Metadiario – 197 – La famiglia più bella (AG 1995-007)
Il trasferimento della sede dell’Also-Enervit ad altra megagalattica sede in un grattacielo della zona del Portello imponeva la vendita dei locali in viale del Ghisallo e, di conseguenza, anche noi dovevamo trovare una sistemazione diversa da quella assai comoda di cui godevamo.
Era il dicembre 1994. Montana trovò una propria dignitosa collocazione in via Camillo Hajech, dalle parti di corso XXII marzo. Noi, dopo lunga ricerca, trovammo un ufficio a nostra misura in via della Bindellina 2a, dalle parti di piazzale Accursio. Il proprietario, Pasquale Onetti, si dimostrò una persona umana e, nei dieci anni che restammo in quei locali, non ci fu mai la minima discussione.

Quel trasferimento coincise con un notevole ridimensionamento delle nostre risorse. Consigliai Luca Pennone e Paolo Romanini di trovarsi al più presto un’altra occupazione, mentre Monica Mazzucchi preferì lasciarci, spero per qualcosa a lei più conveniente.
Ci trovammo quindi in pieno trasloco senza una segretaria: dopo due o tre colloqui con signorine casualmente improbabili, scegliemmo Priska Marchi, di poche parole ma di buona efficienza. Di questa ragazza, che stette con noi la bellezza di quasi sedici anni, non riuscimmo a sapere praticamente nulla della sua vita privata: per questo forse si trovava bene con due orsi come Marco Milani e me.
La nostra tata Maritza verso la fine dell’anno ci propose un gattino che qualcuno aveva trovato chissà dove. Questo gatto era stato chiamato Pampurio (ma divenne subito Pampu) e diventò un coccolato abitante della casetta di via Scarpa 12. Si rivelò, crescendo, molto indipendente e intraprendente: girava tutto il giorno per il nostro giardino ma anche nel verde circostante non di nostra proprietà. Negli anni, più volte fu segnalato per le vie del quartiere, una volta tornò a casa ferito da una rissa tra gatti. La statua regalataci da Mauro Corona era piazzata all’ingresso, subito prima delle scale di pietra di Bedonia: ci capitò di osservare che l’incavo nel legno vicino alla testa del Bambino fosse invaso da una pozzetta di liquido di misteriosa provenienza. Solo dopo due o tre episodi capimmo che quella era orina di Pampu. Eppure lui aveva a disposizione la sua cassetta, oltre all’intero giardino… Ci fu una punizione un po’ drastica: accostamento della testa di Pampu alla pozzetta e immediato scappellotto. Però la cosa non si ripeté più.
Successe anche che un giorno Pampu scomparì: non si presentò la sera né i giorni seguenti. Petra era disperata e anche a noi dispiaceva, ma non potevamo farci nulla, cercando di spiegarle che non potevamo certo denunciarne la scomparsa alla polizia… Mettemmo un manifestino in giro per i negozi. I giorni trascorrevano e la triste realtà prendeva sempre più forza rispetto alla speranza. Al trentaduesimo giorno dalla scomparsa, dal mio studiolo al pianterreno sentii miagolare e grattare alla porta di metallo e vetro. Schizzai all’ingresso, c’era Pampu quasi irriconoscibile per la magrezza, molto agitato. Ipotizzammo che fosse rimasto rinchiuso in qualche cantina o magazzino fino a che il proprietario non riaprì il locale: un’esperienza terribile, credo. Ci godemmo la sua presenza ancora per circa tre anni, poi ricevemmo le lamentele delle cugine di Bibi che denunciavano le aggressioni che Pampu faceva ai loro cani di piccola taglia. Questi episodi più o meno coincisero con i problemi che avrei avuto con Bibi. Il mio allontanamento da via Scarpa verso la fine del 1999 coincise con il trasferimento del povero Pampu a Rho, presso gli uffici della Relight di cui Bibi era Amministratore Delegato. Là continuò la sua vita da gatto libero fino alla sua definitiva scomparsa, molti anni dopo.

