al vasto slargo erboso di Corte Terza 1190 m che raggiungemmo quasi in piano.

Quella volta, al buio, non potemmo osservare i contrasti tra quell’idillica radura e le impressionanti verticalità del Precipizio di Strem e del versante ovest del Cavregasco.

Dalla traversata di cresta Notar-Setaggiolo su Pizzo Cavregasco: più lontani, Pizzo Rabbi e Pizzo Ledù.

Angelo mi informava di una ricerca toponomastica di Sandro Libertini, secondo il quale la corretta pronuncia locale di Corte Terza è Curt’èrza, dunque interpretata in loco non come terzo alpeggio provenendo dalla Bocchetta della Correggia, ma come “arsa”, cioè “arida”, dalla secchezza dei terreni, lì determinati dal corso sotterraneo della Boggia, che per lungo tratto a monte scompare sotto le ghiaie. Io ascoltavo e marciavo in silenzio. Angelo aggiunse che quello era un tipico caso di fraintendimento dei topografi IGM di fine ’800, tanto è vero che basta consultare le carte topografiche d’epoca precedente e si troverà Corte Arsa. Così sono stati introdotti, con deduzione logica fin troppo scontata ma arbitraria, Corte Seconda, che era indicata, anche su vecchie carte, Alpe del Notar (Alp di Nudée) e Corte Prima, ancora oggi invece indicata con Stabi nööv.

Al di là del piano di Corte Terza, continuammo in leggera ascesa, tra prati e macchie di bosco, sempre a destra del torrente Boggia. Appena usciti dal bosco fummo all’alpe di Corte Seconda 1389 m, addossata a grandi massi.

Non avremmo dovuto avere particolari difficoltà a seguire il percorso giusto perché, almeno fino a Corte Prima, l’itinerario era segnalato (D8): purtroppo erano ancora ben visibili i disastri dell’alluvione del 1983, e in quei punti avemmo qualche indecisione nell’oscurità.

Poi ci alzammo su un terreno di pascolo più ripido: superato un ciglione morenico, attraversammo il torrente per transitare poco a monte di Corte Prima 1540 m. Risalimmo ancora tra rododendri fino a due grandi massi situati a circa 1630 m, dove abbandonammo i segnavia per la Bocchetta della Correggia e piegammo decisamente a destra. Salimmo il fianco sinistro idrografico di un evidente solco torrentizio che esce da un profondo canalone. Meno male che c’era qualche vago albore, così poco prima dell’imbocco del canalone potemmo seguire le tracce di sentiero che salgono in obliquo a destra di un pendio erboso e poi entrano in un ripido canale-camino, il caürghiet, già di giorno visibile solo all’ultimo, fiancheggiato da uno spigolo roccioso con singolari striature biancastre. Questo poi curva a sinistra, allargandosi e uscendo nell’aperto pendio di pascolo e ganda sul quale era stata edificata l’Avert del Notar 1882 m. Un’altra mezz’oretta e fummo al Forcellino del Notar 2098 m. Erano quasi le 8 del mattino del 25 settembre 1988, ci eravamo già sciroppati 1068 m di dislivello ed eravamo in uno dei posti più solitari, abbandonati e quindi ormai sconosciuti delle Alpi.

Traversata di cresta Notar-Setaggiolo, da Pizzo Camparasca su Pizzo d’Urìa e sul Forcellino del Notar. Sullo sfondo, il Pizzo di san Pio e la Bocchetta della Correggia.

Il Forcellino del Notar è un intaglio roccioso dell’ampia depressione a nord del Sasso Bodengo. Da lì godemmo di una splendida vista sulla parete ovest del Pizzo Cavregasco e sul versante settentrionale del tratto di cresta Pizzo Campanile-Pizzo Martello.