I primi mesi del 1995 furono caratterizzati anche dagli incontri settimanali con Angelo Recalcati per la stesura del testo della guida Mesolcina-Spluga, lavoro che avevamo iniziato la bellezza di dodici anni prima e per il quale il buon Gino Buscaini cominciava a sollecitarci. Gli incontri avvenivano nella sua casa-magazzino di piazza Bajamonti, in genere la sera del mercoledì.
In quel periodo purtroppo spirò anche Ubaldo, l’ultimo dei miei zii. Nei mesi seguenti tagliai anche l’ultimo ponte con Genova, vendendo la casa di via Lorenzo Pareto 8 dove ci eravamo trasferiti nel 1962 e dove mio padre, dopo la scomparsa di mia mamma e di mia nonna, visse parecchi anni da solo prima di accogliere Ubaldo, rimasto vedovo.
Da Constantine Phipps che, nel 1773 e con due navi, raggiunse gli 80°48′ N a nord delle isole Spitzberg, fino all’oggi più tecnologico, le spedizioni al Polo Nord hanno costituto una delle storie umane più affascinanti, dove dramma, coraggio, perseveranza e perfino menzogna coesistono inestricabilmente.
Negli anni ’90, due gruppi (per primi i due norvegesi Børge Ousland ed Erling Kagge, il 4 maggio 1990 da Cape Columbia) e infine un solitario, lo stesso Ousland dalla Siberia nel 1994, hanno raggiunto il Polo senza supporti esterni, facendosi però trasportare in aereo al ritorno.
Quindi, fino al 1994, nessuno era mai riuscito ad attraversare il Polo Nord senza supporto tecnologico (skidoo-aereo-nave-cani), e la grande avventura ancora da dimostrare era attraversarlo senza supporti, cioè andata e ritorno by fair means, senza l’ausilio di cani, motoslitte e senza rifornimenti intermedi.
Nel progetto di Messner, la traversata, lunga circa 2000 km, doveva iniziare dalle Shmidta Islands, in Siberia, e concludersi a Cape Columbia (Terra di Ellesmere, Canada) dopo circa 90 giorni. Secondo lui nessuno aveva mai raggiunto il Polo Nord via terra tornandone con i propri mezzi, ovviamente neppure il contestato Robert Edwin Peary nel 1909 con i cani.
Le difficoltà sembravano praticamente insormontabili. Anche se il ghiaccio della calotta si sposta da est a ovest (Drift Ice), così favorendo una traversata da Siberia a Canada, l’Ice Pack si sposta, si muove e si spacca, formando dossi e crepacci difficilmente superabili. Ci sono salti, ci sono fessure gigantesche attraversate da acqua e sovente si possono trovare vere e proprie cascate di blocchi di ghiaccio alte decine di metri, perché il pack ha uno spessore variabile da 2 centimetri a 5 metri. Per questo è probabilmente il terreno più difficile del nostro pianeta.
Nel periodo finale, in maggio, quando la temperatura aumenta, sull’itinerario di marcia si creano canali di mare aperto. Quindi il periodo della partenza non può che essere in marzo, durante la notte polare (temperature anche sotto i -50°, dunque, tempo limitatissimo.
La slitta da tirare all’inizio pesa 150 kg a persona: questo rappresenta il massimo trainabile su terreno difficile. Diminuire il peso della slitta significa diminuire le scorte alimentari già calcolate al minimo. Questo era il progetto di Reinhold e Hubert Messner: North Pole Unsupported, esattamente nel centenario della storica epopea della Fram, la nave che volutamente Fridtjof Nansen lasciò alla deriva nei ghiacci del pack, nel tentativo di raggiungere il Polo Nord.
Trent’anni fa non erano ancora disponibili i telefoni satellitari e, come già da loro sperimentato in Groenlandia, le comunicazioni erano possibili sì via satellite con l’apparecchio Argos ma solo con segnali assai semplici (impulsi).