Il toponimo deriverebbe o da nodée, termine dialettale che indica colui che pratica la nöda, operazione con la quale si contrassegnano gli agnelli appena nati con un’incisione sull’orecchio per individuarne la proprietà, o dagli antichi proprietari, notai di Peglio tra il ’500 e il ’600.

Angelo Recalcati nei pressi della Bocchetta de Sambrog, con visione sul Lach de Sambrog

Qui inizia la Catena Mesolcina Meridionale, crinale di confine tra il Forcellino del Notar e il Passo della Fórcola. Con andamento sud-sud-ovest/nord-nord-est, è una serie di lunghe e taglienti creste, con massima elevazione nel Pizzo della Fórcola 2674 m. Da entrambi i versanti scendono lunghe valli profonde: tributarie della Valle Mesolcina sono, da sud a nord, la Val Cama, la Val d’Árbola (separata dalla precedente dal massiccio del Sass Castel, uni­ca importante vetta al di fuori dell’asse della catena), la Val de Montogn (che nella parte alta si chiama Val Gamba) e infine la Valle della Fórcola svizzera; tributarie del Piano di Chiavenna sono, da sud a nord, la Val Bodengo, la Val Piodella e la Val Pesciadello (le ultime due confluenti nella Valle Pilotera, che a sua volta confluisce nella Val Bodengo) e infine la Valle della Fórcola italiana.

Alessandro Gogna sulla Cresta dei Céch

Caratteristica generale di tutta la Catena Mesolcina Meridionale è l’asimmetria delle creste sommitali, che presentano a nord profili lineari o placche inclinate e a sud profili dentellati o salti rocciosi.

Noi intendevamo percorrere questa cresta nella sua parte alpinisticamente più significativa, cioè fino al Cantone di Strem.

La prima punta che ci si presentava era il Pizzo d’Urìa 2287 m. Ciò che caratterizza questa elevazione, che non si lascia salire facilmente, sono le creste abbastanza svi­luppate e l’arrotondato costone est-sud-est. Le pareti invece hanno solo un modesto sviluppo con rocce erbose.

Alessandro Gogna sulla Cresta dei Céch

Seguimmo il filo di cresta, per lungo tratto orizzontale, per giungere facilmente alla sommità della Q. 2215 m CNS. Scendemmo poi 30 m ad un netto intaglio, e quindi affrontammo l’impegnativo gendarme non aggirabile che interrompe il percorso di questa altrimenti non difficile cresta: ci fu da arrampicare  su uno spigolo di 30 m (max V+, 2 nut) per guadagnare così la sommità del gendarme. Proseguimmo poi per la cresta, in qualche punto assai affilata, fino alla vetta.

Alessandro Gogna sulla Cresta dei Céch

La discesa sulla cresta nord non fu difficile ma occorreva prestare un po’ d’attenzione: ci calammo in doppia per 25 m per raggiungere un primo intaglio a 2195 m. Poi, superato un gendarme, raggiungemmo il punto più basso, un intaglio a 2187 m circa.

Lì iniziò la risalita verso il Pizzo Camparasca 2315 m, un po’ più arrotondato e sicuramente meno impegnativo. Seguimmo la non molto inclinata cresta che ci condusse alla intermedia Quota 2230 m c. Scendemmo per placche, appoggiando appena sul versante est, fino al Passo dei Contrabbandieri 2200 m c. Già Albert Röllin, in occasione della prima ascensione della vetta, assieme a E. Rossetti (30 giugno 1913), aveva definito l’intaglio Schmugglerübergang.

Dal Sass Castel Ovest verso il Pizzo Setaggiolo di Dentro (a sinistra), Cantone di Strem, Passo d’Arsa e Pizzo Roggione (a destra)

Nessuna difficoltà ulteriore a raggiungere la vetta del Pizzo Camparasca. Come neppure per il seguito, la discesa all’intaglio 2210 m, in effetti poco laboriosa anche se i due versanti sono precipiti.

Da qui iniziò la salita della cresta sud-sud-est del bifido Piz de Sambrog 2312 m. Salimmo facilmente una elevazione e raggiungemmo un successivo intaglio. Qui la cresta si raddrizzava: la risalimmo dapprima sul versante ovest, poi sul versante est, fino alla slanciata Cima sud 2312 m. Scesi all’intaglio 2260 m (con resti di muro a secco), proseguimmo poi alla piatta Cima nord 2304 m, sulla quale sorgeva un ometto. Sambrog è la contrazione dialettale di Sant’Ambrogio e su IGM è stato italianizzato in Sambrosio.

Dall’Anticima del Sass Castel: Passo d’Arsa, Pizzo Roggione, Sass Castel.

Un filo di cresta a nord-nord-est di II e III- ci condusse all’erbosa Bocchetta de Sambrog 2248 m.

Questo valico, tra la Cima nord del Piz de Sambrog a sud-sud-ovest e la Q. 2306 m del Fil de Sambrog a nord-nord-est, sovrasta la conca di erba e roccette del solitario Lagh de Sambrog. È facilmente accessibile solo da nord-ovest, perché a sud-est scende un profondo e selvaggio canalone devastato dalle alluvioni, cui segue un enorme conoide detritico che ha invaso la Val Bodengo appena sotto Corte Seconda.

Dalla Bocchetta de Sambrog affrontammo una serie di affilate sommità (Fil de Sambrog 2416 m) che salgono gradualmente verso la base della cresta sud-est del Pizzo Roggione.

Le sommità del Fil de Sambrog sono essenzialmente tre (da sud a nord): Quota 2306 m, Quota 2336 m e Quota 2416 m. Le superammo con lievi difficoltà (in prevalenza II, qualche passo di III) per arrivare alla successiva depressione erbosa 2399 m che segna la fine del Fil de Sambrog e l’inizio della facile cresta sud-est del Pizzo Roggione 2576 m.

Questo è una piramide regolare che costituisce un notevole nodo orografico. È alla sommità della Val d’Arbola a nord, della Val Bodengo a est e della Val Cama a sud-ovest. E’ nominato Piz de Crèssim sulla carta svizzera. Il nome Roggione, con il quale dall’Italia si indica anche il Lagh de Sambrog, è riferito dai pastori ai misteriosi rumori che talvolta provengono dalle profondità del lago, che probabilmente presenta dei sifoni. A questo lago sono riferite delle curiose dicerie.

Su questa cima ero già stato in occasione della prima ascensione della parete nord (via del Raggio verde, con Lorenzo Merlo), mentre Angelo la conosceva per via dei suoi numerosi giri solitari.

A quel punto la giornata si stava rivelando perfetta, mostrandoci come due anime alla ricerca del tempo e dello spazio perduto si stavano beando in un ambiente che sfuggiva ad ogni classificazione.

Anche la discesa per cresta nord-est sul successivo e detritico Passo d’Arsa 2420 m non presentò difficoltà superiori al II. Questo valico è collegamento tra la Val d’Árbola e la Val Bodengo, ma è raramente utilizzato a causa dell’eccessivo e impervio dislivello sul versante italiano. A tale scopo è preferibile infatti l’itinerario per la Bocchetta di Egión e il Forcellino di Strem. Arsa è sinonimo di “arida”.

Eravamo ormai sotto al tratto che prevedibilmente ci avrebbe più impegnati. Infatti, il successivo Piz de Gallùsen 2477 m è costituito da due alte e affilate punte gemelle, uno dei tratti (anche se breve) più spettacolari dell’intera Cresta dei Céch.

Dal Passo d’Arsa, traversata l’elevazione della Q. 2475 m, percorremmo un ben delineato spigolo orizzontale, giungendo al salto roccioso finale. Questo è uno spigolo affilato con un caratteristico foro all’inizio. Salimmo la placca a destra (VI+, 1 chiodo lasciato in posto), poi direttamente sullo spigolo (IV+) fino alla vetta.