La tabella convenuta riportava dei numeri associati a un significato. Era la seguente:
0 nessun segnale, tutto OK
1 vento contrario forte
2 Tratti di acqua aperta
3 pack difficile
4 Temperatura inferiore a -40° C
5 Problemi con l’umidità
6 Malattia
7 Dolori fisici
8 Congelamenti
9 Guasto all’attrezzatura
10 Perso slitta o materiale importante
11 Attaccati, inseguiti da orso bianco
12 Scarsità di viveri
13 Prego mandare scorta viveri (prima del Polo dalla Siberia, dopo il Polo dal Canada)
14 A. Ritorno al punto di partenza
14 B. Prego venire a prenderci (vale anche per il Polo)
15 Serve aiuto! Mandare subito soccorso.
Nota 1. Il numero 15 va trasmesso solo se abbinato a Emergency.
Nota 2. DOPO che Emergency è stato associato al 15, potete, qualche ora dopo, trasmettere Emergency associato con un altro numero (che abbia senso, per esempio 8 oppure 10). In seguito, intervallare i due abbinamenti.
Gli impulsi dell’apparecchio Argos venivano registrati dal centro aerospaziale di Tolosa (quello che nel 1997 sarebbe diventato la Cité de l’espace). Gli addetti erano incaricati di riferire via fax a K3PhotoAgency i messaggi che via via arrivavano. In caso di emergenza era prevista l’immediata chiamata telefonica sul mio cellulare. In seguito a ciò K3PhotoAgency si sarebbe attivata senza alcun indugio per avvertire la base russa di Sredny Ostrov (in Siberia).
Questo remotissimo aeroporto è situato sull’isola di Sredny, nella regione di Krasnoyarsk Krai (Mare di Kara settentrionale), circa 900 km a nord di Khatanga, sulla costa siberiana.
Partiti dallo Sredny Ostrov Airfield il 7 marzo 1995, Reinhold e Hubert Messner si avvalsero del trasporto di un elicottero militare per coprire i circa 200 km che li separavano dalla fine della terra ferma e quindi dall’inizio dell’Oceano Artico. Nel pomeriggio del 7 marzo i due lasciarono Cap Artichevsky e iniziarono la marcia lungo un fiordo ghiacciato, puntando a nord.
L’apparecchio satellitare in loro dotazione segnalò l’8 marzo un poco significativo progresso di qualche km, unitamente al messaggio 11 che in codice era relativo all’attacco di orsi bianchi.
Alle 4.45 del mattino dopo (9 marzo) fui svegliato dal telefono che squillava. L’operatore mi informò in un inglese assai francese che ci aveva appena inviato un fax con la richiesta di soccorso dei nostri.
In pochi secondi mi vestii e mi precipitai attraverso la città deserta al nostro ufficio, dove effettivamente trovai il fax. Composi il numero che ci era stato dato della base militare di Sredny, parlai in inglese con l’operatore e in più inviai anche copia del fax di Tolosa.
Ciò che potevo fare era stato fatto, ma, a dispetto di ciò, mi sentivo fortemente responsabile. Nessuno aveva fatto errori né si era attardato, ma in questi casi sappiamo che tutto può succedere. Non tornai neppure a casa e rimasi in attesa degli eventi.
Alle 11 fui avvertito che l’elicottero non aveva ancora potuto partire per via delle condizioni meteo e fu soltanto alle 15 che ricevetti la comunicazione che i due Messner erano stati recuperati alle 20 (ora locale) ed erano in salvo.
Era successo che durante la seconda notte il forte vento del nord avesse determinato il movimento del pack verso riva: furono ore d’inferno in cui i due fratelli, sorpresi nella notte dall’improvvisa serie di fratture nel ghiaccio, cercavano di spostare la tenda e il materiale in luogo più sicuro. La temperatura di –42°, il buio, il vento videro i Messner uscire dalla tenda con le sole scarpe da notte per trascinarla nell’unica direzione dove sembrava che le onde di ghiaccio sconvolto non andassero.
Nel tentativo di mettere in salvo gli sci, Hubert era caduto in acqua ed era riuscito, dopo pochi ma eterni secondi, a tirarsene fuori. Era diventato immediatamente una corazza di ghiaccio ed era stato costretto a rifugiarsi nel sacco piuma in tenda, mentre Reinhold, saltando da un blocco all’altro, cercava di salvare anche la seconda slitta, in tempo per vederla stritolata sotto il crollo di una torre di ghiaccio.
Non ci fu pace per ore, perché dovettero ancora spostare la tenda nella notte, mentre Hubert lottava con il congelamento delle mani. Fu solo dopo un bel po’ di ore che, anche constatate le perdite di materiale, Messner ebbe il tempo di azionare la levetta dell’apparecchio Argos per chiedere il recupero. Erano le 11.30, ora locale, le nostre 4.30.
In seguito al loro fallimento, ben pochi sono stati i tentativi coraggiosi di dare realtà al progetto di Messner: fino al 2001, quando Børge Ousland riuscì da solo nella traversata dalla Siberia al Canada in 82 giorni.
Il 25 luglio 1995 finalmente Bibi ed io ci potemmo prendere una giornata assieme. La portai in Svizzera, al rifugio Diavolezza con la funivia. Con K3PhotoAgency eravamo in pieno svolgimento della campagna foto per il volume IV della collana dei Grandi Spazi delle Alpi, galvanizzati dall’uscita in primavera del volume II. La giornata non era perfetta, l’ora non certo mattutina, perciò mi limitai ad alcune foto di dettaglio mentre scendevamo a piedi lungo il meraviglioso ghiacciaio del Vadret Pers fino al Morteratsch Gletscher, allora molto più florido di oggi. Giunti alla stazioncina ferroviaria di Morteratsch, lei prese il primo treno per tornare a Milano, io invece presi il primo in direzione opposta per andare a recuperare il furgone. Il 26 luglio salii alla chamanna Tschierva e vi pernottai. Il mattino dopo andai a cogliere l’alba dalla Terrasse, in modo da fotografare i tre pizzi: Bernina, Scerscen e Roseg. Il 28 mattina risalii ancora al rifugio Diavolezza per rimediare da un rilievo poco sopra (Munt Pers) alla mancata foto d’insieme sui pizzi Palù, Zupò, Bellavista e Bernina.



Festeggiato il 29 luglio il mio compleanno a Levanto, il 30 partimmo armi e bagagli a famiglia intera per raggiungere una bella meta in montagna, il rifugio Benevolo in val di Rhêmes, tenuto dagli amici Mario e Luisa Ogliengo. L’idea di andare da loro era nata durante la vacanza di Capodanno, fatta assieme a Portixeddu in Sardegna. Il 31 luglio lo passammo al rifugio e nei dintorni a giocare con Elena e Petra, a prendere cioè confidenza non solo con il luogo stupendo ma anche con i meccanismi delicati di convivenza in un rifugio che, data la stagione, era affollatissimo. Eppure, pur avendo in teoria ben poco tempo per coccolarci, Luisa e Mario furono ospiti perfetti, con una vera e propria dedizione a Petra ed Elena che in breve erano diventate le mascotte del rifugio. Il povero Mattia, che giocava con loro, era bonariamente sgridato da Luisa e Mario che invece lasciavano che le due pesti, una poco più che gattonante e l‘altra molto più pericolosa, fossero frenate da noi. Nel casino di un rifugio zeppo, specie all’ora del pasto serale, giuro che era impossibile tenerle a bada. Il primo giorno di agosto, anche per toglierci un po’ di mezzo, salimmo al Lago Goletta 2728 m, una meta bellissima ma per nulla vicina, anzi abbastanza faticosa. Elena non dava problemi perché portata a spalle, mentre Petra qualche lamento lo emise. Alla sera era così stanca che si addormentò ancora prima della cena. In tempo appunto per riprendere a fare casino.