In seguito, la cresta nord-nord-est scende facilmente all’intaglio 2449,8 m CTR, precedente la lunga cresta sud del Cantone di Strem 2559 m, la cospicua spalla meridionale del Pizzo Setaggiolo di Dentro 2568 m.

Qui è la chiave dell’intera traversata, su questa solida ed estetica struttura di gneiss. Sui contrafforti sud-orientali del Cantone di Strem (Parete dell’Aquila, Ragnatela e Precipizio) negli ultimi anni sono stati aperti alcuni itinerari di estrema difficoltà e di carattere moderno.

Dall’intaglio 2449,8 m CTR ci tenemmo a ovest del filo, in leggera salita fino alla base di un evidente gendarme sormontato da un masso a fungo. Salimmo una fessurina obliqua a sinistra (VI+) con la quale afferrammo lo spigolo ovest del gendarme. Poi per fessura sullo spigolo fino al masso sommitale (VI–). Ne aggirai la base sulla sinistra fino all’intaglio seguente (II), dove feci la prima sosta (20 m). Poi superammo l’affilato spigolo di cresta fino alla vetta di un torrione (20 m, IV, VI+, V–, S2). Da qui si rivelò impossibile proseguire direttamente. Scendemmo quindi brevemente nell’intaglio e ci calammo sul versante ovest (10 m, III, S3). Salimmo per un diedro (IV+), poi più facilmente fino a riprendere la cresta (15 m, S4). La seguimmo (II) fino alla base dell’ultimo risalto (S5) che risalimmo per una cresta con spuntoni fino ad arrivare in prossimità della vetta (20 m, IV+, S6). In tutto, usati 2 chiodi e 2 nut.

g08-02-18
Dal Cantone di Strem verso nord: 1=Pizzi del Torto; 2=Pizzo di Padion; 3=Pizzo di Émet (sullo sfondo); 4=Pizzo della Fòrcola; 5=Pizzo Groppera; 6=Piz de Setagg e a destra il Pizzo Piodella; 7=Pizzo Stella (sullo sfondo); 8=Pizzo Gandaiole; 9=Forcellino di Strem.

Non ricordo affatto che ora era, ma non doveva essere tanto presto. Dalla successiva selletta a quota 2528 m c. evitammo di salire l’elementare cresta per la vetta del Pizzo Setaggiolo di Dentro e preferimmo iniziare subito quella che presupponevamo l’eterna discesa verso Bodengo.

La traversata si concluse come era iniziata, cioè al buio. Piuttosto provati dalla galoppata, su quel terreno facile ma a noi non noto volevamo evitare almeno l’oscurità, ma non ci riuscimmo. Per fortuna non ci furono sorprese, dovevamo solo navigarlo. Non avevamo fatto una grande salita, ma certamente una grande e bella esplorazione che ci ha regalato tanti classici momenti in cui si sperava di trovare sempre nuove soluzioni a qualche impegnativa difficoltà, in un ambiente che nulla aveva di competitivo.

Ornella Antonioli su Bustarella facile, Gole di Frasassi, 1 novembre 1988
Alessandro Gogna sull’ultima lunghezza di Soqquadro volante, Gole di Frasassi, 1 novembre 1988
Andrea Savonitto sulle Placche di Loreto (Valle Argentina, Imperia), 2 gennaio 1989
Ornella Antonioli sulle Placche di Loreto (Valle Argentina, Imperia), 2 gennaio 1989

Come sempre, i “giorni grandi” sono pochi e quasi sempre abbastanza isolati. Presto ripresi il normale tran tran d’ufficio, interrotto solo dalle regolari uscite di arrampicata sportiva. Varianti significative furono le salite della via Carlesso e della via Soldà sulla Sisilla (Piccole Dolomiti) il 1° di ottobre, come pure l’evacuazione (via elicottero dei Vigili del Fuoco di Trento) dal Passo Ombretta dei sacconi dei rifiuti raccolti durante l’estate con Marmolada pulita (3 ottobre) e la manifestazione di Mountain Wilderness sui Monti della Luna (Col de Gimont, Cesana Torinese) che determinò il blocco ai fuoristrada che quella domenica 9 ottobre intendevano scorrazzare per quelle montagne. Per fortuna non ci furono risse.