Il 2 agosto, di mattino assai presto, vennero a prendermi al posteggio per portarmi alla Croix de Fer 2337 m nel massiccio dei Fiz, proprio sopra a Sallanches nella valle dell’Arve. La squadra era composta da Franco Ribetti, Ugo Manera, Maurizio Oviglia ed io. Non avevo idea di dove volessero portarmi e ci furono momenti di vera tensione già nell’approccio in auto, su una stradina particolarmente esposta. Sullo spigolo sud-ovest, la via Ni dieux ni maître era stata aperta nel 1990 da Thierry Perillat e Pascal Strapazzon, due arrampicatori fortissimi: per la sua bellezza aveva già conquistato i cuori di parecchia gente, anche di chi, come noi, veniva dall’Italia. Sette lunghezze fino al 6c, forse 6c+, per 250 m, un’arrampicata davvero superba. Sul mio diario non ho segnato nulla al riguardo della libera: probabilmente nessuno di noi quattro è riuscito a fare a vista il tiro chiave.
Tornato al rifugio Benevolo, la sera stessa riuscii a farmi perdonare l’assenza, anche perché l’azione di sorveglianza un conto è farla in due, un altro da soli…
E poi c’era Franco Ribetti ad aiutarci. Faceva scorrere la mano sinistra dal polso alla spalla di Petra muovendo le dita come se la mano camminasse e intanto diceva “E l’aquila porcella intanto si avvicinava, e volava, e si avvicinava…” e, giunto ai capelli, “zac, l’aquila porcella ti portava via”. Dopo la prima volta in cui la poverina si deve essere terrorizzata (il volto di Franco, con quella barba e quegli occhi, non era molto rassicurante…), alla seconda o al massimo alla terza in cui Franco ripeteva la sua manfrina, Petra cominciò a ridere e divertirsi. Oggi dice che quello è uno dei suoi primissimi ricordi.
Sempre per toglierci di torno, il giorno dopo andammo ad un altro specchio d’acqua, quello del Lago di Tsanteleina 2640 m. Il 4 agosto tornammo a Levanto, loro a riprendere la vita da spiaggia, io per tornare quasi subito a Milano per poi raggiungere gli altri che erano saliti alla Engelhorner Hütte da qualche giorno. La sera del 6 agosto, partendo da Rosenlaui, raggiunsi Paolo Lucioli, Roberto Corsi e Marco Milani, Marco Spataro, Fiorenza Spada e Paolo Cerruti. Insieme avevano già fatto un bel lavoro sul calcare di questo gruppo di montagne, sempre per il servizio di Alp sull’Oberland Bernese. Il 7 agosto salimmo tutti e quattro l’Haslizweg, sulla parete ovest del Rosenlauistock 2198 m, una via classica con passi non superiori al VI+ aperta da Kaspar Ochsner nel 1989. Sempre nella stessa giornata salimmo la parete sud della Tannenspitze 2255 m, un breve itinerario di 70 m che collega due vie di recente apertura. Il primo tiro è su un pilastro (VI+) proprio sotto la verticale della cima, alla sinistra di una via classica del 1929 (Südwandli, G. Michel e R. Saxl, passi di 4); il secondo tiro sale sulla via Zubernadel: per una bellissima placca si giunge da sinistra a destra allo strapiombo finale (VII-).
L’8 agosto, funestato da tempo cattivo, ci vide tentare lo spigolo ovest della Vorderspitze 2619 m per la via di 400 m aperta da Dölf Beyeler, Otto Gerecht, Max Kofler e Felix Marx, il 7 luglio 1935. Ma non andammo oltre allo zoccolo… Meno male che la stessa via era già stata fatta da altri del nostro gruppo.
Il 9 agosto, assieme al solo Roberto, ci recammo nella zona del Simelistock. Prima affrontammo il Klein Simelistock: prima lunghezza (VII) di Herbstballet, poi rampa di collegamento e infine la via Gemstanz (VI). In seguito ci spostammo al Simelistock, dove salimmo il primo tiro di Silbermagic (VII-) e il secondo tiro di Silberfinger (5c). Data l’ora un po’ tarda preferimmo non proseguire, anche perché dovevamo rientrare a Milano la sera stessa.
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ZILBALDONE.
Impressionante il breve racconto della dis-avventura dei Messner… Al di là delle capacità tecniche e dalle qualità fisiche di chi ci prova, sembra che un’impresa come la traversata del Polo Nord dipenda molto anche dalla fortuna… Forse sono partiti troppo avanti nella stagione? In che periodo lo ha fatto il norvegese che è riuscito nell’impresa?