Nel dicembre 1988 Marco Milani si associò de facto al nostro gruppetto di disperati che faceva base, con Melograno Edizioni e con Mountain Wilderness, nell’umido scantinato di via Volta 10. Con ciò fu dato inizio a una collaborazione che poi portò alla costituzione (ma solo nel 1991) di una nuova società, la K3.

Le mie presenze a Finale Ligure s’intensificarono anche per via del fatto che avevamo affittato un piccolo appartamento a Feglino.

Lago Nero sui Monti della Luna, alta Val Susa, Alpi Cozie
Mountain Wilderness sui Monti della Luna, lago Gignoux, 9 ottobre 1988. Da sinistra sono riconoscibili: 3=Valerio Burò, 4=Carlo Alberto Pinelli, 6=Ettore Pagani, 7= Paolo Lucioli, 8=Ornella Antonioli, 9=Alessandro Gogna, 11=Angelo Recalcati, 13=Giuseppe Miotti, 14=Enrico Camanni, 17=Fausto Destefani, 18=Roberto Bonelli, 20=Marco Milani.
Al pianterreno di questa casa di Feglino affittai per qualche tempo l’appartamento a piano terra, con giardino.

In quel periodo, dopo un ulteriore tentativo del 27 novembre (con Ivan Negro) a Belin statique (che si era concluso con un voletto), finalmente la ebbi vinta il 31 dicembre 1988, assicurato e incoraggiato da Andrea Gallo. Una RP davvero sofferta. Però ancora più soddisfazione  me la diede l’on-sight su Futura (Falesia del Vacché, 10 dicembre 1988). Su quel 7a mi fece sicura Mario Ogliengo.

Non uguale fortuna purtroppo la ebbi con i tentativi a Siddharta (che qui posso riassumere: 31 gennaio 1987, 26 aprile 1987, 4 dicembre 1988 2 volte, 5 gennaio 1989, 7 gennaio 1989). Così pure con i tentativi su Artigli sul futuro, (Camelot 1, 7b: 26 marzo 1988, 23 aprile 1988, 6 novembre 1988, 13 novembre 1988, 9 dicembre 1988). Per i ripetuti fallimenti su quest’ultima, anche per via dell’inezia che mi mancava per salire pulito, mi spiace ancora adesso…

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La Cresta dei Céch ultima modifica: 2023-09-15T05:05:00+02:00 da GognaBlog

3 pensieri su “La Cresta dei Céch”

  1. Che meraviglia, questi racconti!

    Che scrigno di saperi svela per noi Alessandro!

     

    Anche qui sull’Etna i cartografi hanno fatto diversi pasticci trasformando i toponimi originali. Solo per citarne un paio: Pizzi di rineri (dei sabbioni), che ospita un osservatorio  vulcanologico  a circa 2800 m,  è diventato Pizzi Deneri, mentre Monticitto (piccolo monte) è stato trasformato in Monte Egitto.

  2. Zona incredibile che mi ha sempre affascinato per l’aura selvaggia che stilla dalle sue rocce. Complimenti per l’avventura e per i dettagli culturali aggiunti di grande interesse. 

  3. Alessandro grande avventura d’alpinismo esplorativo,.. ogni tanto apro la Vostra GMI Mesolcina  Spluga.. e penso alle vostre avventure in Valchiavenna dove ancora oggi nel 2023 forse qualche via aperta da Voi aspetta ancora la prima ripetizione!

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